Rapporto 2021 – 2022

Asia e pacifico

Photo by WAKIL KOHSAR/AFP via Getty Images

PANORAMICA REGIONALE SULL’ASIA E PACIFICO

Nel corso dell’anno, diversi paesi della regione Asia-Pacifico sono piombati in una vera e propria crisi dei diritti umani. In Myanmar, la diffusa opposizione al colpo di stato militare di febbraio ha visto una feroce risposta da parte dei militari, in cui centinaia di persone sono state uccise e migliaia di altre sono state detenute arbitrariamente. Ad agosto, la presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan è stata accompagnata da crimini di guerra e dalla brusca riduzione dei diritti e delle libertà fondamentali duramente conquistati da donne e ragazze. In Cina sono proseguiti i crimini contro l’umanità nei confronti dei musulmani dello Xinjiang e la situazione dei diritti umani si è deteriorata, in particolare a Hong Kong. L’annoso fallimento nell’accettare il rispetto dei diritti umani e nel chiamare a rispondere i responsabili delle violazioni ha contribuito direttamente all’espansione di queste situazioni catastrofiche per i diritti umani.

Molti governi hanno continuato a usare la pandemia da Covid-19 come pretesto per reprimere i diritti. In diversi paesi sono state emanate nuove norme per punire la diffusione di informazioni “false” o “inventate” sul Covid-19 e le leggi esistenti sono state utilizzate per mettere a tacere persone critiche e per impedire e disperdere le proteste.

A questo si è accompagnata una crescente intolleranza verso ogni forma di dissenso. In molti paesi sono stati rafforzati i controlli sugli organi d’informazione e su Internet. Gli oppositori politici e chi criticava apertamente le politiche o le azioni dei governi sono stati sottoposti a restrizioni e punizioni sempre più dure. Contro i manifestanti pacifici si è spesso fatto uso eccessivo della forza e i governi di tutta la regione, non soltanto hanno fallito nel proteggere i diritti dei difensori dei diritti umani, ma hanno impedito attivamente che svolgessero le loro importanti attività.

Molti governi si sono trovati impreparati a rispondere alle nuove impennate dei contagi da Covid-19. La loro incapacità di finanziare in modo appropriato il settore sanitario, di combattere la corruzione e di proteggere i diritti del lavoro degli operatori sanitari ha reso impossibile a migliaia di persone un accesso adeguato all’assistenza sanitaria e ha provocato decessi che si potevano evitare.

Oltre all’Afghanistan, la situazione di donne e ragazze è peggiorata in molti paesi nel contesto della pandemia e delle relative restrizioni. In assenza di un adeguato sostegno sociale, le donne che lavoravano nel settore informale sono state tra le persone precipitate sempre più verso la povertà. In tutta la regione, donne e ragazze hanno continuato a subire frequentissimi episodi di violenza sessuale e di genere, senza che quasi nessuno fosse chiamato a risponderne. In diversi paesi sono state condotte campagne contro le persone Lgbti. In tutta la regione, le popolazioni native hanno subìto sempre più gli effetti del degrado ambientale.

Decine di migliaia di persone in Afghanistan e Myanmar sono state sfollate con la forza o hanno cercato rifugio oltre i confini. Tuttavia, molte sono state rimpatriate illegalmente dai paesi vicini e rimandate a situazioni in cui correvano seri rischi di violazioni dei diritti umani. Altrove, i governi hanno rifiutato l’ingresso ai richiedenti asilo e hanno detenuto e maltrattato rifugiati e migranti.

 

REPRESSIONE DEL DISSENSO

Nella regione Asia-Pacifico, lo spazio per il dissenso è stato limitato. Il nuovo governo militare in Myanmar ha cercato di mettere a tacere chi si opponeva al suo colpo di stato, reprimendo violentemente le proteste in tutto il paese e arrestando membri dell’ex partito di governo e attivisti filodemocratici. Subito dopo la presa del potere in Afghanistan, i talebani hanno ridotto la libertà dei media e hanno usato la forza per interrompere le proteste contro le loro politiche. In Corea del Nord, chiunque fosse considerato una minaccia per la leadership o il sistema politico del paese è stato internato nelle prigioni o condannato a “riforma attraverso il lavoro”. Le autorità di molti altri paesi hanno vessato, arrestato, detenuto e in alcuni casi ucciso oppositori politici e altre persone critiche nei loro confronti.

