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Regno dell’Arabia Saudita

Capo di stato e di governo: Salman bin Abdulaziz Al Saud

Si è intensificata la repressione dei diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione. Tra coloro che sono stati vessati, detenuti arbitrariamente, perseguiti e/o incarcerati figuravano oppositori del governo, attiviste per i diritti delle donne, difensori dei diritti umani, parenti di attivisti, giornalisti, membri della minoranza sciita e chi criticava online le risposte del governo alla pandemia da Covid-19. A fine anno, praticamente tutti i difensori dei diritti umani dell’Arabia Saudita conosciuti all’interno del paese erano stati arrestati o incarcerati.

Hanno continuato a tenersi processi gravemente iniqui dinanzi alla corte penale specializzata (Specialize Criminal Court – Scc) e ad altre corti. I tribunali hanno fatto ampio ricorso alla pena di morte e le persone sono state messe a morte per un’ampia gamma di reati.

I lavoratori migranti sono stati ancora più esposti agli abusi e allo sfruttamento a causa della pandemia e migliaia sono stati arbitrariamente detenuti in condizioni terribili, che hanno causato un numero imprecisato di morti.

 

Contesto

Nella crisi politica in corso nel Golfo dal 2017, il paese ha mantenuto le sanzioni economiche e politiche contro il Qatar, insieme a Bahrein, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita nel lungo conflitto armato nello Yemen ha continuato a essere implicata in crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale (cfr. Yemen).

A marzo, l’agenzia di stampa saudita ha annunciato che l’autorità di controllo e anticorruzione (la Nazaha) aveva arrestato 298 funzionari del settore pubblico e li stava indagando per corruzione.

A maggio, in risposta al crollo dei prezzi del petrolio e all’impatto economico del Covid-19, le autorità hanno introdotto misure di austerità, triplicando l’imposta sul valore aggiunto al 15 per cento e ponendo fine all’assegno di sussistenza per i dipendenti statali.

A novembre si è tenuto virtualmente il vertice del G20, presieduto dall’Arabia Saudita. Più di 220 organizzazioni della società civile hanno deciso di non partecipare al processo parallelo di coinvolgimento della società civile, in segno di protesta contro la situazione dei diritti umani in Arabia Saudita.

 

Libertà d’espressione, associazione e riunione

Le autorità hanno intensificato la repressione dei diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica, anche attraverso un giro di vite sull’espressione online e indebite restrizioni alla libertà d’espressione legate alle risposte del governo alla pandemia da Covid-19. Hanno molestato, arrestato arbitrariamente e perseguito oppositori del governo, difensori dei diritti umani, familiari di attivisti e molti altri.

A marzo, l’ufficio del pubblico ministero ha annunciato che i post sui social media che mettevano in dubbio o istigavano contro il coprifuoco imposto per il Covid-19 sarebbero stati puniti ai sensi dell’art. 6 della legge contro i reati informatici, che prevede pene fino a cinque anni di reclusione e una multa massima di quasi tre milioni di riyal (circa 800.000 dollari Usa).

I tribunali hanno spesso invocato la legge contro i reati informatici per condannare coloro che criticavano il governo e difensori dei diritti umani, per aver esercitato pacificamente i loro diritti alla libertà d’espressione, usando come prove tweet o altre espressioni pacifiche online.

Le autorità hanno continuato a vietare la formazione di partiti politici, sindacati e gruppi indipendenti per i diritti umani, nonché a perseguire e incarcerare coloro che hanno costituito o partecipato a organizzazioni per i diritti umani non autorizzate. Tutti i raduni, comprese le manifestazioni pacifiche, sono rimasti vietati in base a un’ordinanza emessa dal ministero dell’Interno nel 2011.

