Asia e pacifico - Amnesty International Italia

Rapporto annuale 2016-2017

Asia e pacifico

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Le richieste di libertà d’espressione e di giustizia sono state forti e pressanti e sono aumentati l’attivismo e le proteste contro le violazioni. I giovani sono stati sempre più determinati nel rivendicare con forza i loro diritti e quelli degli altri. Le tecnologie online e i social network hanno offerto maggiori opportunità di condividere le informazioni, mettere in luce le ingiustizie, organizzarsi e fare campagne. In più di un’occasione, i difensori dei diritti umani, che spesso operavano nelle circostanze più difficili e con risorse limitate, hanno resistito alla pesante oppressione degli stati, compiendo azioni coraggiose e ispiratrici.

Eppure, il prezzo è stato spesso alto. Molti governi hanno mostrato uno spaventoso disprezzo per la libertà, la giustizia e la dignità. Hanno cercato d’imbavagliare le voci di dissenso e soffocare la protesta e l’attivismo, anche online, attraverso la repressione, l’uso della forza o il cinico impiego di vecchie e nuove leggi.

Nell’Asia Orientale, è diminuita la trasparenza sulle azioni dei governi ed è aumentata la percezione di un crescente divario tra i governi e i loro cittadini. Ciò è stato aggravato dal radicato ricorso alla repressione in paesi come la Cina e la Repubblica democratica popolare di Corea (Corea del Nord). Nell’Asia Meridionale si è sviluppato un modello di profonda intolleranza verso le critiche e il dibattito aperto, con blogger assassinati in Bangladesh, giornalisti aggrediti in Pakistan e la limitazione degli spazi per la società civile in paesi come l’India. Nel sud-est asiatico, i diritti fondamentali, vale a dire le libertà di pensiero, coscienza, religione, opinione, espressione, associazione e riunione, sono stati ampliamente sotto attacco, con la repressione del regime militare in Thailandia e i tentativi di mettere a tacere chi parlava di politica in Malesia.

Mentre lo spazio per la società civile si riduceva in molti paesi, la discriminazione, in particolare verso le minoranze razziali ed etniche e contro donne e ragazze, si è estesa in vari paesi e contesti.

In molti stati, tra cui Cina, Corea del Nord, Filippine, Maldive, Malesia, Nepal, Singapore, Thailandia, Timor Est e Vietnam, la tortura e altri maltrattamenti sono stati tra gli strumenti utilizzati per colpire i difensori dei diritti umani, i gruppi emarginati e altri.

Tali violazioni sono state spesso accompagnate dall’incapacità di accertare le responsabilità dei torturatori e degli altri autori di violazioni dei diritti umani. L’impunità è stata dannosa, spesso cronica e comune a molti stati. Alle vittime sono state negate giustizia, verità e altre forme di riparazione. Tuttavia, anche su questo fronte c’è stato qualche progresso. In Sri Lanka, ad esempio, ci sono stati lenti passi verso il riconoscimento delle responsabilità per i presunti crimini di diritto internazionale che hanno afflitto il paese per decenni, pur nella persistenza di una diffusa impunità. È stato inoltre raggiunto un accordo bilaterale tra il Giappone e la Repubblica di Corea (Corea del Sud) sul sistema di schiavitù sessuale militare, instaurato prima e durante la Seconda guerra mondiale, che è stato comunque criticato per aver escluso le sopravvissute dai negoziati. Con una sentenza storica, un tribunale delle Filippine ha condannato per la prima volta un agente di polizia per tortura, grazie alla legge contro la tortura approvata nel 2009. L’ufficio della procura dell’Icc ha annunciato la possibilità dell’avvio in tempi brevi di un’indagine sull’Afghanistan, riguardo alle accuse di crimini commessi dai talebani, dal governo afgano e dalle forze Usa.

In Myanmar, l’intensificarsi del conflitto nello stato di Kachin e lo scoppio delle violenze nel nord del Rakhine, dove un’operazione di sicurezza ha costretto membri delle comunità rohingya e rakhine a fuggire dalle loro case, hanno peggiorato la già grave situazione dei diritti umani e umanitaria, con decine di migliaia di persone sfollate a causa della violenza negli ultimi anni. Le restrizioni imposte dal governo hanno impedito l’accesso agli aiuti umanitari in entrambi gli stati. Il conflitto armato in Afghanistan è proseguito a causa della ripresa dei talebani, con un bilancio devastante per i civili.

