Repubblica democratica del Congo - Amnesty International Italia

Rapporto annuale 2016-2017 / Africa

Repubblica democratica del Congo

Ultime notizie sul paese

 

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Capo di stato: Joseph Kabila

Capo di governo: Samy Badibanga Ntita

(subentrato ad Augustin Matata Ponyo Mapon a novembre)

L’anno è stato caratterizzato da un clima d’instabilità politica, con proteste in tutta la Repubblica Democratica del Congo (Democratic Republic of the Congo – Drc) in relazione alla fine del mandato del presidente Kabila. Le forze di sicurezza hanno risposto alle manifestazioni facendo ricorso a un uso eccessivo della forza e violando i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Nell’est del paese sono continuati i combattimenti: i gruppi armati hanno compiuto numerose violazioni contro i civili, come esecuzioni sommarie, uccisioni, rapimenti, atti di violenza sessuale e saccheggio di proprietà; le forze di sicurezza si sono rese responsabili di esecuzioni extragiudiziali e altre violazioni dei diritti umani. Sia l’esercito sia il contingente di peacekeeping delle Nazioni Unite (UN Organizazion Stabilization Mission in Drc – Monusco) non sono state in grado di proteggere adeguatamente la popolazione civile.

CONTESTO

Le polemiche politiche, generate dai tentativi del presidente Kabila di rimanere al potere dopo il termine del suo secondo mandato il 19 dicembre, hanno innescato numerose proteste. A marzo, la commissione elettorale nazionale indipendente ha annunciato che le elezioni non avrebbero potuto svolgersi entro i tempi stabiliti dalla costituzione. A maggio, la Corte costituzionale ha stabilito che il presidente avrebbe potuto rimanere in carica oltre il 19 dicembre, ovvero fino a quando si fosse insediato il suo successore. A ottobre, si è nuovamente pronunciata a favore del rinvio delle elezioni presidenziali. L’opposizione e la società civile hanno contestato la legittimità del secondo giudizio della Corte, in quanto era stato emesso da cinque giudici invece che dai sette previsti dalla legge. Un accordo raggiunto a seguito di colloqui guidati dall’Au, che prevedeva il rinvio delle elezioni ad aprile 2018, è stato rifiutato dalla maggioranza dell’opposizione politica, della società civile e dei movimenti giovanili. Il 31 dicembre, in seguito alla mediazione della Chiesa cattolica, i rappresentanti della coalizione di maggioranza, dell’opposizione e delle organizzazioni della società civile hanno siglato un nuovo accordo che, tra i vari impegni, stabiliva che il presidente Kabila non si sarebbe ricandidato per un terzo mandato e che le elezioni si sarebbero svolte entro la fine del 2017.

L’incertezza politica ha contribuito a un’escalation della tensione nell’est della Drc, che è rimasta sotto l’assedio dei combattimenti. Il clima di crescente tensione intercomunitaria ed etnica che ha dominato il periodo preelettorale, combinato con le deboli risposte delle amministrazioni locali e delle agenzie di sicurezza, ha alimentato la violenza e il reclutamento nelle file dei gruppi armati.

L’operazione militare congiunta condotta dall’esercito congolese e dal contingente della Monusco, denominata “Sokola 2”, ha continuato i suoi sforzi per neutralizzare l’attività delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Forces démocratiques de libération du Rwanda – Fdlr), un gruppo armato attivo nell’est della Drc che includeva, tra gli altri, hutu ruandesi legati al genocidio del Ruanda del 1994. L’operazione non è tuttavia riuscita a catturare il comandante delle Fdlr, Sylvestre Mudacumura.

Centinaia di combattenti sudsudanesi, affiliati all’Esercito di liberazione del popolo sudanese/In opposizione (Sudan People’s Liberation Army-In Opposition – Spla/Io) si sono riversati nella Drc in seguito ai combattimenti avvenuti a luglio nella capitale sudsudanese Juba (cfr. Sud Sudan).

