Stati Uniti d'America: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2020

Stati Uniti d’America


Rapporto 2020 – 2021   Americhe

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Stati Uniti d’America

Capo di stato e di governo: Donald Trump

La situazione fortemente desolante dei diritti umani sotto l’amministrazione Trump, sia all’interno del paese sia all’estero, si è ulteriormente deteriorata durante il 2020. Imponenti manifestazioni di massa hanno attraversato gli Usa nel contesto della pandemia da Covid-19, delle elezioni generali contestate e di ampie ripercussioni razziste contro il movimento Black Lives Matter. In risposta alle migliaia di manifestazioni pubbliche di protesta contro un razzismo istituzionalizzato e la violenza della polizia, le agenzie di pubblica sicurezza hanno fatto abitualmente riscorso all’uso eccessivo della forza contro dimostranti e difensori dei diritti umani e non sono state in grado di contenere eventi di contro-protesta violenti, rivolti contro raduni fondamentalmente di natura pacifica. L’amministrazione ha inoltre cercato di screditare tutele internazionalmente riconosciute dei diritti umani delle donne, delle persone Lgbti e delle vittime di crimini di guerra, per citare alcuni esempi. Ha inoltre sfruttato la pandemia da Covid-19 per compiere ulteriori abusi contro migranti e richiedenti asilo. Joe Biden è stato dichiarato il vincitore delle elezioni presidenziali di novembre.

 

CONTESTO

Nonostante la conferma del collegio elettorale della vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali di novembre, il presidente Trump ha continuato a contestare i risultati, con ripetute dichiarazioni non comprovate riguardo a irregolarità elettorali. Queste continue accuse hanno innescato le proteste dei sostenitori di Trump e hanno fato sorgere preoccupazioni riguardo a un trasferimento pacifico del potere a gennaio.

 

DISCRIMINAZIONE

La pandemia da Covid-19 ha accentuato le già radicate disuguaglianze sociali presenti negli Usa. Le risposte inadeguate e incostanti del governo alla pandemia hanno avuto un impatto sproporzionato e discriminatorio su molte persone sulla base della loro etnia, estrazione socioeconomica e altre caratteristiche. Le disparità sistematiche hanno favorito chi svolgeva lavori considerati essenziali o aveva un’occupazione stabile e una certa sicurezza economica e che quindi poteva permettersi di avere una casa e un’assistenza sanitaria.

Le persone detenute erano particolarmente a rischio a causa delle condizioni insalubri dei penitenziari e dei luoghi di detenzione, dove non era possibile mantenere un adeguato distanziamento fisico e dove mancava un accesso adeguato a dispositivi igienici, facendo diventare queste strutture focolai di contagio.

Inoltre, la violenza e la retorica politica discriminatorie e razziste hanno rischiato di far aumentare il numero dei crimini d’odio.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

Operatori medico-sanitari, agenti delle forze di sicurezza, personale dei trasporti e in generale i lavoratori impiegati in altri settori “essenziali” hanno affrontato situazioni critiche, dato che il governo Usa non ha provveduto a proteggerli adeguatamente durante la pandemia. La carenza di dispositivi di protezione individuale (Dpi) ha spesso costretto gli operatori sanitari e altri lavoratori essenziali a svolgere il loro lavoro senza un’adeguata protezione e in ambienti non sicuri. Ad aprile, il sindacato nazionale del personale infermieristico ha tenuto una protesta davanti alla Casa Bianca, nel rispetto del distanziamento fisico, contro la mancanza di Dpi per il personale medico-sanitario. Da marzo a dicembre, oltre 2.900 operatori sanitari sono deceduti nel contesto della pandemia da Covid-19. I centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (US Centres for Disease Control – Cdc) hanno ammesso che le cifre disponibili erano con ogni probabilità sottostimate.

Alcuni operatori sanitari e altri lavoratori essenziali nei settori pubblico e privato si sono anche scontrati con forme di rappresaglia, come vessazioni, procedure disciplinari e licenziamenti ingiusti, se parlavano apertamente dell’inadeguatezza delle misure di protezione.

