Libia: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2020

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Libia

Capo di stato e di governo: Fayez al-Sarraj (controverso)

Le milizie, i gruppi armati e gli stati terzi schierati a supporto delle parti belligeranti hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi crimini di guerra nell’impunità. I combattimenti in corso dentro e intorno a Tripoli e in altre città della Libia occidentale tra le forze fedeli al governo di accordo nazionale (Government of National Accord – Gna) e le forze armate arabe libiche (Libyan Arab Armed Forces – Laaf) hanno provocato l’uccisione e il ferimento di civili, sfollamenti di massa e danni a infrastrutture civili, compresi ospedali. In violazione dell’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite, Turchia, Russia ed Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae), tra gli altri, hanno continuato a fornire ai loro alleati armi ed equipaggiamento militare, comprese mine antipersona vietate a livello internazionale. Migliaia di persone sono state arbitrariamente detenute senza processo o la possibilità di contestare la legalità della loro detenzione. Le milizie e i gruppi armati hanno messo in atto rapimenti sulla base della reale o percepita affiliazione politica, religiosa o tribale e della nazionalità, prendendo di mira manifestanti, giornalisti, medici, dipendenti pubblici e attivisti della società civile; hanno catturato ostaggi a scopo di riscatto, sottoponendoli a tortura o altro maltrattamento in centri di reclusione e luoghi di detenzione non ufficiali. Donne, ragazze e persone Lgbti hanno continuato a subire discriminazione e violenza. I membri delle minoranze etniche hanno faticato a ottenere l’accesso a un’adeguata assistenza medica e ad altri servizi essenziali. Funzionari, membri dei gruppi armati e delle milizie e bande criminali hanno sistematicamente sottoposto rifugiati, richiedenti asilo e migranti detenuti a tortura e altro maltrattamento, uccisioni illegali, violenza sessuale e lavoro forzato. I tribunali militari hanno emesso condanne a morte; non ci sono state notizie di esecuzioni.

 

CONTESTO

La Libia è rimasta divisa in due entità che continuavano a contendersi la legittimità del potere e il controllo sul territorio: da una parte il Gna, sostenuto dalle Nazioni Unite, con base a Tripoli e guidato dal primo ministro Fayez al-Sarraj; e dall’altra il governo ad interim nell’est della Libia, supportato dalle Laaf, indicate anche come esercito nazionale libico (Libyan National Army – Lna), sotto la guida del generale Khalifa Haftar e della camera dei rappresentanti, presieduta da Aguila Saleh.

A giugno, il Gna, sostenuto apertamente dalla Turchia, ha riconquistato il pieno controllo della capitale e di altre città nell’ovest della Libia, spingendo le truppe Laaf, appoggiate dagli Uae, a est, verso Sirte e di fatto ribaltando l’offensiva militare lanciata dalle Laaf nell’ovest della Libia ad aprile 2019. A ottobre, le parti in conflitto hanno siglato un accordo di cessate il fuoco permanente.

In risposta alla pandemia da Covid-19, i governi nazionali e le varie autorità locali de facto presenti sul territorio libico hanno chiuso le frontiere e introdotto altre restrizioni di movimento, che sono rimaste in vigore da marzo e settembre. Il sistema sanitario, indebolito da anni di conflitto e insicurezza, è stato messo a dura prova. La Libia ha registrato il secondo più alto tasso di contagi e decessi per Covid-19 dell’Africa continentale.

A ottobre, la produzione e le esportazioni di petrolio sono riprese dopo che la Compagnia petrolifera nazionale aveva ritirato lo stato di “forza maggiore” proclamato a gennaio, dopo il blocco imposto dalle Laaf tra gennaio e settembre. L’interruzione aveva determinato un aggravamento della carenza di carburante e dei tagli all’elettricità in tutta la Libia.

Nei distretti di Ghat, Misurata e al-Zawiya si sono tenute le elezioni municipali. Ad agosto, gruppi armati collegati alle Laaf hanno chiuso con la forza i seggi elettorali durante le elezioni municipali nella città di Traghen.

Il gruppo armato autoproclamatosi Stato islamico (Islamic State – Is) ha rivendicato un limitato numero di attacchi compiuti contro le forze di sicurezza nel sud della Libia.

