Somalia - Amnesty International Italia

Ultime notizie sul paese

 

REPUBBLICA FEDERALE DELLA SOMALIA

Capo di stato: Hassan Sheikh Mohamud

Capo del governo: Omar Abdirashid Ali Sharmarke

Capo della Repubblica del Somaliland: Ahmed Mohamed Mahamoud Silyano

È proseguito il conflitto armato tra le forze del governo federale della Somalia (Somali Federal Government – Sfg), le truppe di peacekeeping della Missione dell’Au in Somalia (African Union Mission in Somalia – Amisom) e il gruppo armato al-Shabaab, nelle zone della Somalia centrale e meridionale. Le truppe dell’Sfg e dell’Amisom hanno mantenuto il controllo delle regioni centromeridionali. Il conflitto armato e il dilagare della violenza hanno causato la morte, il ferimento o lo sfollamento interno di almeno 50.000 civili. Tutte le parti in conflitto si sono rese responsabili di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, che in alcuni casi si sono configurate come crimini di guerra. Queste violazioni sono rimaste del tutto impunite. I gruppi armati hanno continuato ad arruolare con la forza minori nelle loro file e a rapire, torturare e uccidere illegalmente civili. Gli episodi di stupro e altre forme di violenza sessuale sono stati diffusi. Il protrarsi del conflitto, il clima d’insicurezza e le restrizioni imposte dalle parti belligeranti hanno ostacolato l’accesso delle agenzie umanitarie in alcune regioni. Circa 4,7 milioni di persone necessitavano di aiuti umanitari; 950.000 versavano in condizioni d’insicurezza alimentare. Decine di migliaia di persone sono state sgomberate con la forza dalle loro abitazioni. Il diritto alla libertà d’espressione è stato limitato: due giornalisti sono stati uccisi e altri sono stati aggrediti, vessati o sanzionati.

 CONTESTO

L’Sfg e l’Amisom hanno mantenuto il controllo sulla capitale Mogadiscio e sulle aree strappate ad al-Shabaab nel 2015, consolidando il loro controllo tramite le amministrazioni federali negli stati del Galmudug, Sud-Ovest e Jubbaland. Le truppe dell’Amisom e le forze armate nazionali della Somalia (Somali National Armed Forces – Snaf) sono state impegnate in sporadici combattimenti con al-Shabaab ma il controllo sul territorio è rimasto invariato. A fine anno, al-Shabaab manteneva il controllo su molte aree rurali, soprattutto sulle regioni di Bay, Gedo, della Bassa Shabelle e del Medio Juba. I combattimenti hanno causato ulteriori sfollati. Sono proseguiti gli scontri tra i clan, così come gli attacchi di al-Shabaab contro i civili, in particolare nei distretti in cui l’Amisom e al-Shabaab continuavano ad alternarsi al potere. Civili sono rimasti uccisi e feriti in episodi di fuoco incrociato, attacchi mirati e in seguito all’esplosione di granate e ordigni di fabbricazione artigianale, ad attentati suicidi e assalti a edifici. Tutte le parti in conflitto hanno commesso crimini di guerra.

La risoluzione 2275 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, approvata a marzo, ha rinnovato fino al 31 marzo 2017 il mandato della Missione delle Nazioni Unite di assistenza in Somalia (United Nations Assistance Mission in Somalia – Unsom), mentre la risoluzione 2297, approvata a luglio, ha esteso il mandato dell’Amisom fino al 31 maggio 2017. È continuato il sostegno internazionale alle forze di sicurezza governative, alle milizie alleate e allAmisom. In seguito alle pressioni che chiedevano di stabilire meccanismi di accertamento delle responsabilità, nove soldati ugandesi dell’Amisom sono stati condannati al carcere per violazione delle norme e dei regolamenti di peacekeeping.

