Il governo ha continuato a fare affidamento su disposizioni del codice penale formulate in modo vago e ha cercato di introdurre nuove leggi per contrastare il dissenso e reprimere la libertà d’espressione, con conseguenti ulteriori arresti e detenzioni arbitrari. Sono perdurate le preoccupazioni per il maltrattamento di attivisti nelle carceri di tutto il paese. I diritti delle persone lgbti non hanno ottenuto tutela significativa nel diritto o nella pratica. Il governo ha abolito la pena di morte per otto reati.
Le riforme hanno accorpato 63 province e città in 34 unità amministrative. Gli accorpamenti sono stati interpretati da molti come il tentativo di Tô Lâm, segretario generale del Partito comunista del Vietnam, di centralizzare il controllo in vista del congresso del partito nel 2026.
Il Vietnam è stato rieletto nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite fino al 2028. Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha esaminato attentamente la situazione dei diritti umani nel paese, sollevando preoccupazioni su repressione oltre confine, tortura, condizioni di detenzione, libertà d’espressione e diritto al giusto processo.
Giornalisti e attivisti
È proseguita la pratica di infliggere lunghe pene detentive come strumento di repressione contro le voci dissidenti. Il celebre giornalista Đoàn Bảo Châu ha subìto continue molestie per i suoi reportage e le critiche al governo. Ad agosto, la polizia lo ha incriminato ai sensi dell’art. 117 del codice penale, che punisce la “propaganda contro lo stato”. Le accuse si riferivano a sei video e interviste da lui condotte con organi di stampa internazionali su questioni sociali e violazioni dei diritti umani in Vietnam. Se condannato, rischia fino a 20 anni di reclusione.
Ad agosto, una giornalista del servizio vietnamita della Bbc, che era tornata in Vietnam per rinnovare il passaporto è stata interrogata e le è stato impedito di lasciare il paese.
Nel 2025, la polizia ha arrestato e processato almeno 43 persone, tra cui cittadini, persone impegnate nell’attivismo e nel giornalismo, ai sensi degli artt. 109, 116, 117 e 331 del codice penale, la cui formulazione è ampia e vaga. Esse sono state prese di mira esclusivamente per aver esercitato il proprio diritto alla libertà d’espressione.
A ottobre, la società civile ha espresso preoccupazione per una proposta di legge sulla stampa che potrebbe obbligare reporter a rivelare le proprie fonti alla polizia.
Repressione del dissenso
Ad agosto, il ministero della Pubblica sicurezza ha istituito l’alleanza per la fiducia digitale, una coalizione nazionale apparentemente volta a combattere la disinformazione. Tuttavia, le organizzazioni della società civile hanno percepito la nuova alleanza come un’ulteriore piattaforma per amplificare ulteriormente la propaganda governativa. La coalizione comprendeva oltre 300 “importanti opinion leader” e influencer di tutto il paese. Questa nuova iniziativa ha integrato i già esistenti progetti “Comitato 35” e “Forza 47”, gestiti da polizia e militari, che miravano a plasmare l’opinione pubblica e a reprimere le voci di dissenso con il pretesto di “combattere la disinformazione e le fake news”.
A settembre, il ministero della Pubblica sicurezza ha presentato una proposta di modifica della legge sulla sicurezza informatica del 2018. La bozza di modifica impone ai provider di servizi Internet di consegnare gli indirizzi Ip degli utenti alla polizia, rimuovere i contenuti e sospendere i propri servizi entro 24 ore dalla richiesta della polizia. La proposta ha sollevato preoccupazioni circa il diritto alla privacy e alla libertà d’espressione online.
La polizia ha utilizzato leggi come il decreto n. 14/2022/Nd-cp, che punisce la diffusione di “contenuti illegali” o la “disinformazione e diffamazione”, per imporre multe ai cittadini e cittadine che esprimono dissenso sui social media in merito alle politiche pubbliche e alla polizia. Queste sanzioni amministrative variavano da cinque a 10 milioni di dong vietnamiti (da 190 a 380 dollari Usa). A novembre, la polizia di varie province ha minacciato e multato titolari di diversi account sui social media per aver postato “informazioni false” circa i terribili alluvioni e frane che hanno colpito il paese e sugli sforzi per i soccorsi umanitari del governo. Solo nella provincia di Đắk Lắk, la polizia si occupata di almeno 52 casi.