Libertà d’espressione

I governi hanno continuato a giustificare leggi repressive e altre misure che limitavano indebitamente la libertà d’espressione, come misure necessarie a impedire la diffusione della disinformazione sul Covid-19. Il governo della Malesia ha emanato un’ordinanza che gli ha conferito poteri illimitati per mettere a tacere le persone critiche, con il pretesto di impedire la diffusione di “fake news” sul Covid-19. In Cina, Bangladesh, Figi e Vietnam, le autorità hanno arrestato e perseguito persone che avevano criticato i loro metodi di contrasto al Covid-19. Le autorità dello Sri Lanka hanno minacciato azioni disciplinari contro i dipendenti del settore sanitario che avevano comunicato agli organi di stampa le loro preoccupazioni sulla risposta del governo cingalese alla diffusione del virus.

In tutta la regione sono stati attaccati gli organi d’informazione indipendenti. In Myanmar, le autorità militari hanno chiuso siti di notizie, revocato licenze a vari media e arrestato giornalisti. Questi sono stati detenuti, picchiati e molestati anche in Afghanistan, dove le nuove norme sull’informazione hanno a tutti gli effetti vietato qualsiasi critica ai talebani; a ottobre, più di 200 organi di stampa avevano chiuso.

Le autorità di Singapore hanno intentato cause per diffamazione contro blogger e giornalisti e hanno utilizzato accuse pretestuose di irregolarità finanziarie per chiudere il sito di notizie indipendente The Online Citizen. Le autorità indiane hanno fatto irruzione negli uffici di un quotidiano di notizie in lingua hindi, dopo che aveva segnalato lo scarico di massa dei cadaveri delle vittime del Covid-19 lungo il fiume Gange. Nelle Filippine, il lavoro della giornalista Marie Ressa è stato riconosciuto con l’assegnazione del premio Nobel per la pace, ma rischiava decine di anni di reclusione per cause ancora pendenti, intentate nei suoi confronti per le critiche rivolte al governo.

Molti governi hanno cercato di controllare ulteriormente l’accesso e la condivisione di altre informazioni online. Il governo di Singapore ha promulgato una nuova legge che gli ha conferito ampi poteri per rimuovere o bloccare i contenuti online, quando si sospettavano “interferenze straniere”. In Cambogia, nuove disposizioni hanno richiesto che tutto il traffico Internet passasse attraverso un organismo di supervisione, incaricato di “monitorare” l’attività online. In Cina, le autorità hanno ordinato ai fornitori di servizi Internet di interrompere l’accesso ai siti web che “mettevano in pericolo la sicurezza nazionale” e hanno bloccato le applicazioni su cui venivano discussi argomenti controversi, come quelli relativi a Xinjiang e Hong Kong. Anche in Pakistan è stata promulgata una legge draconiana per censurare i contenuti online.

Le autorità di molti paesi hanno anche utilizzato le leggi esistenti per arrestare e perseguire le voci dissenzienti, tra cui giornalisti, attivisti ed educatori. In Indonesia, la legge sulle informazioni e transazioni elettroniche, che prevede una pena detentiva fino a sei anni, è stata utilizzata contro almeno 100 persone, che avevano legittimamente criticato politiche o azioni ufficiali. Il presidente di Amnesty International India, Aakar Patel, è stato arrestato e accusato di “creare disarmonia comunitaria”, per aver espresso con un tweet le sue preoccupazioni sull’ostilità nei confronti della comunità musulmana ghanchi. Le autorità nepalesi hanno usato la legge sulle transazioni elettroniche per detenere arbitrariamente chi criticava il governo e i capi dei partiti al potere. Dopo una pausa di due anni, le autorità thailandesi hanno ripreso l’uso delle leggi di lesa maestà. Una ex funzionaria pubblica, che era tra le oltre 116 persone accusate in base a queste leggi per aver criticato la monarchia, è stata condannata a 87 anni di reclusione.