Il peggioramento della crisi economica ha inasprito i già elevati livelli di povertà della popolazione, su cui ha anche gravato l’insorgenza di focolai di colera e febbre gialla, che hanno provocato centinaia di morti.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE E RIUNIONE

Il diritto alla libertà di riunione pacifica è stato violato, soprattutto in relazione alle proteste contro l’estensione del mandato del presidente Kabila. Molte delle manifestazioni, organizzate in prevalenza dall’opposizione politica, sono state dichiarate non autorizzate, nonostante sia la legislazione della Drc sia il diritto internazionale prevedano unicamente una notifica degli organizzatori alle autorità locali dello svolgimento di una data manifestazione e non il rilascio di un’autorizzazione. Per contro, i raduni organizzati dalla Maggioranza presidenziale, la coalizione di governo, si sono per lo più svolti senza interferenze da parte delle autorità.

Le autorità hanno proclamato o confermato la messa al bando di qualsiasi protesta pubblica nella capitale Kinshasa, nelle città di Lubumbashi e Matadi e nelle province di Mai-Ndombe (ex provincia di Bandundu) e Tanganyika.

Durante l’anno, 11 attivisti del movimento giovanile Lotta per il cambiamento (Lutte pour le changement – Lucha) sono stati giudicati colpevoli di reati per aver partecipato od organizzato proteste pacifiche. Inoltre, almeno un centinaio di attivisti di Lucha e del movimento filodemocratico giovanile Filimbi sono stati arrestati prima, durante o dopo le proteste pacifiche. Questi, così come altri movimenti giovanili che invocavano il ritiro del presidente Kabila dopo il termine del suo secondo mandato, sono stati additati come movimenti insurrezionalisti. Le autorità locali li hanno dichiarati “illegali”, in quanto privi di registrazione ufficiale, sebbene né la legislazione interna né il diritto internazionale prevedano l’obbligo di ottenere la registrazione ufficiale per poter fondare un’associazione.

Le autorità hanno inoltre vietato le riunioni private per discutere di tematiche ritenute politicamente delicate, comprese le elezioni. Le organizzazioni della società civile, così come i partiti politici d’opposizione, hanno avuto difficoltà nel prendere in affitto locali per le loro conferenze, riunioni o altri eventi. Il 14 marzo, un incontro organizzato in un hotel di Lubumbashi tra Pierre Lumbi, presidente del Movimento sociale per il rinnovamento (Mouvement social pour le renouveau – Msr) e membri dell’Msr è stata interrotta con la forza dall’agenzia d’intelligence nazionale.

Funzionari di governo, tra cui il ministro della Giustizia e dei diritti umani, hanno minacciato di chiudere organizzazioni di tutela dei diritti umani, sulla base d’interpretazioni restrittive della legislazione che regolamentava la registrazione delle Ngo.

USO ECCESSIVO DELLA FORZA

Le forze di sicurezza hanno regolarmente interrotto proteste pacifiche facendo ricorso a un uso non necessario, eccessivo e talvolta letale della forza, non esitando a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri.

Il 19 settembre, a Kinshasa, le forze di sicurezza hanno ucciso decine di persone durante una protesta che chiedeva al presidente Kabila di ritirarsi al termine del suo secondo mandato.

Il rifiuto di Kabila di lasciare il potere ha innescato nuove proteste tra il 19 e il 20 dicembre. Decine di persone sono state uccise per mano delle forze di sicurezza intervenute a Kinshasa, Lubumbashi, Boma e Matadi. Altre centinaia sono state arbitrariamente arrestate prima, durante e dopo le proteste.

Le forze di sicurezza hanno anche ucciso manifestanti che partecipavano a proteste su altre questioni a Baraka, Beni, Ituri e Kolwezi.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Il diritto alla libertà d’espressione è stato minacciato e costantemente violato nel contesto preelettorale[1]. Sono stati particolarmente presi di mira gli esponenti politici contrari all’estensione del secondo mandato del presidente Kabila.

A febbraio, la polizia militare ha trattenuto il leader d’opposizione Martin Fayulu per circa 12 ore, mentre cercava di mobilitare le persone per il sostegno a uno sciopero generale per chiedere il rispetto della costituzione. A maggio, la polizia della provincia di Kwilu gli ha impedito di tenere tre incontri politici.