I gruppi armati hanno alimentato insicurezza e sofferenza in vari paesi, commettendo abusi come rapimenti e uccisioni illegali, nell’India centrale e nord-orientale e nello stato di Jammu e Kashmir. Gli attentati dinamitardi e le sparatorie compiute in Indonesia dal gruppo armato autonominatosi Stato islamico (Islamic State – Is) hanno mostrato un totale disprezzo per il diritto alla vita. In Afghanistan, gruppi armati hanno compiuto attacchi orribili nella capitale Kabul, anche contro l’agenzia di aiuti Care International, prendendo di mira i civili, con un atto che costituisce un crimine di guerra.

Il contesto regionale di repressione, conflitti e insicurezza ha alimentato la crisi globale dei rifugiati. In tutta la regione, milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, spesso in condizioni terribili e pericolose per le loro vite, e sono diventate rifugiati e richiedenti asilo. Molti sono stati bloccati in situazioni precarie, esposti a una serie di ulteriori abusi. In paesi come l’Australia e la Thailandia, i governi hanno aggravato le sofferenze rimandando le persone verso paesi in cui rischiavano violazioni dei diritti umani. Molte altre erano sfollate nei loro paesi.

Spesso le aziende hanno compiuto abusi o ne sono state complici. Il governo della Corea del Sud ha permesso alle aziende private di ostacolare la legittima attività sindacale, affrontando solo tardivamente i problemi di salute, e perfino i decessi, provocati dall’esposizione a prodotti nocivi. In India, la società americana Dow Chemical Company e la sua controllata Union Carbide Corporation per l’ennesima volta non sono comparse davanti al tribunale di Bhopal, per rispondere delle accuse penali relative alla disastrosa fuga di gas del 1984.

Nella regione, la tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte è stata spesso contrastata. La Cina ha continuato ad avere il primato delle esecuzioni nel mondo, anche se i dati reali sono rimasti un segreto di stato. In Pakistan, è salito a più di 400 il numero delle persone messe a morte da quando, nel 2014, è stata revocata la moratoria sulle esecuzioni. In contrasto con gli standard internazionali, alcuni di coloro che sono stati messi a morte erano minorenni al momento del reato o soffrivano di disabilità mentale o, ancora, erano stati condannati al termine di processi iniqui. In Giappone, le esecuzioni erano avvolte nel mistero. Nelle Maldive, il governo ha minacciato di riprendere le esecuzioni dopo una moratoria di 60 anni. Nelle Filippine è stato presentato in parlamento un progetto di legge per reintrodurre la pena di morte. Il dato positivo è invece che Nauru è diventato il 103° paese al mondo ad abrogare la pena di morte per tutti i reati.

Tra i principali sviluppi positivi, va segnalato il nuovo governo quasi civile del Myanmar, del quale Aung San Suu Kyi è stata nominata leader de facto con un ruolo creato appositamente per lei, dopo la vittoria elettorale nel 2015 del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia. Il nuovo governo ha adottato misure per migliorare i diritti umani ma ha dovuto affrontare situazioni scoraggianti ereditate da mezzo secolo di regime militare repressivo. Il suo potere è stato limitato dalla continua influenza dei militari, che hanno mantenuto il controllo dei ministeri chiave e un quarto dei seggi in parlamento. I conflitti in corso nel Myanmar non hanno visto grandi miglioramenti, riguardo alla difficile situazione dei rohingya, all’assistenza umanitaria per le comunità sfollate, all’impunità di chi ha violato i diritti umani o alla modifica delle leggi repressive.

Nelle Filippine, con la presidenza di Rodrigo Duterte, si sono verificate violenze su larga scala approvate dallo stato, in genere sotto forma di uccisioni illegali. La brutale repressione nei confronti di chi era sospettato di coinvolgimento in reati di droga ha portato all’uccisione di più di 6.000 persone, nella cosiddetta “guerra alla droga”.

A febbraio 2016, l’impatto devastante del ciclone Winston sulle isole Figi ha messo in luce l’inadeguatezza delle infrastrutture del paese, quando 62.000 persone sono state sfollate dopo la distruzione delle loro case; la discriminazione nella distribuzione degli aiuti nei confronti di alcuni gruppi e la carenza di materiali da costruzione hanno colpito chi aveva più bisogno di assistenza.

