Più della metà della popolazione viveva sotto la soglia di povertà. Le forze di sicurezza hanno eseguito arresti e detenzioni arbitrarie, oltre a sparizioni forzate, di persone percepite come critiche. Sono stati segnalati nuovi casi di tortura e maltrattamento in un clima di impunità per chi aveva commesso abusi nel passato e in tempi recenti. Le condizioni di vita nelle carceri sono rimaste deplorevoli. Il pacifico dissenso ha continuato a essere represso e il giornalismo indipendente a essere minacciato. Persone impiegate nei media sono incorse in persistenti vessazioni, intimidazioni e ostacoli legali. I diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica sono stati fortemente limitati, in particolare durante il periodo elettorale. La rappresentanza delle donne in parlamento è aumentata, ma donne e ragazze non sono state adeguatamente protette dalla diffusa violenza di genere.
L’anno ha segnato il decennale anniversario della crisi politica del 2015, quando le manifestazioni pacifiche contro la decisione del defunto presidente Pierre Nkurunziza di ricandidarsi per un terzo mandato erano andate incontro alla brutale repressione delle forze di sicurezza. Le elezioni legislative e locali di giugno sono state caratterizzate da una serie di restrizioni per i partiti d’opposizione. Il partito di governo Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze per la difesa della democrazia (Conseil national pour la défense de la démocratie-Forces pour la défense de la démocratie – Cndd-Fdd) ha ottenuto la totalità dei seggi dell’assemblea nazionale e del senato. Durante il periodo elettorale, le istituzioni principali del paese, tra cui la magistratura e la commissione elettorale, sono rimaste soggette a una significativa influenza da parte del Cndd-Fdd.
Le operazioni militari del Burundi nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo (Democratic Republic of the Congo – Drc) hanno destato una serie di preoccupazioni in materia di diritti umani. L’insicurezza nella Drc ha determinato l’arrivo in Burundi di moltissime persone rifugiate, aumentando la pressione sulle già limitate risorse umanitarie e sulle comunità ospitanti.
Le relazioni con il Ruanda sono rimaste tese. Il Burundi ha accusato il Ruanda di pianificare attacchi sul suo territorio.
Secondo la Banca mondiale, più del 70 per cento della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, con accesso limitato ai servizi essenziali e alle opportunità di lavoro.
Una protratta scarsità di carburante ha aggiunto altra pressione sul sistema economico e sociale, provocando interruzioni nei servizi di trasporto e sanitari, oltre che nelle catene di approvvigionamento alimentare. Le carenze hanno determinato significativi incrementi di prezzo delle materie prime e dei servizi, aumentando ulteriormente il costo della vita.
A marzo, il governo ha integrato la vaccinazione contro la malaria nel suo programma di immunizzazione di routine. Si è trattato di un’iniziativa di sanità pubblica di portata significativa, dato che nel paese la malaria era una delle principali cause di morbidità e mortalità, con 3,7 milioni di casi stimati nel 2021, che hanno causato 5.957 decessi. Tuttavia, i limiti delle infrastrutture sanitarie e della capacità logistica hanno continuato a ostacolare una vaccinazione completa.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno accusato il servizio di intelligence nazionale (Service national de renseignement – Snr) e le forze di polizia di avere arrestato e detenuto arbitrariamente individui considerati critici nei confronti del governo, di queste persone oltre 20 sono state sottoposte a sparizione forzata, secondo la Ong Forum per la consapevolezza e lo sviluppo. Ad agosto, uomini ritenuti essere agenti dell’Snr hanno arrestato il critico del governo e youtuber Dieudonné Niyukuri, assieme a Fabrice Ribwurumutima (un cittadino ruandese), Eloi Nkurunziza e Venant Ndikumana. Le autorità non hanno fornito informazioni riguardo alla loro sorte e localizzazioni né precisato eventuali motivi per il loro arresto, nonostante le ripetute richieste di informazioni da parte della società civile e delle famiglie.
Organizzazioni locali per i diritti umani hanno ricevuto segnalazioni dell’utilizzo da parte delle forze di sicurezza di tortura e maltrattamento. La mancanza di indagini su queste accuse ha perpetuato un clima di paura e impunità.
