Stati del Golfo, giro di vite sulla libertà d’espressione

1 Giugno 2026

Francesca Maceroni/Amnesty International Italia

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Le autorità degli stati del Golfo hanno arrestato oltre 1000 persone nell’ambito della repressione, collegata alla guerra, della libertà d’espressione. Sono state prese di mira persone che avevano espresso opinioni sugli attacchi israeliani e statunitensi contro l’Iran e su quelli dell’Iran nel Golfo. In Kuwait e in Bahrein alcune persone sono state private della cittadinanza.

Dopo il 28 febbraio, adducendo preoccupazioni per la sicurezza nazionale, le autorità degli stati del Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) hanno emesso avvisi di carattere generale contro la diffusione online di “voci”, “informazioni false” o contenuti “di fonte sconosciuta” sulla guerra. Poco dopo, sono iniziati gli arresti di massa.

“Gli stati del Golfo possono assumere provvedimenti per contrastare la disinformazione e proteggere la sicurezza nazionale, derogando anche da determinati diritti durante un conflitto armato, ma le limitazioni alla libertà d’informazione devono essere rigorosamente in linea con gli standard del diritto internazionale. Le deroghe devono essere contenute in una legge, essere chiare e precise, strettamente necessarie e proporzionate e perseguire un obiettivo legittimo. I divieti generali e la criminalizzazione della condivisione delle informazioni non rispettano questi standard”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

“Nel tentativo di proteggere la loro patinata immagine di luoghi sicuri, gli stati del Golfo hanno fatto ricorso al consueto duro approccio autoritario per controllare l’informazione e applicare norme ampie e scritte in modo generico sui reati informatici, sul terrorismo e sulla sicurezza nazionale. Ciò non è consentito dal diritto internazionale”, ha aggiunto Morayef.

Amnesty International ha parlato con 16 persone (tra le quali un giornalista, persone attiviste, cittadini, residenti di nazionalità straniera e familiari di persone detenute) che in molti casi hanno chiesto l’anonimato per timore di ripercussioni. L’organizzazione per i diritti umani ha anche esaminato documenti e dichiarazioni ufficiali e casi segnalati dagli organi d’informazione locali, dalle ambasciate e dai gruppi locali per i diritti umani.

Una repressione di dimensione regionale

Le autorità di Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman hanno reso ufficialmente noto l’arresto di centinaia di persone che avevano filmato e pubblicato immagini, rilanciato video dell’intercettamento di missili o condiviso immagini dei danni.

In diversi casi l’accusa è stata quella di “apologia” di uno stato ostile e della sua dirigenza militare, riferita a espressioni di solidarietà verso l’Iran o alla sua popolazione o di cordoglio per la guida suprema e comandante in capo dell’Iran Ali Khamenei.

In alcuni degli stati del Golfo sono state poste sotto indagine o rimandate a processo persone accusate di aver diffuso “informazioni fuorvianti” o “notizie false, voci o propaganda provocatoria”, come contenuti realizzati con l’intelligenza artificiale o filmati falsamente riferiti a episodi non verificatisi.

I tribunali del Bahrein e del Kuwait hanno emesso condanne da tre a dieci anni nei confronti di decine di persone, al termine di processi rapidi, per la pubblicazione o la condivisione di contenuti relativi alla guerra.

Il 3 marzo le autorità dell’Oman hanno annunciato che le persone responsabili della pubblicazione di “voci e informazioni non verificate” sarebbero state chiamate a risponderne di fronte alla legge. Di lì a poco sono iniziati gli arresti.

Arabia Saudita

Il 2 marzo il ministero dell’Interno ha emesso un decreto di portata generale che impone di affidarsi solo alle informazioni provenienti da fonti ufficiali.

A differenza degli altri stati del Consiglio di cooperazione del Golfo, non è stata data notizia di arresti ma Amnesty International ritiene che almeno tre cittadini stranieri siano finiti in carcere per aver pubblicato online contenuti relativi alla guerra. Fonti diplomatiche del Nepal e delle Filippine hanno confermato due arresti, il terzo lo ha verificato la stessa Amnesty International.