 

LIBERTÀ DI RIUNIONE E ASSOCIAZIONE

Ondate di protesta hanno avuto luogo in tutta la regione, in risposta agli sviluppi politici, alla cattiva gestione della risposta al Covid-19, ai diritti dei lavoratori e ad altre questioni. In alcuni paesi, regolamenti progettati per prevenire la diffusione di Covid-19 sono stati utilizzati per impedire e disperdere proteste pacifiche. In Malesia, le autorità hanno impiegato le leggi sul controllo del Covid-19 e altre normative, per intensificare ulteriormente la repressione del diritto di riunione pacifica, anche nel caso delle veglie per le vittime del Covid-19, che sono state arbitrariamente disperse e i cui partecipanti sono stati vessati, arrestati e multati. Anche nelle Maldive, le autorità hanno citato le linee guida sanitarie legate al Covid-19 per interrompere le proteste, in particolare quelle organizzate da gruppi di opposizione politica. In Mongolia, i divieti di manifestare a causa del Covid-19 sono stati utilizzati anche per disperdere arbitrariamente le proteste pacifiche e per arrestare, detenere e multare gli organizzatori delle proteste.

Si è verificato un uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici in almeno 10 paesi della regione. In Myanmar, l’esercito ha risposto con estrema violenza alle proteste organizzate in tutto il paese contro il colpo di stato, impiegando contro i manifestanti pacifici tattiche letali e armi adatte solo per i campi di battaglia. A fine anno, i manifestanti uccisi erano quasi 1.400.

In India, ad agosto, la polizia ha usato i manganelli per colpire i contadini che protestavano pacificamente contro controverse leggi agrarie. A luglio, in Indonesia, le forze di sicurezza hanno impiegato cannoni ad acqua, manganelli e proiettili di gomma per disperdere le manifestazioni pacifiche contro il rinnovo della legge sull’autonomia speciale per Papua.

La polizia antisommossa in Thailandia ha ripetutamente risposto con violenza alle proteste che chiedevano riforme politiche e una migliore gestione della pandemia, sparando in modo indiscriminato proiettili di gomma e candelotti lacrimogeni a corto raggio contro manifestanti, passanti e giornalisti. In un episodio, diversi bambini sono rimasti feriti e uno è morto a causa dell’impiego di munizioni vere contro i manifestanti. In Pakistan, l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza contro le proteste, incluse quelle a sostegno dei diritti dei pashtun, ha provocato il ferimento di molte persone e almeno un decesso.

Anche il diritto alla libertà di associazione è stato preso di mira e i governi di tutta la regione hanno impiegato una gamma sempre più ampia di misure contro partiti politici e attivisti, sindacati e Ong.

In Cambogia, si sono celebrati processi di massa contro esponenti del partito di opposizione messo al bando, il Partito della salvezza nazionale della Cambogia, in cui nove alti dirigenti sono stati giudicati colpevoli in contumacia e condannati fino a 25 anni di carcere. In Vietnam, un giornalista partecipativo, che aveva presentato domanda per candidarsi come indipendente alle elezioni dell’assemblea nazionale, è stato arrestato e condannato a cinque anni di reclusione.

Gli effetti completi e scoraggianti della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, approvata nel  2020, sono diventati visibili nel corso dell’anno successivo. Almeno 61 organizzazioni della società civile si sono sciolte a causa della legge, incluso il più grande sindacato professionale di Hong Kong. A gennaio di fatto si è chiusa ogni possibilità di avere un’opposizione politica organizzata, dopo l’arresto di decine di esponenti del partito di opposizione. A ottobre, Amnesty International ha annunciato la chiusura dei suoi due uffici a Hong Kong, a causa del rischio di ritorsioni ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale.

Anche in India è cresciuta la pressione sulle Ong nazionali e internazionali operanti nel campo dei diritti umani o della tutela ambientale, che si sono viste sospendere le licenze o cancellare la registrazione oppure hanno dovuto chiedere l’autorizzazione del governo per poter accettare o erogare fondi. Nelle Maldive, una Ong ampiamente rispettata, la Maldivian Democracy Network, ha continuato a essere sottoposta a indagini da parte delle autorità.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Difensori dei diritti umani sono stati uccisi in diversi paesi, tra cui l’Afghanistan, dove sono stati vittime di uccisioni illegali da parte di attori non statali. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, molti sono fuggiti dal paese o si sono nascosti, compresi i commissari e il personale della commissione indipendente afgana per i diritti umani. Nelle Filippine, difensori dei diritti umani e dell’ambiente sono stati, insieme ad altri, accusati di legami con gruppi comunisti o “schedati in rosso”, il che, di fatto, autorizzava le forze di sicurezza a ucciderli.

