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REPUBBLICA FEDERALE DEMOCRATICA D’ETIOPIA

Capo di stato: Mulatu Teshome Wirtu

Capo di governo: Hailemariam Desalegn

La polizia ha risposto con un uso eccessivo e letale della forza alle continue proteste legate a rivendicazioni politiche, sociali e culturali. Il giro di vite contro l’opposizione politica ha implicato arresti di massa, tortura e altri maltrattamenti, processi iniqui e violazioni dei diritti alla libertà d’espressione e d’associazione. Il 9 ottobre, il governo ha annunciato uno stato d’emergenza, che ha portato a ulteriori violazioni dei diritti umani.

CONTESTO

In risposta alle continue proteste negli stati regionali di Oromia e Amhara, le autorità hanno introdotto una serie di riforme. Tuttavia, queste non affrontavano le rivendicazioni avanzate dai manifestanti, anche in relazione a questioni come i diritti economici, sociali e culturali, il rispetto del principio di legalità e il rilascio dei prigionieri di coscienza. Le proteste, iniziate nella regione di Oromia a novembre 2015 contro il piano regolatore di Addis Abeba, che avrebbe esteso l’urbanizzazione della capitale sottraendo la terra ai contadini oromo, sono proseguite anche dopo che il governo aveva ritirato il progetto a gennaio.

Verso fine luglio, gli abitanti della regione di Amhara hanno protestato contro l’arresto arbitrario di membri del Comitato di autodeterminazione dell’identità wolqait di Ahmara e chiesto una maggiore autonomia, in linea con quanto sancito dalla costituzione. Anche la comunità konso della Regione delle nazioni, nazionalità e popoli del sud ha iniziato una serie di proteste, per ottenere una più ampia autonomia amministrativa. Gli attivisti hanno proclamato una “settimana dell’ira”, dopo che almeno 55 persone erano rimaste uccise, travolte per il panico scatenato nella calca dalla polizia, intervenuta in assetto pesante durante il festival religioso oromo di Irrecha, il 2 ottobre. Alcune delle contestazioni sono sfociate in violenza, con manifestanti che hanno bruciato e demolito attività produttive ed edifici governativi. Le proteste si sono attenuate dopo che, a ottobre, era stato dichiarato lo stato d’emergenza; le violazioni dei diritti umani sono invece aumentate[1].

USO ECCESSIVO DELLA FORZA

Le forze di sicurezza sono intervenute contro i manifestanti con un uso eccessivo e letale della forza. A fine anno, avevano ucciso almeno 800 persone, da quando erano iniziate le proteste a novembre 2015[2].

Il 6 e 7 agosto, ad esempio, dopo che ad Addis Abeba c’era stato un aperto invito alla protesta, le forze governative hanno ucciso almeno 100 persone. Oltre un migliaio di manifestanti sono stati arrestati e condotti alla base militare di Awash Arba, dove sono stati percossi e costretti a praticare estenuanti sforzi fisici sotto la calura.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E RIUNIONE

Durante l’anno, le autorità hanno intensificato il loro giro di vite nei confronti dei difensori dei diritti umani, degli organi d’informazione indipendenti, giornalisti, blogger, manifestanti pacifici, così come contro membri e leader dell’opposizione politica, spesso invocando le disposizioni contenute nel proclama antiterrorismo (Anti-Terrorism Proclamation – Atp), in vigore dal 2009[3]. La dichiarazione dello stato d’emergenza ha avuto l’effetto di rafforzare ulteriormente le restrizioni alla libertà d’espressione, anche attraverso il blocco periodico di Internet.

Almeno 11.000 persone sono state arrestate e detenute ai sensi dello stato d’emergenza, senza accesso a un avvocato, alla famiglia o un giudice. Tra le persone sottoposte ad arresto arbitrario c’erano anche: Befeqadu Hailu, esponente del collettivo di blogger Zona 9; Merera Gudina, presidente del Congresso federalista oromo (Oromo Federalist Congress – Ofc); Anania Sorri e Daniel Shibeshi, membri dell’ex partito Unità per la democrazia e la giustizia (Andinet); ed Elias Gebru, un giornalista. Quattro membri dell’Ngo Consiglio etiope per i diritti umani, Addisu Teferi, Feqadu Negeri, Roman Waqweya e Bulti Tessema, sono stati arrestati a Neqmte, in Oromia.

