Americhe - Amnesty International Italia

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Nonostante un vivace dibattito democratico, il progresso economico e le speranza di raggiungere finalmente la fine dell’ultimo conflitto armato nella regione, quello in Colombia, le Americhe sono rimaste uno dei luoghi del pianeta con i più alti livelli di violenza e disuguaglianza.

In tutta la regione, l’anno è stato dominato da campagne politiche e dichiarazioni rilasciate da rappresentanti dello stato, caratterizzate da una retorica intrisa di ostilità verso i diritti, razzismo e discriminazione, che è stata accettata e normalizzata dai principali mezzi d’informazione. Negli Usa, Donald Trump è stato eletto presidente a novembre dopo una campagna elettorale in cui ha suscitato indignazione per la sua retorica improntata alla discriminazione, alla misoginia e alla xenofobia, sollevando gravi preoccupazioni riguardo al futuro degli impegni degli Usa in materia di diritti umani, sia sul piano interno che a livello globale.

La crisi dei diritti umani nella regione è stata accelerata da una generale tendenza ad aumentare le restrizioni e gli ostacoli alla giustizia e alle libertà fondamentali. Le ondate di repressione hanno assunto una dimensione sempre più evidente e violenta, con stati che hanno usato in modo improprio i loro apparati giudiziari e di sicurezza, funzionali alla loro spietata e repressiva risposta al dissenso e al crescente malcontento della popolazione.

Discriminazione, insicurezza, povertà e danni ambientali sono rimasti fenomeni dilaganti in tutta la regione. La mancata tutela degli standard internazionali sui diritti umani è emersa in maniera chiara anche nelle enormi disuguaglianze, in termini di ricchezza, benessere sociale e accesso alla giustizia, alimentate da corruzione e mancato accertamento delle responsabilità.

Molteplici e radicati ostacoli nell’accesso alla giustizia e uno stato di diritto sempre più debole hanno accomunato molti paesi della regione. L’impunità per le violazioni dei diritti umani è rimasta diffusa e, in alcuni casi, la mancanza d’indipendenza e imparzialità dei sistemi giudiziari ha ulteriormente protetto gli interessi politici ed economici.

Questo scenario ha permesso il perpetuarsi delle violazioni dei diritti umani nella regione, dove tortura e altri maltrattamenti, in particolare, sono rimasti fenomeni dilaganti, malgrado in vari paesi, come Brasile, Messico e Venezuela, fossero in vigore leggi contro la tortura.

Il cattivo funzionamento dei sistemi giudiziari e l’incapacità, da parte degli stati, d’implementare politiche in materia di pubblica sicurezza che tutelassero i diritti umani hanno contribuito agli alti livelli di violenza. Brasile, El Salvador, Honduras, Giamaica, Messico e Venezuela erano ai primi posti per numero di omicidi a livello mondiale.

Spesso, la violenza endemica e l’insicurezza sono state collegate o alimentate dalla proliferazione di armi illegali di piccolo calibro e dall’aumento del crimine organizzato, che in alcuni casi ha assunto il controllo d’interi territori, talvolta con la complicità o l’acquiescenza della polizia e dell’esercito.

Il cosiddetto “triangolo nord” dell’America Centrale, ovvero El Salvador, Guatemala e Honduras, è rimasto uno dei luoghi più violenti del mondo, con un numero di persone uccise più alto di tante zone di conflitto. Il tasso di omicidi del Salvador, pari a 108 su 100.000 abitanti, era uno dei più alti a livello mondiale. La vita quotidiana di molte persone è stata dominata dalle attività delle bande criminali.

Il dilagare degli episodi di violenza di genere ha continuato a rappresentare un immane fallimento degli stati delle Americhe. A ottobre, la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi ha rivelato che ogni giorno nella regione 12 donne e ragazze erano vittime di omicidio a causa del loro genere (un reato codificato come “femminicidio”) e che la maggior parte di questi crimini restava impunita. Secondo il Dipartimento di stato americano, negli Usa una donna su cinque subiva un’aggressione sessuale durante gli anni del college, benché soltanto un episodio su 10 fosse in realtà denunciato alle autorità.

