Arabia Saudita: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Regno dell’Arabia Saudita

Capo di stato e di governo: re Salman bin Abdul Aziz Al Saud

Le autorità hanno intensificato la repressione dei diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione. Hanno vessato, detenuto arbitrariamente e perseguito penalmente decine di persone critiche nei confronti del governo, difensori dei diritti umani, compresi attivisti per i diritti delle donne, membri della minoranza sciita e familiari di attivisti. Sono proseguiti i processi davanti a un tribunale antiterrorismo contro attivisti sciiti ed esponenti religiosi, a causa del loro dissenso.

Le autorità hanno applicato in maniera estensiva la pena di morte, effettuando decine di esecuzioni per una vasta gamma di reati, anche in materia di droga. Alcune persone, in maggioranza membri della minoranza sciita del paese, sono state messe a morte al termine di procedimenti gravemente iniqui.

Sono state introdotte riforme di ampia portata al sistema repressivo del tutoraggio maschile, che hanno tra l’altro concesso alle donne di ottenere il passaporto, viaggiare senza il permesso di un tutore maschile e assumere il ruolo di capofamiglia; tuttavia, le donne hanno continuato a subire sistematiche discriminazioni nella legge e nella prassi in altre sfere della vita e a non essere adeguatamente protette dalla violenza sessuale e di altro tipo.

Le autorità hanno concesso a centinaia di migliaia di cittadini stranieri il diritto di lavorare e di accedere all’istruzione e all’assistenza sanitaria, ma hanno arrestato ed espulso centinaia di migliaia di lavoratori migranti irregolari, che erano a rischio di abusi e altre forme di sfruttamento da parte dei loro datori di lavoro e di tortura quando erano sotto la custodia dello stato.

La discriminazione nei confronti della minoranza sciita è rimasta radicata.

Contesto

A dicembre, l’Arabia Saudita ha assunto la presidenza del G20, il cui prossimo vertice dovrebbe tenersi nella capitale Riyadh a novembre 2020. In precedenza, le autorità saudite avevano annunciato una serie di riforme, compresa l’introduzione del visto turistico per i cittadini di 49 paesi. Le autorità hanno continuato a rifiutare l’ingresso nel paese ad Amnesty International. A gennaio, l’organizzazione ha fatto appello alle autorità chiedendo di poter visitare assieme ad altri osservatori indipendenti alcuni attivisti imprigionati, comprese attiviste impegnate nella difesa dei diritti delle donne, in seguito alle segnalazioni di almeno 10 casi di tortura, maltrattamenti e vessazioni. Amnesty International non ha ricevuto alcuna risposta.

Nel 2019, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti dei migranti e il Relatore speciale sulla situazione dei difensori dei diritti umani hanno reiterato le loro precedenti richieste alle autorità saudite di poter visitare il paese, senza tuttavia ricevere alcuna risposta.

L’Arabia Saudita ha continuato a co-guidare la coalizione militare impegnata nel vicino Yemen, le cui forze sono implicate in crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale. A settembre, un attacco con droni lanciato contro gli impianti della compagnia petrolifera statale saudita Aramco, ad Abqaiq, nella provincia Orientale, rivendicato dagli huthi dello Yemen, ha praticamente dimezzato per varie settimane la produzione di greggio dell’Arabia Saudita.

Libertà d’espressione, associazione e riunione

Le autorità hanno intensificato la repressione sui diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione, rafforzando anche il giro di vite sulla libertà d’espressione online. Hanno vessato, detenuto arbitrariamente e perseguito penalmente persone critiche nei confronti del governo, difensori dei diritti umani, membri della minoranza sciita e familiari di attivisti.

Ad aprile, le autorità hanno arbitrariamente arrestato 14 persone, per avere pacificamente appoggiato il movimento per i diritti delle donne e le attiviste per i diritti umani. Tra gli arrestati c’erano: Salah al-Haidar, figlio di Aziza alYousef, la quale rimaneva sotto processo a causa del suo impegno in difesa dei diritti delle donne; Abdullah al-Duhailan, giornalista, scrittore e fautore dei diritti dei palestinesi; e Fahad Abalkhail, il quale aveva appoggiato la campagna Women to Drive.

A fine anno erano ancora detenuti senza accusa né processo. A novembre, le autorità hanno detenuto arbitrariamente per una settimana almeno 10 persone, uomini e donne, tra cui imprenditori, scrittori e intellettuali. Gli attivisti ritengono che la maggior parte di loro sia stata rilasciata senza accusa. Le autorità hanno continuato a processare persone davanti alla corte penale specializzata (Specialized Criminal Court – Scc), un tribunale antiterrorismo, per reati relativi alla pacifica espressione delle opinioni, che in alcuni casi prevedevano la pena di morte.

