Egitto: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Repubblica araba d’Egitto

Capo di stato: Abdel Fattah al-Sisi

Capo di governo: Moustafa Madbouly

Le autorità hanno fatto ricorso a una gamma di misure repressive contro manifestanti e presunti dissidenti, tra cui sparizioni forzate, arresti di massa, tortura e altri maltrattamenti, uso eccessivo della forza e pesanti provvedimenti restrittivi della libertà personale, in particolare dopo le proteste contro il presidente del 20 settembre.

Le forze di sicurezza hanno arrestato e detenuto arbitrariamente almeno 20 giornalisti unicamente per avere espresso pacificamente le loro opinioni. Le autorità hanno continuato a limitare gravemente la libertà d’associazione delle organizzazioni per i diritti umani e dei partiti politici. Alcuni emendamenti costituzionali hanno ampliato la giurisdizione dei tribunali militari, aumentando il numero di civili processati da queste corti, e indebolito l’indipendenza della magistratura.

In seguito alle proteste del 20 settembre, la Procura suprema per la sicurezza dello stato (Supreme State Security Prosecution – Sssp) ha ordinato l’arresto di migliaia di persone in attesa di un’indagine in relazione ad accuse dalla formulazione vaga in materia di terrorismo.

L’uso estensivo dei tribunali straordinari ha portato a processi gravemente iniqui e, in alcuni casi, a condanne a morte.

Sono continuate le esecuzioni.

La tortura è rimasta una pratica diffusa nei luoghi di detenzione sia ufficiali sia informali.

Le condizioni di detenzione sono rimaste spaventose e hanno causato scioperi della fame di massa.

Le donne hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi e non sono state adeguatamente tutelate dalle autorità contro gli elevati livelli di violenza sessuale e di genere.

Le persone Lgbti in detenzione sono state sottoposte con la forza a pratiche invasive, come visite anali e test di determinazione del sesso.

Decine di lavoratori e sindacalisti sono stati arrestati arbitrariamente e perseguiti per avere esercitato il loro diritto di sciopero e protesta.

Le autorità hanno limitato il diritto dei cristiani di professare la loro religione, chiudendo almeno 25 chiese e non fornendo l’autorizzazione a migliaia di richieste per la costruzione o la ristrutturazione di altre.

Rifugiati, richiedenti asilo e migranti sono stati arrestati e detenuti arbitrariamente per essere entrati in Egitto o avere abbandonato il paese in maniera irregolare.

Contesto

Ad aprile, il parlamento ha approvato una serie di emendamenti costituzionali per estendere da quattro a sei anni la durata del mandato presidenziale, consentendo al presidente Abdel Fattah al-Sisi di rimanere al potere fino al 2030, nel caso in cui vincesse le prossime elezioni [nel 2024 N.d.T]. Gli emendamenti sono stati approvati da un referendum.

Le autorità hanno rinnovato ogni tre mesi lo stato d’emergenza, in vigore da aprile 2017, aggirando così il limite costituzionale di sei mesi.

A luglio, il governo ha interrotto l’erogazione dei sussidi per il carburante.

Una ricerca statistica ufficiale ha concluso che il 32,5 per cento degli egiziani viveva al di sotto della soglia di povertà, con un aumento di quasi il cinque per cento dal 2015.

A settembre, Mohammed Ali, ex appaltatore di progetti militari, ha reso pubblici alcuni video che accusavano di corruzione il presidente e i militari egiziani, invitando la popolazione alla protesta. In risposta, il 20 settembre centinaia di persone hanno manifestato nelle strade della capitale Il Cairo e in quelle della seconda città del paese Alessandria, così come in altre località. Sono continuati a fasi alterne nel Sinai gli attacchi compiuti da gruppi armati, sebbene a un ritmo meno serrato rispetto agli anni precedenti.

Ad aprile, in un attacco bomba suicida compiuto contro un mercato nella città di Sheikh Zuweid, sono state uccise sette persone e altre 26 sono rimaste ferite.

Il 13 novembre, l’Egitto è stato esaminato per la terza volta secondo l’Upr presso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che ha formulato 373 raccomandazioni. L’Egitto ha continuato a far parte della coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae) schierata nel conflitto armato in Yemen.

L’Egitto è rimasto uno dei membri della coalizione che ha imposto sanzioni economiche e politiche al Qatar, assieme ad Arabia Saudita, Bahrein e Uae.

Libertà di riunione pacifica

Le autorità hanno risposto alle proteste pacifiche tenutesi a marzo, settembre e ottobre con un uso illegale della forza, arresti arbitrari di massa, provvedimenti sproporzionati di chiusura delle strade e censura.

