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Repubblica Islamica dell’Afghanistan

Capo di stato e di governo: Mohammad Hassan Akhund (subentrato a Mohammad Ashraf Ghani a settembre)

Le parti in conflitto in Afghanistan hanno continuato a commettere nell’impunità gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi crimini di guerra, e altri gravi violazioni e abusi dei diritti umani. Le uccisioni, indiscriminate e mirate, hanno raggiunto livelli mai visti. I talebani e attori non statali hanno preso di mira difensori dei diritti umani, attiviste, giornalisti, operatori sanitari e umanitari e minoranze religiose ed etniche. Durante la presa del controllo del paese da parte dei talebani c’è stata un’ondata di uccisioni per rappresaglia. Migliaia di persone, prevalentemente hazara sciite, sono state sgomberate con la forza. I limitati progressi compiuti verso il miglioramento dei diritti delle donne sono stati bruscamente stravolti sotto il dominio talebano. I diritti alla libertà di riunione e d’espressione sono stati drasticamente limitati dai talebani. L’accesso all’assistenza sanitaria, già gravemente compromesso dalla pandemia, è stato ulteriormente indebolito dalla sospensione degli aiuti internazionali.

 

CONTESTO

Il conflitto in Afghanistan ha avuto una svolta drammatica con il ritiro di tutte le truppe internazionali, il crollo del governo e la conquista del paese da parte delle forze talebane.

Il 14 aprile, il presidente degli Usa Biden ha annunciato che le restanti truppe statunitensi in Afghanistan sarebbero state ritirate entro l’11 settembre. Una successiva offensiva militare talebana ha portato all’invasione delle province e alla presa della capitale Kabul il 15 agosto, causando il crollo del governo e la fuga del presidente Ghani dal paese. All’inizio di settembre, i talebani hanno annunciato un governo ad interim.

Un’operazione di evacuazione ha accompagnato il ritiro definitivo delle forze statunitensi e della Nato, che è stato anticipato al 31 agosto, di fronte alle conquiste dei talebani. In condizioni caotiche, circa 123.000 persone hanno lasciato il paese in aereo dall’aeroporto di Kabul, tra cui migliaia di cittadini afgani a rischio di rappresaglie da parte dei talebani.

La già precaria situazione umanitaria si è ulteriormente deteriorata nella seconda metà dell’anno a causa del conflitto, della siccità, della pandemia da Covid-19 e di una crisi economica esacerbata dalla sospensione degli aiuti esteri, dal congelamento dei beni governativi e dalle sanzioni internazionali contro i talebani. A dicembre, le Nazioni Unite hanno riferito che circa 23 milioni di persone rischiavano l’insicurezza alimentare acuta e la fame, inclusi oltre tre milioni di bambini a rischio di morte per malnutrizione grave.

 

ATTACCHI INDISCRIMINATI E UCCISIONI ILLEGALI

Le forze governative sotto la guida del presidente Ghani, così come attori non statali, hanno effettuato attacchi indiscriminati con ordigni esplosivi improvvisati e attacchi aerei, uccidendo e ferendo migliaia di civili. Secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (United Nations Assistance Mission in Afghanistan – Unama), il numero di vittime civili ha raggiunto livelli record nella prima metà dell’anno, aumentando bruscamente a maggio, quando le forze militari internazionali hanno iniziato a ritirarsi. Entro giugno erano stati registrati 5.183
civili morti o feriti, tra cui 2.409 donne e bambini. Più di due terzi dei casi (68 per cento) sono stati attribuiti ai talebani e ad altri attori non statali e il 25 per cento alle forze di difesa e sicurezza nazionali afgane (Afghan National Defence and Security Forces – Andfs) e ad altre forze filogovernative. Il 29 agosto, un attacco di droni statunitensi ha ucciso 10 membri di una famiglia a Kabul, tra cui sette bambini. Il dipartimento della Difesa degli Usa, in seguito, ha ammesso di aver agito per errore e ha offerto un risarcimento economico ai parenti delle vittime.

Per tutto l’anno, gruppi non statali hanno deliberatamente preso di mira persone e obiettivi civili. L’8 maggio, un attentato dinamitardo alla scuola superiore Sayed-ul-Shuhada di Kabul Ovest ha ucciso o ferito più di 230 persone, quasi tutte ragazze1. Il 26 agosto, un attacco suicida fuori dall’aeroporto di Kabul effettuato dal gruppo armato Stato islamico-provincia del Khorasan (Is-K) ha provocato almeno 380 vittime, per lo più afgani che tentavano di lasciare il paese. A ottobre, tre attacchi separati alla moschea Eid Gah a Kabul e a due moschee sciite-hazara nelle città di Kandahar e Kunduz, avrebbero provocato la morte di decine di persone e il ferimento di centinaia di altre.

