Libia: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Libia

Capo di stato e di governo: Fayez al-Sarraj (controverso)

Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi crimini di guerra. I combattimenti in corso dentro e intorno a Tripoli tra le forze e le milizie fedeli al Governo di accordo nazionale (Government of National Accord – Gna) e l’Esercito nazionale libico (Libyan National Army – Lna) hanno provocato un alto numero di vittime civili, centinaia di feriti e decine di migliaia di sfollati. Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno detenuto arbitrariamente migliaia di persone, per lo più a tempo indeterminato e senza supervisione giudiziaria.

Hanno inoltre catturato alcuni ostaggi a scopo di riscatto o come merce di scambio per rilasci di detenuti o prigionieri.

Nelle carceri, nei centri di detenzione e nei luoghi di reclusione non ufficiali dilagavano tortura e maltrattamenti.

Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno represso la libertà d’espressione mettendo in atto vessazioni, rapimenti e attacchi nei confronti di esponenti politici, giornalisti, difensori dei diritti umani e altri attivisti; un giornalista è stato vittima di un’uccisione illegale e altri 10 sono stati detenuti arbitrariamente.

Le autorità libiche non hanno provveduto a proteggere le donne dalla violenza di genere perpetrata dalle milizie e dai gruppi armati.

Il sistema giudiziario è stato gravemente compromesso da intimidazioni, minacce e violenze contro avvocati e giudici compiute dai gruppi armati e dalle milizie.

La situazione di decine di migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti è rimasta tragica: esposti ad arresti arbitrari e rapimenti per mano delle milizie e regolarmente vittime dei trafficanti di esseri umani e di abusi da parte dei gruppi criminali. Le autorità hanno continuato a detenere illegalmente migliaia di persone in centri in cui erano sottoposte a sfruttamento, lavoro forzato, tortura e altri maltrattamenti.

Alcune persone sono state prese di mira dalle forze di sicurezza, dai gruppi armati e dalle milizie a causa del loro orientamento sessuale.

I tribunali hanno continuato a emettere condanne a morte; non sono state segnalate esecuzioni.

Contesto

Sia le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza affiliati al Gna, sostenuto dalle Nazioni Unite, con base a Tripoli e presieduto dal primo ministro Fayez al-Sarraj, sia l’autoproclamato Lna, guidato dal generale Khalifa Haftar e schierato a fianco del governo ad interim nell’est della Libia, hanno continuato ad agire al di fuori dello stato di diritto.

A gennaio, l’Lna, sostenuto da gruppi armati locali, ha lanciato un’operazione con l’obiettivo di conquistare la città di Saba e altre aree della Libia meridionale, sottraendole al Gna e alle fazioni locali, rivendicando così il controllo territoriale sulla Libia sudoccidentale. Ad aprile, l’Lna ha lanciato un’offensiva per assumere il controllo della capitale Tripoli e delle aree circostanti, che ha portato allo scontro armato tra l’Lna da un lato e il Gna e le milizie sue alleate dall’altro.

I combattimenti a fine anno erano ancora in corso e nessuna delle due parti aveva ottenuto avanzamenti territoriali significativi.

Il gruppo armato autoproclamatosi Stato islamico (Islamic State – Is) ha mantenuto la sua presenza nella parte più a sud della Libia. Il gruppo ha continuato a compiere sporadici attacchi ed è stato obiettivo di raid aerei degli Usa. Il processo politico è rimasto a un punto di stallo. L’offensiva lanciata dall’Lna ad aprile è cominciata qualche giorno prima della prevista apertura di una conferenza nazionale mediata dalle Nazioni Unite. La comunità internazionale non è riuscita ad assumere una posizione unitaria sulla Libia e ha piuttosto alimentato la volontà e la capacità di entrambe le parti di prolungare le ostilità. L’Lna aveva il sostegno di Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae), Arabia Saudita, Egitto, Francia e Russia; il Gna era sostenuto da Turchia, Qatar e Italia.

Conflitto armato

Nel contesto delle ostilità armate, le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno commesso impunemente gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi possibili crimini di guerra ed evidenti violazioni dei diritti umani. Secondo la Missione di sostegno in Libia delle Nazioni Unite (UN Support Mission in Libya – Unsmil) e l’Alta commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite, almeno 284 civili sono stati uccisi e 363 feriti a causa del conflitto armato durante il 2019.

