Venezuela: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2020

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Repubblica bolivariana del Venezuela

Capo di stato e di governo: Nicolás Maduro Moros

Nel contesto della continua crisi dei diritti umani del Venezuela, durante l’anno ci sono state ulteriori notizie di esecuzioni extragiudiziali, uso eccessivo della forza e uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza. Coloro che esprimevano critiche nei confronti delle politiche del governo, come attivisti politici, giornalisti e operatori sanitari, sono stati sottoposti a misure repressive, tra cui la criminalizzazione, processi iniqui e detenzioni arbitrarie. Sono stati segnalati casi di tortura e altro maltrattamento, oltre che sparizioni forzate di persone detenute arbitrariamente. I difensori dei diritti umani hanno dovuto affrontare stigma e ostacoli al loro lavoro. Il paese è sprofondato in una crisi umanitaria sempre più grave, con la mancanza di servizi essenziali ed elevati livelli di povertà estrema. Queste problematiche, combinate con il progressivo degrado delle infrastrutture sanitarie, sono state esacerbate dalla pandemia da Covid-19. Coloro che rientravano nel paese erano trattenuti in centri per la quarantena gestiti dal governo, in condizioni e per periodi di tempo che potrebbero configurarsi come detenzione arbitraria e maltrattamento. Secondo la Missione delle Nazioni Unite di accertamento dei fatti in Venezuela (UN Fact-Finding Mission – Ffm) c’erano elementi ragionevolmente sufficienti per ritenere che, a partire dal 2014, in Venezuela erano stati commessi crimini contro l’umanità e che il presidente Maduro e i vertici militari e ministeriali avevano ordinato o contribuito ai crimini documentati nel suo rapporto.

 

ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIALI

Ci sono stati nuovi casi di esecuzioni extragiudiziali per mano delle forze d’azione speciale della polizia nazionale bolivariana (Fuerzas de acciones especiales de la policía nacional bolivariana – Faes) e del corpo per le indagini scientifiche, penali e criminali (Cuerpo de investigaciones científicas, penales y criminalísticas – Cicpc). Secondo l’Ohchr, almeno 2.000 persone sarebbero state uccise nel contesto delle operazioni di sicurezza condotte nel paese, tra il 1° gennaio e settembre. A giugno, il comitato per i diritti umani dello stato di Zulia aveva registrato 377 morti, la cui causa sarebbe riconducibile alla violenza perpetrata da questi corpi di polizia nello stato di Zulia. Le persone prese di mira erano principalmente giovani uomini che abitavano nei quartieri poveri, i quali erano stati arbitrariamente arrestati in circostanze che, secondo le autorità, avrebbero implicato scontri con la polizia.

 

DETENZIONE ARBITRARIA

Le detenzioni arbitrarie hanno continuato a essere parte integrante della linea repressiva per colpire il dissenso.

L’organizzazione venezuelana per i diritti umani Forum penale ha documentato che, a ottobre, erano già stati registrati 413 arresti arbitrari politicamente motivati; questi erano aumentati dopo che, a marzo, le autorità avevano dichiarato lo stato d’emergenza in risposta alla pandemia da Covid-19.

Oltre agli attivisti politici, anche 12 operatori sanitari che avevano rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui criticavano la risposta del governo alla pandemia hanno affrontato brevi periodi di fermo e conseguenti restrizioni.

La pandemia da Covid-19 è stata utilizzata dalle autorità come pretesto per limitare le notifiche di arresto; pertanto, i familiari erano costretti a fare affidamento su informazioni non ufficiali per localizzare i loro congiunti detenuti. Questa condizione d’incertezza e di vulnerabilità dei detenuti è stata aggravata dalla sospensione di tutte le attività dei tribunali e dell’ufficio del pubblico ministero, nel contesto delle misure di contenimento della pandemia.

Sparizioni forzate, periodi di detenzione in incommunicado e isolamento durante le fasi iniziali della detenzione hanno continuato a verificarsi, aumentando il rischio per i detenuti di essere sottoposti a tortura e altro trattamento crudele, disumano o degradante.