È persistita nel paese una grave crisi umanitaria e si è temuto che il rientro in patria dei somali dai paesi vicini potesse aggravarla. Almeno 4,7 milioni di persone (pari al 40 per cento della popolazione) necessitavano di aiuti; i più vulnerabili erano gli oltre 1,1 milioni di sfollati interni.

È iniziata una crisi politica relativa ai collegi elettorali per le elezioni parlamentari e presidenziali che dovevano tenersi rispettivamente a settembre e ottobre. Un forum formato dalla leadership politica del paese ha alla fine concordato che i 275 collegi elettorali, ciascuno dei quali comprendente 51 delegati selezionati dagli anziani dei clan, avrebbero eletto un parlamentare ciascuno. Le elezioni per la camera bassa e alta del parlamento sono state quindi fissate rispettivamente a settembre e ottobre ma sono state rinviate per due volte. Nel frattempo, al-Shabaab rifiutava qualsiasi forma di elezione, intensificando i propri attacchi e incitando i propri affiliati a compiere attentati ai seggi elettorali e a uccidere gli anziani dei clan, i funzionari governativi e i parlamentari che prendevano parte alle elezioni.

 VIOLAZIONI DA PARTE DI GRUPPI ARMATI

Attacchi indiscriminati

Al-Shabaab ha compiuto attacchi indiscriminati e mortali in aree pesantemente sorvegliate di Mogadiscio e altre città, uccidendo o ferendo centinaia di civili. Obiettivi di alto profilo hanno continuato a essere particolarmente esposti a questo tipo di attacchi. L’assenza di un sistema affidabile di registrazione delle vittime ha reso difficile stabilire l’esatto numero dei civili uccisi.

Il 21 gennaio, almeno 20 persone sono morte in un attentato compiuto da al-Shabaab all’hotel Beach View e al ristorante Lido Seafood, situati sul litorale Lido di Mogadiscio. Il 9 marzo, un’autobomba fatta esplodere in un attentato suicida davanti a un commissariato di polizia a Mogadiscio ha ucciso almeno tre persone. In un attacco suicida compiuto il 9 aprile in un ristorante situato nei pressi di un edificio governativo di Mogadiscio, almeno quattro persone sono morte e altre sette ferite. Un’autobomba, lanciata il 9 maggio contro la sede della polizia stradale di Mogadiscio, ha ucciso almeno cinque persone. Il 26 giugno, un attacco di al-Shabaab all’hotel Nasa Hablod di Mogadiscio ha causato la morte di almeno 15 persone e il ferimento di almeno altre 20. Il 18 luglio, negli scontri tra i combattenti di al-Shabaab e le truppe delle Snaf nella regione di Bay, 14 civili sono stati uccisi dal fuoco incrociato. Il 26 luglio, due autobomba piazzate davanti a un ufficio delle Nazioni Unite a Mogadiscio hanno ucciso almeno 10 persone, tra civili e forze di sicurezza. Il 21 agosto, due attentati suicidi contro la sede del governo locale di Galkayo, nel Puntland (una regione semiautonoma nel nord-est del paese) hanno ucciso almeno 20 civili. In un attacco compiuto da al-Shabaab il 26 agosto contro il ristorante Banadir Beach, sul litorale Lido di Mogadiscio, hanno perso la vita almeno 10 civili. Il 30 agosto, l’esplosione di un camion davanti all’hotel Syl di Mogadiscio, situato nei pressi del palazzo presidenziale, ha causato la morte di almeno 15 persone e il ferimento di altre 45.

 Attacchi deliberati contro civili

I civili sono stati inoltre vittime di attacchi mirati, soprattutto da parte di combattenti di al-Shabaab e di miliziani dei clan. Il 15 giugno, combattenti di al-Shabaab hanno lanciato colpi di mortaio su aree densamente popolate di Mogadiscio; sono state avvertite cinque forti esplosioni ma non ci sono state notizie di morti. Il 6 agosto, colpi di mortaio lanciati da al-Shabaab su un quartiere situato nei pressi dell’ospedale generale di Baidoa hanno ucciso un uomo e ferito sei persone.

