Ultime notizie sul paese

REGNO DELL’ARABIA SAUDITA

Arabia Saudita ha effettuato il più alto numero di esecuzioni mai registrato in un anno. Sono state messe a morte persone condannate per una vasta gamma di reati, compresi quelli in materia di droga in cui spesso erano implicate persone di nazionalità straniera. Almeno due uomini sono stati messi a morte per presunti crimini commessi quando erano minorenni. Nonostante una serie di rilasci di persone arrestate per avere esercitato il loro diritto alla libertà d’espressione, le autorità hanno continuato a limitare fortemente la libertà d’espressione e associazione, con voci critiche e in difesa dei diritti umani soggette a lunghe pene detentive, processi gravemente iniqui e arbitrari divieti di viaggio, imposti anche a chi era stato recentemente rilasciato dalla detenzione. Lavoratrici e lavoratori migranti, anche nel contesto del lavoro domestico, sono rimasti vincolati dal sistema di lavoro tramite sponsor, conosciuto come kafala, e hanno continuato a subire abusi, sfruttamento ed espulsioni di massa. Le donne hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi. L’Arabia Saudita ha fallito nell’emanazione di misure in grado di realizzare il diritto a un ambiente salubre.

 

CONTESTO

Le autorità saudite hanno continuato a promuovere il loro ambizioso programma Vision 2030, volto a diversificare l’economia dell’Arabia Saudita, favorire una società “vibrante” e posizionare il regno tra i paesi leader del panorama internazionale. L’Arabia Saudita ha investito in eventi culturali e d’intrattenimento e si preparava a ospitare l’Expo 2030 e la Coppa del mondo Fifa nel 2034.

Il ministero dell’Interno e la sua direzione generale per il controllo dei narcotici hanno rilasciato regolari dichiarazioni sulle partite di droga sequestrate nel quadro di un’ampia campagna in corso per combattere la droga.

A gennaio, l’Interpol ha annunciato di avere in programma l’apertura di un ufficio regionale in Arabia Saudita.

L’Arabia Saudita ha continuato a svolgere un ruolo di primo piano sul piano regionale e internazionale e durante l’anno ha ospitato incontri diplomatici ad alto livello, inclusi i colloqui tra Stati Uniti e Russia per porre fine alla guerra in Ucraina. A maggio, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha annunciato che l’Arabia Saudita aveva firmato accordi commerciali con gli Usa per un valore di oltre 300 miliardi di dollari Usa, compreso un pacchetto di 142 miliardi di dollari Usa per la fornitura di armi.

 

PENA DI MORTE

L’Arabia Saudita ha eseguito il più alto numero di esecuzioni mai registrato in un anno. Ha messo a morte persone condannate per un’ampia gamma di reati, in particolare in materia di droga, così come quelli legati al “terrorismo”.

Come per gli anni precedenti, la maggior parte delle persone messe a morte per reati di droga erano cittadine straniere, in particolare provenienti da Afghanistan, Egitto, Etiopia, Pakistan e Somalia. Persone straniere detenute nel braccio della morte hanno subìto gravi violazioni del loro diritto a un processo equo, come la mancanza di accesso a una rappresentanza legale, un inadeguato supporto consolare e nessun accesso a un servizio di interpretariato efficace. In alcuni casi sono stati sottoposti a tortura o maltrattamento durante la detenzione cautelare per estorcere loro “confessioni” di colpevolezza.

I giudici sauditi hanno continuato a emettere condanne a morte per i reati ta’zir (per i quali la pena di morte non è obbligatoria, ma a discrezione del giudice), in contrasto con le dichiarazioni ufficiali secondo cui l’uso della pena di morte per i reati “discrezionali” era stato limitato. Le esecuzioni per reati ta’zir costituivano almeno il 47,5 per cento di tutte le esecuzioni documentate tra gennaio 2014 e giugno 2025. Il 16 dicembre, le autorità saudite hanno messo a morte il pescatore egiziano Essam Ahmed, dopo un processo gravemente iniquo per reati non violenti, legati alla droga. Il giudice ha imposto una condanna a morte ta’zir, nonostante avesse facoltà di scegliere un’altra pena. Molte altre persone rimanevano a imminente rischio di esecuzione per reati non violenti, legati alla droga.