A maggio, lo Sri Lanka ha ratificato la Convenzione internazionale contro la sparizione forzata. Resta da vedere se il paese inserirà la sparizione forzata come reato specifico nel diritto interno. Le Figi hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura con alcune riserve, nonostante l’accertamento delle responsabilità per la tortura e altri maltrattamenti fosse stato ostacolato da immunità costituzionali e mancanza di volontà politica.

Asia orientale

Difensori dei diritti umani

In Asia Orientale, i difensori dei diritti umani sono stati vittime di attacchi mirati e le autorità hanno limitato la possibilità per la società civile di sollevare questioni che ritenevano controverse.

Nel continuo giro di vite della Cina sotto il governo di Xi Jinping, difensori dei diritti umani, avvocati, giornalisti e attivisti hanno subìto crescenti e sistematiche intimidazioni e molestie, compresi arresti arbitrari e tortura e altri maltrattamenti. Anche i familiari delle persone detenute sono stati sottoposti a sorveglianza di polizia, molestie e restrizioni alla libertà di movimento. Le autorità hanno intensificato il ricorso alla “sorveglianza residenziale in una località designata”, che ha permesso alla polizia di trattenere le persone fino a sei mesi al di fuori del sistema di detenzione formale, senza accesso a un avvocato di loro scelta o alle famiglie. È aumentato anche il numero di detenuti costretti a fare “confessioni” in televisione. Le autorità hanno nuovamente bloccato migliaia di siti web. Nella provincia del Guangdong, la Cina ha messo in atto un giro di vite nei confronti di lavoratori e sindacalisti, spesso negando ai detenuti l’accesso agli avvocati con pretesti di “sicurezza nazionale”.

Con la scusa di rafforzare la sicurezza nazionale, il governo cinese ha anche redatto o emanato leggi e regolamenti che potrebbero essere utilizzati per mettere a tacere il dissenso e reprimere i difensori dei diritti umani, accusandoli di aver commesso reati definiti in modo vago come l’“incitamento alla sovversione” e la “diffusione di segreti di stato”. Ci sono stati timori che la nuova legge sulla gestione delle organizzazioni non governative straniere potesse essere usata per intimidire e perseguire i difensori dei diritti umani e le Ngo e quella sulla sicurezza informatica per minare la libertà d’espressione e la riservatezza.

Nonostante ciò, gli attivisti hanno avuto il coraggio di essere innovativi. Quattro difensori dei diritti umani sono stati arrestati per aver commemorato il 27° anniversario della repressione di piazza Tiananmen, del 4 giugno 1989. Hanno diffuso online la pubblicità di una popolare bevanda alcolica nella cui etichetta c’era scritto “Ricorda, otto liquore sei quattro”, un gioco di parole in cinese che riecheggiava la data del famoso evento, accompagnato dall’immagine dell’“uomo del carro armato”. L’azione ha avuto grande diffusione sui social network prima di essere censurata.

A ottobre, Ilham Tohti, noto intellettuale uiguro che aveva incoraggiato il dialogo tra uiguri e cinesi han, ha ricevuto il premio Martin Ennals 2016 per i difensori dei diritti umani, per il forte impegno profuso nonostante il grave rischio che correva. Attualmente sta scontando la condanna all’ergastolo con l’accusa di “separatismo”.

A Hong Kong, gli studenti Joshua Wong, Alex Chow e Nathan Law sono stati condannati per “partecipazione a una riunione illegale”, in connessione con il ruolo che avevano avuto negli eventi del 2014, da cui era nata la Rivoluzione degli ombrelli a favore della democrazia.

La Corea del Nord ha esercitato una repressione estrema, violando quasi l’intera gamma dei diritti umani. La libertà d’espressione ha subìto gravi restrizioni e non esistevano mezzi d’informazione nazionali indipendenti, né organizzazioni della società civile. Almeno 120.000 persone hanno continuato a essere detenute in campi di prigionia in cui la tortura e altri maltrattamenti, tra cui il lavoro forzato, erano diffusi e abituali. Il controllo statale, l’oppressione e le intimidazioni si sono intensificati da quando Kim Jung-un è salito al potere nel 2011. Non è cessata la costante stretta sull’uso delle tecnologie di comunicazione, in parte con lo scopo d’isolare i cittadini e oscurare la spaventosa situazione dei diritti umani. Le persone sorprese a utilizzare telefoni cellulari per contattare i loro cari all’estero sono state incarcerate in campi di prigionia politici o strutture di detenzione.