Oltre a questi attacchi, al-Shabaab ha continuato a torturare e uccidere illegalmente persone che riteneva essere spie o che non si erano adeguate alla sua interpretazione della legge islamica. Il gruppo ha effettuato esecuzioni e punizioni pubbliche, come decapitazioni e lapidazioni, amputazioni e fustigazioni, in particolare in zone da cui le truppe dell’Amisom si erano ritirate. Il 19 gennaio, al-Shabaab ha ucciso un uomo nel distretto di Kurtuwary, dopo averlo accusato di stregoneria. Il 20 maggio, al-Shabaab ha decapitato tre uomini nel distretto di Buur Hakaba, nella regione di Bay, dopo averli accusati di essere delle spie del governo federale. Il 17 agosto, al-Shabaab ha fucilato in pubblico un uomo nell’insediamento di Biyoley, vicino a Baidoa, dopo averlo accusato di essere una spia del governo federale. Membri delle milizie dei clan alleate del governo hanno continuato a compiere uccisioni extragiudiziali, estorsioni, arresti arbitrari e stupri. Il 7 agosto, miliziani dei clan nel distretto di Qansax Dheere, nella regione di Bay, hanno lanciato colpi di mortaio contro i civili, uccidendone tre. Ad agosto, diversi civili sono rimasti uccisi nel corso di scontri tra i clan, nella regione di Bay.

 BAMBINI SOLDATO

I minori hanno continuato a essere vittime di gravi abusi compiuti da ciascuna delle parti in conflitto. La Somalia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ma il governo federale non aveva ancora provveduto a implementare due piani d’azione a cui aveva aderito nel 2012, per porre fine al reclutamento e all’impiego di bambini soldato, oltre che per prevenire l’uccisione e la menomazione di minori.

A giugno, l’Unicef ha dichiarato di avere motivo di ritenere che in Somalia c’erano almeno 5.000 bambini soldato, reclutati prevalentemente nelle file di al-Shabaab e delle milizie dei clan.

 SFOLLATI INTERNI, RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO

Almeno 1,1 milioni di somali rimanevano sfollati all’interno del paese. Per lo più continuavano a essere ammassati lungo il corridoio di Afgooye, tra Mogadiscio e la città di Afgooye. Scontri sporadici tra le Snaf e i suoi alleati dell’Amisom da un lato e al-Shabaab dall’altro hanno interrotto gli scambi commerciali in varie regioni. Mentre le truppe delle Snaf e dell’Amisom avevano il controllo sulle città principali del paese, al-Shabaab bloccava le strade per i rifornimenti, tassando la popolazione civile nei distretti sotto il suo controllo. Il protrarsi del conflitto ha minacciato di aggravare la già difficile situazione umanitaria.

A gennaio, il parlamento federale ha approvato una legge finalizzata a proteggere e riabilitare gli sfollati e i rifugiati somali ma la sua implementazione è stata lenta. Oltre 1,1 milioni di rifugiati somali rimanevano nei paesi vicini, in una vera e propria diaspora. L’escalation della violenza nello Yemen ha continuato a spingere i somali che avevano cercato riparo nel paese a far ritorno in Somalia: a fine anno, almeno 30.500 erano rientrati. Contemporaneamente, altri paesi che davano ospitalità a richiedenti asilo e rifugiati somali, tra cui la Danimarca e i Paesi Bassi, hanno continuato a esercitare pressioni su di loro affinché facessero ritorno in patria, sostenendo che nel paese la situazione della sicurezza era migliorata.

 DIRITTO ALL’ALLOGGIO – SGOMBERI FORZATI

Gli sgomberi forzati di sfollati interni e delle persone indigenti delle aree urbane hanno continuato a rappresentare un grosso problema, soprattutto a Mogadiscio. Nella prima metà dell’anno, il governo e i proprietari terrieri privati hanno sgomberato con la forza all’incirca 31.000 persone, nei distretti di Mogadiscio di Deynile, Dharkeinly, Hamar Weyne, Heliwa, Hodan, Kaxda e Wardhigley. Solo a gennaio sono state sgomberate con la forza almeno 14.000 persone. La maggior parte di loro è stata spostata in località insicure e isolate nelle zone periferiche della capitale, dove i servizi sociali erano limitati o inesistenti e le condizioni di vita deplorevoli.

 LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Giornalisti e operatori dei mezzi d’informazione hanno continuato a essere intimiditi, vessati e aggrediti. Due giornalisti sono stati uccisi. Il 4 giugno, uomini armati non identificati hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco Sagal Salad Osman, un giornalista dell’emittente radiotelevisiva di stato. Il 27 settembre, a Mogadiscio, due aggressori hanno freddato a colpi d’arma da fuoco Abdiasis Mohamed Ali, di Radio Shabelle. Diverse testate giornalistiche sono state chiuse. Il 9 luglio, la polizia ha fatto irruzione nei locali di City Fm, hanno chiuso l’emittente radiofonica e arrestato il caporedattore, Abdishakur Abdullahi Ahmed, e il suo vice, Abdirahman Hussein Omar Wadani. Hanno inoltre confiscato le apparecchiature radiofoniche. Il 13 agosto, la polizia della regione di Beledweyn ha arrestato un giornalista freelance, Ali Dahir Herow. Al-Shabaab ha continuato a imporre restrizioni sull’informazione e a bloccare l’accesso a Internet nelle zone sotto il suo controllo.

Anche nel Somaliland, che non è dotato di una legge sui mezzi d’informazione a tutela del lavoro dei giornalisti, la libertà d’espressione è stata soggetta a restrizioni. II governo ha limitato la libertà d’espressione di coloro che criticavano le sue politiche. A ottobre, erano nove i giornalisti arrestati in relazione al loro lavoro, sette dei quali dovevano affrontare procedimenti penali in tribunale. Il 25 maggio, Ahmed Mouse Sakaaro, un giornalista di Burao, è stato arrestato e incriminato per incitamento alla violenza. A giugno, poliziotti hanno arrestato l’editore del quotidiano indipendente Foore, Abdirashid Abdiwahaab Ibraahim, e il caporedattore del giornale, Mohamed Mahamoud Yousuf, per aver dato notizia dell’accordo sulla gestione del porto di Berbera, stipulato tra il governo del Somaliland e una società commerciale privata estera. Sempre a maggio, due giornalisti, Cabdirashid Nuur Wacays e Siciid Khadar, rispettivamente editore e caporedattore del giornale Hubsad, sono stati arrestati e la testata è stata chiusa. Inoltre, il governo ha sospeso la pubblicazione del quotidiano Haartif, un tribunale ne ha revocato la licenza e la polizia ha occupato gli uffici.

 PENA DI MORTE

La Somalia ha continuato a ricorrere alla pena capitale malgrado il suo appoggio a una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per una moratoria sulla pena di morte. Le esecuzioni di cui si è avuto notizia sono state poche ma il tribunale militare ha emesso condanne a morte in seguito a procedimenti giudiziari che non hanno rispettato gli standard internazionali di equità processuale. Tra le persone condannate a morte c’era un ex giornalista accusato di complicità nell’omicidio di cinque giornalisti suoi colleghi, compiuto da al-Shabaab. Il 14 agosto, un tribunale militare del Puntland ha ordinato l’esecuzione tramite fucilazione di un ufficiale dell’esercito nella città di Garowe. Non è stato possibile stabilire se l’esecuzione abbia avuto luogo.

Nel Somaliland, sei prigionieri del penitenziario di massima sicurezza di Mandera sono stati messi a morte a gennaio. Il 25 luglio, un tribunale civile di Berbera ha condannato a morte sei uomini. I tribunali civili hanno continuato a emettere condanne alla pena capitale e, a fine anno, nel braccio della morte c’erano almeno 50 persone.

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