I parlamentari del congresso Renzo Prieto e Gilber Caro, arrestati dalle Faes rispettivamente a marzo 2020 e dicembre 2019, sono stati sottoposti a prolungati periodi di detenzione in isolamento e in incommunicado. Entrambi sono rimasti detenuti presso commissariati di polizia che non rispettavano gli standard minimi per il trattamento dei prigionieri.

Maury Carrero, una contabile, è stata arbitrariamente arrestata ad aprile, a quanto pare per i suoi legami con un consigliere del presidente dell’assemblea nazionale Juan Guaidó. È stata formalmente incriminata da un tribunale con competenza su casi di “terrorismo” e trasferita presso l’istituto nazionale per l’orientamento femminile, dove è rimasta trattenuta in incommunicado per cinque mesi, durante i quali le autorità non hanno fornito informazioni ufficiali su di lei.

Il 31 agosto, il presidente Maduro ha concesso la grazia a 110 persone con procedimenti penali aperti o condanne definitive. Renzo Prieto, Gilber Caro e Maury Carrero erano tra queste. Nell’arco di pochi giorni, e durante il resto dell’anno, sono stati effettuati ulteriori arresti arbitrari. Tra le persone detenute c’era Roland Carreño, un giornalista e membro del partito Volontà popolare, arrestato a ottobre.

 

TORTURA E ALTRO MALTRATTAMENTO

Sono emersi nuovi casi riguardanti il ricorso alla tortura per estorcere confessioni o testimonianze incriminanti. L’Ohchr ha documentato 16 casi, che implicavano l’utilizzo di metodi di tortura, come percosse, scosse elettriche, asfissia e violenza sessuale. L’Ffm in Venezuela ha documentato l’utilizzo di metodi sempre più violenti di tortura da parte del servizio d’intelligence nazionale bolivariano (Servicio bolivariano de inteligencia nacional – Sebin) e della direzione generale di contro-intelligence militare (Dirección general de contra inteligencia militar – Dgcim), oltre che l’utilizzo da parte di quest’ultima di strutture di detenzione non ufficiali.

Le autorità non hanno provveduto a indagare su possibili episodi di tortura e altro maltrattamento, che sono rimasti pertanto impuniti.

 

USO ECCESSIVO DELLA FORZA

La polizia, l’esercito e i gruppi armati hanno continuato a ricorrere abitualmente all’uso eccessivo e illegale della forza contro i manifestanti. Le autorità non sono intervenute in maniera incisiva per impedire queste azioni.

Sono stati segnalati numerosi episodi di uso indiscriminato della forza durante operazioni di ordine pubblico. A maggio, a Petare, un quartiere povero di Caracas, lo scontro armato tra presunte gang criminali ha portato la polizia e l’esercito a lanciare un’operazione congiunta, che si è protratta per più di una settimana, durante la quale si sarebbero verificati combattimenti prolungati con sparatorie indiscriminate ed esecuzioni extragiudiziali.

 

IMPUNITÀ

L’impunità per le violazioni dei diritti umani e i crimini di diritto internazionale è rimasta la norma.

Un rapporto dell’Ohchr sull’indipendenza della magistratura e l’accesso alla giustizia, pubblicato a luglio, ha rilevato che le vittime di violazioni dei diritti umani non riuscivano ad accedere alla giustizia a causa di ostacoli strutturali, come la mancanza d’indipendenza dei giudici.

A settembre, l’ufficio del pubblico ministero ha fatto sapere che 565 funzionari di polizia erano stati accusati per violazioni dei diritti umani commesse da agosto 2017.

A settembre, sono emerse nuove prove relative alla detenzione arbitraria, sparizione forzata, tortura e morte di Rafael Acosta Arévalo, da parte del Dgcim, in un caso risalente a giugno 2019. Le contraddizioni e le lacune emerse nell’indagine penale hanno messo in luce la necessità d’indagini indipendenti per questo e altri casi simili. L’ufficio del pubblico ministero ha riaperto il caso.