Nella vicina Corea del Sud, i passi indietro nell’ambito dei diritti umani hanno visto restrizioni alle libertà di riunione pacifica e d’espressione, anche sotto nuove forme, come ad esempio le cause civili. Le autorità hanno minacciato la libertà di stampa attraverso interferenze sempre più pesanti nel diritto di cronaca e limitazioni all’esercizio del diritto alla libertà di riunione pacifica, spesso con il pretesto di proteggere l’ordine pubblico.

L’assemblea nazionale della Corea del Sud ha approvato una legge antiterrorismo che in sostanza espandeva i poteri di sorveglianza delle comunicazioni e la raccolta di dati personali di chi era sospettato di legami col terrorismo.

In Mongolia, organizzazioni della società civile che lavoravano per la tutela dei diritti umani hanno regolarmente subìto intimidazioni, vessazioni e minacce, principalmente da parte di attori privati.

Uno sviluppo positivo si è avuto a Taiwan, dove il nuovo governo ha lasciato cadere le accuse contro oltre 100 manifestanti, che avevano partecipato alle proteste studentesche del 2014 contro l’accordo economico-commerciale tra Taiwan e Cina, conosciute come il Movimento dei girasoli. Il nuovo primo ministro Lin Chuan ha dichiarato che la decisione del governo precedente d’incriminare i manifestanti era stata una “reazione politica” e non un “caso giudiziario”.

Persone in movimento

Il Giappone ha continuato a respingere la maggior parte delle domande di asilo. Il servizio immigrazione della Corea del Sud ha trattenuto per mesi nell’aeroporto internazionale di Incheon più di 100 richiedenti asilo. Tra questi c’erano 28 uomini siriani per i quali successivamente un tribunale ha disposto il rilascio e l’autorizzazione a presentare domanda d’asilo. Decine di richiedenti asilo provenienti da altri paesi, come ad esempio l’Egitto, sono rimasti detenuti in aeroporto in condizioni disumane.

Discriminazione

Il parlamento giapponese ha approvato la prima legge nazionale contro il sostegno all’odio e i discorsi d’incitamento all’odio nei confronti dei cittadini originari di altri paesi e i loro discendenti, in risposta all’aumento delle manifestazioni che promuovevano la discriminazione. La legge è stata criticata per il suo ambito limitato e la mancanza di sanzioni. La discriminazione nei confronti delle minoranze sessuali o etniche è rimasta grave.

In Cina, la libertà di religione è stata sistematicamente violata. Alcuni progetti di modifiche legislative hanno previsto disposizioni per aumentare il potere dello stato di controllare e sanzionare alcune pratiche religiose, ancora una volta in nome della sicurezza nazionale, per fermare “infiltrazioni ed estremismo”. Se approvate, tali modifiche potrebbero essere utilizzate in particolare per reprimere ulteriormente i diritti alla libertà di religione e di credo delle comunità cristiane non riconosciute dallo stato, dei buddisti tibetani e degli uiguri musulmani. Nella Regione autonoma dello Xinjiang uiguro, il governo ha arrestato scrittori di etnia uigura e redattori di siti web in lingua uigura.

I tibetani hanno subìto continue discriminazioni e restrizioni dei diritti alla libertà di pensiero, coscienza e religione, espressione, associazione e riunione pacifica. Il blogger tibetano Druklo è stato condannato a tre anni di carcere per “incitamento al separatismo”; tra i capi d’accusa c’erano alcuni suoi commenti postati online sulla libertà religiosa e sul Dalai Lama. Nella Regione autonoma dello Xinjiang uiguro, il governo ha continuato a violare il diritto alla libertà di religione e ha represso duramente le riunioni religiose non autorizzate.

Asia meridionale

Difensori dei diritti umani

In tutta l’Asia Meridionale, i difensori dei diritti umani hanno subìto diverse forme di violazioni. I governi hanno utilizzato norme draconiane e nuove leggi allo scopo di censurare l’espressione online.