A marzo, dopo che era scoppiata una protesta spontanea in seguito al deragliamento di un treno nel centro del Cairo, in cui erano morte 27 persone, le autorità hanno arrestato decine di manifestanti e passanti. Molti a fine anno erano ancora in detenzione preprocessuale.

In risposta alle proteste del 20 settembre, le autorità hanno fatto ricorso a un uso eccessivo della forza, bloccato strade e chiuso fermate della metropolitana nel centro del Cairo; le persone arrestate sono state più di 4.000, nella più vasta ondata di arresti di massa dalla salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Le autorità hanno compiuto arresti a tappeto di centinaia di manifestanti pacifici, anche minorenni, così come arresti arbitrari mirati di avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici. Almeno 3.715 degli arrestati rimanevano detenuti in attesa di un’indagine giudiziaria sulle accuse in materia di “terrorismo”, nella più vasta inchiesta penale della storia egiziana per fatti relativi a una singola manifestazione. Agenti di polizia hanno anche fermato a caso le persone nelle strade del Cairo e di Alessandria, requisendo i loro telefoni per controllare i contenuti dei profili sui social network e, in alcuni casi, arrestandoli.

Libertà d’espressione

Almeno 20 giornalisti sono stati arbitrariamente arrestati e detenuti dalle forze di sicurezza unicamente per avere esercitato il diritto di esprime pacificamente le loro opinioni.

Tra gli arrestati c’erano i giornalisti Sayed Abdellah e Mohammed Ibrahim, fondatore del noto blog Ossigeno Egitto, i quali sono rimasti detenuti arbitrariamente a partire da settembre, per avere postato video e notizie riguardanti le proteste contro il presidente. Il 23 novembre, agenti di sicurezza hanno arbitrariamente arrestato nella sua abitazione Shady Zalat, redattore del portale d’informazione indipendente Mada Masr, trattenendolo in stato di fermo per almeno due giorni. Il giorno dopo, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella sede di Mada Masr, trattenendo brevemente 16 componenti dello staff. Il 26 novembre sono stati arrestati i giornalisti Solafa Magdy, Hossam El-Sayed e Mohamed Salah; i tre sono rimasti detenuti in attesa di indagini per accuse in materia di “terrorismo”.

Le autorità hanno aggiunto la Bbc e Alhurra alla lista dei 513 siti web già bloccati in Egitto, tra cui portali d’informazione e di organizzazioni per i diritti umani.

Libertà d’associazione

Le autorità hanno continuato a limitare gravemente la libertà d’associazione delle organizzazioni per i diritti umani e dei partiti politici.

I partiti politici hanno dovuto affrontare restrizioni arbitrarie al loro lavoro, ad esempio nell’organizzazione di eventi pubblici, in un contesto in cui erano in aumento gli arresti di membri di partito.

Esponenti politici di spicco, tra i quali Zyad el-Elaimy, Hisham Fouad e Hossam Moanis, sono stati arrestati per impedire loro di fondare una coalizione che si sarebbe presentata alle elezioni parlamentari del 20203. A settembre e ottobre, la polizia ha arrestato diversi membri di cinque partiti politici, tra cui Khaled Dawoud, ex segretario del partito Dostour, dopo che i partiti avevano chiesto alle autorità di rispettare il loro diritto di riunirsi.

Ad agosto, il presidente ha ratificato una nuova legge sulle Ngo che ha mantenuto le disposizioni più draconiane della precedente legge del 2017, comprese quelle che conferivano alle autorità ampi poteri di sciogliere le associazioni indipendenti per i diritti umani e di criminalizzare le attività legittime delle Ngo.

Difensori dei diritti umani

Sono proseguite le indagini giudiziarie riguardanti il cosiddetto “caso dei 173”, un procedimento politicamente motivato e volto a indagare sulle attività e sulle sovvenzioni dello staff di organizzazioni per i diritti umani. Sono rimasti in vigore i divieti di viaggio all’estero nei confronti di almeno 31 componenti dello staff di organizzazioni della società civile.

In seguito alle proteste del 20 settembre, i difensori dei diritti umani sono stati sempre più spesso presi di mira con arresti, tortura e altri maltrattamenti, detenzione prolungata e indagini giudiziarie.

