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REPUBBLICA DELLO YEMEN

Capo di stato: Abd Rabbu Mansour Hadi

Capo di governo: Maeen Abdulmalik Saeed

Tutte le parti in conflitto in Yemen hanno continuato a commettere violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme sui diritti umani, nell’impunità. La coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che sostiene il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, e le forze huthi hanno continuato a compiere attacchi, con uccisioni illegali, ferimento di civili e distruzione di obiettivi civili, comprese infrastrutture legate alla distribuzione di generi alimentari. Le forze del Consiglio di transizione meridionale (Southern Transitional Council – Stc) hanno compiuto uccisioni sommarie. Le parti in conflitto si sono rese responsabili di detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti e processi iniqui, contro persone prese di mira per le loro affiliazioni politiche, religiose o professionali, il loro attivismo pacifico o per motivi legati al genere. Tutte le parti hanno perpetrato violenza e discriminazione di genere. Il governo e l’Stc hanno fatto ricorso alla violenza letale per reprimere proteste in larga parte pacifiche, che chiedevano l’adozione di misure per affrontare il deterioramento della situazione economica. Le parti in conflitto hanno ostacolato il flusso di generi alimentari, medicine, carburante e aiuti umanitari. Le autorità de facto huthi hanno impedito le vaccinazioni contro il Covid-19. L’Arabia Saudita e il Bahrein hanno fatto pressioni sugli stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UN Human Rights Council – Hrc) per ottenere un voto contrario al rinnovo del mandato del Gruppo di eminenti esperti internazionali e regionali sullo Yemen (Group of Eminent International and Regional Experts on Yemen – UN Gee), portando così all’eliminazione dell’unico meccanismo investigativo internazionale imparziale sulla situazione in Yemen. Tutte le parti in conflitto hanno contribuito al degrado ambientale. Sono state emesse nuove condanne a morte e sono state effettuate esecuzioni.

 

CONTESTO

Il conflitto armato è proseguito per tutto il 2021, con una significativa escalation di violenza a febbraio e settembre, quando le forze huthi hanno lanciato le loro offensive contro le truppe governative nei governatorati di Ma’arib, Dahle’, al-Bayda e Shabwa. Gli huthi hanno ottenuto successi senza precedenti nella conquista del territorio, fino a giungere a fine anno alle porte della città di Ma’arib. Secondo i dati raccolti dall’Organizzazione internazionale per la migrazione, questi e altri fronti aperti hanno causato lo sfollamento di 573.362 persone.

I governatorati di Aden, Abyan e Shabwa sono rimasti teatro di combattimenti, anche in aree densamente popolate, tra l’Stc, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae), e le truppe governative, tra fazioni dell’Stc e tra le forze dell’Stc e le tribù locali. Nonostante l’Stc e rappresentanti del governo avessero ribadito il loro impegno per una condivisione del potere, come parte dell’accordo di Riyadh, questo punto era stato implementato solo parzialmente e le forze dell’Stc rimanevano fuori dal controllo del governo.

Nonostante i promettenti segnali intravisti nel 2020 per un cambio di rotta nei colloqui politici tra le parti, a fine 2021 il neoincaricato Inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen ha rilevato che il disaccordo tra le parti si stava aggravando.

 

ATTACCHI ILLEGALI

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita e le forze huthi hanno continuato a effettuare raid aerei indiscriminati, che hanno causato morti e feriti tra i civili, oltre che distrutto e danneggiato obiettivi civili, comprese infrastrutture legate alla distribuzione di generi alimentari.

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha compiuto raid aerei che hanno ucciso o ferito civili e danneggiato obiettivi civili. Il 21 marzo, nel governatorato di Hodeidah, due raid aerei hanno colpito il porto di Salif, danneggiando un deposito di grano e ferendo cinque dipendenti. Il 14 giugno, nel distretto di Khamir, nel governatorato di Amran, due allevamenti di pollame sono stati colpiti da missili che, dai rilievi effettuati dall’UN Gee, sarebbero stati lanciati dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. L’UN Gee ha espresso il timore che la coalizione non stesse adottando tutte le precauzioni possibili al fine di tutelare i civili.