Tra coloro che sono stati arrestati o detenuti arbitrariamente figuravano componenti della famiglia al potere, ex funzionari governativi e loro parenti. Un anno dopo il suo arresto, un account Twitter ufficiale ha confermato ad aprile la detenzione senza accusa di Basma bint Saud Al Saud, una delle figlie dell’ex re Saud bin Abdulaziz Al Saud, scrittrice e attivista per i diritti umani. La sua famiglia ha espresso preoccupazione per la sua salute, in quanto soffre di patologie preesistenti che richiedono cure mediche.

 

Difensori dei diritti umani

Le autorità hanno arbitrariamente arrestato, perseguito e incarcerato difensori dei diritti umani e familiari di attiviste per i diritti delle donne per le loro attività pacifiche per i diritti umani, anche ai sensi della legge antiterrorismo e della legge contro i reati informatici. A fine anno, praticamente tutti i difensori dei diritti umani dell’Arabia Saudita erano in detenzione senza accusa o erano sotto processo o stavano scontando pene detentive.

Tra coloro che sono stati detenuti arbitrariamente per periodi prolungati senza comparire davanti a un giudice o essere incriminati c’era Mohammed al-Bajadi, membro fondatore dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici (Acpra), detenuto da maggio 2018.

Ad aprile, Abdullah al-Hamid, prigioniero di coscienza e membro fondatore dell’Acpra, è morto in detenzione a seguito di negligenza medica. Aveva scritto molto sui diritti umani e l’indipendenza della magistratura. A fine aprile, le autorità hanno arrestato scrittori e altri per aver espresso solidarietà per la sua morte, tra cui Abdulaziz al-Dakhil, economista, scrittore ed ex viceministro delle finanze.

A oltre due anni dall’ondata di arresti che aveva preso di mira le attiviste per i diritti umani delle donne e i loro sostenitori, le autorità hanno continuato a detenere Loujain al-Hathloul e Nassima al-Sada in incommunicado, per periodi compresi tra due e quattro mesi. A dicembre, Loujain al-Hathloul è stata condannata a cinque anni e otto mesi di reclusione dopo che, a novembre, il suo caso era stato trasferito alla Scc. Il tribunale ha stabilito una sospensione della pena di due anni e 10 mesi dal periodo totale di reclusione. Diverse altre attiviste hanno continuato a essere detenute e sottoposte a processo dinanzi alla corte penale di Riyadh per le loro attività o per l’espressione delle loro opinioni in materia di diritti umani.

 

Processi iniqui

Sono proseguiti i processi gravemente iniqui dinanzi alla Scc, un tribunale antiterrorismo noto per le violazioni dell’equità processuale, anche con processi di massa. Tra coloro che sono rimasti sotto processo o sono stati condannati dopo questi procedimenti figuravano una difensora dei diritti umani, religiosi e attivisti accusati di reati, compresi reati capitali, collegati all’espressione pacifica delle loro opinioni.

A marzo è iniziato un processo di massa dinanzi alla Scc contro 68 cittadini palestinesi, giordani e sauditi sulla base di accuse inventate, ai sensi della legge antiterrorismo. Due di loro, Mohammed al-Khudari e suo figlio Hani al-Khudari, sono stati accusati di “essersi uniti a un’entità terroristica”, intendendo l’autorità de facto di Hamas a Gaza. Entrambi sono stati vittime di sparizione forzata durante il primo mese di detenzione e sono stati detenuti in incommunicado e in isolamento per due mesi. Dal momento dell’arresto, non hanno avuto accesso alla rappresentanza legale.

A giugno, 14 persone detenute dall’aprile 2019 per il loro sostegno pacifico al movimento per i diritti delle donne e alle difensore dei diritti umani sono state incriminate secondo la legge contro i reati informatici, la legge antiterrorismo o entrambe. Tra loro c’era Salah al-Haidar, figlio di Aziza al-Yousef, una difensora dei diritti umani che era ancora sotto processo per la sua attività per i diritti delle donne.

