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Libia

Capo di stato: Mohamed al-Menfi (subentrato a Fayez al-Sarraj a marzo)

Capo di governo: AbdelHamid al-Dbeibeh (subentrato a Fayez al-Sarraj a marzo)

Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno continuato a detenere arbitrariamente migliaia di persone, alcune da oltre un decennio, senza permettere loro di contestare la legalità della detenzione. Decine di giornalisti, politici, dipendenti governativi e attivisti della società civile sono stati rapiti, sottoposti a sparizione forzata e torturati o altrimenti maltrattati, per la loro reale o percepita affiliazione politica, regionale o tribale e/o per il loro attivismo legato alle elezioni in programma. Le milizie e i gruppi armati hanno ucciso e ferito civili e distrutto proprietà civili, durante scontri sporadici e localizzati. Gli attacchi dei gruppi armati contro infrastrutture idrauliche hanno compromesso l’accesso all’acqua potabile di milioni di persone. Le autorità hanno continuato a integrare nelle istituzioni statali e a finanziare le milizie e i gruppi responsabili di crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani. Non hanno inoltre saputo proteggere donne, ragazze e persone Lgbti dalla violenza sessuale e dalla violenza di genere o combattere la discriminazione. Le minoranze etniche e le persone sfollate internamente hanno incontrato ostacoli nell’accesso all’istruzione e all’assistenza medica. Le milizie e le forze di sicurezza hanno fatto ricorso all’uso illegale della forza letale e ad altra violenza per arrestare arbitrariamente migliaia di migranti e rifugiati, mentre le unità della guardia costiera libica, supportata dall’Ue, ne hanno intercettato in mare altre migliaia e le hanno riportate con la forza in Libia dove sono stati detenuti. I migranti e rifugiati detenuti sono stati sottoposti a tortura, uccisioni illegali, violenza sessuale e lavoro forzato. I tribunali militari hanno giudicato decine di civili in processi profondamente viziati.

 

CONTESTO

Il processo di transizione mediato dalle Nazioni Unite ha portato all’insediamento a marzo del governo di unità nazionale (Government of National Unity – Gnu), incaricato di preparare le elezioni presidenziali e parlamentari. Sono persistite divisioni politiche e le Forze armate arabe libiche (Libyan Arab Armed Forces – Laaf), un gruppo armato, hanno mantenuto il controllo effettivo su larga parte della Libia orientale e meridionale.

Il 22 dicembre, le elezioni presidenziali previste per il 24 dicembre sono state rinviate, dopo che le autorità non erano riuscite ad approvare una lista definitiva dei candidati eleggibili. Sono persistiti disaccordi sui criteri di selezione dei candidati eleggibili, nonché sulla base costituzionale e legale per le elezioni, con vari comitati elettorali che hanno liquidato come non valida la controversa legge elettorale annunciata dal portavoce del parlamento, a causa dell’assenza di un voto parlamentare, di irregolarità procedurali e violazioni della roadmap sostenuta dalle Nazioni Unite. Per un breve periodo a dicembre, dopo che AbdelHamid al-Dbeibeh aveva annunciato la sua candidatura alle elezioni, il vice primo ministro Ramadan Abu Janah ha assunto il ruolo di primo ministro.

Nonostante l’accordo raggiunto ad agosto dal Gnu e da rappresentanti delle Laaf per un ritiro graduale dei combattenti stranieri, nel paese ne rimanevano ancora migliaia.

L’economia libica ha mostrato segni di ripresa, in parte dovuta alla ripresa della produzione petrolifera. Tuttavia, l’incapacità di adottare un bilancio nazionale e di unificare la Banca centrale ha limitato l’esercizio dei diritti socioeconomici della popolazione e determinato ripetuti ritardi nel pagamento degli stipendi per i lavoratori del settore pubblico.

A ottobre, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rinnovato il mandato della Missione di ricerca di indagare sui crimini di diritto internazionale compiuti in Libia a partire dal 2016.

 

DETENZIONE ARBITRARIA E PRIVAZIONE ILLEGALE DELLA LIBERTÀ

Il Gnu e le Laaf hanno annunciato il rilascio di decine di prigionieri, incluso al-Saadi al-Gaddafi, figlio dell’ex leader libico Muammar al-Gaddafi. Tuttavia, le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno continuato a detenere arbitrariamente migliaia di persone; alcune erano trattenute senza accusa né processo da più di un decennio.

Per tutto l’anno, uomini e donne sono stati arrestati sulla base della loro reale o percepita affiliazione politica o tribale, o del loro attivismo legato alle elezioni, e sottoposti a sparizione forzata o trattenuti in incommunicado per periodi anche di sette mesi1.