Le autorità cinesi hanno intensificato la repressione dei difensori dei diritti umani. Molti sono  stati detenuti per lunghi periodi e sono state frequenti le segnalazioni di torture e altri maltrattamenti nei loro confronti. Diversi avvocati per i diritti umani e attivisti arrestati negli anni precedenti risultavano ancora scomparsi. Nel frattempo, a Hong Kong, 24 persone sono state condannate alla reclusione per aver commemorato pacificamente le vittime della repressione di Piazza Tiananmen del 1989.

In altri paesi, tra cui Bangladesh, Cambogia, India, Indonesia, Malesia, Mongolia, Nepal, Singapore, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam, i difensori dei diritti umani sono stati molestati, minacciati, arrestati, perseguiti e/o imprigionati. In Indonesia, nel corso dell’anno, sono stati segnalati i casi di oltre 357 difensori dei diritti umani vittime di aggressioni fisiche, attacchi digitali, minacce e altre forme di violenza. Difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti erano tra le centinaia di persone imprigionate in Bangladesh, ai sensi della legge sulla sicurezza digitale. A ottobre, la polizia del Nepal ha arrestato 13 attivisti che chiedevano in modo pacifico indagini imparziali sulla morte di una donna e sulla scomparsa di un’altra, nel distretto di Banke.

Anche la portata della sorveglianza dei difensori dei diritti umani da parte di alcuni governi è diventata sempre più evidente. In India, dove molti attivisti per i diritti umani sono stati ufficialmente designati come “nemici dello stato”, è stata svelata una massiccia operazione di sorveglianza illegale contro i difensori dei diritti umani. In Vietnam, un’indagine di Amnesty International ha rivelato l’esistenza di una campagna di sorveglianza illegale contro i difensori dei diritti umani, sia all’interno del paese sia all’estero.

Uno sviluppo positivo è stata la legge approvata in Mongolia che ha consolidato le tutele legali per i difensori dei diritti umani. Tuttavia, gli attivisti per i diritti, compresi i pastori impegnati nei temi ambientali e nei diritti fondiari, hanno continuato a subire minacce, intimidazioni e procedimenti giudiziari per le loro legittime attività.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

La carenza di investimenti e la corruzione hanno contribuito alla continua incapacità dei settori della sanità pubblica della regione di rispondere in modo adeguato alla pandemia da Covid-19. In alcuni paesi, gravi carenze di personale, letti e attrezzature hanno fatto sì che i pazienti affetti da Covid-19 non potessero avere un’adeguata assistenza sanitaria. Ciò ha provocato migliaia di morti che si potevano evitare, soprattutto in India e Nepal, due paesi che hanno registrato forti picchi di contagio durante l’anno. In India, così come nelle Filippine, sono state espresse preoccupazioni per la mancanza di trasparenza o irregolarità nella gestione dei fondi governativi stanziati per contrastare la pandemia.

Le turbolenze politiche in Afghanistan e Myanmar hanno portato i già fragili sistemi sanitari vicini al collasso. La sospensione degli aiuti al settore sanitario afgano da parte dei donatori internazionali ha comportato la chiusura di almeno 3.000 strutture sanitarie, compresi gli ospedali per il Covid-19. In Myanmar, l’accesso all’assistenza sanitaria è stato ostacolato da numerosi attacchi a strutture mediche e personale sanitario.

L’accesso ai vaccini contro il Covid-19 è stato problematico in alcuni paesi. Le autorità della Corea del Nord hanno negato l’esistenza del Covid-19 nel paese e hanno rifiutato le offerte di milioni di dosi di vaccino, disponibili grazie all’iniziativa Covax. Il Nepal non ha ricevuto la fornitura prevista di vaccini e 1,4 milioni di persone hanno dovuto aspettare mesi per ricevere una seconda dose.

In alcuni stati anche la disinformazione ha contribuito alla scarsa diffusione. In Papua Nuova Guinea, ad esempio, dove a fine anno solo il tre per cento della popolazione era stata vaccinata, il governo non è riuscito a fornire informazioni tempestive e accessibili sul virus e sul programma vaccinale.

Le autorità di alcuni paesi hanno continuato a ignorare le richieste di ridurre la popolazione carceraria per limitare la diffusione del Covid-19. Circa 87.000 casi sono stati registrati tra i detenuti nelle carceri insalubri e sovraffollate della Thailandia. In Pakistan, secondo quanto riferito, i detenuti hanno avuto la priorità nell’accesso ai vaccini e, nello stato del Sindh, alcuni reclusi sono stati rilasciati come misura preventiva. Tuttavia, le autorità carcerarie di altri stati hanno smesso di segnalare i tassi di contagio tra i detenuti.