In tutta la regione, le persone Lgbti hanno affrontato livelli di violenza e discriminazione sempre più elevati, incontrando al contempo sempre più difficoltà ad accedere alla giustizia. La furia omicida che ha contraddistinto la sparatoria in un locale notturno di Orlando, in Florida, ha dimostrato come negli Usa le persone Lgbti siano probabilmente il principale obiettivo dei crimini d’odio. Analogamente, il Brasile è rimasto il paese al mondo con il più alto numero di persone transgender vittime di omicidio.

A febbraio, il Who ha dichiarato il virus Zika un’emergenza sanitaria pubblica, dopo aver individuato una diffusione “esplosiva” del virus nella regione. I timori dettati dal fatto che la trasmissione madre-figlio del virus potesse essere collegata all’incidenza di microcefalia neonatale, oltre che dalla possibile trasmissione sessuale del virus, hanno messo in luce una serie di ostacoli alla concreta realizzazione dei diritti sessuali e riproduttivi nella regione.

I fallimenti degli stati hanno lasciato vuoti che sono stati colmati da società multinazionali, divenute progressivamente sempre più influenti, specialmente nell’industria estrattiva e in altri settori legati all’acquisizione del territorio e allo sfruttamento economico delle risorse naturali; questi progetti riguardavano soprattutto terre appartenenti alle popolazioni native, ad altre minoranze e alle comunità contadine, che ne hanno rivendicato la proprietà, e sono stati realizzati senza rispettare il loro diritto a un consenso libero, anticipato e informato. Spesso, questi gruppi hanno subìto danni alla salute, all’ambiente, ai mezzi di sostentamento e alla loro cultura e sono stati sgomberati con la forza, con la conseguente scomparsa di intere comunità.

Repressione politica, discriminazione, violenza e povertà hanno determinato un’altra profonda crisi umanitaria, ampiamente ignorata. Centinaia di migliaia di rifugiati, soprattutto provenienti da paesi dell’America Centrale, sono stati costretti a fuggire dalle loro abitazioni in cerca di protezione, in molti casi esponendosi al rischio di subire ulteriori violazioni dei diritti umani e a costo della vita.

Molti governi si sono dimostrati sempre più intolleranti verso le critiche che li riguardavano, reprimendo il dissenso e imbavagliando la libertà di parola.

In Messico, la riluttanza dimostrata delle autorità ad accettare le critiche è stata talmente forte da trasformarsi in un completo rifiuto di riconoscere che nel paese era in corso una crisi dei diritti umani. A fronte delle quasi 30.000 persone che risultavano scomparse e delle migliaia di altre che hanno perso la vita a causa delle operazioni di sicurezza per combattere il narcotraffico e il crimine organizzato, per non parlare delle altre migliaia di persone sfollate con la forza dalle loro abitazioni a seguito del dilagare della violenza, le autorità hanno ignorato le critiche avanzate dalla società civile messicana e dalle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite.

Anche il Venezuela ha negato il deterioramento della situazione dei diritti umani e il governo ha messo a repentaglio le vite e i diritti umani di milioni di persone, rifiutandosi di riconoscere l’esistenza di un’enorme crisi economica e umanitaria e di chiedere aiuto alla comunità internazionale. Malgrado la grave carenza di beni alimentari e farmaci, la brusca impennata della criminalità e le persistenti violazioni dei diritti umani, compresi elevati livelli di violenza da parte della polizia, il governo ha messo a tacere le critiche invece di rispondere alle disperate richieste d’aiuto della popolazione.

Tra gli eventi salienti avvenuti durante l’anno, la storica visita di stato a Cuba del presidente americano Barack Obama ha messo sotto i riflettori internazionali le problematiche riguardanti i diritti umani dei due paesi, compreso il maltrattamento dei migranti negli Usa, l’impatto dell’embargo statunitense sulla situazione dei diritti umani a Cuba e la mancanza di libertà d’espressione e la repressione degli attivisti cubani.

