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Regno dell’Arabia Saudita

Capo di stato e di governo: Salman bin Abdulaziz Al Saud

È proseguita la repressione dei diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione. La corte penale specializzata (Specialize Criminal Court – Scc) ha emesso pesanti condanne al carcere nei confronti di persone accusate in relazione al loro lavoro per i diritti umani e per avere espresso opinioni dissenzienti. Tra coloro che sono stati arbitrariamente detenuti, perseguiti o condannati c’erano difensori dei diritti umani, persone critiche nei confronti del governo e altri attivisti politici. Donne impegnate nella difesa dei diritti umani sono state soggette a divieti di viaggio, che le autorità giudiziarie hanno imposto come condizione per il loro rilascio dal carcere. I tribunali hanno fatto ampio ricorso alla pena di morte e persone sono state messe a morte per un’ampia gamma di reati. I lavoratori migranti sono rimasti esposti agli abusi e allo sfruttamento, in base al sistema di lavoro tramite sponsor in vigore nel paese, e decine di migliaia sono stati arbitrariamente detenuti e successivamente espulsi. Le autorità carcerarie hanno violato il diritto alla salute dei difensori dei diritti umani e di altre persone incarcerate al termine di processi gravemente iniqui.

 

CONTESTO

A gennaio, il ministro degli Esteri ha annunciato la fine della disputa diplomatica che aveva portato l’Arabia Saudita, il Bahrein e altri stati a isolare il Qatar nel 2017 e il ripristino delle relazioni diplomatiche dell’Arabia Saudita con quest’ultimo.

A luglio, il Parlamento europeo ha espresso la sua ferma condanna per il continuo ricorso alla pena di morte nei casi di rei minorenni e chiesto l’immediato e incondizionato rilascio dei difensori dei diritti umani. Il 27 settembre, l’Arabia Saudita e l’Ue hanno avviato il loro primo dialogo sui diritti umani, che si è tenuto a Bruxelles, in Belgio. L’Ue ha ribadito le sue preoccupazioni in merito alla libertà d’espressione in Arabia Saudita ed evidenziato diversi casi giudiziari riguardanti difensori dei diritti umani sauditi.

La coalizione internazionale a guida saudita, schierata nell’annoso conflitto armato in corso in Yemen, ha continuato a essere implicata in crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale (cfr. Yemen).

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E ASSOCIAZIONE

Dopo un breve periodo di stasi nelle azioni giudiziarie contro i difensori dei diritti umani e i dissidenti, durante il vertice del G20 presieduto dall’Arabia Saudita a novembre 2020, le autorità hanno ripreso i processi punitivi, in particolare davanti all’Scc, di chiunque avesse espresso posizioni critiche verso il governo od opinioni contrarie a quelle del governo in merito agli sviluppi politici o socioeconomici nel paese. L’Scc ha emesso pesanti condanne al carcere contro persone che erano state perseguite a causa delle loro attività per i diritti umani e dell’espressione di opinioni dissenzienti, anche attraverso Twitter. Ha anche imposto condizioni restrittive contro persone rilasciate al completamento della loro condanna, come ad esempio divieti di viaggio, disponendo anche la chiusura dei loro profili social.

A marzo, l’Scc ha inasprito per un totale di altri tre anni la condanna a 14 anni di carcere a carico di Mohammad al-Otaibi, uno dei membri fondatori dell’Unione per i diritti umani, un’organizzazione per i diritti umani indipendente, pena che stava già scontando. La sentenza era stata emessa soltanto sulla base del suo lavoro per i diritti umani, compresa la formazione di una nuova organizzazione di tutela dei diritti umani.

Ad aprile, l’Scc ha condannato Abdulrahman al-Sadhan, un dipendente della Mezzaluna Rossa saudita nella capitale Riyadh, a 20 anni di carcere e a un successivo divieto di viaggio di pari durata. Le prove presentate a suo carico consistevano in una serie di tweet satirici e critici, riguardanti le politiche economiche del governo e la forma di governo del paese, per i quali è stato accusato, tra l’altro, di avere “preparato, immagazzinato e inviato ciò che pregiudicherebbe l’ordine pubblico e i valori religiosi” e “offeso istituzioni e funzionari statali e diffuso false dicerie contro di loro”.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

I difensori dei diritti umani hanno continuato a essere arbitrariamente detenuti, condannati al termine di processi gravemente iniqui o ridotti al silenzio, dopo essere state scarcerati con la condizionale.