Le forze huthi hanno continuato a ricorrere all’uso di armi pesanti imprecise. Per tutto marzo, hanno regolarmente sparato colpi di mortaio sui campi per sfollati interni di Meel, Tawasol e Kheir, vicino alla città di Ma’arib, a circa 1-3 chilometri dalla prima linea. Questi hanno ucciso sei donne e tre bambini. Il 3 aprile, nel quartiere Rawda della città di Ma’arib, un razzo lanciato da un’area controllata dagli huthi ha ucciso un ragazzo e un uomo e ferito altri tre giovani. L’UN Gee ha concluso che questi attacchi costituivano crimini di guerra.

A Hodeidah, le truppe governative hanno occupato un’azienda di produzione alimentare di proprietà dei fratelli Thabit, utilizzando l’edificio per scopi militari e rendendolo pertanto un obiettivo militare. Il 6 e 19 giugno, le forze huthi hanno bombardato la fabbrica, provocando vittime civili e causando danni agli impianti di produzione e alle condutture d’acqua.

 

UCCISIONI ILLEGALI

Secondo i dati raccolti dall’Ong Sam for Rights and Liberties, ad Aden, un governatorato controllato dalle forze dell’Stc, nel 2021 ci sono stati 38 assassinii o tentati assassinii di civili.

L’8 settembre, le forze dell’Stc hanno fermato e quindi ucciso un medico al posto di blocco di al-Farsha, a Tur al-Bahah, nel governatorato di Lahij. Il 4 ottobre, a un altro posto di blocco a Tur al-Bahah, un’area controllata dalle forze dell’Stc, uomini armati non identificati hanno fermato e ucciso un infermiere che lavorava per Medici senza frontiere.

 

DETENZIONE ARBITRARIA, TORTURA E PROCESSI INIQUI

Tutte le parti in conflitto hanno continuato a detenere, sottoporre a sparizione forzata e torturare persone a causa delle loro affiliazioni politiche, religiose o professionali, il loro attivismo politico o per motivi legati al genere.

Autorità de facto huthi

Le autorità de facto huthi hanno continuato a detenere centinaia di uomini, donne e bambini migranti, soprattutto cittadini etiopi e somali, in condizioni deplorevoli e per periodi indefiniti nella città di Sana’a. Il 7 marzo, i detenuti hanno cominciato uno sciopero della fame come protesta. Le autorità hanno risposto radunando e rinchiudendo in un hangar 350 detenuti e cominciando a sparare proiettili nell’edificio, provocando un incendio in cui sono morti 46 detenuti e altri 202 sono rimasti feriti. Il ministero dell’Interno huthi ha dichiarato che era stata aperta un’indagine, che aveva rilevato le responsabilità della polizia e portato all’arresto di 11 agenti.

Le autorità de facto huthi hanno continuato a detenere nel braccio della morte quattro giornalisti. Amnesty International ha documentato che alcuni giornalisti, che facevano parte dello stesso gruppo di detenuti ma che erano stati rilasciati nel 2020 assieme a membri della comunità baha’i, erano stati sottoposti a sparizione forzata e tortura durante la detenzione, per poi essere costretti a lasciare il paese in esilio, come condizione imposta in cambio del loro rilascio1.

Le autorità de facto huthi hanno continuato a perseguire penalmente i membri della comunità baha’i, sulla base della loro religione, e hanno congelato o confiscato i beni appartenenti a 70 membri della comunità.

Hanno anche continuato a detenere arbitrariamente, sin da marzo 2016, un uomo ebreo sulla base della sua religione, nonostante le sentenze di tribunale che ne avevano ordinato la scarcerazione.