In alcuni paesi, le dure misure di lockdown hanno anche indebolito i diritti alla salute e al cibo adeguato. In Vietnam, ai residenti di Ho Chi Minh City non è stato permesso di lasciare le case per settimane, una misura che ha lasciato molte persone in una posizione di grave insicurezza alimentare e fame. Misure analoghe sono state imposte dalle autorità cambogiane in diverse città, con gravi ripercussioni sull’accesso dei residenti a cibo, assistenza sanitaria e altri beni e servizi essenziali.

 

DIRITTI DEI LAVORATORI

La pandemia ha continuato a mettere a dura prova gli operatori sanitari in tutta la regione. In molti paesi hanno lavorato in condizioni intollerabili, senza un’adeguata protezione o rimunerazione. In Mongolia, gli operatori sanitari sono stati vessati delle autorità e sottoposti ad aggressioni fisiche da parte di pazienti frustrati e disperati. In India, gli operatori sanitari delle comunità non hanno ricevuto salari o dispositivi di protezione individuale adeguati. In Indonesia è stata ritardata l’erogazione di incentivi agli operatori sanitari, come riconoscimento del loro lavoro durante la pandemia da Covid-19.

Anche gli effetti socioeconomici della pandemia e delle restrizioni associate hanno continuato a farsi sentire, con conseguenze sproporzionate per chi era già emarginato, comprese le persone che non avevano un lavoro sicuro e redditi regolari. In Nepal, ad esempio, i dalit e le persone che vivevano in povertà, come ad esempio i lavoratori a giornata, sono stati colpiti dal peggioramento della situazione economica. In Vietnam, le lavoratrici migranti, incluse le venditrici ambulanti, hanno subìto  ripercussioni particolarmente gravi e ci sono state molte segnalazioni di insicurezza alimentare e incapacità di soddisfare altri bisogni di base.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

Gli eventi in Afghanistan e Myanmar hanno portato a nuove ondate di sfollamenti nella regione. Ad agosto, a seguito della caotica evacuazione dall’aeroporto di Kabul, molte persone sono fuggite via terra  verso il Pakistan e l’Iran, ma i talebani hanno imposto restrizioni alle partenze e la chiusura delle  frontiere ha compromesso il loro diritto di chiedere asilo in paesi terzi. A fine anno, oltre un milione di afgani privi di documenti erano stati rimpatriati dall’Iran e dal Pakistan, la maggior parte dei quali  contro la loro volontà.

Anche i richiedenti asilo e i migranti provenienti da Myanmar sono stati rimpatriati con la forza o è stato loro rifiutato l’ingresso da altri paesi della regione. Le guardie di frontiera thailandesi hanno respinto circa 2.000 abitanti dei villaggi di etnia karen, che stavano fuggendo da attacchi aerei militari.

Le autorità malesi hanno espulso oltre mille persone in Myanmar, nonostante il grave rischio di  persecuzioni e altre violazioni dei diritti umani. La situazione dei diritti umani in Myanmar ha anche reso impossibili i rimpatri volontari dei rifugiati rohingya dal Bangladesh. Tuttavia, in Bangladesh, i loro  diritti hanno continuato a essere limitati e sono stati esposti alla violenza. Più di 19.000 persone sono state trasferite su un’isola remota, Bhasan Char, dove è stato loro negato il diritto alla libertà di movimento.

In molti altri paesi, rifugiati e migranti sono stati sottoposti a detenzione prolungata e maltrattamenti. In Giappone, i richiedenti asilo e i migranti irregolari sono stati trattenuti in detenzione a tempo  indeterminato. Un’indagine sulla morte di una donna dello Sri Lanka, detenuta per immigrazione, ha  rilevato che le erano state fornite cure mediche inadeguate. Le autorità australiane hanno continuato a detenere indefinitamente e arbitrariamente rifugiati e richiedenti asilo, sia all’interno del paese che al largo delle sue coste. I richiedenti asilo detenuti in Nuova Zelanda sono stati sottoposti a maltrattamenti anche se, con una iniziativa positiva, il governo ha annunciato una revisione indipendente della pratica di rinchiudere i richiedenti asilo in strutture di detenzione penale, esclusivamente per motivi di  immigrazione.

