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REPUBBLICA DEL BURUNDI

Capo di stato e di governo: Pierre Nkurunziza

L’escalation di violenza che aveva caratterizzato la crisi politica del paese si è moderatamente ridimensionata, benché si siano verificate ancora gravi violazioni dei diritti umani, come uccisioni illegali, sparizioni forzate, tortura e altro maltrattamento e arresti arbitrari. La violenza contro donne e ragazze è aumentata. I diritti alla libertà d’espressione e d’associazione sono stati soffocati. La crescente repressione e l’impunità imperante hanno generato un clima di paura, che si è instaurato nella capitale così come in altre località del paese. A fine anno, circa tre milioni di persone necessitavano di aiuti umanitari a causa della crisi politica, di un’economia ormai al collasso e di una serie di calamità naturali.

CONTESTO

La crisi politica, innescata dalla decisione assunta nel 2015 dal presidente Nkurunziza di candidarsi per un terzo mandato, si è inasprita ed è stata accompagnata da una sempre più profonda crisi socioeconomica.

I tentativi di dialogo avviati sotto l’egida della Comunità dell’Africa Orientale si sono arenati, nonostante la nomina a marzo dell’ex presidente tanzaniano, Benjamin Mkapa, in qualità di mediatore. La commissione nazionale per il dialogo interburundese ha riferito che la maggior parte dei suoi componenti si era espressa a favore di una serie di emendamenti costituzionali, tra cui l’abolizione dei limiti al mandato presidenziale. Poiché molti cittadini burundesi erano in esilio o avevano paura di esprimere il loro dissenso, i risultati della commissione rischiavano di essere di parte.

L’Au ha ritirato la proposta di schierare un contingente di protezione, annunciata a dicembre 2015, e a febbraio ha deciso di inviare invece in Burundi una delegazione di cinque capi di stato e di governo africani. A luglio, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato l’invio nel paese di 228 agenti di polizia ma il governo del Burundi ha rifiutato lo schieramento di questo contingente.

A maggio, la Corte suprema si è pronunciata in merito a un ricorso in appello e ha condannato all’ergastolo 21 militari e poliziotti per il loro coinvolgimento nel fallito colpo di stato di maggio 2015. Altri cinque imputati sono stati condannati a due anni di reclusione e due sono stati assolti. Nell’emettere il proprio giudizio, la Corte ha inasprito le precedenti condanne comminate a gennaio.

Il 20 agosto, il generale Evariste Ndayishimiye è stato eletto segretario generale del partito di governo Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze di difesa della democrazia (Conseil national pour la défense de la démocratie-Forces pour la défense de la démocratie – Cndd-Fdd).

A marzo, dopo diversi mesi di consultazioni, l’Eu ha deciso di sospendere il sostegno finanziario diretto al governo, in attesa della regolare revisione. A ottobre, l’Eu ha ritenuto che gli sforzi proposti dal governo burundese per affrontare le sue preoccupazioni non erano sufficienti per ripristinare gli aiuti. L’Eu ha inoltre rinnovato le sanzioni nei confronti di quattro persone “ritenute una minaccia per la democrazia o un ostacolo alla ricerca di una soluzione politica alla crisi in Burundi”, per aver incitato alla repressione di manifestazioni pacifiche o partecipato al fallito colpo di stato. Anche gli Usa hanno imposto analoghe sanzioni nei confronti di altre tre persone, portando a 11 il numero complessivo dei destinatari di sanzioni da parte degli Usa.

L’accesso ai servizi essenziali è stato ostacolato dall’insicurezza e del deterioramento dell’economia. La sospensione degli aiuti finanziari esteri ha determinato ingenti tagli al bilancio dello stato. Calamità naturali, comprese alluvioni, frane e tempeste, hanno aggravato la situazione. Le organizzazioni umanitarie hanno calcolato che, a ottobre, tre milioni di persone necessitavano di aiuti, rispetto agli 1,1 milioni di febbraio. Ad agosto è stata conclamata un’epidemia di colera, mentre i casi di malaria erano quasi raddoppiati rispetto al 2015.