 

PROCESSI INIQUI

Coloro che esprimevano opinioni che divergevano dalla linea ufficiale del governo di Maduro hanno continuato a essere criminalizzati attraverso procedimenti giudiziari iniqui. È anche proseguito il ricorso alla giurisdizione militare per perseguire civili o personale militare in congedo.

Rubén González, un prigioniero di coscienza e leader sindacale arrestato nel 2018, che stava scontando una condanna emessa al termine di un processo iniquo celebrato da un tribunale militare, è stato rilasciato nell’ambito del provvedimento di grazia del 31 agosto.

L’Ohchr ha evidenziato gravi lacune nel sistema giudiziario, nei tribunali e nell’ufficio del pubblico ministero, mettendo in luce casi di mancanza d’indipendenza e d’interferenza da parte di altre autorità pubbliche.

A partire dal 15 marzo, la maggior parte dei circuiti giudiziari ha sospeso ogni attività a causa delle restrizioni per il Covid-19; soltanto i tribunali con competenza sui casi in flagrante hanno continuato a funzionare.

 

VAGLIO INTERNAZIONALE

Nonostante i vari tentativi del governo di Nicolás Maduro di eludere il vaglio del sistema interamericano dei diritti umani, durante l’anno la Commissione interamericana ha disposto sette misure precauzionali a favore di individui in Venezuela.

È proseguito il monitoraggio sul paese attraverso il Meccanismo speciale di follow-up per il Venezuela (Mecanismo especial de seguimiento para Venezuela – Meseve), creato dalla Commissione interamericana.

L’Ohchr ha mantenuto la presenza di due funzionari sul campo e a settembre ha annunciato il rafforzamento della propria delegazione nel paese e la visita di tre procedure speciali per il Venezuela nel 2021.

L’Ffm in Venezuela ha pubblicato il suo primo rapporto a settembre. Questo era giunto alla conclusione che, a partire dal 2014, le autorità e le forze di sicurezza venezuelane avevano pianificato e compiuto gravi violazioni dei diritti umani, che in alcuni casi, comprendenti tra l’altro uccisioni illegali e un sistematico ricorso alla tortura, costituivano crimini contro l’umanità; gli elementi raccolti facevano inoltre ragionevolmente ritenere che il presidente Maduro e i ministri del suo governo avevano ordinato o avuto un ruolo nei crimini documentati nel rapporto.

 

REPRESSIONE DEL DISSENSO

La linea repressiva adottata dal governo per imbavagliare il dissenso e controllare la popolazione è proseguita e si è intensificata durante la pandemia da Covid-19 e nel periodo precedente alle elezioni parlamentari di dicembre.

I membri dell’assemblea nazionale sono finiti nel mirino di uno schema di repressione, che prevedeva, tra l’altro, detenzioni arbitrarie, uso improprio del sistema giudiziario e campagne diffamatorie.

Alcuni prigionieri di coscienza sono rimasti sottoposti a forti restrizioni e azioni penali. Il sistema giudiziario ha continuato a essere strumentalizzato dalla politica per colpire il dissenso, emettendo anche sentenze contro partiti politici critici nei confronti del governo.

 

LIBERTÀ DI RIUNIONE

Le restrizioni alla libertà d’associazione e riunione pacifica sono rimaste la norma.

Secondo i dati dell’Ong venezuelana Osservatorio del conflitto sociale, a novembre c’erano state più di 9.000 proteste. Queste sono state innescate da una variegata gamma di problematiche, come la mancanza di cure mediche durante la pandemia da Covid-19, i salari bassi, il carovita, i ritardi nella distribuzione degli aiuti alimentari e la mancanza di servizi di base, compresa la fornitura di carburante. Circa 402 di queste proteste sono state oggetto di attacchi violenti da parte della polizia, dell’esercito o di gruppi armati filogovernativi, che hanno provocato la morte di sei manifestanti e il ferimento di altri 149.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

L’organizzazione della società civile Spazio pubblico ha documentato che, tra gennaio e agosto, si erano verificati oltre 747 attacchi contro la stampa e i giornalisti, tra cui intimidazioni, attacchi digitali, censura, detenzioni arbitrarie e aggressioni fisiche. Molti di questi casi si sono verificati dopo che, a marzo, le autorità hanno dichiarato lo stato d’emergenza in risposta alla pandemia da Covid-19.