La polizia ha impedito a Moise Katumbi, ex governatore dell’ex provincia di Katanga e aspirante candidato presidenziale, di tenere discorsi in pubblico, dopo che era uscito dal partito del presidente Kabila, Partito popolare per la ricostruzione e la democrazia (Parti du peuple pour la recontruction et la democratie). A maggio, il pubblico ministero ha aperto un fascicolo giudiziario contro Moise Katumbi, per presunto reclutamento di mercenari ma gli ha in seguito consentito di lasciare il paese per ricevere cure mediche all’estero. In seguito, un altro caso giudiziario a carico di Moise Katumbi, relativo a una disputa su una proprietà immobiliare, si è concluso con la sua condanna in contumacia a tre anni di carcere. La condanna lo ha automaticamente escluso dalla corsa alla presidenza.

Il 20 gennaio, il ministro delle Comunicazioni e dei mezzi d’informazione ha decretato la chiusura dell’emittente radiotelevisiva Nyota e del canale televisivo Mapendo, entrambi di proprietà di Moise Katumbi, con la motivazione che non erano in regola con i loro obblighi fiscali. Il consiglio superiore dei mezzi audiovisivi e delle telecomunicazioni, un’agenzia statale di vigilanza del settore radiotelevisivo, ha affermato che gli oneri fiscali erano stati assolti e ha sollecitato la riapertura delle emittenti. Malgrado la richiesta, entrambe sono rimaste chiuse.

Le autorità hanno arrestato arbitrariamente decine di giornalisti. Il 19 e 20 settembre, almeno otto giornalisti di organi di stampa internazionali e nazionali sono stati arrestati e detenuti, mentre coprivano la cronaca delle proteste. Diversi di loro sono stati vessati, rapinati e percossi dalle forze di sicurezza.

Il 5 novembre, il segnale di Radio France Internationale (Rfi) è stato interrotto e, a fine anno, non era stato ancora ripristinato. Quasi contemporaneamente, il segnale di Radio Okapi, l’emittente delle Nazioni Unite, è stato interrotto per un periodo di cinque giorni. Il 12 novembre, il ministro delle Comunicazioni e dei mezzi d’informazione ha emanato un decreto che vietava alle emittenti radiofoniche non fisicamente presenti nella Drc di trasmettere su una frequenza locale. Il decreto stabiliva che, a partire da dicembre, le emittenti avrebbero potuto trasmettere soltanto appoggiandosi a un’emittente radiofonica congolese, previo consenso del ministro.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Almeno tre difensori dei diritti umani sono stati uccisi da persone che si sapeva o si aveva il sospetto fossero agenti di sicurezza, nelle province di Maniema, Nord Kivu e Sud Kivu. Un poliziotto è stato giudicato colpevole dell’uccisione di un difensore dei diritti umani compiuta a Maniema e condannato all’ergastolo; la sentenza è stata ridotta in appello a 36 mesi. A settembre è iniziato il processo riguardante l’uccisione compiuta nella provincia del Nord Kivu.

Le autorità hanno sempre più spesso preso di mira i difensori dei diritti umani che prendevano pubblicamente posizione pubblica sul limite del mandato presidenziale o che avevano documentato violazioni dei diritti umani politicamente motivate. Molti difensori sono stati sottoposti ad arresti arbitrari, vessazioni e a crescenti pressioni per costringerli a cessare le loro attività.

A febbraio, il governo del Sud Kivu ha promulgato un decreto relativo alla protezione dei difensori dei diritti umani e dei giornalisti. A livello nazionale, le Nazioni Unite, la commissione nazionale per i diritti umani e diverse Ngo di tutela dei diritti umani hanno elaborato una proposta di legge per la protezione dei difensori dei diritti umani, che tuttavia non era stata ancora dibattuta in parlamento.

CONFLITTO NELLA DRC ORIENTALE

Le violazioni dei diritti umani nell’est della Drc, dove sono proseguiti per tutto l’anno i combattimenti, sono rimaste dilaganti. L’assenza dello stato e la mancanza di protezione della popolazione hanno portato alla morte di civili.