UCCISIONI ILLEGALI

Centinaia di persone sono state vittime di uccisioni illegali, compiute in maniera sia mirata sia indiscriminata, nel contesto della crisi politica. Durante l’anno, le Ngo hanno continuato a denunciare il ritrovamento di fosse comuni. Le immagini satellitari e la documentazione filmata dell’area di Buringa, vicino alla capitale Bujumbura, esaminate da Amnesty International, hanno confermato i resoconti dei testimoni, secondo cui le persone uccise dalle forze di sicurezza a dicembre 2015 erano state in seguito sepolte in fosse comuni[1]. A febbraio, il sindaco di Bujumbura ha mostrato agli organi d’informazione una fossa situata nel quartiere della capitale Mutakura, sostenendo che questa sarebbe stata scavata da membri dell’opposizione. Il governo non ha raccolto le proposte d’aiuto per documentare le presunte fosse comuni, avanzate sia dall’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite sia dall’Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Burundi (UN Independent Investigation on Burundi – Uniib).

Agli inizi dell’anno, l’esplosione di una serie di granate a Bujumbura è stata seguita da uccisioni mirate. Il 22 marzo, il tenente colonnello Darius Ikurakure, un ufficiale dell’esercito implicato in numerose violazioni dei diritti umani, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco all’interno del comando generale dell’esercito. Il 25 aprile, uomini armati hanno aperto il fuoco contro l’auto su cui viaggiava il generale Athanase Kararuza, uccidendolo assieme alla moglie e al suo collaboratore, Gérard Vyimana e ferendo sua figlia Daniella Mpundu, in seguito deceduta. Il giorno prima, il ministro per i diritti umani Martin Nivyabandi e Diane Murindababisha erano rimasti feriti in un attentato. Il 13 luglio, uomini armati non identificati hanno ucciso Hafsa Mossi, ex ministro e membro dell’assemblea legislativa dell’Africa Orientale. Il 28 novembre, Willy Nyamitwe, consigliere presidenziale d’alto profilo, è stato ferito in un tentato omicidio.

SPARIZIONI FORZATE

Sono stati documentati nuovi casi di sparizione forzata, in cui spesso sono stati coinvolti i servizi d’intelligence nazionale (Service national de renseignement – Snr); molti dei casi registrati nel 2015 sono rimasti irrisolti.

Jean Bigirimana, un giornalista dell’agenzia d’informazione indipendente Iwacu, è stato visto per l’ultima volta il 22 luglio[2]. Un suo collega ha ricevuto una telefonata in cui si diceva che era stato prelevato da persone ritenute essere agenti dell’Snr. Due cadaveri in avanzato stato di decomposizione sono stati in seguito trovati in un fiume; nessuno dei due ha potuto essere identificato.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Tortura e altri maltrattamenti hanno continuato a essere perpetrati a un ritmo allarmante e nell’impunità da parte dell’Snr, della polizia e di Imbonerakure, l’ala giovanile del partito di governo. Sono state documentate varie tecniche, come quella di picchiare le vittime con rami, sbarre di metallo e manganelli o di calpestarle; scosse elettriche; negazione di cure mediche; abusi verbali e minacce di morte[3]. Coloro che si erano rifiutati di aderire a Imbonerakure hanno affermato di essere stati percossi durante l’arresto e in detenzione, apparentemente come forma punitiva. Altri sono stati picchiati mentre cercavano di fuggire dal paese.

VIOLENZA CONTRO DONNE E RAGAZZE

A novembre, il Comitato Cedaw ha espresso preoccupazione per l’incremento dei gravi episodi di violenza di genere e sessuale nei confronti di donne e ragazze da parte della polizia, dei militari e di Imbonerakure.

ARRESTI E DETENZIONI ARBITRARI

I quartieri di Bujumbura, teatro delle proteste del 2015, sono stati al centro di regolari perquisizioni e arresti da parte della polizia. In questi quartieri e in altre località del Burundi, la polizia ha inoltre effettuato controlli abituali sugli elenchi in cui dovevano essere registrati i residenti. Il 28 maggio, la polizia ha arrestato diverse centinaia di persone nel quartiere Bwiza di Bujumbura. Un portavoce della polizia avrebbe affermato che era del tutto normale arrestare persone vicino al luogo di un attentato con granate, in quanto tra di loro potrebbero trovarsi gli autori dell’attacco.

Il 25 agosto, la polizia ha presentato alla stampa 93 persone che erano state arrestate e accusate di accattonaggio, nel quadro di un’operazione finalizzata a “ripulire la città”.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

La libertà d’espressione è stata repressa a tutti i livelli della società.