In Guatemala, era in atto una campagna di criminalizzazione nei confronti dei difensori dei diritti umani, attraverso procedimenti giudiziari privi di fondamento e l’uso improprio del sistema di giustizia penale, indirizzata contro quanti si opponevano a progetti di sfruttamento delle risorse naturali, comunemente additati come “nemici interni”. In Colombia, i difensori dei diritti umani, soprattutto leader comunitari e ambientalisti, hanno continuato a essere obiettivo di minacce e omicidi a un ritmo allarmante.

In Argentina, la leader sociale Milagro Sala è stata arrestata e incriminata per aver protestato pacificamente a Jujuy. Nonostante ne fosse stato disposto il rilascio, l’attivista ha dovuto affrontare un’ulteriore causa penale istruita allo scopo di prolungare la sua detenzione. A ottobre, il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha concluso che la sua detenzione era arbitraria e ha raccomandato il suo rilascio immediato.

Nel nord del Perù, Máxima Acuña, appartenente a una comunità locale di campesinos e impegnata in una battaglia legale contro la Yanacocha, una delle principali società minerarie di rame e oro della regione, per rivendicare la proprietà del terreno su cui viveva, ha vinto il premio Goldman 2016, un prestigioso riconoscimento assegnato annualmente per l’impegno in difesa dell’ambiente. Nonostante fosse stata al centro di una campagna di vessazioni e intimidazioni da parte di agenti di sicurezza privata che avrebbero aggredito fisicamente lei e la sua famiglia, Máxima Acuña non si è lasciata intimidire, ha rifiutato di abbandonare la sua lotta per la protezione dei laghi della regione ed è rimasta sulla sua terra.

In Ecuador, i diritti alla libertà d’espressione e associazione sono stati sottoposti a gravi limitazioni, in seguito all’approvazione di leggi restrittive e a una serie di tattiche messe in atto dalle autorità per mettere a tacere le critiche. La criminalizzazione del dissenso è continuata e coloro che si opponevano ai progetti dell’industria estrattiva sulle terre dei nativi sono stati particolarmente colpiti.

A Cuba, nonostante la dichiarata apertura politica e la normalizzazione delle relazioni con gli Usa avviata lo scorso anno, la società civile e i gruppi d’opposizione hanno denunciato un aumento degli episodi di vessazione nei confronti delle voci critiche verso il governo. Difensori dei diritti umani e attivisti politici sono stati pubblicamente additati come “sovversivi” e “mercenari anticubani”. Alcuni sono stati sottoposti a brevi periodi di detenzione arbitraria, per poi essere rilasciati senza accusa, spesso varie volte nello stesso mese.

Minacce al sistema dei diritti umani interamericano

A fronte dell’enorme portata delle problematiche riguardanti i diritti umani nella regione, la Commissione interamericana dei diritti umani (Inter-American Commission on Human Rights – Iachr), cruciale nella difesa e promozione dei diritti umani e nell’assicurare l’accesso alla giustizia per le vittime che non sono in grado di farlo nei loro paesi, è stata colpita da una crisi finanziaria per gran parte dell’anno. Questa è stata causata da un insufficiente stanziamento di risorse da parte degli stati membri dell’Oas, una lampante dimostrazione della mancanza di volontà politica degli stati di promuovere e proteggere i diritti umani, sia all’interno che oltre i confini nazionali.

A maggio, la Iachr ha affermato che stava affrontando la peggiore crisi finanziaria della sua storia. Il rischio era che i progressi compiuti dall’Iachr nell’affrontare le gravi e diffuse violazioni dei diritti umani e la discriminazione strutturale sarebbero stati indeboliti, soprattutto in un momento in cui era più che mai necessario che la Iachr assumesse un ruolo più decisivo, assicurando il rispetto degli obblighi sanciti dalle norme internazionali sui diritti umani da parte degli stati.