 

VIOLAZIONI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO E DELL’EMBARGO DELLE NAZIONI UNITE SULLE ARMI

Le milizie e i gruppi armati hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, in alcuni casi equiparabili a crimini di guerra. Secondo la Missione di sostegno in Libia delle Nazioni Unite (UN Support Mission in Libya – Unsmil), nel periodo tra gennaio e giugno sono stati uccisi almeno 170 civili e altri 319 sono rimasti feriti. La maggior parte di queste uccisioni e ferimenti è stata causata da attacchi indiscriminati lanciati con armi esplosive imprecise in aree densamente popolate da civili, dall’esplosione di residuati bellici e raid aerei. I combattimenti hanno anche provocato danni alle abitazioni, agli ospedali e ad altre infrastrutture civili. Oltre 316.000 persone sono rimaste sfollate internamente al paese a causa del conflitto e della situazione d’insicurezza.

I gruppi armati e le milizie hanno continuato ad attaccare strutture mediche e a rapire operatori sanitari. Ad aprile e maggio, le forze affiliate alle Laaf hanno bombardato l’ospedale generale di al-Khadra di Tripoli, designato dal ministero della Salute per il trattamento dei pazienti affetti da Covid-19, ferendo almeno 14 civili e causando danni materiali.

Le milizie affiliate al Gna hanno compiuto atti di rappresaglia contro civili che ritenevano associati ai loro rivali. Tra aprile e giugno, hanno saccheggiato abitazioni private, ospedali ed edifici pubblici e dato alle fiamme proprietà nelle zone riconquistate dalle Laaf e dai gruppi armati alleati, anche nelle città di Surman, Sabratha, al-Asabah e Tarhuna, oltre che nei quartieri di Tripoli.

A maggio, attori non statali affiliati alle Laaf, hanno disseminato in modo massiccio mine terrestri antipersona vietate, fornite dalla Russia, e altre trappole esplosive nelle case e in altre proprietà civili nelle aree da cui si ritiravano, intorno e dentro Tripoli, causando morti tra i civili.

A partire da giugno, le forze affiliate al Gna hanno scoperto diverse fosse comuni nell’area di Tarhuna, alcune delle quali contenevano corpi di donne, bambini e uomini che si sospettava fossero stati uccisi dalla brigata al-Kaniat, affiliata alle Laaf. Il Gna ha annunciato l’intenzione d’indagare su queste morti ma i funzionari hanno sostenuto di non essere in grado di svolgere il loro lavoro per mancanza di risorse adeguate.

Diversi paesi hanno violato l’embargo totale sulle armi stabilito dalle Nazioni Unite dal 2011. La Turchia ha fornito armi ed equipaggiamento al Gna, ha stabilito una propria presenza militare ed è intervenuta direttamente lanciando raid aerei, come a giugno, quando almeno 17 civili sono stati uccisi e altri 12 sono rimasti feriti a Qasr Bin Ghashir, città situata alla periferia sudoccidentale di Tripoli. Gli Uae hanno messo a disposizione delle Laaf droni Wing Loong di fabbricazione cinese, manovrandoli per loro conto in almeno un episodio occorso a gennaio, in cui sono morte persone non direttamente coinvolte nelle ostilità. Le Laaf hanno utilizzato mezzi corazzati di fabbricazione egiziana.

Gli Uae hanno utilizzato basi aeree militari in Egitto per lanciare attacchi aerei e spedire armi dirette alle Laaf. Il Gna e le Laaf hanno impiegato cittadini di paesi terzi nelle loro operazioni militari. La Turchia ha reclutato e trasportato siriani, anche minori, per farli combattere a fianco del Gna. Combattenti stranieri, impiegati dalla compagnia militare privata russa Wagner, hanno combattuto a fianco delle truppe Laaf.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Le milizie e i gruppi armati hanno continuato a prendere di mira giornalisti e utenti dei social network con arresti arbitrari, detenzioni e minacce, semplicemente per avere espresso opinioni critiche o svolto il loro lavoro.

Le milizie a Tripoli e Misurata hanno fermato veicoli ai posti di blocco, costringendo gli occupanti a sbloccare i loro telefoni e arrestandoli se ritenevano di aver trovato nei cellulari contenuti critici.