Sono perdurate le preoccupazioni per la salute di persone impegnate nell’attivismo incarcerate a causa della mancanza di accesso a un’adeguata assistenza sanitaria. All’attivista per i diritti della terra Cấn Thị Thêu è stato negato l’accesso alla cartella clinica, nonostante le gravi preoccupazioni per le sue condizioni sanitarie.1 È stata motivo di preoccupazione anche la salute di altri giornalisti detenuti, tra cui Lê Hữu Minh Tuấn, Phạm Chí Dũng e Nguyễn Tường Thụy.
Persone incarcerate per il lavoro in difesa dei diritti umani, tra cui l’insegnante di musica Đặng Đăng Phước, l’attivista filodemocratico Lê Đình Lượng, l’ambientalista Hoàng Đức Bình, l’attivista Bùi Tuấn Lâm e l’attivista per il diritto alla terra Trịnh Bá Tư sono stati sottoposti a dure punizioni in carcere, tra cui la detenzione con catene alle gambe per 10 giorni, settimane di isolamento e limitazioni alle visite dei familiari.
Il 2 settembre, il dissidente Vương Văn Thả è morto nel carcere di An Phước, nella provincia di Bình Dương. Nel 2017 aveva iniziato a scontare una condanna a 12 anni per “propaganda contro lo stato”. La famiglia ha contestato la versione ufficiale che ha attribuito il decesso a suicidio e ha chiesto un’indagine indipendente sulla sua morte, ma ha subìto molestie da parte delle autorità.
Il 28 agosto, almeno cinque attivisti per i diritti umani e la democrazia sono stati arrestati e detenuti in vista della festa nazionale del 2 settembre. La polizia ha dichiarato che erano sotto inchiesta ai sensi degli art. 117 del codice penale e che sarebbero rimasti in detenzione almeno per il primo trimestrale del 2026.
Le persone lgbti sono rimaste vulnerabili a causa della mancanza di tutele legali. Le leggi sul matrimonio e sulla famiglia non riconoscono il matrimonio tra persone omosessuali. L’assenza di norme per le persone lgbti in materia di adozione di minori, assistenza medica o diritti di proprietà delle coppie non sposate ha continuato a esporle a discriminazioni. I diritti delle persone transgender sono rimasti in sospeso: il disegno di legge sul riconoscimento di genere è stato rinviato per il decimo anno. Le campagne di disinformazione filogovernative hanno intensificato la violenza di genere online contro le persone lgbti, facilitata dalla tecnologia. La sfilata del Viet Pride a Ho Chi Minh City è stata cancellata per la prima volta in 13 anni, mentre altri eventi del Pride sono stati censurati o cancellati per le vessazioni delle autorità locali.
A gennaio, l’inquinamento atmosferico del Vietnam ha raggiunto il primo posto nelle classifiche globali. A marzo, i livelli di polveri fini (pm 2.5) nella capitale Hanoi hanno superato di 25 volte i limiti stabiliti dall’Oms, costringendo le scuole a chiudere e compromettendo l’accesso all’istruzione e alla salute, in particolare per le persone a rischio. Sono perdurate le preoccupazioni per il divieto di circolazione dei veicoli a benzina a Hanoi e Ho Chi Minh City, previsto per luglio 2026. Mentre il governo ha pubblicizzato il divieto come un mezzo per ridurre
l’inquinamento atmosferico e sostenere gli obiettivi di zero emissioni nette, persone critiche hanno avvertito che potrebbe danneggiare i motociclisti a basso reddito, a meno che non siano offerte alternative pulite e accessibili.
Il Vietnam ha abolito la pena di morte per otto reati, sostituendola con l’ergastolo, a partire da luglio. Tuttavia, la mancanza di equità processuale nei procedimenti che prevedono la pena capitale e la segretezza che circonda l’uso della pena di morte hanno continuato a destare preoccupazione per le circostanze in cui le condanne a morte vengono comminate.
Note:
1 Viet Nam: Grave concern for imprisoned activist’s health, 27 agosto.