Il sistema interamericano dei diritti umani continuava a essere il sistema di protezione dei diritti umani più povero del mondo, potendo contare su un bilancio annuale di otto milioni di dollari Usa, una cifra inferiore alle risorse del suo omologo africano (13 milioni di dollari Usa) e di quello europeo (circa 104,5 milioni di dollari Usa).

Nonostante la Iachr abbia ricevuto finanziamenti aggiuntivi per integrare le sue entrate, si è temuto che la crisi politica potesse continuare, a meno che gli stati non avessero provveduto a stanziare adeguate risorse e collaborato con l’istituzione, nonostante le critiche che questa aveva avanzato sulla situazione dei diritti umani dei vari paesi.

Ci sono state altre mancanze di supporto all’Iachr più dirette. Il governo messicano ha cercato di ostacolare il suo lavoro nel contesto del caso di Ayotzinapa, in cui 43 studenti sono stati vittime di sparizione forzata dopo essere stati arrestati dalla polizia nel 2014. Malgrado le autorità avessero sostenuto che gli studenti erano stati rapiti da una banda criminale e che i loro resti erano stati bruciati e gettati in una discarica, un gruppo di esperti nominati dalla Iachr ha concluso che era scientificamente impossibile che un numero così elevato di cadaveri fosse stato bruciato nelle modalità che erano state ipotizzate. A novembre, la Iachr ha varato un meccanismo speciale, incaricato di dare seguito alle raccomandazioni degli esperti; tuttavia, restava difficile ottenere un’adeguata collaborazione da parte delle autorità.

Rifugiati, migranti e persone apolidi

Dall’America Centrale è iniziata una crisi dei rifugiati che durante l’anno ha conosciuto un rapido peggioramento. La spietata violenza in questa parte del mondo, spesso dimenticata, ha continuato a provocare un aumento del numero di richieste d’asilo da parte di cittadini centramericani in Messico, negli Usa e in altri paesi, che hanno raggiuto livelli che non si vedevano dalla fine della maggior parte dei conflitti armati della regione, vari decenni fa.

Centinaia di migliaia di persone hanno attraversato il Messico o nell’intento di chiedere asilo nel paese o diretti verso gli Usa. Molti sono stati detenuti in condizioni dure, uccisi, rapiti o vittime di estorsione da parte di bande criminali, che spesso hanno agito in collusione con le autorità. Moltissimi minori e adolescenti non accompagnati sono stati particolarmente colpiti da violazioni dei diritti umani; donne e ragazze erano a grave rischio di essere vittime di violenza sessuale e della tratta di esseri umani.

Malgrado la presenza di prove inconfutabili, secondo cui molti richiedenti asilo erano a rischio di episodi di violenza estrema nel caso in cui non fosse stato loro concesso l’asilo, le espulsioni dal Messico e dagli Usa sono rimaste la prassi. Molti sono stati rimandati indietro con la forza, incontro a quelle stesse situazioni che ponevano a rischio la loro vita e dalle quali erano inizialmente fuggiti; alcuni sarebbero stati uccisi dalle bande criminali subito dopo l’espulsione.

Le autorità di Honduras, Guatemala ed El Salvador hanno alimentato questa già grave crisi, poiché non hanno garantito protezione dalla violenza a queste persone e non hanno elaborato un piano di protezione generale per coloro che erano stati espulsi da paesi come il Messico e gli Usa.

Al contrario, invece di assumersi la responsabilità per il loro ruolo nella crisi, i governi in questione si sono concentrati soltanto sulle violazioni dei diritti umani che le persone subivano mentre attraversavano il Messico per raggiungere gli Usa. Hanno inoltre falsamente sostenuto che la maggior parte delle persone stava fuggendo per esigenze economiche, piuttosto che dall’impennata di violenza e omicidi, per non parlare delle quotidiane minacce, estorsioni e intimidazioni che la maggior parte della popolazione era costretta ad affrontare, nel contesto delle lotte per il controllo del territorio da parte delle bande criminali.