Ad aprile le autorità hanno chiesto a Meta di limitare l’accesso a 144 account e pagine a causa di contenuti relativi a “conflitti geopolitici regionali, sviluppi in materia di sicurezza e satira politica” o ritenuti “contrari alla sensibilità religiosa” ai sensi della Legge sui reati informatici. Meta ha limitato o cancellato gli account e le pagine.

Un operaio ha scattato fotografie dell’impianto petrolchimico dove lavorava, colpito dall’Iran. Subito dopo le ha cancellate ma è comunque stato perquisito insieme ai colleghi nel dormitorio dove riposavano per accertare che non fosse stato condiviso alcun contenuto.

Un giornalista di Riad, che ha chiesto l’anonimato, ha raccontato ad Amnesty International che le limitazioni in vigore ostacolano enormemente la possibilità di parlare con testimoni e documentare gli attacchi iraniani.

Bahrein

Il 1º marzo le autorità hanno ammonito la popolazione a non pubblicare né diffondere voci, informazioni o notizie “non emanate dalle autorità ufficiali”.

Da quel giorno al 14 marzo 47 persone, tra le quali sei cittadini stranieri, sono state arrestate per aver diffuso online contenuti riguardanti gli attacchi iraniani.

Secondo i gruppi locali per i diritti umani, al 5 maggio erano state arrestate almeno 303 persone, anche per aver commemorato pubblicamente la morte della guida suprema iraniana Ali Khamenei. Di queste, ne sarebbero state scarcerate 38, tra le quali l’artista Mansour Yassin, autore di un’immagine delle mani della guida suprema iraniana che gli è valsa l’accusa di “espressione di solidarietà” e “apologia di atti ostili”.

Il 28 aprile e il 12 maggio la procura generale ha reso note le condanne di 34 persone a multe e a pene da uno a dieci anni, per aver sostenuto e appoggiato “gli attacchi terroristici iraniani contro il regno”, aver “ottenuto e diffuso illegalmente dati sensibili”, aver “fotografato luoghi limitati al pubblico” e aver “diffuso false notizie e voci attraverso le piattaforme social”.

Il 27 aprile è stata annunciata la revoca della nazionalità ai danni di 69 persone e dei loro familiari, poiché avevano espresso solidarietà o avevano fatto apologia “delle azioni criminali e ostili dell’Iran” o avevano “colluso con elementi esterni”. Il giorno dopo sono state annullate tanto la revisione giudiziaria delle revoche della cittadinanza, quanto la possibilità di ricorrere in appello contro tali decisioni.

Il diritto internazionale vieta la privazione arbitraria della cittadinanza e stabilisce che gli stati non possono togliere a singole persone o a loro familiari la cittadinanza come forma di punizione per l’espressione di opinioni politiche o di solidarietà.

Emirati Arabi Uniti

Il 3 marzo è stata emanata una direttiva che vieta, per motivi di sicurezza, di fotografare, pubblicare o far circolare contenuti non confermati o falsi. Da quel giorno all’8 marzo sono state arrestate almeno 375 persone per, secondo fonti ufficiali, aver pubblicato o fatto circolare video reali o falsi o ulteriori contenuti visivi, che non sono reati riconosciuti dal diritto internazionale.

Il 20 marzo la polizia di Abu Dhabi ha reso noto l’arresto di 109 persone di diverse nazionalità per “aver filmato luoghi e avvenimenti e diffuso false informazioni attraverso le piattaforme social”, azioni che avrebbero potuto “incitare l’opinione pubblica e diffondere voci”. Altre dichiarazioni ufficiali hanno attribuito gli arresti alla “pubblicazione di contenuti apologetici verso uno stato ostile e la sua direzione politica e militare”.

Alla fine di marzo è circolata la notizia dell’arresto di decine di cittadini britannici residenti negli Emirati Arabi Uniti che avevano scattato foto o fatto riprese video di attacchi iraniani, nonché di controlli serrati sui telefoni cellulari nelle zone colpite dagli attacchi iraniani coi droni. Decine di profili social di importanti organi d’informazione sono stati resi inaccessibili agli utenti emiratini dopo la pubblicazione di immagini di attacchi.