 

USO ECCESSIVO DELLA FORZA

Secondo quanto riferito, almeno 1.000 persone sono state uccise in seguito all’uso di armi da fuoco da parte della polizia. I dati limitati resi pubblici suggeriscono che l’uso letale della forza da parte della polizia ha colpito in maniera sproporzionata le persone nere. Il programma del governo Usa che si proponeva di tracciare il numero annuale di queste morti non era stato ancora pienamente implementato. Nessuna legislazione statale, laddove esistente, che regolamentava l’uso della forza letale da parte della polizia era conforme alle norme e agli standard internazionali riguardanti l’uso della forza letale da parte delle autorità di pubblica sicurezza.

 

LIBERTÀ DI RIUNIONE

Agenti dei dipartimenti di polizia degli Usa hanno commesso diffuse e sconcertanti violazioni dei diritti umani contro manifestanti che stavano protestando per l’uccisione illegale di persone nere e per chiedere una riforma del corpo di polizia. Nel solo periodo tra il 26 maggio e il 5 giugno, Amnesty International ha documentato 125 distinti episodi di violenza illegale della polizia contro i dimostranti in 40 stati e nel Distretto federale di Columbia (Washington DC). Altre migliaia di proteste si sono svolte nel resto dell’anno.

Queste violazioni sono state compiute da tutte le forze di polizia, da quelle municipali, delle contee, fino a quelle statali e federali, comprese le truppe della guardia nazionale, schierate dal governo federale in alcune città. La violenza comprendeva percosse con manganelli o altri dispositivi, l’uso improprio di gas lacrimogeni e spray al peperoncino e l’utilizzo inappropriato e indiscriminato di proiettili definiti “meno letali”.

In numerosi casi, i difensori dei diritti umani, e tra questi organizzatori delle proteste, giornalisti, osservatori sul rispetto della legge e medici soccorritori, sono stati presi deliberatamente di mira con sostanze chimiche irritanti e proiettili a impatto cinetico, arrestati e detenuti, a quanto pare, unicamente a causa del loro lavoro di documentazione e denuncia delle violazioni dei diritti umani compiute dalle agenzie di pubblica sicurezza.

 

DIRITTO ALLA VITA E ALLA SICUREZZA PERSONALE

Il governo ha continuato a fallire nel proteggere gli individui dalla persistente violenza legata all’uso delle armi da fuoco, violando così i loro diritti umani, come il diritto alla vita, alla sicurezza personale e alla libertà dalla discriminazione, per citarne alcuni. L’accesso illimitato alle armi da fuoco, l’assenza di leggi complete sulla sicurezza riguardo alle armi (tra cui una efficace regolamentazione sull’acquisizione, il possesso e l’utilizzo delle armi da fuoco) e la mancanza d’investimenti in adeguati programmi d’intervento e di prevenzione della violenza legata all’uso delle armi da fuoco hanno continuato ad alimentare questo tipo di violenza.

Nel 2018, anno cui risalgono le statistiche più recenti a disposizione, circa 39.740 persone sono morte e si stima che altre decine di migliaia abbiano riportato ferite non letali, a causa delle armi da fuoco. Nel pieno della pandemia da Covid-19, con un aumento della vendita di armi e delle sparatorie, gli Usa non hanno saputo adempiere al proprio obbligo di prevenire le morti legate all’uso delle armi da fuoco, cosa che sarebbe stata possibile attraverso una serie di misure urgenti, come eliminare i negozi di armi dall’elenco delle attività commerciali essenziali.

Nel 2020, in 34 stati erano in vigore le norme permissive “Stand Your Ground” e “Castle Doctrine”, che in entrambi i casi consentivano a privati cittadini di ricorrere all’uso della forza letale come autodifesa da altri all’interno della propria abitazione o in caso di percepita minaccia. Queste leggi hanno dimostrato di incrementare la violenza legata all’uso delle armi da fuoco e il rischio di uccisioni o gravi lesioni altrimenti evitabili, contribuendo pertanto a violare il diritto alla vita.

Mentre i manifestanti che protestavano contro l’uccisione di persone nere riempivano le strade delle città degli Usa, negli stati dove la legge permetteva di girare apertamente armati si sono verificati episodi in cui civili armati hanno attaccato i manifestanti, provocando almeno quattro morti.