L’India ha impiegato leggi repressive per limitare la libertà d’espressione e mettere a tacere il dissenso. La legge sulla regolamentazione dei contributi provenienti dall’estero è stata usata per limitare le attività delle organizzazioni della società civile che ricevevano finanziamenti esteri e per vessare le Ngo. La legge sulla sedizione, adottata dagli inglesi per frenare la libera espressione durante la lotta per l’indipendenza dell’India, è stata impiegata per attaccare le voci critiche. I difensori dei diritti umani hanno anche subìto intimidazioni e aggressioni. Il giornalista Karun Mishra è stato ucciso da uomini armati nello stato dell’Uttar Pradesh, presumibilmente per i suoi articoli sulle estrazioni minerarie illegali. È stato ucciso a colpi d’arma da fuoco anche Rajdeo Ranjan, un giornalista che aveva ricevuto minacce per i suoi articoli da parte di alcuni esponenti politici.

Nel Jammu e Kashmir, le forze di sicurezza hanno fatto uso eccessivo o non necessario della forza contro i manifestanti. Il governo locale ha anche imposto il coprifuoco per oltre due mesi. La sospensione dei servizi delle reti telefoniche fisse e mobili e dei fornitori di Internet ha pregiudicato vari diritti e i residenti hanno riferito che non potevano nemmeno chiamare l’assistenza medica d’emergenza.

In Pakistan, arresti e detenzioni arbitrari, intimidazioni, omicidi e vessazioni da parte di attori statali e non statali sono stati tra i rischi professionali degli operatori dell’informazione. Un attacco con granate agli uffici di Ary Tv, nella capitale Islamabad, è stato uno dei tanti colpi sferrati contro i lavoratori delle comunicazioni e la libertà d’espressione in generale. Opuscoli lasciati sulla scena hanno attribuito la responsabilità dell’attentato a un gruppo armato alleato dell’Is.

Nello Sri Lanka, Sandhya Eknaligoda, moglie del fumettista dissidente scomparso Prageeth Eknaligoda, ha subìto ripetute minacce e altre intimidazioni dopo che la polizia ha identificato sette sospettati, membri dei servizi d’intelligence dell’esercito, in relazione alla sparizione forzata del marito. Le intimidazioni comprendevano proteste davanti al tribunale in cui si svolgeva l’udienza di habeas corpus per il caso di suo marito e una campagna di manifesti che l’accusava di sostenere le Tigri per la liberazione della patria Tamil (Liberation Tigers of Tamil Eelam – Ltte).

La libertà d’espressione ha continuato a essere sotto attacco in Bangladesh, dove è sempre più aumentata l’intolleranza delle autorità verso i mezzi d’informazione indipendenti e le voci critiche. In un contesto di grave deterioramento per la situazione dei diritti umani, vari giornalisti sono stati arrestati e detenuti arbitrariamente; il dissenso pacifico è stato soppresso da leggi draconiane, invocate per perseguitare le voci critiche sui social network. L’attivista studentesco Dilip Roy è stato arrestato per aver criticato la prima ministra su Facebook e rischiava una condanna a 14 anni di carcere, ai sensi della legge sull’informazione e la tecnologia delle comunicazioni, formulata in modo vago e impiegata dalle autorità per minacciare e punire persone che esprimevano pacificamente opinioni non gradite.

Nelle Maldive, dove negli ultimi anni i diritti umani sono stati sempre più sotto attacco, il governo ha intensificato le azioni contro la libertà d’espressione e di riunione, imponendo restrizioni arbitrarie per impedire le proteste. Le autorità hanno anche messo a tacere oppositori politici, difensori dei diritti umani e giornalisti, utilizzando la legislazione che punisce discorsi, commenti e altri atti “diffamatori”.

Persone in movimento

A causa del conflitto in corso, l’Afghanistan è stato il secondo paese al mondo per numero di rifugiati. La crisi ha colpito un gran numero di persone: soltanto in Pakistan e Iran vivevano più di due milioni di rifugiati afgani e moltissimi hanno tentato di raggiungere l’Eu. Un accordo sottoscritto con l’Eu ha imposto all’Afghanistan di riammettere tutti i suoi cittadini ai quali non era stato concesso asilo nell’Eu. Tuttavia, a causa della continua instabilità, molti rifugiati e richiedenti asilo non sono potuti tornare a casa volontariamente in sicurezza.