Il 21 agosto, i giornalisti Andrés Eloy Nieves Zacarías e Víctor Torres sono stati uccisi durante un’operazione di sicurezza effettuata dalle Faes, nello stato di Zulia. L’ufficio del pubblico ministero ha aperto un’indagine sulla loro possibile esecuzione extragiudiziale ed è stato spiccato un mandato d’arresto nei confronti di sei agenti delle Faes.

Darvinson Rojas, giornalista e prigioniero di coscienza, è stato arbitrariamente detenuto per avere divulgato informazioni relative al Covid-19. È stato rilasciato dopo 12 giorni ma è rimasto sottoposto a restrizioni e procedimento giudiziario.

Anche il giornalista e prigioniero di coscienza Luis Carlos Díaz è rimasto sottoposto a stringenti restrizioni e a procedimento penale.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Le donne impegnate nella difesa dei diritti umani hanno continuato ad affrontare minacce e stigma a causa del loro lavoro. Il Centro per i difensori e la giustizia ha documentato che a giugno erano già stati più di 100 gli attacchi contro donne che difendevano i diritti umani, come ad esempio criminalizzazione, molestie, attacchi digitali e detenzioni arbitrarie.

Ad agosto, l’organizzazione umanitaria Azione solidale è stata oggetto di un’irruzione da parte di agenti delle Faes, che hanno sottoposto otto persone a diverse ore di fermo.

A ottobre, Vannesa Rosales, difensora dei diritti umani nello stato di Merida, è stata arrestata arbitrariamente per aver fornito informazioni sulle procedure per la terminazione della gravidanza a una ragazza di 13 anni, rimasta incinta in seguito a uno stupro.

Operatori sanitari e giornalisti che avevano divulgato notizie sulla pandemia da Covid-19 sono stati vessati e minacciati. Alcuni sono stati anche incriminati per incitamento all’odio.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO E MIGRANTI

Il numero dei rifugiati e migranti venezuelani in fuga verso altri paesi in cerca di protezione internazionale ha continuato ad aumentare, raggiungendo a fine anno la cifra di 5,4 milioni.

Durante la pandemia da Covid-19, le autorità hanno limitato l’ingresso in territorio venezuelano fino a un tetto massimo di 100-300 persone al giorno, ostacolando così l’entrata e l’uscita dei cittadini venezuelani; molti di coloro che cercavano di rientrare erano rimasti esclusi dalle misure di assistenza introdotte durante la pandemia nei paesi che li ospitavano. Le persone che cercavano di entrare in Venezuela attraverso canali informali sono state criminalizzate e stigmatizzate.

L’obbligo di quarantena sotto custodia statale è uno degli esempi della risposta repressiva al Covid-19. Ufficialmente, fino ad agosto, è stato calcolato che 90.000 persone erano passate dai centri gestiti dallo stato, conosciuti come punti di servizio sociale integrale (Puntos de atención social integral – Pasi), per ottemperare all’obbligo di quarantena al loro rientro in Venezuela. Tuttavia, i centri adottavano procedure arbitrarie e militarizzate, che si traducevano in misure punitive e repressive e che non davano priorità all’assistenza medica e alla prevenzione dell’infezione. Le condizioni all’interno dei Pasi erano precarie e, in molti casi, ignoravano del tutto i protocolli dell’Oms. Ad esempio, nei centri sono state segnalate situazioni in cui mancavano acqua pulita e cibo adeguato, oltre che assistenza medica. La durata del periodo in cui le persone erano trattenute era in molti casi arbitraria e non fondata su criteri oggettivi. Questo fatto, insieme alle inadeguate condizioni di vita all’interno dei centri per la quarantena gestiti dallo stato, potrebbe aver costituito una forma di maltrattamento e detenzione arbitraria.