Forze dell’Stc

Agli inizi del 2021, ad Aden, le forze dell’Stc hanno arbitrariamente arrestato due uomini per avere criticato l’Stc. A maggio, sempre ad Aden, le forze antiterrorismo hanno arrestato un uomo la cui sorte rimaneva a fine anno ancora sconosciuta. A settembre, hanno rapito quattro studenti universitari che rientravano da un viaggio all’estero, mentre erano in transito all’aeroporto di Aden. Sono stati rilasciati a fine settembre.

 

VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE DI GENERE

Tutte le parti in conflitto hanno continuato a imporre e sfruttare norme di genere di stampo patriarcale, fatto ricorso alla violenza e alla discriminazione di genere per perseguire i loro obiettivi e hanno mantenuto un’ampia gamma di norme discriminatorie e oppressive, sia legate alla tradizione sia codificate a livello legislativo. Secondo il Global Gender Gap Index 2021, lo Yemen era il secondo peggior paese del mondo per divario di genere.

Autorità de facto huthi

Le autorità de facto huthi hanno proseguito la loro campagna di detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate di donne e ragazze, in particolare difensore dei diritti umani e donne che erano percepite sfidare le norme di genere imposte dagli huthi. Solo nel 2021, hanno detenuto almeno 233 donne e ragazze in strutture della capitale Sana’a, accusandole di sostenere la coalizione, di essere “lavoratrici del sesso” o di avere commesso reati definiti come “atti immorali”. Le donne, le ragazze e le persone Lgbti trattenute in queste strutture erano in state in passato sistematicamente sottoposte a tortura, tra cui stupro e altre forme di violenza sessuale, trattamento crudele e disumano e reclutamento forzato.

A febbraio, a Sana’a, le autorità de facto huthi hanno arbitrariamente arrestato e sottoposto a sparizione forzata l’attrice e modella Intisar al-Hammadi2. Durante la sua detenzione, è stata interrogata con una benda sugli occhi e sottoposta ad abusi fisici e verbali. Il 5 maggio, le autorità de facto huthi le hanno detto che doveva sottoporsi a un “test della verginità”, che lei ha rifiutato. A novembre, è stata condannata a cinque anni di carcere, dopo essere stata accusata di avere commesso un “atto indecente”.

A gennaio, gli huthi hanno introdotto restrizioni per l’acquisto di contraccettivi, limitandolo ai “mariti”, in linea con il dichiarato scopo di favorire l’incremento demografico, indispensabile per perseguire la loro causa militare.

Governo dello Yemen

Secondo la Rete di solidarietà femminile, a gennaio, a Ma’arib, le forze di sicurezza politica del governo dello Yemen hanno arbitrariamente arrestato una donna perché suo fratello lavorava per gli huthi; la donna è successivamente deceduta in custodia.

A luglio e agosto, a Ta’iz, le forze armate governative hanno molestato e aggredito due difensore dei diritti umani, una delle quali con disabilità, e le hanno accusate di “prostituzione”, oltre che di lavorare per conto degli huthi. A settembre, secondo Mwatana for Human Rights, le forze di sicurezza di Ma’arib hanno arbitrariamente arrestato un’altra donna, attivista dei diritti umani e operatrice umanitaria, sottoponendola a sparizione forzata per un mese.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E RIUNIONE

Tutte le parti hanno limitato la libertà di parola e riunione di difensori dei diritti umani, giornalisti, oppositori politici e persone percepite come critiche.

Per tutto settembre, si sono susseguite proteste pacifiche ad Aden, Ta’iz e nei governatorati del sud, per chiedere al governo e all’Stc di affrontare la crisi economica e il deterioramento delle condizioni di vita. Secondo Mwatana for Human Rights, il governo e l’Stc hanno represso con violenza queste proteste, non esitando a utilizzare anche proiettili veri e granate. Questi interventi hanno portato ad Aden all’uccisione da parte delle forze dell’Stc di un uomo e al ferimento di tre ragazzi, nel governatorato di Hadramout all’uccisione da parte delle forze governative di un uomo e di un ragazzo, oltre al ferimento di un altro ragazzo, mentre a Ta’iz al ferimento di un uomo. Tutti i sopravvissuti hanno riportato lesioni permanenti.