Le persone sciite in Arabia Saudita erano storicamente discriminate e il loro pacifico dissenso è stato spesso perseguito come “terrorismo”. Le autorità hanno continuato a mettere a morte un allarmante alto numero di persone appartenenti alla minoranza sciita, comprese quelle che avevano espresso forme di dissenso nella Provincia Orientale dell’Arabia Saudita. Sebbene la comunità sciita rappresentasse circa il 10-12 per cento della popolazione saudita totale, gli sciiti costituivano circa il 42 per cento di tutte le esecuzioni per reati di “terrorismo” registrate tra gennaio 2014 e giugno 2025.

Le autorità saudite hanno messo a morte due uomini, Jalal Labbad il 21 agosto, e Abdullah al-Derazi il 20 ottobre, per reati che sarebbero stati commessi quando avevano meno di 18 anni.1 La Corte penale specializzata (Specialized Criminal Court – Scc) ha inoltre sottoposto a un nuovo processo Yusuf al-Manasef, Jawad Qureiris e Hassan al-Faraj, emettendo ancora una volta nei loro confronti una condanna a morte per reati che sarebbero stati commessi quando erano minorenni. Altri minorenni al momento dei loro presunti reati sono rimasti nel braccio della morte, alcuni dei quali erano a imminente rischio di esecuzione.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Persone critiche e impegnate nella difesa dei diritti umani hanno continuato a essere sottoposte a lunghe pene detentive, processi iniqui e divieti di viaggio.

A febbraio, funzionari delle Nazioni Unite hanno riconosciuto che una registrazione di una tavola rotonda, che vedeva la partecipazione di organizzazioni per i diritti umani al Forum sulla governance di Internet in corso di svolgimento nella capitale Riyad, era stata editata dalle Nazioni Unite per oscurare le critiche espresse da una difensora dei diritti umani, dopo che il governo saudita aveva sporto reclamo.

Ad aprile, la procura generale ha annunciato di avere iniziato a prendere provvedimenti legali contro chiunque stesse “danneggiando la reputazione del turismo” nel regno, ai sensi della legge sui reati informatici e della legge antifalsificazione.

Il 21 agosto, la corte d’appello dell’Scc ha emesso una nuova sentenza nei confronti dell’influencer di fitness e attivista per i diritti delle donne Manahel al-Otaibi, condannandola a cinque anni di carcere, una riduzione rispetto agli 11 che le erano stati comminati in primo grado, seguiti da un divieto di viaggio di cinque anni. Era stata condannata nel 2024 per i suoi tweet a sostegno dei diritti delle donne e per avere postato sue fotografie che la ritraevano senza l’abaya (indumento tradizionale).

Durante l’anno, le autorità hanno rilasciato decine di persone arrestate per avere esercitato la loro libertà d’espressione. A febbraio, Salma al-Shehab, una dottoranda universitaria saudita che viveva nel Regno Unito, è stata rilasciata dopo avere scontato quattro anni di una condanna a 27 anni di carcere, che le era stata comminata al termine di un processo iniquo, per la pubblicazione di tweet a sostegno dei diritti delle donne. Lo stesso mese, Asaad bin Nasser al- Ghamdi, un docente che era stato inizialmente condannato a 20 anni di carcere per post pubblicati sui social media in cui criticava il programma Vision 2030 del governo, è stato rilasciato dopo due anni. A giugno, il cittadino olandese-yemenita Fahd Ezzi Mohammed Ramadhan è stato rilasciato dopo avere trascorso 18 mesi in detenzione senza accusa.

Divieti di viaggio

Molte persone scarcerate sono rimaste sottoposte a lunghi divieti di viaggio e misure che hanno limitato la loro libertà d’espressione. Tra questi c’erano Abdulaziz al-Shubaily, co-fondatore dell’ormai dissolta Associazione saudita per i diritti civili e politici (Acpra), rilasciato a luglio dopo otto anni di carcere ma sottoposto a un divieto di viaggio e di utilizzo dei social media della durata di otto anni; e Mohammed al-Qahtani, difensore dei diritti umani e cofondatore di Acpra, rilasciato a gennaio dopo 12 anni di carcere, ma sottoposto a un divieto di viaggio di 10 anni che lo ha separato dalla sua famiglia all’estero. Le difensore dei diritti delle donne Loujain al-Hathloul e Maryam al-Otaibi sono rimaste sottoposte a divieti di viaggio dopo essere state in carcere a causa del loro attivismo per i diritti umani.