A febbraio, la nota difensora dei diritti umani Loujain al-Hathloul è stata rilasciata con la condizionale al completamento del periodo di pena1. A giugno, le difensore dei diritti umani Nassima al-Sada e Samar Badawi sono state scarcerate, anche loro con la condizionale. Le condizioni imposte comprendevano tra l’altro divieti giudiziari di viaggio, di parlare in pubblico, di riprendere il lavoro di difesa dei diritti umani e di utilizzare i social network; queste costituivano una violazione dei loro diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica all’interno del paese, e della libertà di movimento al di fuori dell’Arabia Saudita.

Tra gennaio e luglio, l’Scc ha indebitamente condannato cinque difensori dei diritti umani a pene variabili dai sei ai 20 anni di reclusione. Alcuni di loro avevano appena finito di scontare lunghi periodi di carcerazione, derivanti da precedenti casi giudiziari per accuse similari, legate al loro pacifico esercizio dei diritti umani2. Per esempio, ad aprile, l’Scc ha condannato Mohammad al-Rabiah, difensore dei diritti umani, scrittore e aperto fautore dei diritti delle donne, a sei anni di reclusione seguiti da un divieto di viaggio della durata di sei anni, quando aveva già scontato quasi tre anni di carcere dopo essere stato arrestato a maggio 2018, nell’ambito del giro di vite messo in atto dalle autorità contro i difensori dei diritti umani.

 

PENA DI MORTE

A gennaio, le autorità hanno annunciato una profonda riforma riguardo alla pena di morte, comprendente tra l’altro una moratoria sulle esecuzioni per reati in materia di droga, senza tuttavia compiere alcun passo formale per emendare la legge saudita sul controllo della droga e del narcotraffico o chiarire come la moratoria sarebbe stata applicata.

A febbraio, in un positivo sviluppo giudiziario, l’Scc ha commutato la condanna a morte di Ali al-Nimr, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoun, tre giovani arrestati quando erano minorenni, e ha riformulato una sentenza a 10 anni di reclusione, comprendente il periodo che avevano già scontato in carcere3. La nuova sentenza è arrivata dopo che, ad agosto 2020, il pubblico ministero aveva disposto un riesame delle condanne a morte emesse nei confronti dei tre uomini.

Ali al-Nimr e Abdullah al-Zaher sono stati rilasciati rispettivamente a ottobre e novembre, dopo aver scontato la condanna a 10 anni di carcere.

La magistratura ordinaria ha ripreso l’uso discrezionale della pena di morte (ta’zir) contro persone giudicate colpevoli di reati non punibili con la morte ai sensi della sharia (legge islamica). Il 15 giugno, le autorità hanno eseguito la sentenza contro Mustafa al-Darwish, un giovane saudita membro della minoranza sciita, condannato a morte per accuse legate alla sua presunta partecipazione ad alcune proteste antigovernative violente4.

 

DIRITTI DEI MIGRANTI

Il ministero del Lavoro ha introdotto a marzo una parziale riforma del sistema saudita di lavoro tramite sponsor, conosciuto come kafala, che ha allentato i vincoli cui erano soggetti alcuni lavoratori migranti, esentandoli in determinati casi dall’obbligo di ottenere il permesso del loro datore di lavoro per poter cambiare lavoro. Tali condizioni comprendevano il mancato pagamento di tre mensilità di stipendio consecutive; la scadenza del permesso di lavoro del dipendente; e la mancata comparizione del datore di lavoro a due udienze nel caso in cui venisse sollevata una vertenza lavorativa. Le riforme avrebbero inoltre permesso ai lavoratori migranti di richiedere un permesso di uscita dal paese, senza prima ottenere l’autorizzazione del datore di lavoro, senza tuttavia abolire tale permesso. In base a queste condizioni, i lavoratori migranti avrebbero continuato a essere vincolati ai datori di lavoro, che conservavano un considerevole controllo sui loro diritti e sulla loro libertà di movimento. I lavoratori domestici continuavano a essere esclusi dalle tutele previste dallo statuto dei lavoratori del paese.