 

EMERGENZA UMANITARIA

La situazione di emergenza umanitaria si è ulteriormente deteriorata. Il Covid-19 ha aggravato condizioni di criticità già prevalenti nel paese, tra cui continue interruzioni nella fornitura di servizi essenziali come acqua, elettricità e carburante; infrastrutture sanitarie indebolite; difficoltà nel reperire farmaci e cibo; tutti questi fattori complicavano fortemente la capacità della popolazione di far fronte alle misure di contenimento imposte per arginare la pandemia.

A luglio, il Piano di risposta umanitaria delle Nazioni Unite ha rilevato che erano necessari 762,5 milioni di dollari Usa per fornire assistenza umanitaria a 4,5 milioni di persone. Azione solidale ha calcolato che 10 milioni di persone non ricevevano assistenza medica per problematiche di salute e patologie come ipertensione, diabete, morbo di Parkinson, cancro e malaria, per citarne alcune.

Nonostante la raccomandazione dell’Ohchr e le pressioni della società civile, le autorità hanno negato l’ingresso nel paese al World food programme delle Nazioni Unite.

Le misure economiche introdotte, come il limitato aumento del salario minimo a 1,71 dollari mese, non hanno peggiorato la disastrosa situazione economica e a fine anno l’iperinflazione era imperante.

La vasta adesione alle sanzioni imposte dagli Usa rendevano inoltre assai complicato ottenere beni e servizi in Venezuela.

 

DIRITTI DELLE DONNE

Secondo una coalizione di Ong venezuelane, i divari di genere esistenti, già aggravati dalla complicata emergenza umanitaria, sono stati ulteriormente acuiti dal Covid-19. L’Ohchr e la Commissione interamericana dei diritti umani hanno messo in luce gli effetti di questa situazione sulle donne, evidenziando la mancanza di accesso ai servizi di salute materna e sessuale e riproduttiva a livello generale.

Benché gli ultimi dati ufficiali disponibili sul tasso di femminicidi risalissero al 2013, le Ong hanno documentato un costante incremento della violenza contro le donne nel paese. Le Ong hanno anche riferito che durante il 2020 non era operativa alcuna casa rifugio per le donne sopravvissute a violenza.

L’Ffm sul Venezuela ha documentato crimini contro l’umanità motivati dal genere, comprendenti casi di tortura e violenza sessuale contro le donne arrestate dal Dgcim e dal Sebin e nel contesto delle proteste.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

I servizi erogati dal sistema sanitario sono peggiorati. La già scarsa reperibilità di farmaci di base, che in ogni caso la maggior parte della popolazione non poteva permettersi, si è accentuata. La mancanza di accesso a servizi sanitari adeguati ha avuto gravi ripercussioni sulla risposta dello stato alla diffusione del Covid-19.

Il personale medico e sanitario non disponeva di dispositivi di protezione individuale (Dpi) o di adeguate misure di tutela contro il Covid-19. Molti di coloro che avevano dato voce a queste preoccupanti carenze sono stati arrestati e criminalizzati. Ha suscitato timore anche la mancanza di trasparenza da parte delle autorità in merito ai test diagnostici, le percentuali di contagio e le morti causate dal Covid-19.

Sono stati segnalatati episodi in cui strutture sanitarie pubbliche avrebbero negato un’adeguata assistenza medica a donne in gravidanza che si sospettava avessero contratto il Covid-19.

 

DIRITTO AL CIBO

A maggio, il Centro di documentazione e analisi sociale della Federazione venezuelana degli insegnanti (Centro de documentación y análisis social de la Federación venezolana de maestros – Cendas-Fvm) ha calcolato che il paniere familiare mensile di base (un elenco di generi alimentari ritenuti necessari per una famiglia venezuelana media) costava l’equivalente di 513,77 dollari Usa. Ad agosto, il Cendas-Fvm ha precisato che per poter acquistare un paniere mensile di base occorreva moltiplicare per 184 volte il salario minimo.