Secondo l’Ong SOS Tortura/Burundi, a marzo, il commissario regionale di polizia per la regione settentrionale ha picchiato Septime Ndikuriyo, un’autista del servizio di taxi in motocicletta, fino a fargli perdere conoscenza. Testimoni hanno riferito alla Ong che l’ufficiale aveva intercettato Septime Ndikuriyo a Rusuguti, un comune della provincia di Ngozi, e lo avevo accusato di avere sorpassato il suo veicolo. L’uomo è stato trasportato all’ospedale regionale di Ngozi, dove è stato ricoverato nel reparto di terapia intensiva. L’ufficiale non ha subìto alcuna azione disciplinare o conseguenza legale e non è stato neppure indagato per la presunta aggressione.
Tra maggio e giugno, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha emanato decisioni cruciali relative ai casi di cinque querelanti, che avevano affermato di essere stati sottoposti a gravi violazioni ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, tra il 2014 e il 2016. In ognuno dei casi esaminati, il Comitato ha ritenuto il Burundi responsabile per la tortura o trattamento crudele, disumano e degradante, commessi da personale di polizia o dell’intelligence.
Le conclusioni illustravano modelli radicati di tortura, diniego di tortura, impunità e una mancanza di impegno da parte delle autorità a garantire la giustizia e l’accertamento delle responsabilità. Per molti anni, il Comitato aveva evidenziato vizi strutturali nel sistema giudiziario del Burundi, tra cui l’assenza di un meccanismo di denuncia indipendente, il ricorso alla detenzione arbitraria, il diniego d’accesso a un legale e all’assistenza medica e una magistratura priva d’indipendenza.
Il Burundi non ha fornito risposte significative alle conclusioni del Comitato.
Le carceri erano caratterizzate da sovraffollamento e da condizioni di vita deplorevoli, con cibo, servizi igienici e assistenza medica inadeguati. L’Ong Action by Christians for the Abolition of Torture in Burundi ha affermato che la popolazione carceraria superava del 400 per cento la capienza massima. Le organizzazioni della società civile hanno documentato casi di persone detenute che venivano trattenute oltre il termine della sentenza.
La libertà di stampa è rimasta fortemente limitata, con giornalisti, giornaliste e organizzazioni dei media sottoposti a persistenti vessazioni, intimidazioni e ostacoli legali.
A marzo, il Consiglio nazionale per le comunicazioni ha sospeso Yaga Burundi, una piattaforma online orientata verso un pubblico giovanile. La sospensione è stata revocata dopo oltre due settimane in seguito a proteste pubbliche.
Ad aprile, i giornalisti Willy Kwizera di Radio Bonesha Fm e Masudi Mugiraneza di Radio Scolaire Nderagakura sono stati arrestati, detenuti e interrogati in relazione alla loro copertura di una manifestazione; e poi rilasciati senza accuse alcune ore dopo.
La giornalista Sandra Muhoza a fine anno era ancora in carcere. Arrestata a marzo 2024 per un messaggio che aveva postato su Whatsapp, a dicembre 2024 era stata giudicata colpevole e condannata da un tribunale della provincia di Bujumbura a 21 mesi di reclusione, per avere messo in pericolo l’integrità del territorio nazionale e per incitamento all’odio etnico. A maggio 2025, il suo ricorso contro la condanna è stato esaminato dalla corte d’appello di Bujumbura, che ha dichiarato di non avere la giurisdizione per esaminare il caso, in quanto il presunto reato era avvenuto in un’altra provincia, nella fattispecie Ngozi. Questa decisione ha di fatto annullato il verdetto e la condanna iniziali. A settembre è stata trasferita in un carcere di Ngozi e a ottobre il suo caso è stato esaminato dalla corte d’appello di Ngozi, che avrebbe dovuto decidere entro 48 ore se l’imputata dovesse essere rilasciata in libertà provvisoria. A fine anno non era ancora noto se fosse stata raggiunta una decisione in tal senso.