A marzo, l’Agenzia per la sicurezza interna, un gruppo armato affiliato alle Laaf, ha rapito Haneen al-Abduli in una strada di Bengasi e l’ha detenuta nel carcere di al-Kouwifyia fino al 28 giugno, dopo che aveva pubblicamente chiesto giustizia per l’omicidio di sua madre, l’avvocata Hanan al-Barassi, uccisa a colpi d’arma da fuoco nel 20202.

I tribunali militari nelle aree controllate dalle Laaf hanno condannato decine di civili in procedimenti giudiziari profondamente viziati3. Agli imputati era stato regolarmente negato il diritto a una difesa adeguata, ad avere una sentenza motivata, nonché a una concreta revisione del proprio caso.

A settembre, le Laaf hanno rilasciato il giornalista Ismail al-Zway, che stava scontando una condanna a 15 anni di carcere, comminatagli da un tribunale militare a causa del suo lavoro d’informazione.

 

TORTURA E ALTRO MALTRATTAMENTO

Le milizie e i gruppi armati hanno sistematicamente torturato e altrimenti maltrattato i detenuti nei centri di detenzione ufficiali e nei luoghi di reclusione non ufficiali, nella totale impunità. Percosse, scosse elettriche, esecuzioni simulate, fustigazione, annegamento simulato, sospensione in posizioni contorte e violenza sessuale sono stati denunciati dai prigionieri trattenuti dalle forze di deterrenza speciale, dall’apparato di supporto stabile, dalla Brigata 444, dall’agenzia per la pubblica sicurezza e dalle milizie della forza di supporto della direzione per la sicurezza, oltre che dai gruppi armati come l’Agenzia per la sicurezza interna, Tareq Ibn Zeyad e le Brigate 128ᵃ e 106ᵃ.

Le autorità carcerarie, le milizie e i gruppi armati hanno trattenuto i detenuti in condizioni disumane, caratterizzate da sovraffollamento, mancanza d’igiene, diniego di cure mediche, esercizio fisico e cibo sufficiente. Almeno due uomini sono deceduti in custodia dopo che erano state loro negate cure mediche adeguate.

La legislazione libica ha mantenuto l’imposizione di punizioni corporali, come la fustigazione e l’amputazione. A giugno, un tribunale militare di Tripoli ha condannato un soldato a 80 frustate per consumo di alcolici; la fustigazione è stata eseguita dalla polizia militare.

 

UCCISIONI ILLEGALI

Sono stati rinvenuti i corpi di almeno 20 individui che erano stati rapiti dalle milizie e dai gruppi armati. Alcuni presentavano segni di tortura o ferite d’arma da fuoco. Ad agosto, a Bengasi, è stato trovato il corpo di Abdelaziz al-Ogali, un uomo di 56 anni che era stato rapito a novembre 2020 da uomini armati ritenuti affiliati alle Laaf.

 

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE ED ESPRESSIONE

Per tutto l’anno, le milizie e i gruppi armati attivi nelle aree controllate dal Gnu e dalle Laaf hanno minacciato decine di attivisti e politici per costringerli ad abbandonare il loro attivismo e coinvolgimento politico nelle elezioni e hanno arrestato almeno 20 uomini.

In seguito all’appello lanciato dalla Lega nazionale giovanile, un’entità statale, che invitava a protestare contro il rinvio delle elezioni, a settembre uomini armati hanno rapito il suo direttore Imad al-Harati nel suo ufficio di Tripoli e lo hanno trattenuto in incommunicado per nove giorni.

A ottobre, il parlamento ha approvato una legge sui reati informatici che ha introdotto rigide limitazioni alla libera espressione online, conferendo al governo poteri di sorveglianza e censura, e che puniva con la reclusione la divulgazione di contenuti ritenuti “immorali”.

Le milizie e i gruppi armati hanno continuato a prendere di mira giornalisti e utenti dei social network attraverso arresti arbitrari, detenzioni e minacce, semplicemente per avere espresso opinioni critiche o per avere svolto il loro lavoro.

A ottobre, uomini armati non identificati in uniforme militare hanno rapito il giornalista Saddam al-Saket, mentre copriva la notizia di un sit-in di protesta dei rifugiati a Tripoli. Da allora di lui non si è più saputo nulla.

La registrazione, la sovvenzione e le attività delle Ong sono rimaste soggette a procedure opache e farraginose. Un ricorso contro le indebite restrizioni al diritto alla libertà d’associazione contenute nel decreto n. 286/2019 rimaneva pendente presso il tribunale amministrativo di Tripoli. Gli attori umanitari hanno riferito un aumento delle restrizioni al loro accesso al paese e alle comunità che necessitavano di aiuti.