 

DIRITTO AL CIBO

L’economia è rimasta al collasso. Il deprezzamento del rial yemenita ha determinato un aumento del 36-45 per cento del costo della vita. Prima di tale incremento, erano circa 47.000 gli yemeniti che vivevano in condizioni equivalenti a carestia, anche se queste condizioni sono emerse per la prima volta nel 2021 dall’inizio del conflitto. Il World Food Programme ha stimato che più del 50 per cento della popolazione, pari a circa 16,2 milioni di persone, versava in condizioni di insicurezza alimentare.

Tutte le parti in conflitto hanno continuato a imporre condizioni equivalenti a stati d’assedio, blocchi, ostacoli alle importazioni e obblighi burocratici non necessari o limitazioni di movimento, che hanno fatto lievitare il costo dei generi alimentari, complicato gli aiuti umanitari e alimentato l’insicurezza alimentare. Queste azioni hanno compromesso la prevenzione della carestia e contribuito a generare condizioni equiparabili a carestia.

Tra marzo e giugno, la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha negato l’attracco nel paese di 13 navi mercantili che trasportavano 350.000 tonnellate di derivati da combustibili fossili. Durante il 2021, altre due navi cisterna, che trasportavano derivati dal petrolio, sono state lasciate in attesa del nulla osta per circa 200 giorni. Oltre a contribuire alla mancanza di carburante, che ha avuto pesanti conseguenze sulla produzione e la distribuzione di prodotti alimentari, la perdita di ricavi ha minacciato la capacità delle autorità di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

La pandemia da Covid-19 ha fatto emergere in maniera drammatica le gravi carenze di un sistema sanitario messo a dura prova da anni di conflitto armato e dall’ormai cronica crisi economica e istituzionale del paese. Appena il 50 per cento delle strutture sanitarie era pienamente funzionante e oltre l’80 per cento della popolazione incontrava difficoltà ad accedere a servizi di assistenza medica.

Le restrizioni imposte da tutte le parti in conflitto hanno ostacolato l’accesso ai farmaci e alle cure mediche, anche per vaccini e terapie contro il Covid-19. La chiusura ormai permanente dell’aeroporto di Sana’a, da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, ha privato gli yemeniti di cure mediche salvavita. La sorveglianza sanitaria sul Covid-19 è stata limitata in tutto il territorio dello Yemen e resa ancora più complicata dal rifiuto delle autorità huthi di raccogliere o divulgare i dati sui contagi e i decessi, sebbene le agenzie sanitarie siano state comunque in grado di identificare ondate di infezioni e picchi di decessi. Le autorità huthi hanno pubblicamente negato l’esistenza del Covid-19 e diffuso informazioni false sulla sua gravità. Si sono rifiutate di somministrare i vaccini e hanno respinto il piano vaccinale messo a disposizione dal governo attraverso l’iniziativa Covax.

La diffusione del Covid-19, sommata all’inazione o alla cattiva gestione delle misure di prevenzione dimostrate da tutte le parti, hanno finito con l’aggravare le preesistenti disuguaglianze strutturali, colpendo in maniera sproporzionata donne e ragazze e coloro che appartenevano a comunità marginalizzate.

Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, nel paese funzionava soltanto il 20 per cento dei servizi di salute materna e infantile, una situazione che ha messo a repentaglio la vita di 48.000 donne e ragazze durante la gravidanza o il parto.