L’accesso all’informazione ufficiale per i mezzi d’informazione e per il giornalismo indipendente è stato significativamente ostacolato. Sono stati segnalati casi di giornalisti ai quali era stato negato l’accesso alle sessioni parlamentari a partire da agosto in poi e tra questi due giornalisti del quotidiano Iwacu ai quali era stato negato l’ingresso a settembre, in quanto “non erano sulla lista”. Secondo Iwacu, i nominativi di alcuni giornalisti erano stati eliminati dai gruppi Whatsapp che servivano come canali di comunicazione ufficiale tra l’assemblea nazionale e la stampa. Nel frattempo, le trasmissioni in diretta delle principali sessioni parlamentari sono state interrotte. La costituzione sancisce che le sessioni dell’assemblea nazionale e del senato debbano essere pubbliche, salvo circostanze eccezionali.
Le autorità hanno imposto una serie di restrizioni ai diritti alla libertà di associazione e riunione pacifica. Hanno vietato o escluso la partecipazione dei partiti d’opposizione in attività politiche e nei processi elettorali nel periodo che ha preceduto le elezioni.
A gennaio, La Corte costituzionale ha confermato la decisione di un tribunale di grado inferiore di non validare la composizione della coalizione dei partiti d’opposizione Burundi Bwa Bose (Burundi per tutti). La sentenza ha di fatto escluso dalla candidatura alle elezioni esponenti del partito d’opposizione Congresso nazionale per la libertà, che avevano ancora legami col loro ex leader Agathon Rwasa. Agathon Rwasa era stato sostituito a marzo 2024 con un leader che era ritenuto vicino al partito di governo.
Persone che facevano parte o sostenevano il partito d’opposizione, oltre a quelle impegnate nell’attivismo, sono state vessate, intimidite e aggredite fisicamente, spesso da componenti di Imbonerakure, l’ala giovanile del partito di governo, e da altri gruppi allineati con il governo.
A partire da marzo in poi, diverse riunioni della coalizione di partiti Burundi Bwa Bose sono state vietate in varie parti del paese. A maggio, persone che sostenevano la coalizione hanno riferito che presunti membri di Imbonerakure avevano sequestrato la loro motocicletta nella capitale, Gitega, dopo una marcia.
A novembre, il presidente Ndayishimiye ha insultato pubblicamente Faustin Ndikumana, presidente di Parole e azioni per un risveglio delle coscienze e l’evoluzione delle mentalità, una Ong per i diritti umani e una delle poche organizzazioni indipendenti rimaste operative in Burundi. Il presidente Ndayishimiye ha sostenuto che Faustin Ndikumana era “posseduto da demoni” e lo ha preso in giro perché non era sposato.
I divieti e le sospensioni imposte nel 2016 contro le principali organizzazioni per i diritti umani indipendenti, nel periodo successivo alla crisi del 2015, sono rimaste in vigore, così come i procedimenti penali contro persone impegnate nella difesa dei diritti umani. Le organizzazioni colpite comprendevano l’Associazione per la protezione dei diritti umani e delle persone detenute, Ligue Iteka e il Sindacato dei giornalisti burundesi. La maggior parte delle persone difensore dei diritti umani e attiviste indipendenti è rimasta in esilio con le loro organizzazioni che operavano dall’estero. Tali misure hanno compromesso la capacità di monitorare le violazioni dei diritti umani e di fornire un concreto sostegno alle vittime.
La rappresentanza delle donne nella legislatura 2025-2030 è aumentata significativamente dopo le elezioni, con il 39 e il 46 per cento dei seggi occupati da donne rispettivamente all’assemblea nazionale e al senato. Queste percentuali rappresentavano un notevole aumento rispettivamente del 4 e 5 per cento sulla legislatura 2020-2025.
Tuttavia, donne e ragazze continuavano a essere soggette a una diffusa violenza di genere, compresa violenza domestica e sessuale. Il Movimento delle donne e delle ragazze per la pace e la sicurezza in Burundi aveva registrato fino al 18 dicembre 84 casi di violenza sessuale, 41 di violenza fisica e 105 uccisioni, che includevano uccisioni e abusi sessuali su minori. I livelli di violenza sono stati aggravati da una debole applicazione delle leggi esistenti e da un persistente clima di impunità per i perpetratori.
Sebbene l’iniezione contraccettiva fosse autorizzata dalla legge, l’accesso ai diritti sessuali e riproduttivi e ai relativi servizi rimaneva comunque limitato. Questo accadeva in particolare nelle aree rurali, a causa delle scarse infrastrutture sanitarie e dal prevalere di tabù sociali.