Durante l’anno, negli Usa, decine di migliaia di minori non accompagnati, oltre che persone che si spostavano con le loro famiglie, sono state catturate mentre tentavano di attraversare il confine meridionale. Le famiglie sono state detenute per mesi, molte senza adeguato accesso all’assistenza medica e alla consulenza di un legale.

Per tutto l’anno, la Iachr ha espresso preoccupazione per la situazione dei migranti cubani e haitiani che tentavano di raggiungere gli Usa.

Altrove, i migranti e le loro famiglie hanno affrontato una discriminazione pervasiva, esclusione e maltrattamenti. Nelle Bahamas, ci sono stati diffusi episodi di maltrattamento di migranti privi di documenti, provenienti da paesi come Haiti e Cuba. Le autorità delle Repubblica Dominicana hanno espulso migliaia di persone di origine haitiana, comprese persone nate nel paese, che di fatto sono state rese apolidi, spesso non provvedendo a rispettare le norme e gli standard internazionali sulle espulsioni. Al loro arrivo ad Haiti, molte persone che erano state espulse hanno trovato sistemazione in accampamenti improvvisati, dove le condizioni di vita erano penose.

Nonostante l’impegno assunto dalle neoelette autorità di governo della Repubblica Dominicana di risolvere il problema dell’apolidia, decine di migliaia di persone sono rimaste apolidi a seguito di una sentenza della Corte costituzionale del 2013, che le aveva retroattivamente e arbitrariamente private della nazionalità. A febbraio, la Iachr ha dichiarato che nel paese c’era “una situazione di apolidia… di una portata mai vista prima nella regione delle Americhe”.

Oltre 30.000 rifugiati siriani sono stati reinsediati in Canada e altri 12.000 negli Usa.

Pubblica sicurezza e diritti umani

Gli attori non statali, dalle imprese alle reti criminali, hanno esercitato una crescente influenza e si sono resi responsabili dell’aumento dei livelli di violenza e delle violazioni dei diritti umani. Nel complesso, gli stati hanno per lo più fallito nel fornire una risposta alla situazione nel rispetto degli standard internazionali, in un contesto in cui l’alto livello di violazioni dei diritti umani derivava da una tendenza delle autorità a militarizzare le operazioni di pubblica sicurezza.

Alcuni stati hanno risposto ai disordini sociali, e in particolare alle proteste pacifiche, schierando sempre più spesso unità dell’esercito con funzioni di pubblica sicurezza e autorizzando la polizia e le altre agenzie di sicurezza a ricorrere a tecniche, addestramento ed equipaggiamento di tipo militare. Benché la lotta al crimine organizzato sia stata frequentemente invocata per giustificare l’adozione di una risposta militarizzata, questa ha in realtà consentito agli stati di violare ulteriormente i diritti umani, invece di affrontare le cause alla base della violenza. In alcuni paesi come il Venezuela, per esempio, l’azione militare come risposta alle proteste è stata spesso seguita da episodi di tortura e altri maltrattamenti ai danni dei manifestanti.

Le proteste che hanno attraversato gli Usa in seguito alle uccisioni, da parte della polizia, di Philando Castile in Minnesota e di Alton Sterling in Louisiana, avvenute a luglio, hanno visto la polizia intervenire con armi pesanti di tipo militare e in assetto antisommossa, una risposta che ha fatto temere per il diritto di pacifica riunione dei manifestanti. Ha inoltre destato preoccupazione il grado di forza utilizzata dalla polizia per reprimere le proteste, per lo più pacifiche, contro la proposta di realizzare l’accesso all’oleodotto in Dakota nelle vicinanze della riserva sioux di Standing Rock, in Nord Dakota. Nel frattempo, le autorità statunitensi continuavano a non tenere traccia dell’esatto numero di persone uccise da agenti delle forze di sicurezza; fonti di stampa hanno calcolato che nel corso del 2016 erano stati quasi 1.000 e che almeno 21 persone erano morte dopo essere state colpite con taser in dotazione alle forze di polizia.