 

DIRITTO A VERITÀ, GIUSTIZIA E RIPARAZIONE

Le intense azioni di lobby esercitate per tutto il 2021 sotto la spinta dall’Arabia Saudita, così come il fronte d’opposizione guidato dal Bahrein al rinnovo del mandato dell’UN Gee a ottobre, hanno portato alla cessazione dell’unico meccanismo investigativo imparziale internazionale, in grado di monitorare le violazioni di diritto internazionale umanitario compiute in Yemen. Il rapporto finale dell’UN Gee esortava il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a deferire la situazione dello Yemen all’Icc e sollecitava la creazione di un organismo investigativo penale internazionale sul conflitto in Yemen3.

A gennaio, il governo italiano ha bloccato in via permanente il rilascio di nuove licenze all’esportazione di armi destinate a essere impiegate in Yemen e ha cancellato le forniture dirette all’Arabia Saudita. La procura di Roma ha raccomandato l’apertura di indagini sulla complicità dell’Autorità nazionale italiana per le autorizzazioni all’esportazione di armamenti (Uama) e della filiale italiana dell’azienda produttrice di armamenti tedesca Rwm, in un raid aereo compiuto nel 2016 dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che aveva causato la morte di sei civili.

Ad agosto, alcuni avvocati hanno presentato un esposto all’Icc per conto di querelanti yemeniti, richiedendo l’apertura di un’indagine sulla responsabilità penale del comando della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dei mercenari impiegati da un contractor militare americano, per i raid aerei illegali che avevano provocato l’uccisione di civili, tortura e omicidio. A ottobre, hanno depositato la stessa denuncia presso la polizia metropolitana del Regno Unito.

 

DEGRADO AMBIENTALE

Le parti in conflitto si sono rese responsabili del degrado ambientale presente in varie parti dello Yemen, frutto di un’amministrazione del territorio pressoché inesistente, della mancanza di programmazione, dell’incuria con cui erano trattate aree legalmente protette, della cattiva gestione delle infrastrutture petrolifere e di un’esagerata pressione economica sui civili. Gli yemeniti hanno fatto ancora ricorso a strategie di sopravvivenza dannose per l’ambiente, continuando ad esempio a dipendere dal carbone, a praticare sistemi di pesca e adottare modelli di sviluppo insostenibili. Tutto ciò ha portato a un amento dei livelli di inquinamento, deforestazione, erosione del suolo e perdita di biodiversità, con conseguenti effetti negativi sull’esercizio dei diritti alla salute, al cibo e all’acqua.

A giugno, al terminale petrolifero di Bir Ali, nel governatorato di Shabwa, la cattiva gestione delle infrastrutture petrolifere ha provocato una fuoriuscita di petrolio in mare durata quattro giorni, proprio vicino a un’area costiera sensibile dal punto di vista ambientale. Sempre a giugno, le autorità huthi si sono rifiutate di concedere l’accesso sicuro e incondizionato alla squadra di assistenza tecnica guidata dalle Nazioni Unite per la nave cisterna Fso Safer. La petroliera era ormeggiata da anni in avaria al largo della costa di Hodeidah e rischiava di rilasciare in mare da un momento all’altro i suoi 1,14 milioni di barili di petrolio, con conseguenze devastanti per il delicato ecosistema costiero del mar Rosso, oltre che per la scarsità d’acqua, la salute, la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza dei milioni di yemeniti ed eritrei che dipendevano dalla pesca nel mar Rosso.

 

PENA DI MORTE

Sono state emesse nuove condanne a morte e sono state effettuate esecuzioni, alcune anche in pubblico.

 

 


Note:
1 Yemen: Released and Exiled: Torture, Unfair Trials and Forcible Exile of Yemenis under Huthi Rule (MDE 31/3907/2021), 27 maggio.
2 Yemen: Actress arbitrarily detained at risk of forced “virginity testing”, 7 maggio.
3 Yemen: Saudi Arabia forces an end to mandate of only international mechanism to investigate HR abuses, 7 ottobre.

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