La situazione dei diritti umani del Kenya è significativamente peggiorata. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso a forza illegale e letale durante le manifestazioni, causando decessi, ferimenti e sparizioni forzate. Persone impegnate nel giornalismo, nella difesa dei diritti umani e nell’attivismo sono incorse in arresti arbitrari, intimidazioni e sorveglianza. Le autorità hanno oscurato i media, mentre norme vigenti e altre in fase di approvazione hanno minacciato il diritto alla privacy e la libertà d’espressione. Le disuguaglianze economiche si sono accentuate a seguito del ritiro di alcuni fondamentali programmi di protezione sociale; il nuovo sistema di assicurazione sanitaria ha limitato l’accesso alle cure mediche. Un’iniziativa guidata dal governo ha migliorato i diritti delle persone rifugiate, ma i tagli agli aiuti dei donatori ne hanno compromesso l’implementazione. La violenza di genere, in particolare i femminicidi, è drammaticamente aumentata.
Il 25 giugno 2024, migliaia di persone avevano manifestato contro una controversa proposta di legge finanziaria. Le proteste erano continuate fino a luglio 2024 ed erano state gestite dalla polizia con l’uso illegale e letale della forza, che aveva causato almeno 60 morti. I movimenti giovanili, che avevano trascinato le proteste, hanno continuato a farlo anche nel 2025, dando voce alle preoccupazioni per le politiche del governo e le disuguaglianze. La frustrazione pubblica per le difficoltà economiche, la corruzione, la cattiva governance e la mancanza di accertamento delle responsabilità e di riforme si sono intensificate.
La libertà d’espressione e la libertà dei media erano sempre più sotto attacco. Persone impegnate nel giornalismo, nella difesa dei diritti umani, nell’attivismo, oltre a blogger, sono state arbitrariamente arrestate, detenute e aggredite mentre coprivano le proteste o facevano emergere gli abusi dello stato.
A giugno, mentre migliaia di persone si radunavano in tutta la nazione per celebrare l’anniversario delle proteste contro la bozza di legge finanziaria, l’autorità per le comunicazioni del Kenya ha emanato una circolare che ordinava alle emittenti radiofoniche e televisive di cessare la trasmissione in diretta delle proteste in corso, sostenendo che avrebbero violato la costituzione.
Il disegno di legge (emendamento) sulle informazioni e le comunicazioni del Kenya del 2025, presentato in parlamento a marzo, era all’esame della commissione parlamentare, con consultazioni pubbliche ancora in corso. Il disegno di legge (emendamento) sul cattivo uso del computer e i reati informatici del 2025 è stato promulgato a ottobre, scatenando un dibattito tra i legislatori e la società civile, riguardo alle sue implicazioni in materia di diritti digitali e libertà d’espressione. Entrambe le leggi contenevano disposizioni che aprivano la strada ad ampi poteri di sorveglianza, che avrebbero potuto minacciare i diritti costituzionali alla privacy e alla libertà d’espressione. Le autorità hanno inoltre utilizzato le legislazioni antiterrorismo e sui reati informatici esistenti per intimidire le voci critiche. I movimenti giovanili, inclusi Privacy First e Ijue Data Yako II (Conosci i tuoi dati), hanno invocato una maggiore protezione dei diritti digitali.
Il modo in cui la polizia ha gestito le proteste rifletteva la politica di militarizzazione dell’ordine pubblico e la criminalizzazione del dissenso. Le ripetute violazioni da parte delle autorità del diritto di riunione pacifica, così diffuse nel 2024, sono continuate anche nel 2025.
Il 25 giugno, le proteste guidate da persone giovani in occasione dell’anniversario sono state gestite dalla polizia con arresti arbitrari e l’uso illegale e letale della forza. La Commissione nazionale per i diritti umani del Kenya ha affermato che almeno 19 persone erano state uccise, altre centinaia ferite, 15 sottoposte a sparizione forzata, e che diverse donne avevano denunciato di avere subìto violenza sessuale, compresi due stupri e un tentato stupro di gruppo.
Il 7 luglio, il paese è stato attraversato da proteste per commemorare il 35° anniversario delle manifestazioni filodemocratiche, il Saba Saba Day. La polizia ha fatto uso illegale e letale della forza contro manifestanti in proteste pacifiche, in più di 20 contee. Almeno 38 persone sono state uccise e più di altre 500 ferite, mentre oltre 500 manifestanti hanno ricevuto accuse penali, inclusi reati previsti dalla legge sulla prevenzione del terrorismo. Le forze di sicurezza hanno inoltre interrotto raduni della società civile ed eventi a favore dei diritti umani.
