Le autorità hanno eseguito sgomberi forzati di massa senza adeguato preavviso, sfollando migliaia di persone in nome dello sviluppo urbano. Giornalisti e giornaliste sono stati arbitrariamente detenuti e vessati. Lo spazio civico ha continuato a ridursi, con le autorità che hanno incrementato la sorveglianza e la repressione di persone attiviste e che difendono i diritti umani, introducendo anche una bozza legislativa che minacciava la libertà d’associazione. Il processo di giustizia transizionale era in stallo, e non sono state intraprese iniziative per garantire giustizia e l’accertamento delle responsabilità per i crimini di diritto internazionale compiuti nel conflitto del Tigray. Donne e ragazze hanno continuato a essere esposte a violenza di genere, compresa violenza sessuale legata al conflitto. Donne attiviste dei diritti umani sono andate incontro ad abusi per il loro lavoro in difesa dei diritti. L’Etiopia ha arbitrariamente detenuto ed espulso almeno 600 persone rifugiate eritree, rimandandole in Eritrea.
Migliaia di persone si sono trovate a fronteggiare sgomberi forzati improvvisi nell’ambito del Progetto di sviluppo di corridoi urbani, presentato dalle autorità come un progetto di sviluppo urbano per “migliorare infrastrutture, alloggi e spazi pubblici”. Il primo ministro Abiy Ahmed si è fatto carico della sua creazione e ha supervisionato da vicino la sua implementazione, mentre il ministero dell’Urbanistica e delle infrastrutture ha guidato il progetto.
Gli sgomberi di massa sono stati eseguiti in 60 città, comprese la capitale, Addis Abeba, (dove è stata documentata la maggioranza dei casi), Arba Minch, Hawassa, Dessie, Jimma, Adama e Jigjiga. Le vittime hanno riferito il ripetersi di uno schema in base al quale residenti ricevevano soltanto un preavviso di 72 ore prima che fosse eseguito lo sgombero, senza alcuna possibilità di consultazione. Le autorità hanno vessato chi di loro aveva protestato formalmente contro lo sgombero e sottoposto persone che seguivano la vicenda per conto di vari organi di stampa a forme d’intimidazione, tra cui arresti arbitrari e minacce. Altri milioni di persone vivevano nel timore di essere sgomberate a loro volta.
Gli sgomberi costituivano una grave violazione di molteplici diritti umani, compresi quelli a un alloggio adeguato, all’istruzione e alla giustizia, così come il diritto di prendere parte a consultazioni significative e a ottenere rimedi legali e forme di compensazione. A inizio ottobre, le autorità della città hanno annunciato una sospensione temporanea del progetto e si sono impegnate a fornire una consultazione più efficace con le comunità colpite di Addis Abeba.
Le autorità hanno sottoposto giornalisti e altri operatori dei media ad arresti arbitrari e detenzione illegale. In un crescente numero di arresti, giornalisti venivano presi in custodia da uomini a volto coperto e trattenuti in incommunicado anche fino a 12 giorni. I motivi della detenzione variavano dell’arrestare giornalisti per avere pubblicato notizie critiche nei confronti delle autorità al trattenerli per discussioni tenute in privato.
Il 21 giugno, i giornalisti Andualem Sisay e Wudineh Zenebe sono stati arrestati per avere discusso di politica in un bar di Addis Abeba. La polizia ha perquisito i loro dispositivi elettronici e li ha rilasciati dopo qualche ora.
In precedenza, sempre a giugno, il noto giornalista Tesfalem Waldyes è stato arrestato e trattenuto per cinque giorni, nonostante i molteplici ordini di tribunale che ne chiedevano il rilascio, prima di essere rilasciato su cauzione.
Il 13 agosto, Yonas Amare, un giornalista di The Reporter, uno dei principali quotidiani etiopi, è stato preso in custodia nella sua abitazione di Addis Abeba da un gruppo di uomini a volto coperto in uniforme militare. È stato rilasciato dopo 10 giorni di detenzione in incommunicado. Abdulsemed Mohammed, conduttore di Kidame Gebeya, un popolare programma trasmesso da Ahadu Radio, è stato arrestato l’11 agosto ad Addis Abeba. È stato rilasciato dalla polizia dopo 12 giorni di detenzione in incommunicado. Nessuno è stato chiamato a rispondere per gli arresti e le detenzioni degli operatori dei media.