A settembre, otto persone hanno ricevuto condanne definitive per l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, avvenuto in Turchia nel 2018. Il tribunale penale di Riyadh ha commutato cinque iniziali condanne a morte e ha inflitto a tutti gli otto imputati pene detentive dai sette ai 20 anni. Le autorità hanno permesso solo la presenza dei diplomatici ma non dei mezzi d’informazione o di osservatori indipendenti. Inoltre, non sono state rivelate né l’identità delle persone sotto processo, né le accuse a loro carico.

Sempre a settembre, la Scc ha condannato lo scrittore e accademico Abdullah al-Maliki a sette anni di carcere per i suoi tweet e altri post online, in cui parlava di libertà d’espressione e rappresentanza politica e difendeva i membri dell’Acpra. È stato anche ritenuto colpevole di ospitare un forum intellettuale per discutere di libri e filosofia, con l’accusa di “incitamento dell’opinione pubblica contro i governanti del paese”.

 

Pena di morte

I tribunali hanno continuato a imporre condanne a morte e hanno effettuato decine di esecuzioni per un’ampia gamma di reati.

Ad aprile, un ordine reale ha annunciato la fine dell’uso della pena di morte contro persone di età inferiore ai 18 anni al momento del crimine, per reati che prevedono punizioni discrezionali ai sensi della sharia (legge islamica). L’ordinanza era in linea con la legge sui minori del 2018, che impedisce ai giudici d’imporre condanne a morte discrezionali ai minori di 15 anni. Questa legge non impedisce però ai giudici di emettere condanne a morte per quella fascia di età in caso di reati di hadd (quelli con pene fisse e severe secondo la sharia) o di reati punibili con la qisas (ritorsione).

Ad agosto, in uno sviluppo atteso da tempo, la commissione saudita per i diritti umani ha annunciato che il pubblico ministero aveva ordinato una revisione delle condanne a morte contro Ali al-Nimr, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoun, a rischio imminente di esecuzione. I tre giovani erano stati arrestati nel 2012, quando erano minori, e accusati di reati relativi alla partecipazione a proteste antigovernative nella Provincia Orientale. A dicembre, il pubblico ministero ha anche riesaminato la richiesta di esecuzione di Mohammad al-Faraj, membro della minoranza sciita del paese, che era stato arrestato all’età di 15 anni per “partecipazione a proteste [antigovernative]” nella Provincia Orientale, e ha chiesto una pena detentiva.

Le autorità non hanno rispettato gli standard internazionali del giusto processo nelle cause che prevedevano la pena capitale, spesso tenendo procedimenti sommari in segreto e senza consentire agli imputati l’accesso alla rappresentanza o all’assistenza legale. I cittadini stranieri spesso non hanno avuto accesso a servizi di traduzione durante le varie fasi della detenzione e del processo.

 

Punizioni corporali

Ad aprile, il ministro della Giustizia ha emesso una circolare a tutti i tribunali affinché attuassero la decisione della Corte suprema di porre fine alle punizioni discrezionali di fustigazione e sostituirle con pene detentive e/o multe. La fustigazione è continuata nei casi in cui la punizione è obbligatoria ai sensi della sharia.

Non è noto se la punizione discrezionale della fustigazione inflitta al blogger Raif Badawi sia stata ritirata. Nel 2014 era stato condannato a 1.000 frustate, 10 anni di carcere seguiti da un divieto di viaggio di 10 anni e una pesante multa per “aver insultato l’islam” e creato un forum online per creare dibattito. Nel gennaio 2015 aveva ricevuto le prime 50 frustate. Ulteriori fustigazioni erano state posticipate, inizialmente per motivi medici e da allora per ragioni ignote.