In paesi come Corea del Sud, Malesia, Singapore, Taiwan e Vietnam, le misure preventive contro il  covid-19 hanno discriminato ingiustamente i lavoratori migranti.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

I diritti di donne e ragazze nella regione hanno subìto gravi battute d’arresto. In Afghanistan, 20 anni di progressi verso una maggiore tutela e promozione dei diritti delle donne sono stati cancellati in una notte. Le donne sono state escluse dalla rappresentanza nella nuova amministrazione talebana ed è stato loro impedito di lavorare in molti settori. L’accesso delle ragazze all’istruzione è stato severamente limitato e difensore dei diritti umani, giornaliste, donne giudici e pubblici ministeri hanno subìto  minacce e intimidazioni. I talebani hanno risposto con la violenza alle proteste a sostegno dei diritti delle donne.

La violenza sessuale e di genere, già endemica in molti paesi della regione, è stata aggravata nell’ambito delle politiche di contrasto al Covid-19. Sono stati segnalati aumenti dei tassi di violenza di genere, ad esempio, in Bangladesh, Figi, Papua Nuova Guinea e Sri Lanka.

Le richieste di riconoscimento delle responsabilità per la violenza contro le donne e di tutele  più forti hanno fatto pochi progressi. Il governo cinese ha condotto una campagna diffamatoria contro le donne in esilio, precedentemente detenute nella regione dello Xinjiang, che avevano raccontato le violenze sessuali nei cosiddetti “centri di rieducazione”. In Pakistan, il parlamento aveva approvato un disegno di legge sulla violenza domestica, ma l’opposizione dei partiti conservatori ha portato il governo a richiederne la revisione a un organo consultivo religioso.

Intanto, la mancanza di accertamento delle responsabilità per la violenza sessuale e di genere è rimasta prassi comune. In Nepal non sono stati compiuti progressi verso la riforma delle disposizioni costituzionali che negano alle donne pari diritti di cittadinanza o verso la rimozione di limitazioni di legge eccessivamente rigide sullo stupro.

 

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Le persone Lgbti hanno continuato a essere perseguitate o a subire discriminazioni nella legge e nella prassi in molti paesi della regione. Le relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso sono rimaste vietate in alcuni stati.

In diversi paesi sono state condotte campagne anti-Lgbti. In Malesia oltre 1.700 persone sono state inviate in campi di riabilitazione gestiti dal governo, progettati per cambiare lo “stile di vita” e l’“orientamento sessuale” delle persone Lgbti. Le autorità cinesi hanno continuato la loro campagna per “ripulire” Internet dalle rappresentazioni Lgbti. Agli uomini dall’aspetto effeminato è stato vietato di apparire in televisione e sono stati chiusi gli account dei social media delle organizzazioni Lgbti. In Afghanistan, i talebani hanno detto chiaramente che non avrebbero rispettato i diritti Lgbti. Piccoli progressi sono stati fatti nel riconoscimento dei matrimoni omosessuali a Taiwan, ma le persone Lgbti hanno continuato a subire discriminazioni.

 

DIRITTI DEI POPOLI NATIVI

Nella regione, gli interessi commerciali e il degrado ambientale hanno sempre più spesso prevalso sulla tutela delle tradizioni e dei mezzi di sussistenza delle popolazioni native e le loro tutele legali sono state  indebolite in almeno un paese. In Bangladesh, la crescente deforestazione e l’accaparramento delle terre hanno lasciato le popolazioni native con scarse risorse. A Papua Nuova Guinea, i nativi hanno protestato per gli effetti sui loro mezzi di sussistenza e sulla loro cultura dell’estrazione mineraria in acque profonde di minerali e metalli. Una comunità nativa in Malesia ha presentato richiesta di controllo giudiziario  contro il governo dello stato di Selangor, contestando i piani per sfrattarla dalla sua terra, per far posto a un progetto turistico. In Nepal e Thailandia, ai popoli nativi che erano stati sgomberati con la forza negli anni precedenti non è stato permesso di tornare, né hanno ricevuto terre o mezzi di sussistenza alternativi.