Il 22 settembre, le forze di sicurezza hanno arrestato l’avvocata per i diritti umani e attivista Mahienour el-Masry, mentre usciva dall’edificio che ospita la sede dell’Sssp nell’area metropolitana del Grande Cairo, dove si era recata per assumere la difesa di un avvocato per i diritti umani detenuto. La settimana successiva, Mohamed el-Baqer, avvocato e direttore del Centro Adalah per i diritti e le libertà è stato arrestato e maltrattato dopo avere assunto la difesa di un attivista detenuto. Pochi giorni dopo, agenti in borghese hanno sequestrato la giornalista e difensora dei diritti umani Esraa Abdelfattah, sottoponendola a tortura dopo averla condotta in una località non precisata. A fine anno, tutti e tre i difensori dei diritti umani rimanevano in detenzione preprocessuale, in relazione a infondate imputazioni in materia di “terrorismo”.

Processi iniqui

Ad aprile sono stati approvati emendamenti costituzionali che hanno ampliato la giurisdizione dei tribunali militari aumentando il numero di civili giudicati da queste corti. Le modifiche hanno anche compromesso l’indipendenza della magistratura, accordando maggiori poteri al presidente di nominare i vertici giudiziari, e sancito l’impunità per i membri delle forze armate.

In seguito alle proteste del 20 settembre, l’Sssp, una sezione speciale della Procura generale cui competono le indagini sulle minacce alla sicurezza nazionale, ha ordinato l’arresto di migliaia di persone, tra cui almeno 111 minorenni, in attesa dell’esito di indagini giudiziarie per vaghe accuse di “terrorismo”. Né gli accusati né i loro avvocati hanno potuto visionare le imputazioni, formulate sulla base di rapporti stilati dall’agenzia per la sicurezza nazionale (National Security Agency – Nsa). Spesso agli avvocati è stato impedito di rappresentare adeguatamente i loro clienti; in alcuni casi sono stati anche sequestrati o arrestati.

Queste misure hanno gravemente compromesso la regolarità dei processi. In almeno cinque casi, l’Sssp ha aggirato le decisioni dei tribunali che avevano disposto il rilascio degli indiziati, spiccando nuovi mandati d’arresto per accuse analoghe.

L’uso estensivo di tribunali straordinari, come distretti competenti per terrorismo, di tribunali militari e di tribunali per la sicurezza di stato, ha portato a processi gravemente iniqui. Sebbene le autorità abbiano ridotto da nove a quattro il numero dei distretti competenti per terrorismo, questi hanno giudicato e condannato decine di imputati in procedimenti giudiziari macchiati da accuse di sparizione forzata e tortura, spesso senza opportunamente stabilire una chiara responsabilità penale individuale.

I tribunali hanno continuato a rinnovare la detenzione cautelare dei sospetti, piegandosi agli ordini dell’Sssp, in alcuni casi anche oltre il periodo massimo di due anni stabilito dalla legge.

A ottobre, una corte distrettuale competente per terrorismo ha emesso sei condanne a morte, otto all’ergastolo e condannato altri 12 imputati, di cui due minorenni, a 10 anni di carcere. Gli imputati erano stati sottoposti a sparizione forzata e avevano affermato di essere stati torturati.

I tribunali hanno anche disposto pesanti misure restrittive della libertà personale nei confronti di decine di individui, compresi prigionieri di coscienza incarcerati al termine di processi iniqui, per continuare a punirli dopo il rilascio e impedire loro di tornare a svolgere attività politiche; queste misure prevedevano l’obbligo di permanenza presso un commissariato di polizia anche fino a 12 ore al giorno. Almeno quattro persone, che erano state in precedenza detenute arbitrariamente, sono state riarrestate mentre si trovavano in un commissariato di polizia, conformemente alle misure cautelari disposte nei loro confronti. Tra loro c’era il blogger e attivista Alaa Abd El-Fattah, riarrestato il 29 settembre mentre si trovava in un commissariato di polizia del Cairo. L’Sssp ne aveva disposto il fermo in attesa di un’indagine in merito ad accuse di “terrorismo”.

Pena di morte

I tribunali, compresi quelli militari e i distretti competenti per terrorismo, hanno emesso condanne a morte contro uomini e donne al termine di processi collettivi e iniqui. Durante l’anno l’Alta corte militare d’appello e la Corte di cassazione hanno confermato condanne a morte e ci sono state esecuzioni.

A febbraio, per esempio, è stata eseguita la condanna a morte di 15 uomini, giudicati colpevoli di omicidio in tre processi differenti. Questi procedimenti erano stati caratterizzati da accuse di sparizione forzata e tortura, oltre che da confessioni ottenute sotto coercizione.