La maggior parte di queste uccisioni e ferimenti è stata causata da violazioni del diritto internazionale umanitario compiute dall’Lna e dal Gna, che hanno tra l’altro lanciato attacchi indiscriminati con armi esplosive imprecise in aree abitate da civili. I raid aerei, le raffiche d’artiglieria e i bombardamenti effettuati dall’Lna e dal Gna hanno colpito abitazioni private e altre infrastrutture civili, comprese scuole e attività produttive dentro e intorno a Tripoli, oltre al suo aeroporto, Mitiga. Il 2 luglio, un attacco dell’Lna contro un centro di detenzione per migranti a Tajoura, alla periferia orientale di Tripoli, ha causato decine di morti e feriti tra migranti e rifugiati. Amnesty International ha inoltre documentato diversi attacchi compiuti dall’Lna contro ospedali da campo e ambulanze.

In uno dei più devastanti, effettuato il 27 luglio, sono stati uccisi cinque operatori sanitari, tra medici e personale di soccorso, e altri otto sono rimasti feriti dopo che un missile aveva colpito un ospedale da campo improvvisato nei pressi dell’aeroporto internazionale di Tripoli, a sud della città.

I combattimenti dentro e intorno a Tripoli hanno provocato almeno 140.000 sfollati, aggravando la situazione umanitaria e interrompendo l’accesso all’assistenza medica, all’elettricità e ad altri servizi di base. L’operazione condotta dall’Lna nel sud del paese agli inizi del 2019 ha provocato la morte e il ferimento di decine di civili. Nella città meridionale di Murzuq, gli scontri armati sono continuati a fasi alterne. Il 4 agosto, un raid aereo contro una riunione del consiglio cittadino nel quartiere residenziale di Qalaa, a Murzuq, ha ucciso almeno 43 persone. L’Lna ha confermato di avere lanciato un attacco su Murzuq in quella data ma ha negato di avere preso di mira i civili. Il raid ha scatenato una vera guerriglia tra le comunità tebu e alahali, episodi di saccheggio di abitazioni e attività produttive, provocando anche numerosi sfollati.

In violazione di un embargo totale sulle armi stabilito dalle Nazioni Unite dal 2011, paesi terzi hanno sostenuto l’Lna e il Gna attraverso trasferimenti illeciti di armi e fornito supporto militare diretto. Il principale sostenitore del Gna, la Turchia, ha fornito a quest’ultimo mezzi corazzati da combattimento Kirpi e droni armati Bayraktar TB2. Come principale sostenitore dell’Lna, gli Uae hanno messo a disposizione di quest’ultimo droni Wing Loong di fabbricazione cinese, manovrandoli per suo conto.

Arresti e detenzioni arbitrari

Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno continuato ad arrestare arbitrariamente migliaia di persone. Molte erano detenute dal 2011 e la maggior parte era in carcere a tempo indeterminato senza la supervisione di un giudice o senza possibilità di contestare la legalità della loro detenzione. Centinaia di prigionieri nel carcere di Mitiga, situato alla periferia orientale di Tripoli, e amministrato dalle Forze di deterrenza speciale (Radaa), una milizia formata da mercenari e affiliata al Gna, erano trattenuti a tempo indeterminato senza supervisione giudiziaria. Erano chiusi in celle sovraffollate dove scarseggiavano cibo e acqua e senza accesso all’assistenza medica.

Tortura e altri maltrattamenti

Nelle carceri, nei centri di detenzione e nei luoghi di reclusione non ufficiali, tortura e altri maltrattamenti erano diffusi e perpetrati dalle milizie, dai gruppi armati e dalle forze di sicurezza. Amnesty International ha documentato casi in cui i detenuti erano stati sottoposti a esecuzioni simulate, percosse e fustigazioni e confinati in isolamento per periodi prolungati. I detenuti sono stati anche stuprati, anche con oggetti inseriti a forza nell’ano, e sottoposti ad altre forme di violenza sessuale.

Presa di ostaggi

Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza, agendo autonomamente o ai comandi dell’Lna o del Gna, hanno continuato a rapire persone per tenerle in ostaggio. Spesso i rapimenti avvenivano a scopo di riscatto o per ottenere il rilascio di detenuti o prigionieri. Le vittime erano generalmente prese di mira in base alle loro origini regionali, percepite opinioni politiche, professioni o percepita ricchezza. Per citare un esempio, a ottobre, sei operatori sanitari sono stati rapiti e tenuti prigionieri per 12 giorni da un gruppo armato locale attivo nella città nordoccidentale di Zintan, per fare pressione sul Gna affinché rilasciasse un abitante di Zintan detenuto dalle forze del Radaa.