A luglio, un tribunale militare nell’est della Libia ha giudicato il giornalista Ismail Bouzreeba Al-Zway colpevole di “terrorismo” e lo ha condannato a 15 anni di carcere, solo a causa del suo lavoro e delle sue opinioni critiche verso le Laaf.

Ad agosto, la brigata al-Nawasi, una milizia teoricamente agli ordini del ministero dell’Interno del Gna, ha rapito il radio giornalista Samy al-Sherif, detenendolo in una località sconosciuta per 11 giorni, a causa di un servizio giornalistico sulle proteste di Tripoli.

 

LIBERTÀ DI RIUNIONE E ASSOCIAZIONE

Ad agosto e settembre, la gente è scesa nelle strade sia nelle aree sotto il controllo del Gna sia in quelle controllate dalle Laaf, nelle rare proteste che si sono svolte nel paese contro il peggioramento delle condizioni di vita, il nepotismo e la regolare impunità delle milizie. Le milizie e i gruppi armati hanno risposto con l’uso eccessivo della forza e arresti arbitrari.

Ad agosto, la brigata al-Nawasi ha aperto il fuoco con proiettili veri, non esitando a utilizzare anche mitragliatrici pesanti, per disperdere le manifestazioni in corso a Tripoli, ferendo almeno tre dimostranti e sottoponendone a sparizione forzata altri 13, fino a 12 giorni, per poi rilasciarli senza accusa. Il Gna ha schierato miliziani a Tripoli e imposto un coprifuoco al fine di scoraggiare ulteriori proteste.

A settembre, gruppi armati affiliati alle Laaf hanno utilizzato proiettili veri per disperdere le proteste nelle città orientali di Bengasi e al-Marj, uccidendo almeno un uomo e ferendone almeno altri tre ad al-Marj. Almeno 11 persone sono state arrestate in relazione alle proteste.

A ottobre, componenti dello staff di organizzazioni della società civile nelle aree controllate dal Gna hanno riferito che la commissione sulla società civile aveva chiesto loro di sottoscrivere l’impegno a non comunicare con attori internazionali, senza prima ottenere un’autorizzazione. Attivisti della società civile, sia nelle aree sotto il Gna sia in quelle controllate dalle Laaf, hanno riferito di essere stati sottoposti a minacce, sorveglianza e intimidazioni da parte delle milizie o dei gruppi armati.

 

DETENZIONE ARBITRARIA E PRIVAZIONE DELLA LIBERTÀ

Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno continuato a detenere arbitrariamente senza accusa né processo migliaia di persone, alcune anche per 10 anni. Il Gna ha annunciato il rilascio di circa 1.900 prigionieri per far fronte ai rischi sanitari derivanti dai focolai di Covid-19 nelle strutture adibite alla custodia.

A giugno, nella città di Ajdabiya, controllata dalle Laaf, almeno 11 uomini appartenenti alla comunità tribale magharba sono stati rapiti e detenuti a causa della loro percepita affiliazione familiare con Ibrahim Jadran, ex leader del gruppo armato dei Guardiani degli impianti petroliferi, in rotta con le Laaf.

Nell’ovest della Libia, le milizie affiliate al Gna, comprese le forze di deterrenza speciale (Radaa), la brigata Bab Tajoura, al-Nawassi, la brigata Abu Selim e la prima divisione-forza di supporto al-Zawiya hanno continuato a detenere illegalmente decine di persone.

Per tutto l’anno, le famiglie di coloro che erano arbitrariamente detenuti da anni senza supervisione giudiziaria nel carcere di Mitiga di Tripoli, controllato dalle Radaa e teoricamente amministrato dal Gna, hanno organizzato diverse proteste chiedendo il rilascio dei loro congiunti.

 

TORTURA E ALTRO MALTRATTAMENTO

Le milizie a i gruppi armati hanno sistematicamente torturato e altrimenti maltrattato i detenuti nei centri di detenzione ufficiali e nei luoghi di reclusione non ufficiali nella totale impunità, sottoponendoli a percosse, scosse elettriche, esecuzioni simulate, sospensione in posizioni scomode e violenza sessuale. Alcuni video, comprese sequenze filmate in presa diretta, diffusi sui social network dagli attivisti a gennaio, maggio e settembre, mostravano membri di una milizia alleata con il Gna e di gruppi armati affiliati alle Laaf mentre compiono atti di tortura e violenza sessuale.