I Giochi olimpici, ospitati dal Brasile ad agosto, sono stati segnati da violazioni dei diritti umani compiute dalle forze di sicurezza, in un contesto in cui né le autorità brasiliane né gli organizzatori dell’evento avevano provveduto a implementare misure efficaci per prevenire gli abusi. Le uccisioni per mano di poliziotti sono aumentate a Rio de Janeiro, proprio quando la città si apprestava a ospitare i Giochi. Durante l’evento sportivo, si sono susseguite operazioni violente della polizia, con una dura repressione delle proteste, anche attraverso il ricorso a un uso non necessario ed eccessivo della forza. Per tutto l’anno, le operazioni contro il narcotraffico condotte nel paese e un pesante impiego di armi durante operazioni di ordine pubblico hanno alimentato violazioni dei diritti umani e messo a rischio anche i poliziotti.

La polizia e altre forze di sicurezza hanno fatto ricorso a un uso eccessivo e non necessario della forza anche in paesi come Bahamas, Cile, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Giamaica, Messico, Perù e Venezuela.

Le uccisioni illegali in Giamaica facevano parte di un modello d’intervento della polizia che è rimasto in larga parte invariato da due decenni, mentre molte delle uccisioni compiute dalle forze di sicurezza nella Repubblica Dominicana si sarebbero configurate come uccisioni illegali. In entrambi i paesi, le forze di sicurezza non sono state riformate e raramente gli agenti sono stati chiamati a rispondere delle loro azioni.

Accesso alla giustizia e lotta per porre fine all’impunità

L’impunità dilagante ha permesso ai responsabili delle violazioni dei diritti umani compiute nella regione di agire senza temere eventuali conseguenze, indebolito il principio di legalità e negato verità e riparazione a milioni di persone.

L’impunità è stata alimentata da sistemi di sicurezza e di giustizia cronicamente sottofinanziati, deboli e spesso corrotti, accompagnati da una mancanza di volontà politica di garantire la loro imparzialità e indipendenza.

L’incapacità di assicurare alla giustizia i presunti responsabili di violazioni dei diritti umani ha consentito la diffusione e il radicamento del crimine organizzato e di prassi lesive dei diritti da parte delle agenzie di sicurezza.

Il rifiuto dimostrato dalle autorità di rispettare il loro dovere di garantire un concreto accesso alla giustizia ha inoltre impedito a moltissime persone, in paesi come Brasile, Colombia, Giamaica, Guatemala, Honduras, Messico, Paraguay, Perù e Venezuela di rivendicare i loro diritti.

In Giamaica, l’ormai pluridecennale pratica di uccisioni illegali ed esecuzioni extragiudiziali compiute dalle agenzie di sicurezza è rimasta impunita. A fronte delle oltre 3.000 persone uccise per mano di agenti di sicurezza registrate dal 2000, soltanto pochissimi poliziotti sono stati finora chiamati a risponderne. A giugno, la commissione d’inchiesta sulle presunte violazioni dei diritti umani compiute durante lo stato d’emergenza del 2010 ha raccomandato la riforma del corpo di polizia; a fine anno, la Giamaica non aveva ancora dato indicazioni sulle modalità con cui avrebbe implementato tali riforme.

In Cile, i crimini compiuti dalle forze di sicurezza, che hanno picchiato, maltrattato e in alcuni casi anche ucciso manifestanti pacifici e altri, sono rimasti per lo più impuniti. I tribunali militari, che si occupavano dei casi di violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze di sicurezza, hanno regolarmente disatteso il loro dovere d’indagare adeguatamente e perseguire gli agenti sospettati di aver commesso un reato, istruendo processi che solitamente non hanno rispettato i più elementari livelli d’indipendenza e imparzialità.

A luglio, un tribunale del Paraguay ha condannato un gruppo di campesinos a pene fino a 30 anni di carcere per l’omicidio di sei poliziotti e altri reati connessi, nel contesto di una disputa sulla terra nel distretto di Curuguaty, risalente al 2012. Per contro, l’autorità giudiziaria non ha aperto alcuna indagine sulla morte di 11 campesinos avvenuta nello stesso episodio. Il procuratore generale non ha provveduto a fornire una spiegazione plausibile per la mancanza d’indagini su queste morti o a rispondere alle accuse, secondo cui la scena del crimine era stata alterata e i campesinos erano stati torturati mentre erano in custodia di polizia.