 

Diritti di donne e ragazze

A luglio, i membri del consiglio della shura, un organismo che consiglia la monarchia, hanno proposto un emendamento nello statuto esecutivo alla legge sulla nazionalità saudita per concedere la residenza permanente, senza alcun costo o lunghe procedure, ai figli delle donne saudite sposate con cittadini stranieri. Le modifiche sono state presentate come una soluzione provvisoria alle carenze della legge sulla nazionalità, che vieta alle donne saudite sposate con cittadini stranieri di trasmettere la cittadinanza ai figli.

Con uno sviluppo positivo, sempre a luglio, un tribunale ha stabilito che per “una donna adulta e razionale vivere in modo indipendente non è un crimine” nel caso di Maryam al-Otaibi, sotto processo in una causa intentata da suo padre, che è anche il suo tutore legale, per aver lasciato la casa di famiglia. Maryam al-Otaibi aveva partecipato attivamente alla campagna per porre fine al sistema di tutoraggio. Non è chiaro se ciò abbia significato l’intenzione delle autorità di porre fine alla criminalizzazione delle donne che se ne vanno da casa senza il permesso del tutore, che consente ai custodi maschi di avviare cause in “assenza” contro di loro.

Donne e ragazze hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi in relazione al matrimonio, al divorzio e all’eredità e sono rimaste inadeguatamente protette dalla violenza sessuale e da altre forme di violenza. Coloro che avevano subìto abusi domestici hanno continuato a necessitare del permesso di un tutore maschio per lasciare i rifugi.

 

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

L’“omosessualità” è rimasta vietata in Arabia Saudita, punibile con la fustigazione e la reclusione.

A luglio, il difensore dei diritti Lgbti yemenita Mohamed al-Bokari è stato condannato a 10 mesi di carcere seguiti dall’espulsione in Yemen, per accuse relative a violazione della moralità pubblica, promozione dell’omosessualità online e imitazione delle donne. Era stato arrestato dopo essere apparso in un video in cui difendeva le libertà personali delle persone Lgbti.

 

Diritti dei migranti

A marzo, all’inizio della pandemia da Covid-19, le autorità hanno esteso gratuitamente i permessi di soggiorno ai lavoratori stranieri e la commissione saudita per i diritti umani ha annunciato il rilascio di 250 stranieri detenuti per reati non violenti relativi a immigrazione e soggiorno.

Tuttavia, i circa 10 milioni di lavoratori migranti in Arabia Saudita hanno continuato a essere gestiti con il sistema kafala (sponsorizzazione), che conferisce ai datori di lavoro poteri sproporzionati e impedisce ai migranti di lasciare il paese o di cambiare impiego senza il permesso dei datori di lavoro, aumentando la vulnerabilità agli abusi e allo sfruttamento. Durante la pandemia da Covid-19, questa situazione, insieme a condizioni di vita durissime, scarsa protezione legale e accesso limitato ad assistenza e cure mediche preventive, ha messo i lavoratori migranti in una posizione ancora più vulnerabile e ad alto rischio di Covid-19.

Da marzo in poi, migliaia di migranti etiopi, comprese donne incinte e bambini, sono stati detenuti arbitrariamente in condizioni molto dure, in almeno cinque centri di detenzione in tutto il paese. I detenuti hanno affermato di non avere cibo, acqua, assistenza sanitaria, servizi igienici e vestiti adeguati. Le celle erano gravemente sovraffollate e i detenuti non potevano uscire. Le esigenze specifiche delle donne in gravidanza e in allattamento non sono state affrontate. Neonati, bambini e adolescenti sono stati detenuti nelle stesse terribili condizioni degli adulti.

Sebbene fosse difficile stabilire la portata dei decessi in detenzione e corroborare tutte queste accuse, i detenuti intervistati hanno affermato di aver visto sette cadaveri di loro compagni. Tre donne hanno dichiarato di aver avuto contatti con una detenuta il cui bambino era morto in detenzione. Otto detenuti hanno affermato di aver subìto e assistito a percosse da parte delle guardie e due hanno riferito che le guardie avevano somministrato scosse elettriche come punizione.

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