Libertà d’espressione

Le forze di sicurezza, i gruppi armati e le milizie hanno represso la libertà d’espressione, mettendo in atto vessazioni, rapimenti e attacchi contro esponenti politici, difensori dei diritti umani e altri attivisti, e costringendo molti di loro ad abbandonare il paese.

Prendere di mira i giornalisti è diventata una tendenza particolarmente preoccupante nel 2019: l’Unsmil ha documentato un’uccisione illegale e almeno 10 arresti e detenzioni arbitrari di giornalisti.

Per citare un esempio, a maggio 2019, la Brigata al-Kaniat, un gruppo armato affiliato all’Lna, ha trattenuto Mohamed al-Qaraj e Mohamed al-Shibani, entrambi giornalisti dell’emittente Libya Alahrar TV, per 22 giorni, nei pressi di Tripoli.

In tutta la Libia, giornalisti, blogger, operatori dell’informazione e altre persone attive sui social network sono stati anch’essi presi di mira e interrogati dalle forze di sicurezza, dalle milizie e dai gruppi armati, come forma di intimidazione allo scopo di mettere a tacere il dissenso.

Secondo l’organizzazione Libya Centre for Freedom of the Press, è impossibile accertare il numero reale dei giornalisti e blogger presi di mira con intimidazioni o abusi, poiché molti si rifiutavano di parlare apertamente di questi episodi, temendo rappresaglie contro di loro o i loro familiari.

Il 6 maggio, l’Lna ha rilasciato una dichiarazione in cui minacciava di “punire secondo la legge libica” tutti i giornalisti, le personalità del mondo dell’informazione, gli attivisti e gli analisti politici che si erano pubblicamente opposti alla sua offensiva militare lanciata su Tripoli, affermando che queste persone erano colpevoli di “fomentare l’odio e i crimini contro le forze armate” e di “sostenere il terrorismo”. Il 17 luglio, uomini armati hanno rapito la parlamentare Siham Sergiwa, durante un’irruzione notturna nella sua abitazione a Bengasi, dopo che aveva criticato l’offensiva lanciata dall’Lna per conquistare Tripoli in un’intervista televisiva trasmessa il giorno stesso. A fine anno, i familiari non avevano ancora ricevuto informazioni su dove si trovasse.

Diritti delle donne

Le autorità libiche non hanno provveduto a proteggere le donne, comprese giornaliste, blogger, difensore dei diritti umani e altre attiviste dalla violenza di genere perpetrata dalle milizie e dai gruppi armati o ad assicurare che fossero in condizioni di esercitare il loro diritto di esprimersi liberamente. Le donne che denunciavano apertamente la corruzione o le azioni violente compiute dalle milizie, dall’Lna o dal Gna erano vittime di minacce, rapimenti ed episodi di violenza di genere.

A ottobre, uomini armati hanno fatto irruzione in due caffè a Tripoli, per intimidire le donne che erano lì senza un familiare di sesso maschile che le accompagnasse. Gli uomini armati hanno chiesto alle clienti di esibire i loro certificati matrimoniali, facendo poi uscire dal caffè i clienti maschi che erano in compagnia delle loro amiche per interrogarli e dicendo alle donne che avrebbero dovuto essere accompagnate dai loro mariti o da parenti maschi. Le irruzioni hanno scatenato un’ondata di critiche sui social network contro le forze del Radaa, sebbene un loro portavoce abbia negato qualsiasi responsabilità del Radaa per l’accaduto.

Sistema giudiziario e impunità

Il sistema giudiziario ha continuato a funzionare a ritmo molto rallentato. I giudici, in un paese diviso tra i due governi rivali, dipendevano formalmente da una singola autorità, il Consiglio supremo della magistratura. Tuttavia, procuratori e giudici non erano generalmente in grado di garantire riparazione alle vittime di crimini, incluse violazioni dei diritti umani, dato il costante ricorso a forme di intimidazione, minacce e violenze contro i giudici e gli avvocati del paese da parte dei gruppi armati e delle milizie.