 

DIRITTI DEI RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO E MIGRANTI

Nonostante l’insorgenza di gravi focolai di Covid-19 nelle strutture di detenzione per l’immigrazione civile, l’agenzia degli Stati Uniti per l’immigrazione e le dogane (US Immigration and Customs Enforcement – Ice) si è rifiutata di rilasciare decine di migliaia di migranti e richiedenti asilo, oltre 8.000 dei quali hanno contratto il virus in detenzione.

Contrariamente alle linee guida dettate dal Cdc, l’Ice non ha provveduto a fornire in misura adeguata sapone e gel igienizzante o a introdurre il distanziamento sociale e ha continuato a trasferire senza motivo migliaia di persone tra le strutture di detenzione per migranti. All’incirca 100 famiglie di migranti erano trattenute nei centri di detenzione che un giudice federale ha definito “in fiamme”, a causa dei casi confermati di Covid-19 e delle inadeguate misure di protezione. Invece di rilasciare i nuclei familiari insieme, a maggio l’Ice ha chiesto ai genitori se erano d’accordo che i loro figli fossero rilasciati senza di loro, mentre i genitori rimanevano detenuti.

Contemporaneamente, il governo degli Usa ha sfruttato la crisi del Covid-19 per bloccare le procedure dei richiedenti asilo al confine tra Usa e Messico e per negare l’accesso alle procedure d’asilo a coloro che avevano varcato irregolarmente il confine con gli Usa. Tra marzo e novembre, le autorità hanno detenuto illegalmente ed “espulso” oltre 330.000 migranti e richiedenti asilo, compresi oltre 13.000 minori non accompagnati, senza prendere in considerazione le loro necessità di protezione o i rischi di persecuzione, morte, tortura o altro maltrattamento, che avrebbero dovuto affrontare in caso di refoulement verso i loro paesi d’origine. In centinaia di casi documentati, queste persone rimpatriate avevano contratto il Covid-19 mentre erano in custodia degli Usa a causa della negligenza delle autorità, contribuendo così alla diffusione della pandemia nell’intera regione delle Americhe.

Le cifre riguardanti la redistribuzione dei rifugiati nel territorio degli Usa sono ulteriormente crollate. Il tetto massimo di rifugiati stabilito per l’anno fiscale 2020 è stato fissato a 18.000, il numero più basso mai registrato nella storia del programma; soltanto circa la metà di questa cifra è stata a tutti gli effetti reinsediata nel corso dell’anno.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Le autorità non hanno adottato alcuna misura volta ad accertare le responsabilità e assicurare un rimedio legale in relazione all’uso improprio della legge per vessare i difensori dei diritti umani dei migranti nel 2018 e 2019. A giugno, la Corte suprema degli Usa ha fatto un passo indietro, invalidando una decisione di una corte d’appello federale che, nel 2018, aveva giudicato incostituzionale una norma chiave di rilevanza penale, che il governo aveva utilizzato per prendere di mira i difensori dei diritti umani dei migranti, sottoponendoli a sorveglianza ingiustificata; ha rinviato quindi la decisione a un’ulteriore riconsiderazione in sede di corte d’appello.

 

DIRITTI DELLE DONNE

Le donne native hanno continuato a subire livelli sproporzionalmente elevati di stupri e violenza sessuale e a non avere accesso a forme basilari di assistenza post stupro. Nel 2019, il presidente Trump aveva emanato un ordine esecutivo che istituiva una task force sui nativi americani e i nativi dell’Alaska dispersi o assassinati. A dicembre, la task force aveva aperto sette uffici investigativi, incaricati d’indagare sui delitti rimasti irrisolti ma il numero esatto delle vittime di questi episodi rimaneva sconosciuto in quanto il governo degli Usa non raccoglieva dati statistici né aveva stabilito un adeguato coordinamento con i governi tribali.

La pandemia da Covid-19 e le conseguenti misure di lockdown hanno avuto un forte impatto sulla violenza domestica e perpetrata dai partner in tutto il paese, determinando in alcuni casi un aumento degli episodi documentati o della gravità delle lesioni.