 

ATTACCHI ILLEGALI

Benché il cessate il fuoco nazionale in vigore da ottobre 2020 abbia tenuto, le milizie e i gruppi armati hanno violato il diritto internazionale umanitario durante i loro sporadici e localizzati scontri armati, caratterizzati tra l’altro da attacchi indiscriminati e distruzione di infrastrutture civili e proprietà private.

A giugno, i violenti scontri armati a colpi di mitragliatrice tra l’Unità per le indagini penali, una milizia con base nella città di al-Zawiya, e una milizia guidata da Mohamed al-Shalfoh, con base nei dintorni della città di al-Agiliat, hanno provocato la morte di due donne e di un uomo e danneggiato proprietà civili.

A ottobre, un ragazzo è rimasto ucciso nella città meridionale di Sebha durante gli scontri armati tra la Brigata 116, un gruppo armato affiliato alle Laaf ma teoricamente sotto il comando del Gnu, e un gruppo armato locale.

Le mine terrestri, piazzate da attori non statali affiliati alle Laaf prima del loro ritiro da Tripoli nel 2020, hanno causato la morte o il ferimento di almeno 24 civili, anche bambini. A marzo, un uomo e un ragazzo sono rimasti uccisi in due distinte esplosioni di mine terrestri dislocate alla periferia sud di Tripoli.

I gruppi armati hanno ripetutamente attaccato l’infrastruttura del Grande fiume artificiale (Great Man-Made River – Gmmr), una rete di condutture idrauliche sotterranee che portano acqua dolce dalle falde acquifere nel profondo sud fino alle aree costiere, limitando l’accesso all’acqua per milioni di persone. Ad agosto, uomini armati affiliati alla comunità tribale magarha hanno costretto l’amministrazione del Gmmr a tagliare per un’intera settimana le forniture d’acqua nella Libia occidentale, chiedendo il rilascio del loro leader tribale Abdallah al-Senussi, ex capo d’intelligence, condannato a morte nel 2015.

A giugno, il gruppo armato Stato islamico ha rivendicato un attentato suicida contro un posto di blocco della polizia a Sebha, costato la vita a sei civili.

Diversi paesi, tra cui Russia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae), hanno violato l’embargo delle Nazioni Unite in vigore dal 2011, mantenendo la presenza di combattenti stranieri ed equipaggiamento militare in territorio libico. Video verificati mostrano le milizie che utilizzano veicoli blindati fabbricati negli Uae e quindi esportati, in un raid compiuto a Tripoli a ottobre contro migranti e rifugiati; con ogni probabilità erano stati sequestrati alle Laaf dalle milizie affiliate al Gnu (il precedente Governo di accordo nazionale) durante le ostilità a Tripoli.

 

IMPUNITÀ

Le autorità e i membri delle milizie e dei gruppi armati responsabili di crimini di diritto internazionale hanno goduto di una pressoché totale impunità. Le autorità hanno continuato a finanziare gruppi armati e milizie responsabili di abusi senza alcun controllo e a integrarli nelle istituzioni statali.

A gennaio, Abdel Ghani al-Kikli, comandante della milizia Forza di sicurezza centrale Abu Salim, è stato nominato capo dell’autorità di sostegno alla stabilità, un nuovo apparato di sicurezza con funzioni anche d’intelligence, sebbene fonti attendibili indicassero che la sua milizia era coinvolta in crimini di guerra sin dal 2011.

Le autorità libiche e le entità che avevano un controllo de facto sul territorio hanno ignorato i mandati d’arresto spiccati dall’Icc e Saif al-Islam al-Gaddafi, già incriminato dall’Icc per accuse di crimini contro l’umanità, è stato addirittura candidato alla presidenza.

A febbraio, Al-Tuhamy Khaled, ricercato dall’Icc per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, è morto mentre era latitante in Egitto. A marzo, Mahmoud al-Werfalli, ricercato dall’Icc per l’omicidio di 33 persone a Bengasi e nelle aree circostanti, è stato assassinato a Bengasi.

Ad aprile, il Gnu ha rilasciato Abdelrahman Milad, conosciuto anche come “Bidja”, su decisione del pubblico ministero, che sosteneva che non ci fossero prove a suo carico. È rimasto sottoposto alle sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, imposte a giugno 2018, in relazione al suo coinvolgimento nella tratta di esseri umani. Ha assunto di nuovo il ruolo di comandante della guardia costiera libica-divisione occidentale di al-Zawiya. Osama al-Kuni ha continuato a ricoprire il ruolo di direttore del centro di detenzione di al-Nasr, ad al-Zawiya, nonostante a ottobre fosse stato aggiunto alla lista delle sanzioni imposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per il ruolo da lui svolto nei crimini contro i migranti e rifugiati detenuti.