Sebbene abbia fatto notizia il flusso di afgani che rischiavano la vita in pericolosi viaggi verso l’Europa, la stragrande maggioranza non aveva le risorse per lasciare il paese. Il numero di persone costrette a fuggire dalle loro case e diventare sfollati interni si stima sia arrivato a circa 1,4 milioni nel 2016, più del doppio rispetto ai tre anni precedenti. Nello stesso triennio, gli aiuti internazionali all’Afghanistan si sono dimezzati, poiché l’attenzione dei donatori si è spostata in seguito al ritiro delle truppe internazionali. La situazione difficile di coloro che rimanevano in condizioni spaventose e lottavano per sopravvivere in campi sovraffollati senza adeguato riparo, cibo, acqua e assistenza sanitaria, ha rischiato di essere dimenticata.

La situazione dei rifugiati afgani in Pakistan era desolante, poiché il governo pakistano ha programmato uno dei più grandi rimpatri forzati di rifugiati della storia moderna, ponendo a rischio circa 1,4 milioni di persone la cui registrazione stava per scadere alla fine dell’anno. Le autorità pakistane hanno fissato diverse scadenze impensabili per il loro rimpatrio, che poi hanno esteso con riluttanza. Questa decisione ha portato a diffuse molestie da parte della polizia e dei funzionari e i rifugiati sono stati lasciati intrappolati in un limbo d’insicurezza nei campi.

In altri casi, il Pakistan ha violato il principio di non-refoulement e posto i rifugiati afgani a rischio di gravi abusi. Per esempio, la decisione di espellere Sharbat Gula, rimandandola in un paese che non vedeva da anni e che i suoi figli non avevano mai conosciuto, è stata emblematica del trattamento crudele dei rifugiati afgani da parte del Pakistan. Sharbat Gula era la “ragazza afgana” apparsa sulla copertina di una rivista del National Geographic nel 1985 ed è stata per decenni la più famosa rifugiata del mondo, un simbolo della generosa ospitalità pakistana.

Discriminazione

Migliaia di persone hanno protestato contro la discriminazione e la violenza subite dalle comunità dalit. Le comunità emarginate hanno continuato a essere spesso trascurate nella spinta del governo verso una più rapida crescita economica. Milioni di manifestanti hanno protestato contro le modifiche alle leggi sul lavoro. Persone di colore hanno affrontato molestie razziste, discriminazioni e violenze in diverse città. Le segnalazioni di crimini violenti e di violenza sessuale contro donne e ragazze sono aumentate, mentre i responsabili hanno goduto dell’impunità; le donne appartenenti a comunità emarginate hanno subìto una discriminazione sistemica. Il diritto indiano ha penalizzato l’adescamento in luoghi pubblici, lasciando le persone che svolgono un lavoro sessuale esposte a una serie di abusi.

La sezione 377 del codice penale indiano ha continuato a definire reato le relazioni omosessuali consensuali, nonostante i ricorsi dinanzi alla Corte suprema. Il governo indiano ha approvato un disegno di legge viziato sui diritti delle persone transgender, che è stato criticato dagli attivisti per la problematica definizione di persona transgender e per l’inadeguatezza delle norme antidiscriminazione.

In Bangladesh si è scatenata una serie di omicidi e di altri attacchi, a quanto pare sotto la spinta dei militanti. Con una risposta tardiva, le autorità hanno arrestato quasi 15.000 persone per un’ondata di aggressioni ai danni di blogger, atei, cittadini stranieri e persone Lgbti. Il governo è spesso venuto meno al suo obbligo di perseguire i responsabili, utilizzando misure come la detenzione arbitraria e segreta. La mancanza di protezione per gli attivisti pacifici è stata ulteriormente messa in luce da aggressioni per le quali nessuno è stato chiamato a rispondere, come la brutale uccisione di Xulhaz Mannan, direttore di una rivista Lgbti, e del suo amico Tanay Mojumdar. Alcuni attivisti per i diritti umani minacciati hanno dichiarato che la polizia non ha offerto protezione sufficiente, mentre altri sono stati riluttanti a rivolgersi alla polizia per timore di venire incriminati o molestati.