Per tutto l’anno, i talebani e altri attori armati sono stati responsabili di numerose uccisioni mirate, che hanno colpito tra gli altri difensori dei diritti umani, attiviste, operatori umanitari e sanitari, giornalisti, ex funzionari governativi e membri delle forze di sicurezza. Le minoranze religiose ed etniche sono state particolarmente a rischio.

Durante la loro offensiva e dopo la presa del potere, i talebani hanno ucciso persone per rappresaglia ed effettuato uccisioni extragiudiziali di persone associate alla precedente amministrazione, compresi membri dell’Andsf. Il 19 luglio, i talebani hanno rapito e ucciso due figli di Fida Mohammad Afghan, ex componente del consiglio provinciale di Kandahar. Sono stati presi di mira anche ex agenti di polizia, in particolare donne. Sempre a luglio, i talebani hanno ucciso nove uomini di etnia hazara nel villaggio di Mundarakht, nel distretto di Malistan della provincia Ghazni2. In un episodio del 30 agosto, nel villaggio di Kahor nel distretto di Khidir, della provincia di Daykundi, i talebani hanno compiuto l’uccisione extragiudiziale di nove membri dell’Andsf, dopo che si erano arresi, e hanno assassinato due civili, tra cui una ragazza di 17 anni, che tentavano di fuggire dal villaggio. Erano tutti di etnia hazara. Il 4 settembre, Banu Negar, ex agente di polizia nella provincia di Ghor, è stata picchiata e uccisa dai combattenti talebani davanti ai suoi figli. Tra metà agosto e la fine di dicembre, i talebani hanno ucciso o sottoposto a sparizione forzata altri 100 ex membri delle forze di sicurezza.

 

SFOLLAMENTI FORZATI E SGOMBERI

Tra gennaio e dicembre, circa 682.031 persone sono state sfollate a causa dei combattimenti, andandosi ad aggiungere ai quattro milioni già sfollati a causa del conflitto e dei disastri naturali.

I talebani hanno sgomberato con la forza migliaia di persone da case e terreni nelle province di Daykundi e Helmand e hanno anche minacciato di sgomberare i residenti delle province di Balkh, Kandahar, Kunduz e Uruzgan. Gli sgomberi hanno preso di mira in particolare le comunità hazara e le persone associate al precedente governo. A giugno, i talebani hanno ordinato ai residenti tagiki di Bagh-e Sherkat, nella provincia di Kunduz, di lasciare la città, a quanto pare come rappresaglia per il sostegno fornito al governo del presidente Ghani. A fine settembre, più di 740 famiglie hazara sono state sgomberate con la forza da case e terreni nei villaggi di Kindir e Tagabdar, nel distretto di Gizab, della provincia di Daykundi.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

La presa del potere da parte dei talebani ha aumentato il numero di rifugiati afgani che entravano nei paesi vicini. Dopo l’interruzione delle evacuazioni dall’aeroporto di Kabul, migliaia di afgani disperati hanno cercato rotte terrestri verso il Pakistan e l’Iran. Decine di migliaia di persone sono entrate in Pakistan prima che, il 2 settembre, il paese chiudesse i suoi confini per la maggior parte degli afgani. Solo il valico di Torkham è rimasto aperto per coloro che detenevano i permessi per attraversarlo. A novembre, il Consiglio norvegese per i rifugiati ha riferito che ogni giorno 4.000-5.000 afgani attraversavano il confine con l’Iran.

Il diritto degli afgani, compresi quelli a rischio di rappresaglie, di chiedere asilo nei paesi terzi è stato compromesso dalle restrizioni alle partenze imposte dai talebani, tra cui ostacoli spesso insormontabili per l’ottenimento di passaporti e visti. Si è temuto che le restrizioni alle frontiere da parte dei paesi vicini avrebbero costretto gli afgani a compiere viaggi irregolari utilizzando i trafficanti, esponendoli così a un ulteriore rischio di violazioni dei diritti umani.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

Prima della presa del potere da parte dei talebani, le donne e le ragazze avevano continuato a subire discriminazioni e violenze di genere. Con l’arrivo dei talebani al potere, hanno perso molti dei loro diritti umani fondamentali. Nonostante le rassicurazioni dei talebani sul fatto che i diritti delle donne sarebbero stati rispettati, i limitati progressi compiuti nei due decenni precedenti sono stati rapidamente ribaltati.