Secondo il monitoraggio sui diritti umani e le denunce dei gruppi impegnati nell’attivismo, c’è stato un continuo aumento delle esecuzioni extragiudiziali in tutto il paese. Questo dato era il segnale di una tendenza a minare l’impegno per rafforzare l’accertamento delle responsabilità e lo stato di diritto. Molte delle vittime erano legate ai movimenti di protesta, ai settori dell’economia informale o all’attivismo per i diritti umani. La revisione di maggio del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sulla situazione del Kenya citava il fallimento delle autorità nell’arginare le esecuzioni extragiudiziali, evidenziando un’impunità sistemica e la mancanza di meccanismi di accertamento delle responsabilità.
Albert Ojwang è morto a giugno in circostanze sospette mentre era in custodia di polizia presso la centrale di polizia della capitale, Nairobi. Era stato arrestato in relazione a un post pubblicato online, che chiedeva al governo di assumersi le sue responsabilità per le violazioni dei diritti umani e la corruzione. La sua famiglia ha affermato che il corpo presentava segni di traumi fisici. Sebbene la polizia abbia sostenuto che era morto a causa di ferite autoinflitte, un’autopsia indipendente ha confermato che il suo decesso era stato causato da lesioni gravi alla testa e da molteplici ferite ai tessuti molli, compatibili con un’aggressione.
Boniface Kariuki, un venditore ambulante, è morto per ferite d’arma da fuoco a giugno, mentre si trovava nelle vicinanze di una protesta che veniva dispersa dalla polizia, nel distretto finanziario e amministrativo di Nairobi. Un referto di autopsia ha confermato che era morto a causa delle gravi ferite alla testa causate da un colpo di proiettile sparato a distanza ravvicinata. La sua morte è diventata simbolica della sistematica presa di mira da parte della polizia di giovani manifestanti e di persone che protestavano in relazione al settore del lavoro informale.
Nonostante anni di attivismo e vaglio internazionale, il governo non aveva ancora attuato riforme sistemiche o garantito giustizia alle famiglie delle vittime di esecuzioni extragiudiziali. Tuttavia, a maggio, quattro agenti di polizia hanno ricevuto un’incriminazione per l’uccisione, avvenuta nel 2017, di una bambina di sei mesi, Samantha Pendo, morta per le ferite alla testa inflitte dalla polizia durante un’irruzione in una casa, nel quadro di una violenta azione repressiva contro le proteste postelettorali nella contea di Kisumu. A settembre, l’Alta corte ha stabilito che il fascicolo riguardante il caso avrebbe dovuto essere trasferito da Nairobi a un tribunale della città di Kisumu. Questi sviluppi rappresentavano un raro esempio di progressi ottenuti nel perseguire la violenza di stato, anche se la ricerca delle responsabilità in senso più ampio rimaneva qualcosa di aleatorio.
Sono stati segnalati nuovi casi di sparizioni forzate, in particolare ai danni di persone attiviste della società civile e manifestanti (v. sopra, Libertà di riunione pacifica).
Ha suscitato notevole scalpore il caso dell’attivista tanzaniana Maria Sarungi Tsehai, rapita a Nairobi il 12 marzo mentre si recava a un appuntamento per un’intervista. Ha successivamente affermato di essere stata caricata da uomini a volto coperto a bordo di un veicolo senza targa e trattenuta per diverse ore durante le quali i suoi rapitori hanno tentato di soffocarla e l’hanno minacciata. È stata successivamente scaricata in un luogo isolato. Maria Sarungi Tsehai era fuggita nel 2020 dalla Tanzania in Kenya dove aveva chiesto asilo. Il suo caso ha sollevato polemiche per i preoccupanti risvolti transnazionali della repressione e la presa di mira di attivisti stranieri in Kenya, fino a chiedere da più parti l’apertura di un’indagine indipendente sulle circostanze del suo rapimento e il possibile coinvolgimento o la negligenza delle autorità keniane.
La recessione economica del Kenya ha peggiorato le condizioni di vita delle famiglie a basso reddito. L’inflazione, l’aumento delle tasse, i costi dei generi alimentari e dei trasporti, e le limitate misure di protezione sociale hanno acuito le disuguaglianze.