L’incremento esponenziale degli acquisti di armi durante la pandemia ha accresciuto i rischi per minori e donne che già avevano subìto violenza domestica di essere vittime della violenza delle armi da fuoco, in quanto un numero maggiore di armi incustodite era tenuto nelle case in cui le persone erano costrette a rimanere in quarantena con conviventi violenti.

 

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Secondo dati ufficiali pubblicati nel 2020, il numero dei casi di crimini d’odio legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere nel 2019 è rimasto alto per il quinto anno consecutivo. Le donne nere transgender sono state particolarmente prese di mira da crimini d’odio violenti e uccisioni.

L’amministrazione ha cercato, attraverso la sua linea politica e i tribunali, di smantellare progressivamente le tutele contro la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere nel campo educativo, militare, lavorativo e in altre aree del governo federale.

 

DIRITTI SESSUALI E RIPRODUTTIVI

Sia il governo federale sia i governi degli stati hanno intensificato i loro sforzi per ostacolare l’esercizio dei diritti sessuali e riproduttivi, cercando di criminalizzare l’aborto e di limitare l’accesso ai servizi di salute riproduttiva. L’amministrazione ha inoltre cercato di modificare la politica estera e la politica per lo sviluppo degli Usa, in modo tale da non fornire più supporto alla tutela dei diritti riproduttivi e sessuali a livello internazionale.

 

TORTURA E ALTRO MALTRATTAMENTO

A distanza di un decennio da quando decine di detenuti erano stati sottoposti al programma di detenzione segreta operato dalla Cia, autorizzato dal 2001 al 2009, nel contesto del quale erano state commesse sistematiche violazioni dei diritti umani, tra cui sparizioni forzate, tortura e altro maltrattamento, nessun sospettato di responsabilità penale è stato assicurato alla giustizia per questi crimini. Le indagini limitate condotte su questi reati sono state chiuse senza alcun rinvio a giudizio.

 

PENA DI MORTE

A marzo, il Colorado è diventato il 22° stato degli Usa ad abolire la pena di morte.

Cinque persone sono uscite dal braccio della morte, portando a 172 il numero totale dei prigionieri così detti “esonerati” dal braccio della morte dal 1977. Tra quelli rilasciati c’è stato Curtis Flowers, il quale aveva subìto sei processi e trascorso 23 anni nel braccio della morte in Mississippi. Lo stato ha archiviato tutte le accuse a suo carico a settembre, dopo che la Corte suprema degli Usa aveva concluso a giugno 2019 che il procuratore distrettuale aveva violato i diritti costituzionali di Curtis Flowers, escludendo intenzionalmente gli afroamericani dai componenti della giuria durante il sesto processo celebrato nel 2010.

Ponendo fine a una moratoria durata 17 anni, tra luglio e dicembre il governo federale ha eseguito 10 condanne a morte. L’impellenza con cui è stato dato il via libera alle esecuzioni segnava l’ennesimo schiaffo dell’amministrazione Trump alle salvaguardie e alle limitazioni sancite dal diritto e dagli standard internazionali che tutelano i diritti dei condannati a morte, come il divieto di dar luogo all’esecuzione qualora i ricorsi in appello siano ancora pendenti e di mettere a morte persone con disabilità mentali (psicosociali).

Il numero di esecuzioni federali effettuate nel 2020 è più che triplicato rispetto a quello registrato in totale tra il 1977 e il 2019. Le esecuzioni statali tuttavia sono diminuite, in larga parte a causa della pandemia da Covid-19. Dalla ripresa delle esecuzioni negli Usa con il nuovo statuto nel 1977, sono state messe a morte un totale di 1.529 persone.

 

DETENZIONE ARBITRARIA

Nella base navale statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba, 40 prigionieri erano ancora detenuti arbitrariamente e a tempo indefinito da parte dell’esercito degli Usa, in violazione del diritto internazionale. Dal gennaio 2017, era stato trasferito fuori della struttura soltanto un detenuto. A fine 2020 c’erano ancora cinque prigionieri il cui trasferimento al di fuori della base di Guantánamo era stato autorizzato per lo meno dal 2016; l’amministrazione Trump ha smantellato il sistema che era stato creato in precedenza per il loro trasferimento.