Sparizioni forzate

Centinaia di dissidenti sono stati sottoposti a sparizione forzata per periodi fino a 183 giorni. Secondo la Commissione egiziana per i diritti e le libertà, le persone vittime di sparizione forzata sono state durante l’anno almeno 710. Tra queste c’era Ibrahim Ezz el-Din, un consulente della Commissione, specializzato nei diritti all’alloggio, arrestato l’11 giugno. È riapparso davanti all’edificio dell’Sssp il 26 novembre. L’Nsa ha sostenuto che era stato arrestato soltanto il giorno prima di ricomparire. Ibrahim Ezz el-Din ha affermato di essere stato torturato dalle forze di sicurezza. L’Sssp non ha aperto alcuna indagine sulla sua sparizione forzata né sulle accuse di tortura.

Tortura e altri maltrattamenti

Tortura e altri maltrattamenti sono stati ancora frequenti nei luoghi di detenzione ufficiale e informale. Solo in rari casi le autorità hanno perseguito penalmente i presunti responsabili.

Dopo essere stato riarrestato il 29 settembre, il blogger Alaa Abdel Fattah è stato trasferito nella famigerata prigione di massima sicurezza di Tora 2, a sud del Grande Cairo, dove gli agenti di custodia lo hanno bendato, denudato, percosso, preso ripetutamente a calci e insultato verbalmente. Ad agosto, Hossam Hamad è morto nel carcere di al-Aqrab. La magistratura ha omesso di aprire un’indagine in merito alle segnalazioni secondo cui era stato torturato.

Qualche progresso è stato ottenuto in relazione ad alcuni casi del passato. A febbraio, un tribunale di Sohag ha condannato tre poliziotti a tre anni di carcere per avere torturato e ucciso nel 2016 il detenuto Mohamed Saleh, e un medico a un anno di reclusione per avere coperto il crimine. A ottobre, l’autorità giudiziaria ha incriminato 10 agenti di polizia per la tortura e l’uccisione nel 2016 del venditore ambulante Magdy Maken, avvenuta in un commissariato di polizia del Cairo. A novembre, la Corte di cassazione ha confermato la condanna a tre anni di carcere contro sei poliziotti, per avere torturato a morte un detenuto nel 2016. A dicembre, il tribunale penale del Cairo ha condannato nove poliziotti a tre anni di carcere per avere torturato e ucciso Hussein Farghali, nel commissariato di Wayli, al Cairo, nel 2016.

Condizioni di detenzione

Celle sovraffollate e insalubri, mancanza di ventilazione, isolamento prolungato e diniego delle visite familiari hanno contribuito a condizioni di detenzione disumane in tutto il paese.

Persone che erano state percepite come critiche verso il governo sono state sottoposte a prolungati periodi di isolamento e private delle adeguate cure mediche, una condizione che corrisponde a tortura. Tra queste c’era Aisha al-Shater, rimasta in isolamento sin dal suo arresto avvenuto a novembre 2018, in seguito al quale era stata torturata con percosse e scosse elettriche, secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International. A fine anno le sue condizioni di salute erano critiche.

A luglio, circa 130 detenuti del carcere di al-Aqrab hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le loro condizioni di detenzione, compreso il continuo diniego da anni delle visite dei familiari.

Decine di prigionieri sono morti nei luoghi di reclusione; in alcuni casi il loro decesso sarebbe stato provocato dalle condizioni di detenzione.

A giugno, l’ex presidente Mohamed Morsi è morto durante un’udienza di tribunale, dopo anni di detenzione in isolamento, senza accesso a cure mediche adeguate.

Secondo il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie il suo decesso potrebbe essere stato direttamente causato dal regime carcerario in Egitto.

Diritti delle donne

Le donne sono state ancora discriminate nella legge e nella prassi. Le autorità non sono intervenute per prevenire, indagare adeguatamente e punire i continui e diffusi episodi di violenza contro le donne. Hanno anche continuato a violare la confidenzialità delle donne sopravvissute alla violenza durante le fasi della denuncia e i processi.

n alcuni casi la polizia ha anche costretto le donne che sporgevano denuncia a rimanere per tutta la notte in commissariato o si è rifiutata di raccogliere la denuncia. Sono stati segnalati molti casi in cui la polizia aveva obbligato le donne che sporgevano denuncia a sottoporsi a un test di verginità. In un raro caso di violenza sessuale oggetto di indagine penale, la polizia ha arrestato tre uomini sospettati di avere stuprato una giovane di 17 anni a Farshout, una località situata nell’Egitto meridionale.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Le autorità hanno continuato ad arrestare e perseguire penalmente persone Lgbti sulla base del loro reale o percepito orientamento sessuale o dell’identità di genere, spesso sottoponendole con la forza a visite anali o test di determinazione del sesso, una pratica che costituisce tortura.