A luglio, il trentenne Tarek Abdelhafiz è stato torturato a morte mentre era in custodia della 128ᵃ brigata, un gruppo armato affiliato alle Laaf, che lo aveva catturato 14 giorni prima nella città di Hon.

Ad agosto, membri della milizia al-Nawasi e di gruppi armati affiliati alle Laaf hanno percosso diverse persone arrestate in relazione alle proteste, rispettivamente a Tripoli e al-Marj.

 

VIOLENZA CONTRO DONNE E RAGAZZE

Donne e ragazze sono state vittime di violenza sessuale e di genere da parte di attori statali e non statali, in un contesto in cui le autorità libiche non provvedevano a proteggerle o a fornire loro forme di compensazione. Donne e ragazze hanno incontrato ostacoli nell’ottenere giustizia nei casi di stupro e altra violenza sessuale, rischiando anche di essere perseguite penalmente per relazioni sessuali al di fuori del matrimonio, considerato in Libia un reato, e di essere vittime della vendetta dei presunti perpetratori di abusi. Attiviste e politiche hanno subìto abusi per motivi di genere e minacce online.

Ad aprile, membri del gruppo armato al-Kaniat hanno rapito almeno quattro donne, probabilmente come forma di rappresaglia per l’affiliazione della loro famiglia con il Gna.

A novembre, uomini armati non identificati hanno ucciso l’avvocata Hanan al-Barassi, sparandole in pieno giorno a Bengasi; il giorno prima della sua morte, aveva annunciato sui social media che avrebbe pubblicato un video che denunciava la corruzione di Saddam Haftar, figlio del leader delle Laaf. A causa delle sue denunce riguardo alla corruzione di diversi individui affiliati ai gruppi armati dell’est della Libia, Hanan al-Barassi e sua figlia avevano ricevuto varie minacce di morte.

Le donne hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi, anche in relazione a questioni come matrimonio, divorzio ed eredità. A ottobre, il Consiglio giudiziario supremo libico ha assegnato a cinque donne giudici l’incarico di presiedere due tribunali speciali appena costituiti a Tripoli e Bengasi, competenti per casi di violenza contro donne e minori. A fine anno i tribunali non erano ancora operativi.

 

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Gli artt. 407 e 408 del codice penale consideravano un reato i rapporti sessuali tra adulti consenzienti. Le Radaa hanno continuato ad arrestare uomini a causa del loro percepito orientamento sessuale o dell’identità di genere e a sottoporli a tortura o altro maltrattamento.

 

DISCRIMINAZIONE

Minoranze etniche

Alcuni membri della comunità tribale tabu, nel sud della Libia, hanno incontrato ostacoli nell’accesso a un adeguato standard d’assistenza medica, in quanto le principali strutture sanitarie erano situate in aree controllate dai gruppi armati rivali. Anche alcuni tabu e tuareg del sud della Libia sono stati privati dell’accesso ad alcuni servizi essenziali, come istruzione e assistenza sanitaria, in quanto privi dei documenti d’identità.

 

IMPUNITÀ

Le autorità e i membri delle milizie e dei gruppi armati responsabili di crimini di diritto internazionale e altre gravi violazioni dei diritti umani hanno goduto di una pressoché totale impunità. Giudici e procuratori sono finiti nel mirino di attacchi delle milizie e dei gruppi armati.

Le autorità libiche di entrambe le fazioni impegnate nel conflitto hanno continuato a ignorare i mandati di cattura spiccati dall’Icc contro Saif al-Islam Gaddafi, al-Tuhamy Mohamed Khaled e Mahmoud al-Werfalli. Mahmoud al-Werfalli, ricercato dall’Icc per l’omicidio di 33 persone a Bengasi e nelle aree circostanti, ha mantenuto il ruolo di comandante della divisione Saiqa delle Laaf.

Ad aprile, Ahmad al-Dabbashi, conosciuto anche come al-Amu (lo zio), è stato visto combattere a fianco alle truppe del Gna a Sabratha, nonostante su di lui pendesse un mandato di cattura spiccato dalla magistratura libica e fosse menzionato nell’elenco delle sanzioni stabilite a giugno 2018 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il suo ruolo nel traffico di esseri umani in Libia.