L’esponente religioso Salman al-Awda, detenuto arbitrariamente da settembre 2017, continuava a rischiare la pena di morte, dopo che la pubblica accusa ne aveva chiesto l’esecuzione per accuse che facevano riferimento, tra le altre cose, a una presunta affiliazione ai Fratelli musulmani e alle sue richieste di riforme del governo e di un cambio di regime nella regione araba. Non essendo permessa la formazione di partiti politici, sindacati o gruppi indipendenti per i diritti umani, chiunque avesse tentato di creare organizzazioni in difesa dei diritti umani non autorizzate, o di aderirvi, era regolarmente sottoposto ad azioni giudiziarie o punito con il carcere. Qualsiasi raduno pubblico, comprese le manifestazioni pacifiche, rimaneva proibito ai sensi di un’ordinanza emanata dal ministero dell’Interno nel 2011.

Difensori dei diritti umani

Le autorità hanno continuato ad arrestare, perseguire e incarcerare difensori dei diritti umani a causa delle loro pacifiche attività e del loro impegno in difesa dei diritti umani, applicando, tra le varie normative, la legislazione antiterrorismo e la legge sui reati informatici, che criminalizzavano la pubblicazione online di critiche verso le politiche e le prassi del governo, oltre che i commenti riguardanti le vicende d’attualità del paese. A fine anno, praticamente tutti i difensori dei diritti umani dell’Arabia Saudita erano detenuti senza accusa o erano sotto processo o stavano scontando periodi di carcere.

A marzo 2019, dopo più di un anno in detenzione, 11 attiviste, tra le quali le difensore dei diritti umani Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef, sono comparse davanti alla corte penale di Riyadh. Altre due attiviste per i diritti umani, Samar Badawi e Nassima al-Sada, sono state processate tre mesi più tardi, a giugno. Le udienze si sono svolte a porte chiuse e le autorità hanno vietato a diplomatici e giornalisti di assistervi. Diverse attiviste erano accusate di avere avuto contatti con organi d’informazione esteri, altri attivisti e organizzazioni internazionali, compresa Amnesty International.

Alcune dovevano anche rispondere dell’accusa di “promuovere i diritti delle donne” e “invocare la fine del sistema del tutoraggio maschile”. Mentre otto delle 13 attiviste sono state rilasciate in libertà provvisoria nel 2019, le altre cinque sono rimaste in detenzione; tutte e 13 a fine anno erano sotto processo.

Le autorità hanno continuato a detenere arbitrariamente difensori dei diritti umani per periodi prolungati e senza portarli davanti a un giudice o accusarli formalmente. Mohammed al-Bajadi, membro fondatore dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici era in carcere senza accusa né processo dal suo arresto avvenuto a maggio 2018. A luglio, Mohammad al-Otaibi, che stava già scontando una condanna a 14 anni di carcere per il suo lavoro a favore dei diritti umani, è comparso davanti all’Scc per rispondere di nuove imputazioni riguardanti i suoi contatti con organizzazioni internazionali e il suo tentativo di ottenere asilo politico nel 2017. A fine 2019, il processo in relazione alle nuove accuse era ancora in corso.

Criticare il governo dall’estero A settembre, in occasione del primo anniversario dell’esecuzione extragiudiziale del giornalista saudita Jamal Khashoggi, all’interno del consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, il principe ereditario ha ammesso la sua piena responsabilità nell’uccisione, dichiarando: “È avvenuta sotto il mio controllo”. A dicembre, la pubblica accusa ha annunciato che otto persone sospettate di essere coinvolte nell’omicidio erano state giudicate colpevoli; cinque di loro sono state condannate a morte e tre a periodi di reclusione. Per tutta la durata del processo, le autorità hanno permesso a rappresentanti diplomatici di assistere alle udienze, iniziate a gennaio, vietando tuttavia la partecipazione di giornalisti e del pubblico in generale, senza peraltro fornire informazioni circa l’evolversi del procedimento e dunque impedendo un monitoraggio indipendente.