Violazioni da parte di gruppi armati

I gruppi armati si sono resi responsabili di un lungo elenco di violazioni, tra cui: esecuzioni sommarie, rapimenti; trattamento crudele, disumano e degradante, stupro e altra violenza sessuale e saccheggio di proprietà civili. Le Fdlr, le Forze di resistenza patriottica dell’Ituri (Forces de résistance patriotique d’Ituri – Frpi) e vari gruppi armati mai-mai (milizie locali e tribali) erano tra i responsabili degli abusi compiuti contro i civili. L’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army – Lra) è rimasto attivo nel territorio e ha continuato a commettere violazioni nelle aree situate lungo il confine con il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana.

Nell’area di Beni, nel Nord Kivu, civili sono stati massacrati, di solito a colpi di machete, zappa e ascia. La notte del 13 agosto, a Rwangoma, un quartiere di Beni, 46 persone sono state uccise da sospetti membri delle Forze democratiche alleate (Allied Democratic Forces – Adf), un gruppo armato di ribelli ugandesi che mantiene basi anche nell’est della Drc.

Violazioni da parte delle forze di sicurezza

Durante le operazioni per contrastare i gruppi armati, i soldati hanno commesso violazioni dei diritti umani. Hanno anche sottoposto a esecuzione extragiudiziale civili che protestavano contro la mancanza di protezione da parte del governo.

Violenza contro donne e ragazze

Centinaia di donne e ragazze sono state vittime di violenza sessuale nelle aree colpite dal conflitto. Tra i responsabili c’erano soldati e altri agenti statali, oltre che combattenti di gruppi armati come Raia Mutomboki (una coalizione di gruppi), l’Frpi e i mai-mai Nyatura, una milizia hutu.

Bambini soldato

Centinaia di minori sono stati reclutati nelle file dei gruppi armati, tra cui l’Frpi, i mai-mai Nyatura, le forze congiunte delle Fdlr e la loro ala armata ufficiale Foca (Forces Combattantes Abacunguzi) e l’Unione patriottica per la difesa degli innocenti (Union des patriotes pour ladefense des innocents – Updi). Hanno continuato a essere impiegati come combattenti, ma anche come cuochi, addetti alle pulizie, alla riscossione di tributi e al trasporto di materiale.

Violenza tra le comunità

I territori di Lubero e Walikale, nel Nord Kivu, sono stati attraversati da un’escalation di violenza tra le comunità hutu e nande, che hanno entrambe ricevuto il sostegno dei gruppi armati, e precisamente la comunità hutu dalle Fdlr e la comunità nande dai gruppi mai-mai. Ciascuna delle parti si è resa responsabile di moltissime uccisioni di civili, oltre che di distruzioni su vasta scala di proprietà civili. A gennaio e a febbraio, gli scontri hanno raggiunto livelli allarmanti. Il 7 gennaio, le Fdlr hanno ucciso almeno 14 persone della comunità nande, nel villaggio di Miriki, nel sud del Territorio di Lubero. Quando la popolazione locale ha iniziato una protesta contro la mancanza di protezione in seguito dell’attacco, l’esercito ha sparato proiettili veri, uccidendo almeno un manifestante. Qualche settimana dopo, almeno 21 persone della comunità hutu sono state uccise, 40 ferite e decine di case sono state bruciate nel corso di una serie di attacchi compiuti dalle milizie nande.

Il 27 novembre, almeno 40 persone sono state uccise durante un attacco contro un villaggio hutu compiuto da un gruppo di autodifesa nande.

Nella provincia di Tanganyika, sono ripresi a settembre gli scontri tra le comunità batwa e luba, provocando molti morti e causando ingenti danni materiali. I persistenti scontri nell’area hanno portato anche a esecuzioni sommarie, violenza sessuale e sfollamenti di massa. Secondo i capi tribali locali e le organizzazioni della società civile, almeno 150 scuole del distretto sono state completamente distrutte durante gli scontri tra le comunità.

RIFUGIATI E SFOLLATI INTERNI

I combattimenti tra l’esercito e i gruppi armati hanno provocato enormi flussi di sfollati. A febbraio, oltre 500.000 rifugiati congolesi sono stati registrati nei paesi vicini. Al 1° agosto, nella Drc erano stati registrati nove milioni di sfollati interni, la maggior parte dei quali nelle province del Nord Kivu e Sud Kivu.