Le autorità federali hanno ulteriormente ristretto lo spazio civico attraverso la sorveglianza illegale di persone attiviste e che difendono i diritti e ricorrendo ad altre forme di vessazione in relazione al loro lavoro.
Il ministero della Giustizia ha proposto un draconiano emendamento legislativo al proclama sulle organizzazioni delle associazioni civili (la cosiddetta legge Cso), che mirava a emendare la legislazione del 2019, introdotta come parte delle riforme legislative avviate dal governo del primo ministro Abiy Ahmed, dopo aver assunto il mandato nel 2018. L’emendamento cercava di indebolire l’indipendenza giudiziaria e la capacità di supervisione dell’agenzia esecutiva responsabile dell’applicazione della legge Cso. Tra le varie rigide misure, si proponeva di proibire alle organizzazioni della società civile di ricevere finanziamenti dall’estero, sia da parte di singoli individui che organizzazioni. Se approvata, avrebbe di fatto chiuso lo spazio civico concentrando poteri senza controllo nelle mani dell’esecutivo.
Le autorità hanno arrestato più di 140 persone impiegate nel settore sanitario con l’accusa di avere partecipato agli scioperi nazionali iniziati il 12 maggio per chiedere condizioni di lavoro migliori e stipendi adeguati. Alcune sono state trattenute per periodi anche fino a 27 giorni. Le autorità hanno ignorato le loro richieste e non si sono impegnate in negoziati significativi per fornire risposte ai loro problemi. Al tempo delle proteste, chi lavorava nel settore medico riceveva uno stipendio mensile di appena 8.978 birr etiopi (circa 60 dollari Usa).
Il processo di giustizia transizionale è rimasto in stallo a quasi tre anni da quando il governo aveva avviato le consultazioni per la creazione e implementazione di politiche legislative e istituzionali, che l’esecutivo sosteneva avrebbero garantito la giustizia e l’accertamento delle responsabilità per le atrocità commesse in Etiopia.
Continuava a non esserci giustizia né accertamento delle responsabilità per i crimini di diritto internazionale, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi durante il conflitto armato nella regione del Tigray, nel 2020. Al contrario, le violazioni nel contesto dei conflitti armati in corso nelle regioni di Amara e Oromia sono continuate.
Donne e ragazze hanno continuato a essere esposte a violenza sessuale legata al conflitto nel contesto dei persistenti conflitti armati. Non sono stati compiuti progressi per garantire giustizia e riparazione alle sopravvissute a questi abusi nella regione del Tigray. Al di fuori degli scontri, donne e ragazze erano ancora più esposte a episodi di violenza di genere a causa del collasso dello stato di diritto dovuto al prolungato conflitto.
L’Etiopia ha arbitrariamente detenuto ed espulso illegalmente almeno 600 persone rifugiate eritree, rimandandole in Eritrea, dove sono state arrestate e detenute all’arrivo. Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Eritrea ha affermato nel suo rapporto di maggio di avere ricevuto informazioni attendibili, secondo le quali le persone rimpatriate espulse dall’Etiopia erano state interrogate, arbitrariamente detenute, sottoposte a sparizione forzata e a coscrizione militare per periodi indefiniti. Molte persone rifugiate eritree fuggivano per sottrarsi al servizio militare che in alcuni casi era equiparabile a schiavitù (cfr. Eritrea).
Secondo notizie di stampa attendibili pervenute da febbraio in poi, il governo eritreo aveva intensificato la sua mobilitazione militare al confine con l’Etiopia, mentre le tensioni tra i due paesi si inasprivano. Questo ha di fatto esposto chi dall’Eritrea aveva cercato rifugio in Etiopia a un rischio maggiore di violazioni dei diritti umani.