A luglio, secondo i dati diffusi dal Centro studi nazionale sulle condizioni di vita (Encuesta nacional de condiciones de vida – Encovi), il 96 per cento delle famiglie venezuelane era in una situazione di povertà reddituale e il 79 per cento di povertà reddituale estrema, senza la possibilità di acquistare il paniere alimentare di base.

A febbraio, il World food programme ha documentato che il 7,9 per cento della popolazione venezuelana viveva in condizioni di grave insicurezza alimentare, il 24 per cento (sette milioni di persone) di moderata insicurezza alimentare e che un cittadino su tre versava in una situazione d’insicurezza alimentare e necessitava di assistenza; questi dati ponevano la situazione del Venezuela tra le peggiori 10 crisi alimentari a livello globale.

I sistemi di distribuzione alimentare, come i Comitati locali di approvvigionamento e produzione popolare (Comités locales de abastecimiento popular – Clap), continuavano a non soddisfare i fabbisogni nutrizionali e operavano secondo criteri politicamente discriminatori.

 

DIRITTO ALL’ACQUA

Le già esistenti problematiche riguardanti la fornitura d’acqua potabile e la rete fognaria si sono ulteriormente aggravate, condizionando pesantemente la vita dei venezuelani e facendo aumentare il rischio di contrarre il Covid-19.

L’Encovi ha rilevato che soltanto una famiglia su quattro poteva disporre di acqua corrente su base giornaliera, mentre la maggioranza aveva accesso all’acqua corrente nella propria abitazione soltanto in determinati giorni della settimana (59 per cento) o anche solo per alcuni giorni al mese (15 per cento). Le fasce più vulnerabili della popolazione continuavano a essere costrette a rifornirsi d’acqua attraverso autobotti, pozzi e sorgenti.

 

CONDIZIONI CARCERARIE

Si sono verificati ancora decessi in custodia, sui quali le autorità continuavano a non indagare. L’Ong Finestra per la libertà ha documentato 118 decessi in custodia, tra gennaio e giugno. Il grave sovraffollamento e le condizioni insalubri all’interno dei penitenziari esponevano i detenuti ad altissimo rischio di contagio da Covid-19.

L’Osservatorio venezuelano sulle carceri ha segnalato a maggio che 46 detenuti erano morti nel contesto delle violenze scoppiate nel centro penitenziario Los Llanos, nella città di Guanare, nello stato di Portuguesa. Sull’episodio era in corso un’indagine dell’ufficio del pubblico ministero, che tuttavia a fine anno non aveva fatto alcun progresso.

 

DIRITTI DELLE POPOLAZIONI NATIVE

Nell’arco minerario dell’Orinoco e in altre parti del paese, le attività minerarie illegali hanno continuato a colpire i diritti delle popolazioni native. Secondo l’Ohchr, gli alti livelli di sfruttamento del lavoro, traffico illegale e violenza erano riconducibili alla corruzione e agli affari di scambio guidati dai gruppi criminali, che controllavano le miniere e gestivano un sistema di tangenti ai comandanti militari.

Secondo il Forum penale, 13 uomini di etnia pemón sono stati trasferiti in detenzione cautelare a una distanza di oltre 1.200 chilometri dalla loro comunità, senza che fossero adottate adeguate misure per proteggerne l’identità culturale o assicurare loro un equo processo.

Ad aprile, la comunità nativa wayuu, dello stato di Zulia, ha tenuto una protesta chiedendo condizioni minime fondamentali per la vita della comunità, come l’accesso ad acqua pulita, un’annosa vertenza diventata ancora più urgente per la necessità di contrastare il Covid-19. Le autorità militari hanno risposto intervenendo con l’uso eccessivo della forza, ferendo una donna wayuu.

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