A febbraio, l’accesso all’assistenza sanitaria è stato duramente compromesso a causa di una serie di carenze strutturali, come la prassi di trattenere illegalmente gli stipendi del personale medico, i ritardi cronici nei pagamenti, il blocco delle promozioni, le indennità non pagate e le lettere di conferma d’ingaggio ritardate. Di conseguenza, le persone impiegate nel settore sono state costrette a scioperare per protesta. I servizi sono stati messi ulteriormente a repentaglio dal ritiro a giugno del programma “Linda Mama” (proteggi la mamma), che aveva fornito fino ad allora servizi di salute materna gratuiti per le donne in gravidanze e in allattamento. È stato ritirato quando è stato introdotto il nuovo sistema del Fondo di assicurazione sociosanitaria (Social Health Insurance Fund – Shif). Questo in un contesto in cui le sempre più irregolari forniture mediche aggravavano la situazione negli ospedali pubblici.
L’implementazione del programma Shif, un aspetto essenziale dell’agenda sulla copertura sanitaria universale del Kenya, ha incontrato gravi problemi che hanno lasciato i pazienti, in particolare quelli affetti da malattie croniche, impossibilitati ad accedere alle cure. Al Kenyatta National Hospital e al Kenyatta University Teaching, Referral and Research Hospital, a pazienti in fase terminale sono state negate le terapie a causa dei ritardi nell’accreditamento Shif e della necessità per i pazienti di pagare in anticipo in contanti le prestazioni.
La spesa per la protezione sociale è rimasta criticamente bassa, non raggiungendo nemmeno l’1 per cento del pil. Lavoratori e lavoratrici del settore informale e le comunità urbane più povere erano in larga parte esclusi dalle reti di protezione esistenti. La crisi era aggravata dagli sgomberi forzati e dall’inadeguatezza degli alloggi, in particolare negli insediamenti informali finiti nel mirino della riqualificazione urbanistica. A maggio, centinaia di famiglie sono state sfollate con la forza a Lang’ata, una divisione della contea di Nairobi, per fare spazio alla costruzione edilizia secondo il programma di alloggi popolari, ma senza fornire loro una sistemazione alternativa o forme di compensazione. Le organizzazioni della società civile hanno condannato gli sgomberi e chiesto un’equa distribuzione delle risorse e una protezione sociale universale. Tuttavia, ogni tentativo di riforma tangibile è stato bloccato dall’inazione politica.
Persone rifugiate e migranti
A marzo è stato varato il piano Shirika, un’iniziativa che vedeva la collaborazione tra il governo e l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati: un piano progressista che mirava a rafforzare l’integrazione socioeconomica delle persone rifugiate. Basato sulla legge per i rifugiati del 2021, avrebbe dovuto accrescere la loro autosufficienza attraverso l’accesso a lavoro, istruzione e servizi pubblici. Tuttavia, i benefici previsti erano minacciati dall’inadeguatezza delle risorse. I tagli improvvisi ai finanziamenti da parte dei principali donatori, inclusa l’agenzia governativa americana Usaid, hanno portato il Programma alimentare mondiale ad apportare cospicui tagli all’assistenza alimentare nei campi e negli insediamenti per persone rifugiate. Di conseguenza, l’insicurezza alimentare è aumentata significativamente. A esserne maggiormente colpiti sono stati coloro che non erano classificati come soggetti più vulnerabili, determinando un diffuso malcontento e disordini. Nei campi per rifugiati di Kakuma e Dadaab, le proteste per chiedere il ripristino degli aiuti alimentari sono sfociate in scontri aperti con le forze di sicurezza, causando ferimenti e la morte di una persona.
La violenza di genere ha raggiunto livelli critici. A gennaio, il governo ha istituito il gruppo di lavoro tecnico sulla violenza di genere compresi i femminicidi, con il dichiarato obiettivo di coordinare le politiche e le risposte istituzionali. Tuttavia, la visibilità, il mandato e l’impatto di tale organismo sono rimasti poco chiari, destando una serie di preoccupazioni in merito all’adeguatezza degli sforzi guidati dallo stato e alla reale volontà politica del governo di affrontare le sistematiche barriere nell’accesso alla giustizia, all’assistenza medica e alla protezione delle sopravvissute.
Tra gennaio e marzo, sono state assassinate 129 donne, la maggioranza delle quali per mano di persone che conoscevano e spesso all’interno delle loro stesse abitazioni. Secondo Africa Data Hub, dal 2016 c’erano stati più di 930 omicidi di donne, 628 dei quali rispondevano alla definizione di femminicidio data dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine.
Sopravvissute, persone attiviste e del mondo dell’arte hanno dato risalto alla crisi attraverso Maskan (Casa), un’installazione artistica in onore delle vittime di femminicidio. A livello nazionale si sono svolte proteste per chiedere un’azione più incisiva da parte del governo, comprese misure per migliorare l’accertamento delle responsabilità e la protezione contro la violenza di genere.