A fine 2016, a due anni dalla pubblicazione di un rapporto del senato americano sulla questione, nessuno era stato ancora assicurato alla giustizia per le violazioni dei diritti umani compiute nel contesto del programma di detenzione segreta messo in atto dalla Cia a scopo di interrogatorio, dopo gli attacchi agli Usa dell’11 settembre 2001.

In Messico, il procedimento giudiziario a carico di cinque marines, accusati della sparizione forzata di un uomo che era stato trovato morto alcune settimane dopo il suo arresto nel 2013, ha rappresentato un passo positivo, che ha fatto sperare in un nuovo approccio per la lotta all’ondata di sparizioni in corso nel paese. Restava ancora da chiarire che cosa fosse successo alle decine di migliaia di persone delle quali non si erano più avute notizie.

In paesi come Argentina, Bolivia, Cile e Perù, la persistente impunità e la mancanza di volontà politica nell’indagare sulle violazioni dei diritti umani e sui crimini di diritto internazionale, comprese le migliaia di esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate che furono perpetrate nel contesto dei regimi militari nei decenni precedenti, hanno continuato a negare alle vittime e alle loro famiglie verità, giustizia e riparazione.

Tuttavia, in Argentina, l’ex presidente de facto Reynaldo Bignone è stato condannato a 20 anni di carcere per il suo ruolo nelle centinaia di sparizioni forzate messe in atto nel contesto di un’operazione d’intelligence, che aveva riguardato l’intera regione; altri 14 ufficiali militari sono stati condannati a pene detentive. Le sentenze hanno rappresentato un passo positivo per l’avanzamento della giustizia nel paese che, si spera, possa aprire la strada a ulteriori indagini.

Nonostante in Guatemala i progressi per affrontare la questione dell’impunità siano stati lenti, una sentenza storica ha stabilito la colpevolezza di due ex ufficiali militari, accusati di crimini contro l’umanità per aver sottoposto a schiavitù sessuale e domestica e a violenza sessuale donne native maya q’eqchi’.

A luglio, la Corte suprema del Salvador ha dichiarato incostituzionale la legge sull’amnistia. Il giudizio della corte ha segnato un passo importante verso la giustizia per i crimini di diritto internazionale e le altre violazioni dei diritti umani, che furono commesse durante il conflitto armato tra il 1980 e il 1992.

Ad Haiti, non ci sono stati progressi nelle indagini sui presunti crimini contro l’umanità compiuti dall’ex presidente Jean-Claude Duvalier e dai suoi ex collaboratori.

Diritti di donne e ragazze

Gli stati della regione hanno fatto poco per combattere la violenza contro donne e ragazze. Non hanno garantito loro protezione da episodi di stupro e da femminicidi, né provveduto ad assicurare alla giustizia i responsabili di questi crimini. Episodi di violenza di genere sono stati segnalati in paesi come Brasile, Canada, Repubblica Dominicana, El Salvador, Giamaica, Nicaragua, Usa e Venezuela.

Molte violazioni dei diritti sessuali e riproduttivi hanno avuto un notevole impatto sulla salute di donne e ragazze. Le Americhe erano la regione con il maggior numero di paesi in cui vigeva il divieto assoluto d’aborto. In alcuni paesi, le donne sono state gettate in carcere semplicemente in quanto sospettate di aver avuto un aborto, che in alcuni casi era stato un aborto spontaneo.