Per tutto l’anno, le autorità hanno proseguito il loro giro di vite contro i migranti accusati di avere violato la normativa vigente in materia di permesso di soggiorno, sicurezza delle frontiere e lavoro, attraverso un’ondata di arresti arbitrari di massa. Il ministero dell’Interno ha annunciato che a novembre e dicembre erano state arrestate almeno 117.000 persone, uomini e donne, per avere violato queste norme, e che più di altre 2.400, in prevalenza migranti etiopi e yemeniti, erano state arrestate per avere varcato il confine saudita senza un visto d’ingresso valido. Circa 73.000 uomini e donne sono stati successivamente espulsi e rimandati nei loro paesi d’origine.

Ad aprile, Amnesty International ha documentato la detenzione di almeno 41 cittadine dello Sri Lanka, tutte lavoratrici domestiche migranti, per periodi anche di 18 mesi, presso il Centro di detenzione per l’espulsione Exit 18 di Riyadh, in attesa di essere rimpatriate. Molte delle donne erano state arrestate in relazione al loro status di migrazione ai sensi del sistema kafala. Alcuni dei motivi citati per la loro detenzione erano: un permesso di lavoro scaduto, il mancato rilascio del permesso di uscita da parte del loro datore di lavoro o il rifiuto a concederlo e il tentativo di sottrarsi agli abusi del datore di lavoro, decidendo di tornare nel proprio paese d’origine senza un permesso di uscita. In seguito all’attenzione suscitata a livello nazionale e internazionale, a maggio le donne erano state tutte rimpatriate5.

A luglio, un organo di stampa allineato con il governo ha diffuso la notizia che Qiwa, una piattaforma gestita dal ministero delle Risorse umane, aveva fissato una quota massima per l’assunzione di cittadini indiani, bangladesi, yemeniti ed etiopi. Sebbene tale decisione fosse applicabile soltanto alle neo-assunzioni o ai lavoratori che fossero passati a nuovo datore di lavoro, sia la Reuters che Human Rights Watch hanno riportato che le autorità saudite avevano di fatto sciolto contratti o smesso di rinnovare i contratti di decine di yemeniti già impiegati nelle istituzioni del paese.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

L’8 febbraio, il principe ereditario Mohammad bin Salman ha annunciato tramite un’agenzia di stampa ufficiale alcune riforme legislative di ampia portata, compresa una nuova legge sullo status personale. Le autorità non hanno fornito altre precisazioni in merito a tale riforma legislativa e non è stato chiarito quando la nuova legge sarebbe entrata in vigore. Le donne hanno continuato ad affrontare gravi forme di discriminazione in questioni come matrimonio, divorzio, eredità e custodia dei figli.

A maggio, un organo di stampa allineato con il governo ha riportato che il consiglio della shura aveva ripreso il dibattito riguardante la riforma della legge sulla nazionalità, per concedere il permesso di soggiorno permanente, senza oneri e lunghe procedure, ai figli di donne saudite sposate con cittadini stranieri.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

Secondo il ministero della Salute, a settembre erano state somministrate almeno 42 milioni di dosi di vaccino contro il Covid-19. La Reuters ha stimato che ciò corrispondeva a circa il 61 per cento della popolazione del paese, calcolando per ognuno due dosi di vaccino.

Un organo di stampa allineato con il governo ha riportato che, ad aprile, circa il 68 per cento dei detenuti nei penitenziari del paese era stato vaccinato contro il Covid-19 e che proseguiva l’impegno di vaccinare i rimanenti prigionieri che avevano dato il consenso. Nel caso in cui i prigionieri fossero risultati positivi al Covid-19, questi venivano isolati dagli altri reclusi in celle individuali. Tuttavia, ai prigionieri è stato anche negato qualsiasi contatto con la propria famiglia per tutta la durata dell’isolamento. In un caso, Mohammad al-Qahtani, difensore dei diritti umani e membro fondatore della, oramai sciolta, Associazione saudita per i diritti civili e politici (Saudi Civil and Political Rights Association – Acpra), è stato detenuto in incommunicado e non gli è stato permesso di comunicare con la famiglia per 14 giorni, dopo essere risultato positivo al Covid-19 ad aprile6.

Coloro che necessitavano di cure mediche urgenti hanno continuato a essere incarcerati senza ricevere un’adeguata attenzione medica od opportune terapie.