Processi iniqui

Quasi tutte le persone impegnate nella difesa dei diritti umani processate davanti all’Scc, che rimaneva un tribunale altamente problematico in termini di rispetto dei diritti degli imputati a un equo processo, o davanti ad altri tribunali, sono state condannate a dure pene detentive al termine di procedimenti gravemente iniqui.

Il 12 maggio, l’Scc ha condannato il cittadino britannico Ahmed al-Doush a 10 anni di carcere, successivamente ridotti a otto anni in appello. I suoi interrogatori ruotavano intorno ai post che aveva pubblicato sui social media e alla sua presunta associazione con una voce critica saudita in esilio. Le autorità hanno trattenuto documenti processuali, inclusi i dettagli riguardanti le accuse e la condanna, impedendo la loro consultazione alla sua famiglia e ai funzionari consolari britannici.

Diritti delle persone anziane

Persone anziane detenute sono rimaste sottoposte a dure condizioni di detenzione. Il dottor Sabri Shalaby, un medico egiziano di 69 anni, è rimasto in carcere a scontare una condanna a 10 anni emessa al termine di un processo iniquo per accuse infondate di “terrorismo”. Durante la sua carcerazione, è stato tenuto in isolamento, gli è stata negata l’assistenza medica e ha subìto ritorsioni dopo avere citato in giudizio il ministero della Salute per avere trattenuto gli stipendi. Sheikh Salman al-Odah, anch’egli di 69 anni, aveva trascorso più di otto anni in isolamento, un fatto che costituisce tortura ai sensi del diritto internazionale. La sua salute generale, l’udito e la vista, si sono deteriorati gravemente. Era stato arrestato nel 2017 dopo aver postato un tweet che faceva appello all’unità durante una disputa diplomatica. Un’esperta delle Nazioni Unite ha chiesto di visitarlo ad aprile, ma le autorità le hanno negato l’accesso.

 

DIRITTI DELLE PERSONE MIGRANTI

L’Arabia Saudita ha continuato a ospitare più di 13 milioni di lavoratrici e lavoratori migranti, compresi quasi quattro milioni di persone impiegate nel lavoro domestico di provenienza africana e asiatica. Questi continuavano a essere vincolati attraverso il sistema di lavoro tramite sponsor, conosciuto come kafala, che limitava la loro capacità di cambiare lavoro o di lasciare il paese, e li esponeva a elevati rischi di sfruttamento. Nonostante alcune limitate riforme, gli abusi sul lavoro erano ampiamento diffusi, con furti del salario, condizioni di lavoro insicure, discriminazione razziale e condizioni di vita al di sotto degli standard.

Una ricerca di Amnesty International ha scoperto come i migranti che avevano contribuito a ultimare la costruzione della nuova metropolitana di Riyad, che ha aperto a gennaio, avevano sopportato un decennio di sfruttamento con insufficiente protezione da parte del governo. Molti avevano pagato tariffe di assunzione esorbitanti per assicurarsi un posto di lavoro nel progetto, per poi lavorare molte ore per salari bassi e discriminatori, spesso sotto il bruciante caldo estivo. Centinaia di persone migranti impiegate in progetti di alto profilo sono rimaste senza paga per mesi, in alcuni casi per quasi un anno, e sono state abbandonate a loro stesse, senza protezione sociale adeguata e senza potersi permettere perfino beni essenziali come il cibo. Alcune hanno protestato o hanno fatto conoscere le loro situazioni sui social media. Il governo saudita non è intervenuto efficacemente per assicurare un rimedio tempestivo e, in un caso, secondo un sindacato, ha trattenuto 11 lavoratori per circa 48 ore in seguito a una protesta a settembre.

Lavoratrici e lavoratori domestici continuavano a essere esclusi dallo statuto dei lavoratori, un fatto che i datori di lavoro privi di scrupoli sfruttavano a loro vantaggio e per il quale rimanevano in larga parte impuniti, a causa della debole applicazione delle tutele da parte del governo. Le donne keniane assunte come lavoratrici domestiche hanno descritto condizioni estenuanti e lesive dei diritti, che spesso equivalevano a lavoro forzato e a tratta di esseri umani, tra cui salari non pagati, orari di lavoro eccessivi, abusi fisici e sessuali, spesso alimentati da un razzismo sistemico.