A giugno, le Laaf hanno attribuito a membri del gruppo armato Tareq Ibn Zeyad l’uccisione di Mohamed al-Kani, un comandante del gruppo armato al-Kaniat, mentre opponeva resistenza all’arresto. A Tarhouna sono state scoperte centinaia di fosse comuni contenenti cadaveri di uomini, donne e bambini, ritenuti vittime di uccisioni illegali compiute da al-Kaniat dopo il suo ritiro dalla città, a giugno 2020. Sebbene le autorità avessero annunciato l’apertura di indagini, non era stato ancora assicurato alla giustizia alcun sospettato.

A ottobre, la Missione di ricerca ha rilevato che tutte le parti coinvolte nel conflitto avevano violato il diritto internazionale e che gli abusi compiuti contro rifugiati e migranti erano da considerarsi possibili crimini contro l’umanità.

 

VIOLENZA SESSUALE E DI GENERE

Le autorità libiche non hanno provveduto a proteggere donne, ragazze e persone Lgbti dalla violenza sessuale e di genere, oltre che da uccisioni, tortura e privazione illegale della libertà da parte delle milizie, dei gruppi armati e di altri attori non statali. Donne e ragazze hanno incontrato ostacoli nell’ottenere giustizia nei casi di stupro e altra violenza sessuale, rischiando anche di essere perseguite penalmente per relazioni sessuali al di fuori del matrimonio, considerato in Libia un reato, e di essere vittime della vendetta dei perpetratori. Attiviste e politiche, tra cui Najla al-Mangoush, ministra degli Esteri del Gnu, e le candidate presidenziali Laila Ben Khalifa e Huneida al-Mahdi, hanno subìto abusi di stampo misogino e minacce online.

A febbraio, in seguito a una disputa familiare, la studentessa Widad al-Sheriqi è stata rapita da uomini armati guidati da suo padre, torturata e tenuta prigioniera in una località privata ad al-Zawiya, fino a quando non è riuscita a fuggire a marzo.

A luglio, le forze di deterrenza speciale hanno catturato e riportato con la forza indietro alla sua famiglia una ragazza che era stata vittima di violenza domestica per mano dei suoi genitori.

I gruppi armati e le milizie hanno continuato ad attaccare, vessare e arrestare persone Lgbti. Le relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso sono rimaste un reato.

A settembre, un uomo transgender è fuggito dalla Libia dopo che un gruppo armato affiliato alle Laaf aveva minacciato di uccidere lui e un suo amico a Bengasi.

 

DISCRIMINAZIONE

Minoranze etniche e popolazioni native

Nel sud della Libia, alcuni membri delle comunità tribali tabu e tuareg, specialmente coloro che non erano in grado di esibire carte d’identità nazionali, hanno incontrato ostacoli nell’accesso ad alcuni servizi essenziali, come assistenza medica e istruzione, oltre che a club sportivi. Ad al-Kufra, i membri della comunità tabu non potevano accedere nell’unica università della città sudorientale, in quanto questa era localizzata in un’area controllata da gruppi armati rivali. A settembre, il primo ministro ha annunciato la creazione di un comitato incaricato di riesaminare le contestate domande di rilascio della cittadinanza che riguardavano prevalentemente membri di minoranze etniche. Sfollati interni Quasi 200.000 persone sono rimaste sfollate internamente al paese, alcune anche da più di 10 anni. Migliaia di sfollati interni provenienti dall’est della Libia non avevano più potuto ritornare nei loro luoghi d’origine, per timore di subire le rappresaglie dei gruppi armati e la distruzione delle loro proprietà. Migliaia di abitanti della città di Tawergha, dalla quale erano stati cacciati con la forza nel 2011, non erano più riusciti a rientrare nelle loro case per mancanza di sicurezza e di servizi essenziali. Le persone sfollate internamente hanno incontrato ostacoli che hanno fortemente condizionato il loro accesso all’istruzione, all’assistenza medica, agli alloggi e all’impiego, a causa dell’incapacità dimostrata dai governi che si erano succeduti di dare priorità ai loro diritti, anche nei bilanci nazionali, e di proteggerle da detenzioni arbitrarie, minacce di sgombero e altri attacchi da parte dei gruppi armati e delle milizie.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

Rifugiati e migranti sono stati sottoposti a diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani e agli abusi compiuti dalle autorità statali, dalle milizie e dai gruppi armati, che hanno agito nell’impunità.