Nessuno dei 40 detenuti nella struttura aveva accesso a un’assistenza medica idonea né erano disponibili servizi di riabilitazione adeguati per coloro che erano sopravvissuti alle torture e altre forme di maltrattamento perpetrate dagli agenti statunitensi. Sette di loro erano sotto processo davanti a una commissione militare, in violazione del diritto e degli standard internazionali e, se giudicati colpevoli, rischiavano la pena di morte. L’imposizione della pena di morte in questi casi giudiziari, al termine di procedimenti che non rispettano gli standard internazionali di equità processuale, costituirebbe una privazione arbitraria della vita. L’inizio dei processi a carico di coloro che erano accusati di reati legati agli attacchi dell’11 settembre 2001 era fissato per l’11 gennaio 2021 ma è stato aggiornato nel 2020 in seguito alla sospensione delle udienze preliminari di tutti i casi giudiziari.

 

UCCISIONI ILLEGALI DI CIVILI

In nome dell’errata teoria della “guerra globale”, gli Usa hanno fatto ripetutamente ricorso alla forza letale in vari paesi del mondo, utilizzando anche droni armati, in violazione dei loro obblighi sanciti dalle norme internazionali sui diritti umani e, dove applicabile, dal diritto internazionale umanitario. Ong, esperti delle Nazioni Unite e mezzi d’informazione hanno documentato come questo tipo di raid compiuti all’interno e all’esterno di zone di conflitto armato attivo abbiano privato persone che dovrebbero essere tutelate, come i civili, del loro diritto alla vita e causato possibili uccisioni illegali e ferimenti, in alcuni casi equiparabili a crimini di guerra.

La sempre più scarsa attenzione dimostrata dall’amministrazione verso la protezione dei civili durante operazioni militari letali ha aumentato la probabilità di uccisioni illegali, ostacolato la valutazione della legalità di questi raid e impedito l’accertamento delle responsabilità e l’accesso alla giustizia e a rimedi efficaci per le vittime di uccisioni illegali e danni ai civili.

Nonostante le richieste di chiarimenti da parte di esperti delle Nazioni Unite e altri, in merito alle regole e ai criteri legali e di condotta applicati dagli Usa quando utilizzano forza letale all’estero, il governo ha continuato a negare trasparenza e disponibilità.

 

MECCANISMI E TRATTATI INTERNAZIONALI SUI DIRITTI UMANI

A novembre, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha analizzato il terzo Upr sulla situazione dei diritti umani degli Usa.

A partire da gennaio 2018, gli Usa si sono rifiutati di rispondere alle comunicazioni degli esperti delle Nazioni Unite o di accettare le loro richieste di invito per svolgere visite ufficiali.

In seguito agli annunci secondo cui l’Icc avrebbe indagato sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e i crimini contro l’umanità compiuti in territorio afgano a partire dal 1° maggio 2003, l’11 giugno l’amministrazione Trump ha emanato un ordine esecutivo in cui dichiarava uno stato “d’emergenza nazionale” e autorizzava il congelamento dei beni e il divieto d’ingresso negli Usa di determinati funzionari dell’Icc, estendendo gli effetti del provvedimento anche ai loro familiari. L’azione metteva a repentaglio il sistema di giustizia e risarcimento per i potenziali crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi da funzionari civili e militari statunitensi in relazione al conflitto armato in Afghanistan, che le autorità americane non avevano provveduto a indagare, perseguire o punire.

A luglio, il dipartimento di stato americano ha reso pubblico un rapporto redatto dal suo team di esperti, la cosiddetta Commissione dei diritti inalienabili. Il rapporto sembrava voler ridefinire unilateralmente il concetto di diritti umani, rifiutando l’autorità interpretativa delle Nazioni Unite e di altri organismi internazionali sui diritti umani, oltre a smantellare nello specifico il sistema di tutela dei diritti umani, riformulando le tutele che proteggono dalla discriminazione le donne, le persone Lgbti e non solo.

A luglio, mentre il paese lottava per contenere la pandemia da Covid-19 con milioni di casi di contagio, il governo americano ha formalizzato il processo di ritiro degli Usa dall’Oms, che sarebbe entrato in vigore a luglio 2021. Sotto l’amministrazione del presidente Trump, gli Usa si sono anche ritirati dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) e dagli Accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici globali.

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