Partecipazione delle donne al governo e diritto al lavoro

Le donne sono state gravemente sottorappresentate nell’ultimo round dei falliti colloqui di pace, con solo quattro donne nella delegazione governativa e nessuna nella delegazione talebana3. Sotto l’amministrazione del presidente Ghani, quattro posti di gabinetto erano ricoperti da donne, ma sono state escluse del tutto dal governo ad interim dei talebani. Poco dopo essere saliti al potere, i talebani hanno sciolto il ministero degli Affari femminili (Ministry of Women’s Affairs – Mowa) e i suoi uffici provinciali.

Ad agosto, un portavoce dei talebani ha detto ai giornalisti che le donne avrebbero dovuto astenersi dal recarsi al lavoro, fino alla messa in atto di “sistemi adeguati” per “garantire la loro sicurezza”. A settembre, alle donne impiegate nei ministeri governativi è stato detto di rimanere a casa, mentre i loro colleghi maschi riprendevano il lavoro. Ci sono state segnalazioni di donne escluse dai luoghi di lavoro o rimandate a casa in diverse parti del paese, ad eccezione delle donne impiegate all’ufficio passaporti, all’aeroporto e nel settore sanitario. In alcuni casi, secondo quanto riferito, le donne sono state scortate a casa dal lavoro da combattenti talebani, che hanno detto loro che sarebbero state sostituite dai parenti maschi4.

Le donne avvocate, giudici e pubblici ministeri sono state di fatto licenziate dal lavoro e costrette a nascondersi. Rischiavano rappresaglie da parte di uomini che avevano condannato e imprigionato per violenza domestica e di genere, che sono stati successivamente liberati dal carcere dai talebani. Sono stati segnalati saccheggi delle abitazioni di donne giudici da parte di ex prigionieri e combattenti talebani.

Diritto all’istruzione

Al momento di prendere il potere, i leader talebani hanno annunciato che era necessario creare un “ambiente di apprendimento sicuro”, prima che donne e ragazze potessero tornare a scuola. Ai ragazzi è stato permesso di riprendere la scuola a metà settembre, ma la situazione per le ragazze è rimasta poco chiara. A fine anno, tranne che nelle province di Kunduz, Balkh e Sar-e Pul, la maggior parte delle scuole secondarie è rimasta chiusa alle ragazze. Intimidazioni e molestie nei confronti di insegnanti e studenti hanno portato a basse percentuali di frequenza, in particolare tra le ragazze, anche dove le scuole e altre strutture educative erano aperte5.

Violenza sessuale e di genere

La violenza contro donne e ragazze è rimasta diffusa, ma cronicamente sottostimata. Nella stragrande maggioranza dei casi non è stata intrapresa alcuna azione contro i colpevoli. Tra gennaio e giugno, il Mowa ha registrato 1.518 casi di violenza contro le donne, tra cui 33 omicidi. Percosse, molestie, prostituzione forzata, privazione degli alimenti e matrimoni forzati e precoci hanno continuato a rappresentare le principali manifestazioni di violenza contro le donne. Per la seconda metà dell’anno non esistevano dati governativi disponibili.

La violenza contro le donne è aumentata ulteriormente da agosto, quando i meccanismi legali e altri tipi di sostegno delle donne hanno iniziato a chiudere, in particolare quando sono stati chiusi i rifugi per donne. La fine del sostegno istituzionale e legale alle donne da parte dei talebani le ha poste a rischio di ulteriori violenze ed esse hanno temuto le conseguenze della segnalazione di episodi di violenza.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

I difensori dei diritti umani hanno subìto intimidazioni, molestie, minacce, violenze e uccisioni mirate. Il picco di aggressioni, iniziato a fine 2020, è continuato nel 2021. Secondo il Comitato afgano dei difensori dei diritti umani, tra settembre 2020 e maggio 2021 almeno 17 difensori dei diritti umani sono stati uccisi, mentre altre centinaia hanno ricevuto minacce.

Da fine agosto, i talebani hanno occupato tutti i 14 uffici della commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan, costringendo il personale a fuggire dal paese o a nascondersi. Sono state segnalate perquisizioni porta a porta da parte di combattenti talebani alla ricerca di difensori dei diritti umani e giornalisti e percosse a operatori delle Ong e alle loro famiglie.

 

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Il 29 ottobre, il portavoce talebano del ministero delle Finanze ha dichiarato che i diritti Lgbti non sarebbero stati riconosciuti dalla legge della sharia. Il codice penale afgano ha continuato a considerare reato le relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E RIUNIONE

I talebani hanno disperso con la forza le proteste pacifiche in tutto l’Afghanistan, anche utilizzando armi da fuoco, armi a scarica elettrica e gas lacrimogeni, e hanno picchiato e sferzato i manifestanti con fruste e cavi. Il 4 settembre, una manifestazione di protesta a Kabul con circa 100 donne che chiedevano l’inclusione femminile nel nuovo governo e il rispetto dei diritti delle donne è stata dispersa dalle forze speciali talebane, secondo quanto riferito, con gas lacrimogeni e armi a scarica elettrica. Le manifestanti sono state picchiate. Il 7 settembre, i talebani hanno sparato e ucciso Omid Sharifi, un attivista della società civile, e Bashir Ahmad Bayat, un insegnante, mentre protestavano contro i talebani nella provincia di Herat. Altri otto manifestanti sono rimasti feriti. L’8 settembre, il ministero dell’Interno dei talebani ha emesso un ordine che vieta tutte le manifestazioni e gli assembramenti “fino a quando non sarà codificata una politica per le manifestazioni”.