Sempre a marzo le autorità hanno chiesto a Meta di limitare l’accesso a 18 profili di Facebook e Instagram che avevano “riferito su conflitti geopolitici regionali e sviluppi in materia di sicurezza”. Meta ha risposto che i contenuti non violavano gli standard della comunità ma li ha limitati ugualmente.

Kuwait

Le autorità del Kuwait hanno reso noto l’arresto, tra il 1º e il 30 marzo, di 33 persone, tra le quali almeno tre donne e un cittadino straniero. Queste persone sono state accusate di aver pubblicato contenuti che simpatizzavano con “gruppi terroristi”, diffuso video pericolosi per la sicurezza nazionale o false informazioni, attribuito falsamente informazioni alle agenzie di sicurezza o usato droni per effettuare riprese senza autorizzazione.

Il numero delle persone imputate è risultato assai maggiore di quello di coloro di cui è stato comunicato l’arresto. Il 23 aprile, il 1º e il 7 maggio un tribunale per la sicurezza dello stato, istituito ad aprile per occuparsi solo di reati relativi alla sicurezza interna ed esterna, ha emesso 204 verdetti per accuse quali espressioni favorevoli alla “aggressione iraniana”, “incitamento a disordini settari” e “diffusione di notizie false”.

Nella maggior parte dei casi le condanne sono state sospese ma 23 persone sono state condannate a tre anni, una a cinque anni e una a dieci anni di carcere.

Il noto giornalista Ahmed Shihab-Eldin è stato arrestato il 3 marzo da uomini in borghese senza mandato di cattura solo per aver condiviso immagini relative alla guerra già pubblicate da organi d’informazione internazionali. Dopo 52 giorni di carcere, è stato processato per diffusione di notizie false, messa in pericolo della sicurezza nazionale e uso improprio del suo telefono cellulare. Il 23 aprile è stato assolto da una delle tre accuse e condannato, con sospensione della pena, per le altre due.

Il 15 marzo il Consiglio dei ministri ha emanato la “Legge 47/2026 sul contrasto al terrorismo”, che include il reato di “costringere un’autorità pubblica a svolgere o ad astenersi dallo svolgere qualsiasi atto”, definizione che può comprendere azioni politicamente motivate aventi lo scopo di influenzare le decisioni del governo. Per tale reato è prevista la pena di morte.

La “Legge 13/2026”, emanata lo stesso giorno, criminalizza la diffusione di “voci false” riguardanti organismi militari e prevede pene fino a 10 anni.

Il 13 aprile è stata emendata la Legge sulla cittadinanza, in modo da consentire di revocare la nazionalità “se lo richiedono i supremi interessi dello stato o la sua sicurezza esterna” o se le autorità hanno “forti prove che una persona abbia promosso principi che rischiano di mettere in pericolo il sistema economico, sociale o politico del paese o appartengano a un’organizzazione politica straniera”.

Il 26 aprile le autorità hanno annunciato, senza dare spiegazioni, la revoca della cittadinanza a oltre 1200 persone. Era già successo nel 2024. Due persone contattate da Amnesty International hanno detto che questi provvedimenti hanno creato un clima di paura che spinge le persone a non esercitare il loro diritto alla libertà d’espressione.

Qatar

Il 28 febbraio le autorità hanno emesso un divieto generale di diffondere voci o video non verificati e di condividere contenuti sensibili. Da quel giorno al 9 marzo, secondo fonti ufficiali sono state arrestate almeno 313 persone di varie nazionalità per aver filmato e diffuso video contenenti “informazioni fuorvianti” e voci in grado di “agitare l’opinione pubblica”, attività che non sono considerate reati dal diritto internazionale.

La Legge sui reati informatici del 2014 criminalizza la creazione e la diffusione di contenuti ritenuti dannosi per “i valori sociali” e per “l’ordine pubblico”.