PROCESSI INIQUI

Attivisti politici hanno dovuto affrontare processi iniqui per rispondere d’imputazioni formulate ai sensi dell’Atp, che tra l’altro definiva in maniera vaga e oltremodo generica gli atti di terrorismo, prevedendo pene fino a 20 anni di carcere.

I leader d’opposizione politica Gurmesa Ayano e Beqele Gerba, vice presidente dell’Ofc, erano tra i 22 imputati di un processo iniquo su accuse formulate ai sensi dell’Atp, per il loro ruolo svolto nell’organizzazione della già citata protesta nella regione di Oromia di novembre 2015. L’11 maggio, giorno in cui dovevano comparire in tribunale, le autorità si sono rifiutate di condurli in aula, perché indossavano abiti neri in segno di lutto per le vittime uccise nelle proteste. In occasione della successiva udienza del 3 giugno, le autorità carcerarie hanno condotto in tribunale gli imputati in mutande. Gli accusati hanno denunciato in aula di essere stati percossi durante la detenzione e che le autorità del carcere avevano sottratto loro i vestiti. Il tribunale non ha disposto alcuna indagine in merito alle loro accuse di tortura e altri maltrattamenti[4].

Desta Dinka, coordinatore giovanile dell’Ofc, è stato trattenuto in detenzione preprocessuale dal 23 dicembre 2015 fino a maggio, prima di essere incriminato ai sensi dell’Atp. Il tribunale ne ha convalidato il fermo in attesa del processo. Il termine massimo previsto dalla legislazione etiope per la detenzione preprocessuale è di quattro mesi.

A Berhanu Tekleyared, Eyerusalem Tesfaw e Fikremariam Asmamaw è stato negato il diritto di presentare una linea di difesa durante il processo a loro carico per accuse in materia di terrorismo. Il 20 luglio sono stati dichiarati colpevoli.

IMPUNITÀ

Il governo ha respinto le richieste avanzate dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, e dalla Commissione africana sui diritti umani e dei popoli di condurre indagini indipendenti e imparziali sulle violazioni dei diritti umani, commesse nel contesto delle proteste occorse in vari stati regionali.

ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIALI

Il 5 giugno, la polizia Liyu, un reparto speciale dello stato regionale della Somalia, nell’est dell’Etiopia, ha sottoposto a esecuzione extragiudiziale 21 persone, a Jamaa Dhuubed. Quattrodici sono state uccise a colpi d’arma da fuoco all’interno della moschea del villaggio; le altre sette sono state freddate in luoghi diversi, sempre nel villaggio. Quando i parenti delle vittime sono arrivati sul posto per vegliare e seppellire i morti, la polizia Liyu ha minacciato di ucciderli.

DIRITTO ALL’ALLOGGIO – SGOMBERI FORZATI

Il 30 giugno, il governo ha sgomberato con la forza almeno 3.000 abitanti che riteneva essere degli “squatter”, nella città satellite di Lafto, ad Addis Abeba. Le autorità non avrebbero apparentemente offerto agli abitanti né opportunità di consultazione né un alloggio alternativo, dando loro solo tre giorni di preavviso per lo sgombero. Mentre gli abitanti incontravano l’amministrazione locale, la task force incaricata dal governo ha iniziato a demolire le loro case. A quel punto, la situazione è degenerata in violenza e ha portato alla morte dell’amministratore del distretto e di due poliziotti. La polizia ha alla fine arrestato tutti gli abitanti di sesso maschile e completato la demolizione nei giorni successivi.

RAPIMENTO DI MINORI

Le autorità non hanno provveduto a proteggere adeguatamente gli abitanti dello stato regionale di Gambella dai ripetuti attacchi da parte di membri del gruppo etnico murle, originari del vicino Sud Sudan, nel corso dei quali sono stati rapiti centinaia di minori. Tra febbraio e marzo, i combattenti murle hanno rapito un totale di 26 bambini anuwa. In un episodio occorso la notte del 15 aprile, hanno attaccato 13 villaggi nuer, nei distretti di Jikaw e Lare, in Gambella, uccidendo 208 persone e rapendo 159 minori. A giugno, le forze etiopi avevano ritrovato 91 dei bambini rapiti.

[1] Ethiopia: Draconian measures will escalate the deepening crisis (news, 18 ottobre).

[2] Ethiopia: After a year of protests, time to address grave human rights concerns (news, 9 novembre).

[3] Ethiopia: End use of counter-terrorism law to persecute dissenters and opposition members (news, 2 giugno).

[4] Ethiopia: Detainees beaten and forced to appear before court inadequately dressed (news, 3 giugno).

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