L’Arabia Saudita non ha provveduto a cooperare con un’inchiesta sull’omicidio condotta dal Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie. L’inchiesta ha concluso a giugno che Jamal Khashoggi era stato vittima di una deliberata e premeditata esecuzione extragiudiziale, della quale l’Arabia Saudita era responsabile. Il Relatore speciale ha rilevato “prove attendibili che rendevano necessarie ulteriori indagini in merito alla responsabilità individuale di alte cariche istituzionali saudite, compreso il principe ereditario“.

Il rapporto del Relatore ha inoltre documentato gli abusi commessi dalle autorità saudite o da attori non statali strettamente legati a esse contro altri dissidenti all’estero, come rapimenti, sparizioni forzate, minacce, vessazioni, sorveglianza elettronica, oltre a minacce psicologiche contro le famiglie di attivisti detenuti.

A novembre, due ex dipendenti di Twitter sono stati accusati dalla procura federale degli Usa di attività di spionaggio per conto dell’Arabia Saudita, per avere acquisito informazioni personali sui dissidenti iscritti alla piattaforma. Tra gli account violati c’era quello di Omar Abdulaziz, un noto dissidente saudita residente in Canada.

Pena di morte

I tribunali hanno emesso nuove condanne a morte per molte tipologie di reato e hanno autorizzato decine di esecuzioni; c’è stato un aumento delle esecuzioni per reati in materia di droga e di terrorismo.

Le autorità non hanno generalmente garantito il rispetto degli standard internazionali di equità processuale né le tutele dovute agli imputati nei processi che prevedevano l’imposizione della pena di morte. Questi procedimenti si sono spesso svolti a porte chiuse e in maniera sommaria, senza assistenza o rappresentanza legale per gli imputati e senza servizi di traduzione per i cittadini stranieri nelle varie fasi della detenzione e del processo. Le sentenze capitali sono state regolarmente emesse sulla base di “confessioni” che gli imputati hanno riferito essere state loro estorte sotto tortura. Il 23 aprile sono state eseguite le condanne a morte di 37 cittadini sauditi, giudicati colpevoli in procedimenti giudiziari distinti, celebrati davanti all’Scc.

Erano in maggioranza musulmani sciiti condannati al termine di processi gravemente iniqui, che si erano basati su “confessioni” macchiate da accuse di tortura. Dei 37 condannati, 11 sono stati ritenuti colpevoli di spionaggio per conto dell’Iran. Almeno altri 15 sono stati condannati per reati violenti collegati alla loro partecipazione alle manifestazioni antigovernative che si erano tenute nella provincia Orientale a maggioranza sciita, tra il 2011 e il 2012. Erano stati sottoposti a periodi prolungati di detenzione preprocessuale e avevano riferito alla corte di essere stati torturati o altrimenti maltrattati durante gli interrogatori per costringerli a “confessare”. Uno di questi era Abdulkareem al-Hawaj, un giovane sciita, arrestato all’età di 16 anni.

Tra coloro che a fine anno rimanevano a rischio di esecuzione c’erano altri condannati che all’epoca del presunto reato non avevano ancora 18 anni. Alcune di queste condanne a morte parevano essere basate solo su “confessioni” che gli imputati sostenevano essere state loro estorte tramite tortura e altri maltrattamenti. Di solito le autorità non avvertivano le famiglie dell’imminente esecuzione o le informavano subito dopo. Le famiglie dei condannati messi a morte il 23 aprile hanno saputo dell’avvenuta esecuzione dei loro congiunti solo quando le autorità hanno dato pubblicamente la notizia, il giorno stesso. Le autorità inoltre non hanno provveduto a restituire alle famiglie i corpi dei loro cari o a informarle circa il luogo di sepoltura.

Diritti delle donne

Ad agosto, con uno sviluppo positivo e lungamente atteso, le autorità hanno annunciato una serie di riforme di ampia portata al sistema discriminatorio del tutoraggio maschile. Tra i vari punti, queste riforme davano la possibilità alle donne al di sopra dei 21 anni di ottenere il passaporto e di viaggiare senza il permesso di un tutore di sesso maschile; alle donne al di sopra dei 18 anni di registrare all’anagrafe la nascita di un neonato, il decesso di un parente e il proprio matrimonio o divorzio e di ottenere inoltre certificati di famiglia; e alle donne in generale di assumere il ruolo di capofamiglia.

Sebbene tali riforme abbiano avuto il pregio di riconoscere alle donne parità di diritti in queste sfere della vita privata e di allentare alcune restrizioni alla libertà di movimento delle donne, non hanno tuttavia abolito il sistema del tutoraggio maschile. Le riforme non prevedevano la possibilità per le donne di sposarsi senza il permesso di un tutore o di fornire il loro consenso ai figli che intendevano sposarsi. Donne e ragazze continuavano ad affrontare sistematiche discriminazioni nella legge e nella prassi in altri ambiti come matrimonio, divorzio, eredità e possibilità di trasmettere la cittadinanza ai figli.