A livello internazionale, l’Icc ha continuato ad avere giurisdizione sui crimini di guerra e crimini contro l’umanità compiuti dal 2011, in base a un deferimento approvato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia, i mandati di cattura spiccati nei confronti di Saif Al-Islam Gaddafi, Mahmoud Al-Werfalli e Al-Tuhamy Mohamed Khaled sono rimasti inapplicati e i tre erano ancora latitanti. Alla 42ª sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite riunitasi a settembre, la vice Alta commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite e il Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite hanno sottolineato la necessità di garantire l’accertamento delle responsabilità in Libia e hanno sollecitato la creazione di un meccanismo d’inchiesta internazionale in grado di documentare violazioni e abusi.

Rifugiati, richiedenti asilo e migranti

La situazione di decine di migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti è rimasta tragica: soggetti ad arresti arbitrari e rapimenti per mano delle milizie e regolarmente vittime dei trafficanti di esseri umani e di abusi da parte dei gruppi criminali. Erano anche esposti a rischi sempre maggiori a causa delle continue ostilità. Le autorità hanno continuato a detenere illegalmente migliaia di persone nei centri amministrati dal Direttorato generale per la lotta alla migrazione illegale (General Directorate for Combating Illegal Migration – Dcim), dove erano sottoposti a sfruttamento e lavori forzati. Hanno subìto inoltre torture e altrimenti maltrattamenti, inclusi stupri, spesso allo scopo di estorcere denaro alle famiglie in cambio del loro rilascio.

Coloro che erano detenuti vivevano in condizioni disumane e dovevano affrontare sovraffollamento e mancanza di cibo, acqua e cure mediche. Secondo l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, almeno 22 migranti e rifugiati detenuti sono deceduti per tubercolosi o altre patologie contratte mentre erano in detenzione nella struttura di Zintan, tra settembre 2018 e luglio 2019.

Rifugiati e migranti hanno continuato a essere trattenuti in centri di detenzione situati vicino a zone di combattimento attivo. Questo li esponeva al rischio di venir uccisi o feriti durante gli attacchi indiscriminati o mirati, come nel caso di quello del 2 luglio sferrato contro il centro di detenzione per migranti di Tajoura (vedi sopra, Conflitto armato).

Nel 2019, almeno 9.798 migranti sono stati evacuati attraverso “rimpatri volontari assistiti” e 2.427 rifugiati attraverso programmi di reinsediamento o per ragioni umanitarie. Tuttavia, i centri erano regolarmente ripopolati, in quanto le autorità marittime libiche, in particolare la guardia costiera libica, hanno intercettato almeno 9.225 rifugiati e migranti che attraversavano il Mediterraneo centrale, riportandoli quasi tutti indietro nei centri di detenzione libici. Sono inoltre continuate le minacce contro le Ngo che svolgevano operazioni di ricerca e soccorso così come le violenze contro rifugiati e migranti, sia durante le operazioni di salvataggio sia nei punti di sbarco.

Per esempio, a settembre, le autorità libiche hanno ucciso un uomo sudanese con un colpo d’arma da fuoco durante le operazioni di sbarco, dopo che un gruppo di rifugiati e migranti aveva cercato di sfuggire all’arresto. A settembre, il Gna ha adottato un codice di condotta per limitare le operazioni di soccorso condotte dalle Ngo e da altri. Per tutto l’anno, l’Italia e altri stati membri dell’Eu hanno continuato a fornire supporto alle agenzie marittime e ad altre autorità libiche, anche tramite la donazione di motovedette d’altura, l’addestramento degli equipaggi e altra assistenza.

La Libia, che non è stato parte della Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951, ha continuato a rifiutarsi di riconoscere pienamente l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. La struttura di raccolta e partenza, creata dall’Unhcr e dal Dcim verso la fine del 2018, è rimasta in funzione durante tutto l’anno. L’Unhcr ha descritto la struttura come sovraffollata e fortemente inadeguata, caratterizzata da un “deterioramento delle condizioni di vita”; a novembre, l’agenzia ha definito la situazione nella struttura “insostenibile”. A settembre, l’Unhcr ha creato un meccanismo di transito d’emergenza in Ruanda, per poter evacuare un certo numero di rifugiati e richiedenti asilo.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Amnesty International ha ricevuto numerose segnalazioni di persone ricattate, rapite, detenute o prese di mira in altri modi dalle forze di sicurezza, dai gruppi armati e dalle milizie a causa del loro orientamento sessuale.

Pena di morte

Sebbene non siano state segnalate esecuzioni, i tribunali hanno continuato a emettere condanne a morte.

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