Centinaia di studenti della scuola secondaria sono stati sospesi dall’attività scolastica per aver scarabocchiato una foto del presidente nei loro libri di testo. A giugno, decine di studenti sono stati arrestati e accusati di aver insultato il presidente, in varie province, tra cui Muramvya, Cankuzo e Rumonge. Due sono stati incriminati per aver partecipato a un movimento insurrezionalista e istigato gli studenti a manifestare. Gli altri sono stati rilasciati prima di metà agosto.

Giornalisti burundesi e della stampa internazionale sono incorsi in procedimenti giudiziari, malgrado la riapertura di due emittenti radiofoniche private a febbraio. Phil Moore e Jean-Philippe Rémy, del quotidiano francese Le Monde, sono stati arrestati a gennaio. Julia Steers, una giornalista statunitense, Gildas Yihundimpundu, un giornalista burundese, e il loro autista burundese sono stati arrestati il 23 ottobre. Julia Steers è stata trasferita all’ambasciata americana lo stesso giorno ma Gildas Yihundimpundu e l’autista sono rimasti trattenuti per l’intera notte presso il comando dell’Snr. Léon Masengo, un giornalista dell’emittente Isanganiro Fm, è stato brevemente detenuto l’11 novembre, dopo essersi occupato dell’interrogatorio di un poliziotto accusato di molte violazioni dei diritti umani.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE

Membri dei partiti politici dell’opposizione sono stati soggetti a misure di repressione.

A marzo, almeno 16 membri del partito Forze nazionali di liberazione (Forces nationales de libération – Fnl) sono stati arrestati in un bar, nella provincia di Kirundo. La polizia ha affermato che stavano tenendo una riunione politica non autorizzata. Leader politici locali dell’opposizione, contrari alla rielezione del presidente Nkurunziza, sono stati picchiati e minacciati da Imbonerakure. In varie parti del paese, Imbonerakure ha esercitato pressioni sulla gente per entrare a far parte del gruppo o aderire al partito di governo Cndd-Fdd e ha attuato campagne intimidatorie contro coloro che si rifiutavano di farlo.

A dicembre, il parlamento ha adottato due leggi sulle Ngo nazionali e straniere che imponevano controlli più serrati sul loro lavoro.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

I difensori dei diritti umani hanno svolto il loro lavoro in un clima sempre più pericoloso e ostile. L’Snr ha aumentato la sorveglianza nei confronti dei difensori dei diritti umani e di altre persone percepite come critiche verso il governo. Le vittime e i testimoni delle violazioni commesse hanno avuto paura di parlare apertamente.

A ottobre, il ministero dell’Interno ha messo al bando cinque delle principali organizzazioni per i diritti umani, già sospese nel 2015. La settimana successiva ne ha sospese altre cinque, una delle quali, Lique Iteka (Lega burundese per i diritti umani) è stata chiusa in modo permanente a dicembre, a seguito della diffusione di un rapporto controverso.

In seguito all’esame del Burundi da parte del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura a luglio, un procuratore burundese ha sollecitato l’ordine degli avvocati a radiare quattro suoi iscritti, che avevano contribuito a stilare il rapporto sulla società civile burundese che era stato inviato al Comitato. Il 6 ottobre, a Pamela Capizzi di Trial International, un’Ngo svizzera, è stato intimato di lasciare il paese, nonostante fosse in possesso di regolare visto.

MANCATO ACCERTAMENTO DELLE RESPONSABILITÀ

Le vittime di violazioni dei diritti umani hanno continuato a incontrare gravi difficoltà nell’accesso alla giustizia. Il giornalista Esdras Ndikumana era stato torturato ad agosto 2015 e aveva sporto denuncia presso la Corte suprema a ottobre dello stesso anno. Il suo caso non ha registrato progressi nel corso del 2016.

Le indagini giudiziarie hanno continuato a mancare di credibilità. A marzo, il procuratore generale ha annunciato i risultati di una commissione d’inchiesta sulle presunte esecuzioni extragiudiziali commesse l’11 dicembre 2015 e la successiva scoperta di possibili fosse comuni. Secondo il rapporto della commissione, tutte tranne una delle persone trovate morte nei quartieri Musaga, Ngagara e Nyakabiga, di Bujumbura, avevano preso parte agli scontri. Di certo l’11 dicembre c’era stato uno scontro a fuoco ma a questo erano seguite operazioni di accerchiamento e perquisizione, in cui molte persone erano state uccise con un proiettile alla testa e almeno un cadavere era stato trovato legato. A marzo è stata lanciata la fase operativa della commissione verità e riconciliazione sugli anni dal 1962 al 2008, e a settembre ha cominciato a raccogliere le testimonianze. La commissione non aveva alcuna autorità giudiziaria e a fine anno non era stato ancora istituito il tribunale speciale inizialmente programmato.