A donne e ragazze non erano ancora state garantite tutele adeguate contro la violenza sessuale e altre forme di violenza. Continuavano a necessitare del permesso di un tutore maschile per abbandonare le strutture di protezione per le vittime di abusi in ambiente domestico.

A gennaio, il Consiglio della shura ha approvato norme che regolamentavano i matrimoni precoci, proibendo i contratti di matrimonio per le ragazze e i ragazzi di età inferiore ai 15 anni. La bozza legislativa inoltre prevedeva che fosse un tribunale specializzato a esaminare le richieste di rilascio di un referto medico per valutare il grado di maturità di una persona al di sotto dei 18 anni che desiderasse sposarsi e per il matrimonio stesso.

Diritti dei migranti

A ottobre, le autorità hanno annunciato di avere concesso la cittadinanza a oltre 50.000 persone e alle loro famiglie e di aver provveduto al rilascio dei documenti d’identità a oltre 800.000 persone, che si erano trasferite in Arabia Saudita “in seguito a tumulti di natura politica, economica e sociale nei loro paesi d’origine”. I documenti avrebbero permesso ai destinatari di lavorare e accedere all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

L’Arabia Saudita ha continuato a negare ai richiedenti asilo il diritto di accedere a un equo processo di determinazione dello status di rifugiati.

Le autorità hanno intanto proseguito il loro giro di vite sui migranti irregolari. A novembre, il ministro dell’Interno ha annunciato che, nei precedenti due anni, circa 4,1 milioni di persone erano state arrestate e almeno un altro milione era stato espulso, nell’ambito di una campagna che intendeva colpire i migranti accusati di avere violato le norme e le leggi in materia di permesso di soggiorno, sicurezza delle frontiere e lavoro. Solo nel 2019, erano stati arrestati più di due milioni di lavoratori stranieri e altri 500.000 espulsi dal paese. Gli 11 milioni di lavoratori migranti residenti in Arabia Saudita hanno continuato a essere regolamentati dal sistema di lavoro tramite sponsor, conosciuto come kafala, che conferiva ai datori di lavoro ampi poteri su di loro.

Questo sistema impediva di lasciare il paese o di trovare una nuova occupazione senza il permesso del datore di lavoro, rendendo così queste persone più vulnerabili allo sfruttamento e agli abusi sul luogo di lavoro. In molti casi, i lavoratori migranti hanno perso lo status giuridico nel paese, dopo che i datori di lavoro non avevano provveduto a rinnovare il loro permesso di soggiorno o in seguito a reclami che non erano stati loro notificati.

Secondo un rapporto pubblicato da Human Rights Watch, lavoratori migranti di nazionalità etiope, detenuti per violazioni in materia di lavoro, erano stati torturati e altrimenti maltrattati nelle strutture di detenzione dislocate in varie parti del paese; i lavoratori migranti hanno affermato di essere stati percossi, di non avere ricevuto cibo o acqua e di essere rimasti incatenati l’un l’altro in celle sovraffollate. Secondo le notizie riportate, oltre 900 lavoratori domestici migranti di nazionalità bangladese sono stati rimpatriati dall’Arabia Saudita nel corso del 2019. Oltre un centinaio vivevano in un rifugio in Arabia Saudita, dopo avere denunciato che i loro datori di lavoro li avevano sottoposti ad abusi fisici, psicologici e sessuali. Altri hanno affermato di essere stati costretti a lavorare senza essere retribuiti.

Discriminazione – minoranza sciita

I membri della minoranza musulmana sciita hanno continuato a subire discriminazioni a causa della loro fede, con limitazioni alla loro libertà d’espressione religiosa e all’accesso alla giustizia, così come al diritto di svolgere varie professioni nel settore pubblico e di fruire dei servizi forniti dallo stato. Attivisti sciiti accusati di avere fornito il loro sostegno o di avere partecipato alle manifestazioni che si erano tenute nella provincia Orientale o di avere espresso opinioni critiche nei confronti del governo sono stati perseguiti penalmente e incarcerati o rischiavano la pena capitale in processi ancora in corso. Altri sono stati messi a morte in seguito a sentenze emesse al termine di processi iniqui celebrati in anni precedenti.

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