Mohammad al-Khudari, un chirurgo palestinese in pensione, politico e scrittore, di 83 anni, la cui salute si era deteriorata in carcere, è stato privato di adeguate terapie mediche per molteplici problematiche di salute di cui soffriva, tra cui cancro, incontinenza, ernia del disco, fragilità ossea e astenia generale. L’Scc lo ha condannato l’8 agosto a 15 anni di carcere (con una sospensione di metà della pena a causa dell’età avanzata), al termine di un processo di massa in cui era imputato anche suo figlio. La sentenza è stata poi ridotta nella sessione d’appello del 28 dicembre a sei anni di carcere (con tre anni di sospensione della pena). Il processo è stato segnato da gravi violazioni delle procedure dovute7.

Salman Alodah, un ecclesiastico religioso, è rimasto confinato in isolamento dal suo arresto, avvenuto a settembre 2017. Secondo suo figlio, la sua salute era progressivamente peggiorata in detenzione, fino a fargli perdere parzialmente la vista e l’udito. Accusato di reati che comportavano la pena di morte, Salman Alodah aveva affrontato oltre 10 udienze processuali dall’inizio del procedimento a suo carico ad agosto 2018, comprese tre solo nel 2021, tutte rinviate per mesi senza nessuna ragione chiaramente plausibile, una situazione che aveva prostrato lui e i suoi cari sotto il profilo mentale ed emotivo.

 

DECESSO IN CUSTODIA

A ottobre, Musa al-Qarni, un ecclesiastico, è stato aggredito e ucciso da un altro recluso mentre era detenuto nella sua cella nel carcere di Dhahban, vicino a Gedda. Secondo quanto si è appreso, presentava contusioni e fratture a livello facciale, del cranio e alle costole, e aveva riportato una commozione cerebrale. Le autorità hanno omesso di aprire un’indagine sulla sua morte8.

 

DIRITTO ALLA PRIVACY

A luglio, l’indagine condotta nell’ambito del Pegasus Project ha fatto emergere che 50.000 utenze telefoniche erano divenute pubbliche e oggetto di potenziale sorveglianza, attraverso l’utilizzo dello spyware Pegasus, dell’azienda Nso Group, tra cui quelle di giornalisti, difensori dei diritti umani e familiari di dissidenti sauditi. Amnesty International ha raccolto prove che confermavano che la famiglia del giornalista saudita Jamal Khashoggi era stata presa di mira dallo spyware Pegasus prima e dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta il 2 ottobre 2018 in Turchia, ad opera di agenti dello stato saudita, nonostante le ripetute smentite da parte dell’Nso Gruop. Lo spyware Pegasus era stato installato sul telefono di Hatice Cengiz, la compagna di Khashoggi, quattro giorni prima del suo assassinio. Sua moglie, Hanan Elatr, era stata ripetutamente presa di mira con lo spyware tra settembre 2017 e aprile 2018, e anche il figlio Abdullah era stato scelto come potenziale bersaglio9.

 


Note:
1 Saudi Arabia: Release of women’s rights defender Loujain al-Hathloul long overdue, 10 febbraio.
2 Saudi Arabia’s Post-G20 Crackdown on Expression: Resumption of Crackdown on Free Speech, Human Rights Activism and Use of the Death Penalty (MDE 23/4532/2021), 3 agosto.
3 Saudi Arabia: Withdrawal of death sentences for three Shi’a activists arrested as teenagers a welcome move, 8 febbraio.
4 Saudi Arabia: Further Information: Young Saudi Executed After Grossly Unfair Trial: Mustafa al-Darwish (MDE 23/4453/2021), 14 luglio.
5 Saudi Arabia: Dozens of Sri Lankan women wrongfully detained for months due to abusive kafala system, 15 aprile.
6 Saudi Arabia: Fears for health of imprisoned human rights defender held incommunicado, 16 aprile.
7 Saudi Arabia: 83-Year-Old Detainee Needs Urgent Medical Care: Dr. Mohammed al-Khudari, Dr. Hani al-Khudari (MDE23/4758/2021), 22 settembre.
8 Saudi Arabia: Impunity for Cleric Death in Custody Illustrates Disregard for Prisoner Rights (MDE 23/5105/2021), 15 dicembre.
9 Massive data leak reveals Israeli NSO Group’s spyware used to target activists, journalists, and political leaders globally, 18 luglio.

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