A maggio, il ministero delle Risorse umane e dello sviluppo sociale (Ministry of Human Resources and Social Development – Mhrsd) ha annunciato un periodo di tolleranza di sei mesi per regolarizzare lo status dei lavoratori domestici segnalati come “irreperibili”. Il periodo è stato rinnovato per altri sei mesi a novembre. Il sistema di protezione sociale del salario, precedentemente limitato a persone impiegate nel settore privato, è stato esteso a maggio a quelle occupate nel lavoro domestico, che avrebbero dovuto essere pagate elettronicamente. Questo nuovo obbligo è stato introdotto a fasi e sarebbe stato applicato a tutti i datori di lavoro con dipendenti che svolgevano lavoro domestico a partire dal 1° gennaio 2026.

A seguito di una consultazione pubblica, il Mhrsd ha confermato riduzioni significative al suo elenco delle sanzioni del 2021 per le violazioni delle normative sul lavoro. Queste comprendevano forti riduzioni delle multe per violazioni come la confisca del passaporto di un lavoratore, il diniego dei giorni di riposo settimanale e la violazione del divieto di lavoro nelle ore centrali della giornata in estate. Lo schema rivisto, tuttavia, ha introdotto nuove sanzioni che miravano a colpire violazioni contro specifiche categorie di persone lavoratrici, incluse quelle non coperte dallo statuto dei lavoratori, come quelle del settore marittimo, agricolo e del lavoro domestico.

A giugno, la Confederazione internazionale dei sindacati (International Trade Union Confederation – Ituc), guidata dall’Ituc-Africa, ha presentato un reclamo all’Ilo che documentava un diffuso modello di lavoro forzato, furto di salario, abuso fisico e sessuale e un razzismo sistemico che colpiva in particolare, anche se non esclusivamente, lavoratrici e lavoratori migranti africani.

Lo stesso giorno, mentre l’Ituc presentava il suo reclamo, l’Ilo ha annunciato la terza fase del suo accordo di cooperazione con l’Arabia Saudita, incentrato su procedure di assunzione eque e mobilità del lavoro per lavoratrici e lavoratori migranti, protezione nel contesto del lavoro domestico e accesso alla giustizia, tra i vari punti citati.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

Sono rimaste in vigore le leggi sul tutoraggio, che influenzavano molti aspetti della vita delle donne. Le donne continuavano a subire discriminazioni nella legge e nella prassi. Quasi tre anni dopo l’approvazione della legge saudita sullo status personale l’8 marzo 2022, la gazzetta ufficiale ha pubblicato il 21 febbraio i decreti attuativi della legge sullo status personale. Sebbene questa legge abbia introdotto alcune positive riforme, come avere fissato un’età minima legale per il matrimonio, ha codificato la discriminazione di genere nella maggior parte degli ambiti della vita familiare, come matrimonio, divorzio, custodia della prole ed eredità.

 

DIRITTO A UN AMBIENTE SALUBRE

L’Arabia Saudita ha continuato a essere uno dei primi 10 emettitori di carbonio pro capite al mondo. La Saudi Aramco, a maggioranza statale, è rimasta la compagnia con le più alte emissioni di gas serra del mondo. Il Ceo dell’azienda ha dichiarato a ottobre che l’aumento globale della domanda di elettricità, indispensabile per i veicoli elettrici e i data center dell’intelligenza artificiale, sarebbe stato alimentato da combustibili fossili, non dalle rinnovabili, e che gli idrocarburi sarebbero “rimasti la spina dorsale dell’energia globale”. Il governo non ha previsto piani per eliminare gradualmente la produzione dei combustibili fossili.

Il 10 settembre, l’Arabia Saudita ha ratificato l’emendamento di Kigali al protocollo di Montreal, impegnandosi a bloccare la produzione degli idrofluorocarburi, un potente gas serra, entro il 2028 e a ridurne il consumo dell’85 per cento entro il 2047.

 

Note:
1 Saudi Arabia: Deplorable execution exposes broken promise to halt death penalty for juveniles, 22 agosto.

Continua a leggere