Nelle Figi, il parlamento ha riformato la legge sull’iTaukei Land Trust [l’organismo governativo che amministra e controlla le terre, N.d.T], rimuovendo il requisito del consenso per procedere a mutui e  contratti di locazione relativi a terreni di proprietà delle popolazioni native. Le proteste che ne sono seguite hanno portato all’arresto di oltre una decina di persone. Tribunali di Taiwan hanno adottato alcune misure per realizzare i diritti dei popoli nativi alla loro terra e alle pratiche tradizionali di caccia, ma le leggi in vigore non hanno ancora fornito protezioni adeguate. In Cambogia, ai popoli nativi e ai difensori locali delle foreste è stato negato l’accesso alle loro terre tradizionali per svolgere attività di  conservazione. Lì come altrove, gli sforzi per proteggere le proprie terre hanno portato ad arresti e violenze. In Indonesia, i nativi delle province di Sumatra Settentrionale e Riau sono stati aggrediti con violenza da guardie di sicurezza private, reclutate dalle società produttrici di carta, mentre cercavano di impedire che fossero piantati alberi di eucalipto sulle loro terre.

Nelle Filippine, nativi e attivisti per i diritti dei popoli nativi sono stati arrestati e uccisi. Assalitori  sconosciuti hanno ucciso Julie Catamin, una capo villaggio testimone in un caso relativo a un raid della polizia nel dicembre 2020, in cui capi della comunità di Tumandok erano stati arrestati e altri uccisi. In India, le donne native dalit e adivasi sono rimaste particolarmente a rischio di violenza sessuale da parte di uomini appartenenti a classi dominanti.

 

CRIMINI DI DIRITTO INTERNAZIONALE

Amnesty International ha raccolto prove decisive che il governo cinese ha commesso crimini contro l’umanità, tra cui la reclusione o altre gravi privazioni della libertà fisica, torture e persecuzioni contro gruppi etnici a prevalenza musulmana che vivono nello Xinjiang. Nonostante le affermazioni contrarie, il governo ha continuato una campagna di detenzione arbitraria di massa, unita a violenza e intimidazione, per sradicare le credenze religiose islamiche e le pratiche etnoculturali turcomusulmane.

Le parti in conflitto in Afghanistan hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi crimini di guerra. Le persone di etnia hazara sono state spesso prese di mira, anche durante l’offensiva e la presa del potere da parte dei talebani. I talebani hanno fatto sparire forzatamente o ucciso in modo extragiudiziale più di 100 ex membri delle forze di sicurezza, mentre nove soldati hazara che si erano arresi sono stati uccisi nella sola Daykundi. Nelle province di Ghazni e Daykundi si sono verificati anche diversi massacri di civili hazara da parte dei talebani.

In Myanmar, l’esercito si è reso responsabile di attacchi indiscriminati e attacchi diretti contro i civili.  Inoltre, ha bloccato l’accesso umanitario alle popolazioni sfollate internamente al paese. A dicembre,  nello stato di Kayah Orientale, i militari hanno ucciso varie persone, tra cui due operatori umanitari di Save the Children.

 

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Sono stati compiuti progressi limitati nella prevenzione della tortura e di altre forme di  altrattamento, che hanno continuato a essere molto diffusi in un numero significativo di paesi della regione. Pakistan e Thailandia hanno fatto passi avanti per rendere reato la tortura. Tuttavia, la legislazione proposta in Thailandia non era pienamente coerente con gli standard internazionali. In Sri Lanka, i nuovi  regolamenti emanati ai sensi della legge sulla prevenzione del terrorismo hanno potenzialmente posto i detenuti a maggior rischio di tortura.

Torture e maltrattamenti hanno continuato a essere segnalati in questi e in altri paesi. In Myanmar è  stato documentato l’uso diffuso della tortura o di altri maltrattamenti, in alcuni casi con esiti mortali, contro persone detenute per la loro opposizione al colpo di stato. Le autorità cinesi hanno continuato a usare la tortura contro i detenuti nello Xinjiang e altri e hanno perseguito coloro che hanno raccontato delle loro esperienze. In Nepal, la tortura e altri maltrattamenti sono stati ampiamente utilizzati durante la detenzione preventiva per estorcere “confessioni” e intimidire i detenuti. Nonostante il codice penale del 2017 abbia vietato tali pratiche, non ci sono state condanne per i responsabili. Le morti in custodia cautelare o poco dopo il rilascio sono rimaste fin troppo comuni in Malesia, attribuibili, almeno in alcuni casi, a percosse e altri maltrattamenti subiti durante la detenzione.