Le unità della guardia costiera libica, supportata dall’Ue, hanno messo in pericolo le vite dei rifugiati e migranti che tentavano di attraversare il mar Mediterraneo, aprendo il fuoco o danneggiando deliberatamente in altro modo le imbarcazioni, azioni che hanno avuto come conseguenza la perdita di vite umane (cfr. Italia). Hanno intercettato in mare 32.425 rifugiati e migranti, riportandoli indietro in Libia, dove a migliaia sono stati detenuti a tempo indefinito nei centri amministrati dalla direzione per la lotta alla migrazione illegale (Directorate for Combating Illegal Migration – Dcim)4. Altre migliaia sono stati sottoposti a sparizione forzata successivamente allo sbarco.

Rifugiati e migranti sono stati anche arrestati arbitrariamente nelle loro abitazioni, per strada e ai posti di blocco. A ottobre, le forze di sicurezza e le milizie con base a Tripoli hanno fatto ricorso alla forza letale e ad altra violenza per rastrellare circa 5.000 uomini, donne e bambini provenienti da paesi dell’Africa Subsahariana5.

Le guardie e le milizie hanno sottoposto coloro che erano sotto custodia a tortura e altro maltrattamento, inclusa violenza sessuale e violenza di genere, lavoro forzato e altre forme di sfruttamento, anche presso il centro di detenzione di al-Mabani amministrato dal Dcim, aperto a Tripoli a gennaio. Le guardie del centro Shara’ al-Zawiya, amministrato dal Dcim a Tripoli, hanno stuprato donne e ragazze e le hanno costrette a fornire prestazioni sessuali in cambio di cibo.

Le autorità del Dcim nell’est della Libia hanno espulso almeno 2.839 rifugiati e migranti rimandandoli in Ciad, Egitto e Sudan, senza rispettare le procedure dovute.

Le autorità libiche hanno bloccato la partenza di diversi voli di reinsediamento o evacuazione di rifugiati e richiedenti asilo al di fuori della Libia.

Guardie, uomini in uniforme militare e milizie hanno sparato contro rifugiati e migranti nei centri amministrati dal Dcim o durante i loro tentativi di fuga, uccidendone almeno 10 e ferendone altre decine, nel centro di detenzione al-Mabani e nei centri di detenzione controllati da Abu Salim, in episodi distinti documentati a febbraio, aprile, luglio e ottobre.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

La campagna di vaccinazione contro il Covid-19 è cominciata ad aprile, ma è stata segnata da ritardi, dall’iniziale esclusione delle persone prive di documenti e dalla mancanza di priorità per gli operatori sanitari e altre categorie a rischio. Le autorità libiche non sono state in grado di procurare vaccini in misura sufficiente, sensibilizzare la popolazione sulla loro importanza o assicurarne l’accessibilità alle categorie a rischio. Migranti, rifugiati e sfollati interni hanno incontrato ulteriori ostacoli nell’accesso ai vaccini a causa delle situazioni di nepotismo e della discriminazione, mentre le milizie e i gruppi armati non hanno vaccinato le persone sotto la loro custodia. A fine anno, soltanto il 12 per cento dei libici e meno dell’un per cento dei cittadini stranieri aveva completato il ciclo vaccinale.

Il settore sanitario è stato messo a dura prova a causa di infrastrutture e attrezzature limitate e danneggiate, portando alla chiusura di diversi centri di isolamento per il Covid-19. Uomini armati hanno rapito e aggredito con violenza personale sanitario e operatori umanitari.

 

PENA DI MORTE

L’ordinamento libico ha mantenuto la pena di morte per un’ampia gamma di reati non limitati all’omicidio intenzionale e sono state emesse nuove condanne a morte. Non ci sono state esecuzioni. A maggio, la Corte suprema ha annullato il verdetto di colpevolezza e la condanna a morte di Saif al-Islam al-Gaddafi e di altri otto uomini, citando motivi di irregolarità processuale, e ha disposto un nuovo processo.

 


Note:
1 Libya: Authorities must address violations after elections postponed, 22 dicembre.
2 Libya: Government of National Unity must not legitimize militias and armed groups responsible for harrowing abuses, 6 agosto.
3 Libya: Military courts sentence hundreds of civilians in sham, torture-tainted trials, 26 aprile.
4 Libya: Horrific violations in detention highlight Europe’s shameful role in forced returns, 15 luglio.
5 Libya: Unlawful lethal force and mass arrests in unprecedented migrant crackdown, 8 ottobre. Rapporto 2021-2022

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