Nonostante le assicurazioni che avrebbero rispettato la libertà d’espressione, i talebani hanno fortemente ridotto la libertà degli organi d’informazione. I giornalisti sono stati arrestati e picchiati e le loro attrezzature confiscate, in particolare quando seguivano le manifestazioni di protesta. Gli operatori dei media, in particolare le donne, sono stati intimiditi, minacciati e molestati, costringendo molti a nascondersi o lasciare il paese. Sono state condotte ricerche casa per casa di giornalisti, in particolare quelli che lavoravano per la stampa occidentale. Il 20 agosto, i talebani hanno fatto irruzione nella casa di un giornalista che lavorava per l’agenzia di stampa tedesca Deutsche Welle e, non trovandolo, hanno ucciso uno dei suoi familiari e ferito un altro. A fine ottobre, più di 200 organi d’informazione avevano chiuso. Il Comitato per la sicurezza dei giornalisti afgani ha annunciato che almeno 12 giornalisti sono stati uccisi e 230 aggrediti nei 12 mesi fino a novembre 2021.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

Il già debole settore sanitario è stato ulteriormente compromesso ad agosto dalla sospensione degli aiuti internazionali al progetto Sehatmandi (System Enhancement for Health Action in Transition Project for Afghanistan). A novembre erano 3.000 le cliniche mediche chiuse a causa della mancanza di fondi. Il progetto multi-donatore era stato la principale fonte di sostegno per servizi di qualità di assistenza sanitaria, nutrizione e pianificazione familiare in tutto l’Afghanistan. A settembre, l’Oms ha riferito del rapido declino delle condizioni di salute pubblica, tra cui l’aumento dei casi di morbillo, diarrea e poliomielite nei bambini.

La mancanza di preparazione alle emergenze e il cattivo stato delle infrastrutture sanitarie pubbliche hanno fatto sì che l’Afghanistan fosse già mal equipaggiato per far fronte all’impennata di metà anno dei casi di Covid-19. Gli sfollati interni, che vivevano in condizioni di sovraffollamento con accesso insufficiente all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e alle strutture sanitarie, erano particolarmente a rischio6. Al 15 novembre si contavano almeno 7.293 morti per Covid-19. Circa il sette per cento della popolazione era vaccinato.

Per tutto l’anno, operatori e strutture sanitarie sono stati attaccati. Nei primi sei mesi dell’anno, nove vaccinatori antipolio sono stati uccisi nella provincia di Nangarhar7. A ottobre, i talebani si sono impegnati a sostenere la ripresa di una campagna nazionale di vaccinazione antipolio e a consentire il coinvolgimento delle lavoratrici in prima linea. Si sono inoltre impegnati a fornire sicurezza e protezione per tutti gli operatori sanitari in prima linea.

 

IMPUNITÀ

Il 27 settembre, il procuratore dell’Icc ha annunciato l’intenzione di riprendere le indagini sui crimini commessi in Afghanistan, ma si è concentrato solo su quelli presumibilmente commessi dai talebani e dall’Is-K. La decisione di “depriorizzare” le indagini su possibili crimini di guerra commessi dalla direzione nazionale della sicurezza, dall’Andsf, dalle forze armate statunitensi e dalla Cia ha rischiato di rafforzare ulteriormente l’impunità e minare la legittimità dell’Icc.

 


Note:
1 Afghanistan: Unspeakable killings of civilians must prompt end to impunity, 10 maggio.
2 Afghanistan: Taliban responsible for brutal massacre of Hazara men – new investigation, 19 agosto.
3 Afghanistan: Unravelling of women’s and girls’ rights looms as peace talks falter, 24 maggio.
4 The Fate of Thousands Hanging in the Balance: Afghanistan’s Fall into the Hands of the Taliban (ASA 11/4727/2021), 21 settembre.
5 Afghanistan: Taliban must allow girls to return to school immediately – new testimony, 13 ottobre.
6 Afghanistan: Oxygen and Vaccines Urgently Needed as Covid-19 Infections Surge, 11 giugno.
7 Afghanistan: Despicable killing of female polio vaccine workers must be investigated, 30 marzo.

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