Le donne povere del Nicaragua hanno continuato a essere le principali vittime della mortalità materna e il paese aveva una delle percentuali più elevate della regione di gravidanze tra le adolescenti. Le donne nicaraguensi sono state inoltre soggette ad alcune delle leggi più restrittive del pianeta in materia di aborto, che nel paese era infatti vietato in tutte le circostanze, anche quando indispensabile per salvare la vita della donna. Nella Repubblica Dominicana è stata nuovamente rinviata l’approvazione di una riforma del codice penale che avrebbe depenalizzato l’aborto in alcuni casi, mentre in Cile la riforma legislativa proposta per depenalizzare l’aborto era ancora oggetto di dibattito.

Ci sono stati, tuttavia, deboli segnali di speranza. La decisione di un tribunale del Salvador di rilasciare María Teresa Rivera, che aveva scontato quattro anni di una sentenza a 40 anni di carcere a seguito di un aborto spontaneo, ha rappresentato un passo importante verso la giustizia, in un paese dove le donne vengono trattate in modo deplorevole. In un’altra vittoria per i diritti umani, una donna condannata a otto anni di carcere in Argentina dopo aver avuto un aborto spontaneo è stata rilasciata, in seguito a una sentenza della Corte suprema che aveva stabilito che non c’erano motivazioni sufficienti per tenerla in carcere.

Diritti delle popolazioni native

A giugno, dopo 17 anni di negoziati, l’Oas ha adottato la Dichiarazione americana sui diritti delle popolazioni native.

Ciononostante, in tutta la regione delle Americhe, le popolazioni native hanno continuato a essere vittime di violenza, oltre che di uccisioni e uso eccessivo della forza da parte della polizia e a vedere spesso disattesi i loro diritti alla terra, al territorio, alle risorse naturali e alla cultura. In paesi come Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Messico, Perù e Paraguay, la vita quotidiana di migliaia di nativi è stata condizionata da esclusione, povertà, disuguaglianze e sistematica discriminazione.

Attori statali e non statali, tra cui proprietari terrieri e imprenditori, hanno perseguito i loro profitti economici a scapito delle popolazioni native, non esitando a sgomberarle con la forza dalle loro terre.

I progetti di sviluppo, compresi quelli dell’industria estrattiva, hanno minacciato la cultura delle popolazioni native, in alcuni casi determinando lo sfollamento forzato di intere comunità. Inoltre, alle popolazioni native è stato frequentemente negato il diritto a una consultazione reale e a un consenso libero, anticipato e informato. Le donne native e contadine dell’intera regione delle Americhe hanno chiesto una maggiore attenzione per l’impatto sulle donne dei progetti di estrazione delle risorse naturali e una maggiore partecipazione nei processi decisionali, riguardanti i progetti di sviluppo che avrebbero avuto conseguenze importanti sulle loro terre e territori.

A maggio, i leader delle comunità afroamericane rama-kriol hanno affermato che l’accordo per la costruzione del Gran canal interoceánico era stato firmato senza un reale processo di consultazione con le comunità. Durante l’anno si è verificata un’impennata di violenza nella Regione autonoma nordatlantica del Nicaragua, dove membri della comunità nativa miskitu sono stati vittime di minacce, aggressioni, violenza sessuale, uccisioni e sfollamento forzato da parte di coloni non nativi.

Tra gli sviluppi positivi c’è stato l’annuncio del governo canadese dell’apertura di un’inchiesta nazionale sul caso delle donne e ragazze native scomparse e uccise.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Alcuni progressi positivi, sul piano legislativo e istituzionale, che si sono avuti in diversi paesi, come il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso, non si sono automaticamente tradotti in una migliore protezione contro la violenza e la discriminazione, subite dalle persone Lgbti.

In tutta la regione delle Americhe, sono persistiti alti livelli di crimini d’odio, incitamento all’odio e discriminazione, oltre che omicidi e persecuzioni nei confronti di attivisti dei diritti Lgbti, in particolare in Argentina, Bahamas, Repubblica Dominicana, El Salvador, Haiti, Honduras, Giamaica, Usa e Venezuela.

Tuttavia, durante l’anno, nel corso del processo elettorale nella Repubblica Dominicana, diverse persone apertamente Lgbti si sono candidate per ottenere un seggio, aumentando così la loro visibilità e partecipazione politica.

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