A gennaio, un tribunale ha condannato Mohamed al-Ghiety, un conduttore televisivo che aveva espresso pubblicamente le proprie opinioni omofobe, a un anno di reclusione e a un’ammenda per avere intervistato un uomo gay in televisione; la sentenza doveva servire a intimidire chi intendesse discutere in pubblico di tematiche Lgbti. A febbraio, Malak al-Kashef, una donna transgender attivista dei diritti umani, è stata arrestata arbitrariamente in relazione a una protesta. È rimasta detenuta per quattro mesi nel carcere maschile di Mazra’at Tora e sottoposta con la forza a visita anale in un ospedale governativo, dove ha anche subito altre forme di aggressione sessuale da parte del personale medico.

Diritti dei lavoratori

Ad agosto, il parlamento ha emendato la legge sui sindacati del 2017, che minacciava il diritto di sciopero e di fondare organizzazioni sindacali indipendenti.

Gli emendamenti hanno ridotto il numero minimo di membri necessari per costituire un sindacato e cancellato le pene carcerarie previste per i trasgressori della legge, anche nel caso di falsificazione degli atti della fondazione.

Tuttavia, il ministero del Lavoro e le sue articolazioni territoriali hanno continuato a rifiutarsi di riconoscere formalmente nuove organizzazioni sindacali indipendenti, ostacolando o ritardando l’iter burocratico delle richieste; hanno limitato così il diritto dei lavoratori di organizzarsi liberamente, ottenere il riconoscimento legale dei loro sindacati, partecipare alle loro legittime attività ed eleggerne i comitati direttivi.

Le forze di sicurezza hanno detenuto arbitrariamente almeno 41 lavoratori e sindacalisti, alcuni dei quali sono stati perseguiti solo per avere esercitato il loro diritto di scioperare e protestare pacificamente. A settembre, la polizia ha arrestato sei lavoratori nella zona finanziaria di Ismailia, per avere chiesto un aumento degli stipendi e un miglior trattamento previdenziale.

A ottobre, la polizia ha arrestato 17 dipendenti dell’azienda statale Eastern Tobacco Company, per avere protestato chiedendo un aumento di stipendio, contratti regolari per i lavoratori interinali e altri miglioramenti delle loro condizioni di lavoro.

Libertà di religione e culto

Le autorità hanno continuato a limitare nella legge e nella prassi il diritto dei cristiani di professare la loro fede.

Il diritto dei cristiani di costruire e ristrutturare chiese private è rimasto limitato ai sensi di una normativa del 2016, che prevedeva l’obbligo di ottenere un’autorizzazione da parte delle autorità statali preposte, tra cui le agenzie per la sicurezza.

Secondo l’organizzazione Iniziativa egiziana per i diritti personali, questi organi governativi hanno concesso la registrazione legale senza riserve a meno di 200 chiese, a fronte di un totale di 5.540 pratiche presentate, mentre soltanto 1.412 avevano ottenuto un permesso provvisorio condizionato. Le forze di sicurezza hanno chiuso almeno 25 chiese con la motivazione che il loro status era illegale o con il pretesto di voler evitare tensioni settarie.

Ad aprile, le forze di sicurezza hanno chiuso la chiesa di Naga al-Ghafir, a Sohag, e vietato qualsiasi funzione religiosa collettiva al suo interno. Il 23 novembre, l’attivista cristiano copto Ramy Kamel è stato arrestato arbitrariamente pochi giorni prima di partecipare a una sessione del Forum delle Nazioni Unite sulle tematiche delle minoranze a Ginevra, in Svizzera. È stato detenuto per accuse in materia di “terrorismo”, per avere parlato apertamente dei diritti delle minoranze religiose in Egitto e per la sua precedente collaborazione con la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’alloggio adeguato, durante la sua visita in Egitto nel 2018.

Migranti, rifugiati e richiedenti asilo

Le autorità hanno continuato ad arrestare e detenere arbitrariamente migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Tra luglio e settembre, le forze di sicurezza hanno arrestato almeno 23 siriani, compresi 13 minori, trattenendoli presso un commissariato di polizia nella città meridionale di Edfu, per avere attraversato irregolarmente il confine sudanese-egiziano; a fine anno erano tutti ancora detenuti.

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