In seguito alle accuse secondo cui membri di gruppi armati, soprattutto delle Fdlr, si sarebbero nascosti all’interno dei campi, il governo ha chiuso diversi campi per sfollati che erano stati allestiti in collaborazione con l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Le chiusure avrebbero colpito all’incirca 40.000 sfollati, determinando ulteriori flussi interni e insicurezza e attirando ampie critiche da parte delle organizzazioni umanitarie. Durante le fasi di smantellamento dei campi, moltissimi sfollati sono stati vittime di violazioni dei diritti umani da parte dei soldati.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Sia agenti statali sia membri di gruppi armati hanno perpetrato atti di tortura e altro trattamento crudele, disumano e degradante. L’agenzia d’intelligence nazionale si è resa responsabile di rapimenti e altre forme di detenzione in incommunicado, in palese violazione del diritto dei detenuti a essere trattati con umanità e del divieto assoluto d’infliggere tortura e altri maltrattamenti.

IMPUNITÀ

Soltanto in rarissimi casi gli agenti statali, soprattutto ad alto livello, o i combattenti di gruppi armati, che si erano resi responsabili di violazioni dei diritti umani ed abusi, sono stati perseguiti e condannati. La mancanza d’indipendenza e l’assenza di risorse finanziarie della magistratura hanno continuato a ostacolare in maniera significativa il perseguimento giudiziario di questi crimini.

L’11 ottobre, Gedeon Kyungu Mutanga si è consegnato alle autorità della provincia dell’Alto Katanga assieme a oltre un centinaio di combattenti mai-mai. Era evaso dal carcere nel 2011, dopo essere stato condannato a morte per crimini contro l’umanità, insurrezione e terrorismo.

CONDIZIONI CARCERARIE

Il sovraffollamento, infrastrutture allo sfascio e la mancanza di fondi hanno contribuito a condizioni di vita deplorevoli per la popolazione carceraria del paese, costituita in maggioranza da detenuti in attesa di processo. Malnutrizione, malattie contagiose e mancanza di cure mediche appropriate hanno causato la morte di almeno un centinaio di prigionieri. Gli evasi sarebbero circa un migliaio.

DIRITTO A UN ADEGUATO STANDARD DI VITA

Nel paese sono persistiti alti livelli di povertà estrema. Secondo il Programma alimentare mondiale, una percentuale pari al 63,6 per cento della popolazione del paese viveva al di sotto della soglia di povertà e non aveva accesso ai beni più essenziali, come un’adeguata alimentazione, acqua potabile sicura, servizi igienici e un adeguato standard di assistenza sanitaria e istruzione. Secondo le stime, almeno sette milioni di persone vivevano in condizioni d’insicurezza alimentare e quasi la metà dei bambini al di sotto dei cinque anni soffriva di malnutrizione cronica. La crisi economica ha determinato un brusco crollo del valore del franco congolese contro il dollaro americano, con conseguenze drammatiche sul potere d’acquisto della popolazione.

DIRITTO ALL’ISTRUZIONE

Sebbene la gratuità dell’istruzione primaria sia un diritto garantito dalla costituzione, il sistema scolastico ha potuto continuare a funzionare solamente grazie alla prassi ormai consolidata di versare tasse scolastiche a copertura degli stipendi e delle spese sostenute dagli istituti scolastici. Nel bilancio dello stato la voce di spesa riservata alla scuola era praticamente assente. Giovani attivisti che a settembre, all’inizio dell’anno scolastico, avevano protestato pacificamente contro le tasse scolastiche a Bukavu, nel Sud Kivu, sono stati arrestati e sottoposti a brevi periodi di fermo.

Il conflitto armato ha avuto un grave impatto sull’istruzione. Decine di scuole sono state utilizzate per ospitare sfollati interni o come basi militari per l’esercito o i gruppi armati. Migliaia di bambini non hanno potuto frequentare la scuola a causa della distruzione degli edifici scolastici o dello sfollamento degli insegnati e degli alunni.

[1] Democratic Republic of the Congo: Dismantling dissent − repression of expression amidst electoral delays (AFR 62/4761/2016).

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