 

IMPUNITÀ

L’impunità per gravi violazioni dei diritti umani e crimini di diritto internazionale è rimasta un grave motivo di preoccupazione in molti paesi. Alle vittime di crimini di diritto internazionale e di altre gravi violazioni dei diritti umani, commesse durante i passati conflitti armati in Nepal e Sri Lanka, ha continuato a essere negata la giustizia. In Nepal, i meccanismi di giustizia di transizione non sono  riusciti a risolvere un solo caso. A seguito dei ripetuti fallimenti del governo dello Sri Lanka nel fare avanzare la giustizia a livello nazionale, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione per creare un meccanismo con il compito di raccogliere prove dei crimini internazionali commessi dalle parti in conflitto.

In assenza di progressi a livello nazionale, l’Icc ha proceduto con le indagini in due paesi. Tuttavia,  l’indagine sulle Filippine per i crimini contro l’umanità commessi nel contesto della “guerra alla droga” è stata sospesa, quando l’Icc ha preso in considerazione una richiesta di rinvio da parte del governo. L’Icc ha anche ripreso le indagini in Afghanistan ma, concentrandosi solo sugli atti commessi dai talebani e dallo Stato islamico della provincia del Khorasan e ignorando i crimini di guerra commessi dalle forze di sicurezza del governo afgano e dal personale militare e di intelligence degli Usa, ha rischiato sia la sua reputazione, sia l’ulteriore radicamento dell’impunità. Le autorità australiane non hanno intrapreso alcuna azione contro i membri delle sue forze speciali deferiti per indagini nel 2020, in relazione a presunti crimini di guerra commessi in Afghanistan.

Altrove, l’impunità ha continuato a facilitare le violazioni dei diritti umani, come in India, dove sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti sono stati commessi in modo diffuso e sistematico. In Pakistan è stato presentato al parlamento un disegno di legge che proponeva modifiche al codice penale per punire le sparizioni forzate, ma non è stato sufficiente per proteggere le persone da questo crimine. In Bangladesh, invece di indagare su casi di presunte sparizioni e uccisioni illegali, il governo ha negato ogni responsabilità o ha affermato che le forze di sicurezza stavano agendo per “autodifesa”. Le forze di sicurezza indonesiane hanno continuato a commettere uccisioni illegali a Papua e Papua Occidentale, in gran parte nell’impunità.

 

RACCOMANDAZIONI

Nonostante alcuni sviluppi positivi, nella regione Asia-Pacifico è continuata l’erosione del rispetto e della tutela dei diritti umani. La tragica china verso la crisi percorsa da Afghanistan e Myanmar non ha  sorpreso in una regione in cui i diritti umani sono troppo spesso ignorati, i governi sono sempre più intolleranti alle critiche, la discriminazione contro donne e ragazze e i gruppi emarginati è dilagante e l’impunità diffusa.

I governi devono rispettare e facilitare l’esercizio dei diritti alla libertà d’espressione, di riunione pacifica e di associazione. Le leggi che limitano questi diritti, comprese le normative restrittive sugli organi d’informazione, sull’accesso a Internet e sulle Ong, dovrebbero essere revocate e si dovrebbe porre fine agli arresti arbitrari e alla detenzione di chi critica il governo.

Le legittime attività dei difensori dei diritti umani devono essere rispettate e protette. I governi devono trarre insegnamento dalle sfide affrontate per contrastare la pandemia da Covid-19 e impegnarsi a investire maggiormente nei sistemi sanitari e a proteggere i diritti alla salute.

Sono necessari maggiori sforzi concertati da parte dei governi di tutta la regione per invertire la rotta rispetto alle battute d’arresto per i diritti di donne e ragazze nel contesto della pandemia e per affrontare la violenza sessuale e di genere. Occorre inoltre fare maggiore pressione sul governo talebano in Afghanistan affinché inverta il suo arretramento dei diritti e delle libertà di donne e ragazze.

I governi di tutto il mondo dovrebbero astenersi dal rimpatriare qualsiasi persona in Afghanistan o Myanmar, indipendentemente dal loro status di immigrazione, fino a quando non saranno garantite le tutele dei diritti umani. La detenzione dei richiedenti asilo sulla base del solo status di immigrazione deve cessare.

I governi devono intensificare gli sforzi per combattere l’impunità, intraprendendo indagini approfondite, indipendenti, imparziali, efficaci e trasparenti sui crimini di diritto internazionale e consegnando i presunti responsabili alla giustizia. La piena cooperazione dovrebbe essere estesa ai processi di giustizia internazionale.

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