In un raro intervento, il 14 ottobre, il ministero dell’Interno del Gna ha annunciato l’arresto di Abdelrahman Milad, conosciuto anche come Bidja, per il suo coinvolgimento nel traffico di esseri umani.

A giugno, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha istituito una missione di ricerca con l’incarico d’indagare sulle violazioni delle norme internazionali sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario e sugli abusi compiuti da tutte le parti impegnate nel conflitto in Libia, a partire dal 2016.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO E MIGRANTI

Rifugiati e migranti sono stati sottoposti a diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani e agli abusi compiuti dalle autorità, dai membri delle milizie e dei gruppi armati, oltre che delle bande criminali.

La guardia costiera libica (Libyan Coast Guard – Lcg) ha intercettato in mare 11.891 rifugiati e migranti, riportandoli indietro sulle spiagge libiche, dove sono stati sottoposti a sparizione forzata, detenzione arbitraria e indefinita, tortura, lavoro forzato ed estorsione. Migliaia di coloro che erano stati riportati a terra sono stati detenuti a tempo indefinito nei centri amministrati dalla direzione per la lotta alla migrazione illegale (Directorate for Combating Illegal Migration – Dcim), gestita dal ministero dell’Interno del Gna, senza possibilità di contestare la legalità della loro detenzione. Altre migliaia sono stati sottoposti a sparizione forzata, dopo essere stati trasferiti in luoghi di detenzione non ufficiali, compresa la “Fabbrica del tabacco” di Tripoli, sotto il comando di una milizia affiliata al Gna, guidata da Emad al-Tarabulsi, a Tripoli. Di loro non si è saputo più nulla.

L’Italia e altri stati membri dell’Ue hanno continuato a supportare la Lcg, anche attraverso la donazione di motovedette d’altura e la formazione agli equipaggi (cfr. Italia).

Le autorità del Dcim, i membri delle milizie e dei gruppi armati e i trafficanti hanno sistematicamente sottoposto rifugiati e migranti detenuti a condizioni di detenzione disumane, sovraffollamento, tortura e altro maltrattamento e lavoro forzato. Alcuni sono stati torturati o stuprati fino a quando le famiglie non hanno pagato un riscatto. Donne e ragazze erano particolarmente a rischio di stupro e altra violenza sessuale.

Le Laaf e i gruppi armati affiliati hanno espulso oltre 6.000 rifugiati e migranti dall’est della Libia verso i paesi vicini, senza rispettare le procedure dovute o senza possibilità di contestare gli ordini di espulsione o di cercare di ottenere protezione internazionale. Molti sono stati abbandonati ai confini terrestri senza cibo o acqua.

Le restrizioni adottate nel contesto del Covid-19 hanno spinto le agenzie delle Nazioni Unite a sospendere temporaneamente i programmi di rimpatrio e reinsediamento. Durante l’anno, sono stati evacuati soltanto 811 rifugiati, mentre altri 2.739 sono ritornati nei rispettivi paesi d’origine.

A maggio e giugno, mentre divampavano le ostilità a Tripoli e Tarhuna, le milizie e i gruppi armati hanno costretto rifugiati e migranti a partecipare alle operazioni militari, impiegandoli per trasportare armi e altra attrezzatura verso le zone di combattimento e mettendone a repentaglio la vita e l’incolumità.

A maggio, trafficanti attivi nella città di Mazda, situata 180 chilometri a sud di Tripoli, hanno aperto il fuoco contro un gruppo di circa 200 rifugiati e migranti, uccidendone 30 e ferendone altri. A luglio, le forze di sicurezza nella città di al-Khums hanno sparato contro un gruppo di rifugiati e migranti disarmati che tentavano di sfuggire all’arresto, causando tre morti e due feriti.

 

PENA DI MORTE

L’ordinamento libico ha mantenuto la pena di morte per un’ampia gamma di reati non limitati all’omicidio intenzionale. A maggio, due tribunali militari delle città di Bengasi e al-Bayda, controllate dalle Laaf, hanno emesso condanne a morte contro civili al termine di processi gravemente iniqui. Agli imputati era stato negato l’accesso alle prove a loro carico e il diritto a una difesa adeguata.

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