RIFUGIATI E SFOLLATI INTERNI

Nel corso dell’anno, almeno 100.000 persone sono fuggite dal Burundi, portando a 327.000 il numero complessivo dei rifugiati burundesi in fuga dalla crisi in corso nel paese. L’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha) ha stimato che, a causa della crisi e delle calamità naturali, le persone sfollate internamente al paese erano 139.000.

Le persone che cercavano di abbandonare il paese sono state vittime di abusi e rapine. La responsabilità della maggior parte di questi episodi è stata attribuita ai membri di Imbonerakure, benché i rifugiati abbiano anche accusato persone che indossavano uniformi della polizia e dell’esercito.

DIRITTI DELLE DONNE

Il Comitato Cedaw ha espresso preoccupazione in relazione a una serie di questioni, tra cui: l’elevata percentuale di abbandono scolastico tra le ragazze; il limitato accesso delle donne all’assistenza sanitaria di base e ai servizi di salute sessuale e riproduttiva; la continua criminalizzazione dell’aborto; e il fatto che il 45 per cento delle donne incarcerate stavano scontando condanne per aborto e infanticidio. Il Comitato ha evidenziato che le donne lavoratrici erano impiegate per lo più in settori informali e poco qualificati o avevano un’occupazione scarsamente retribuita, che non offriva alcun tipo di previdenza sociale. Ha inoltre rilevato la mancanza di tutela per le lavoratrici domestiche da forme di sfruttamento e abuso sessuale e l’assenza di un divieto per il lavoro minorile.

VAGLIO INTERNAZIONALE

La situazione in Burundi è stata al centro di una crescente attenzione da parte deli organismi internazionali e regionali e il governo burundese si è dimostrato sempre più ostile nel replicare a questo tipo d’iniziative. A febbraio, l’esecutivo ha accettato di aumentare a 200 il numero degli osservatori sui diritti umani e degli esperti militari dell’Au. A fine anno, tuttavia, ne era stato schierato soltanto un terzo e il relativo protocollo d’intesa non era stato ancora firmato.

Ad aprile, la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ha presentato al Consiglio dell’Au per la pace e la sicurezza il rapporto sulla sua missione di ricerca, condotta in Burundi, sui fatti occorsi a dicembre 2015. Tra le varie raccomandazioni elencate nel rapporto, la Commissione auspicava la creazione di un meccanismo d’inchiesta congiunto a livello regionale e internazionale.

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha richiesto al Burundi di presentare un rapporto speciale, che è stato esaminato a luglio. La delegazione del governo ha partecipato soltanto a metà del processo di revisione e non ha risposto alle domande formulate dal Comitato. Tuttavia, ha fornito un successivo riscontro a ottobre.

A settembre, l’Uniib ha presentato il proprio rapporto sul Burundi al Consiglio per i diritti umani (Human Rights Council – Hrc)[4], in cui ha rilevato che nel paese erano in atto gravi, sistematiche e consolidate violazioni dei diritti umani e che l’impunità era pervasiva. In risposta, l’Hrc ha istituito una commissione d’inchiesta sul Burundi. Il governo ha respinto l’iniziativa e, a ottobre, ha vietato l’ingresso in Burundi ai tre esperti dell’Uniib e sospeso la collaborazione con l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, in attesa di una rinegoziazione.

Ad aprile, l’Ufficio del procuratore dell’Icc ha aperto un esame preliminare sulla situazione in Burundi. L’8 ottobre, sia l’assemblea nazionale sia il senato hanno votato il ritiro del Burundi dall’Icc[5]. Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha ricevuto notifica formale del ritiro dallo Statuto di Roma dell’Icc il 27 ottobre; il ritiro sarebbe stato effettivo dopo un anno.

[1] Burundi: Suspected mass graves of victims of 11 December violence (AFR 16/3337/2016).

[2] Burundi: Whereabouts of Burundian journalist unknown − Jean Bigirimana (AFR 16/4832/2016).

[3] Burundi: Submission to the United Nations Committee against Torture, 25 July-12 August 2016 (AFR 16/4377/2016).

[4] Burundi: Written Statement to the 33rd session of the UN Human Rights Council (AFR 16/4737/2016).

[5] Burundi: ICC withdrawal must not block justice for crisis abuses (news, 12 ottobre).

 

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