Nello Sri Lanka, le persone Lgbti hanno subìto vessazioni, discriminazioni e violenze. Il livello d’impunità per i responsabili di violenza contro donne e ragazze, tra cui lo stupro da parte di militari, è rimasto alto e gli sforzi per risolvere il problema della violenza domestica sono stati inadeguati. I tamil hanno denunciato profilazione etnica, sorveglianza e vessazioni da parte della polizia che li sospettava di legami con l’Ltte; il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale ha rilevato che la legge per la prevenzione del terrorismo era stata utilizzata in modo sproporzionato contro i tamil. Sono state segnalate molestie, minacce e aggressioni ai danni di cristiani e musulmani, anche per mano di sostenitori di gruppi politici buddisti singalesi intransigenti ma la polizia non ha fatto niente per difenderli o ha incolpato le minoranze religiose di aver incitato gli avversari alla violenza.

Asia sudorientale e Pacifico

Difensori dei diritti umani

Difensori dei diritti umani sono stati minacciati in Cambogia, Malesia, Thailandia, Vietnam e altri paesi, anche attraverso il ricorso sempre più frequente a nuove o vecchie leggi che criminalizzavano l’espressione pacifica.

In Thailandia, la continua repressione del dissenso pacifico, iniziata con il colpo di stato militare del 2014, ha creato un ambiente in cui pochi hanno osato criticare pubblicamente le autorità. I difensori dei diritti umani sono stati raggiunti da accuse penali di diffamazione per aver parlato apertamente di violazioni o aver sostenuto persone e comunità vulnerabili. Il governo ha preso provvedimenti per impedire il dibattito, in vista del referendum sul nuovo progetto di costituzione: per fare un esempio, circa una decina di persone che avevano commentato su Facebook la proposta di costituzione sono state arrestate o incriminate e rischiavano fino a 10 anni di reclusione, ai sensi di una nuova ordinanza draconiana emanata dal governo.

La repressione delle libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica si è intensificata in Cambogia, in vista delle elezioni previste per il 2017-2018 e le autorità hanno sempre più spesso abusato del sistema giudiziario penale. Le forze di sicurezza hanno vessato e punito la società civile nel tentativo di mettere a tacere le voci critiche; i difensori dei diritti umani sono stati minacciati, arrestati e detenuti per le loro attività pacifiche; e l’opposizione politica è stata presa di mira, con attivisti e funzionari incarcerati dopo processi iniqui. Le autorità hanno continuato a ostacolare le proteste non violente.

In Malesia, tra i tentativi di soffocare il dissenso pacifico e la libertà d’espressione, c’è stato un diffuso ricorso a leggi sulla sicurezza nazionale e altre norme restrittive. Rafizi Ramli, un parlamentare che ha rivelato informazioni relative a un grave scandalo di corruzione, è stato condannato a 18 mesi di prigione. I giornalisti del sito di notizie Malaysiakini sono stati minacciati e intimiditi da vigilantes.

In Vietnam, i difensori dei diritti umani hanno subìto minacce e aggressioni. I prigionieri di coscienza sono stati tenuti in carceri e centri di detenzione e sottoposti a sparizione forzata, tortura e altri maltrattamenti, tra cui scosse elettriche, pesanti pestaggi, isolamento prolungato, talvolta in totale oscurità e silenzio, e negazione delle cure mediche.

Le autorità vietnamite hanno messo in atto la repressione contro i manifestanti pacifici. A maggio, mentre il presidente degli Stati Uniti Barack Obama era in visita nel paese, le autorità hanno arrestato, intimidito e vessato attivisti pacifici.

In Myanmar, il nuovo governo guidato dalla Lega nazionale per la democrazia ha adottato alcune misure per modificare leggi repressive di lunga data, che colpivano attivisti e operatori dell’informazione. Eppure, casi come la detenzione di due giornalisti a novembre, accusati di “diffamazione online” per un articolo che denunciava la corruzione del governo, hanno dimostrato che era necessario fare molto di più.

A Timor Est, le forze di sicurezza sono state accusate di uccisioni illegali, tortura e altri maltrattamenti, arresti arbitrari e restrizioni arbitrarie della libertà d’espressione e di riunione pacifica. I mezzi d’informazione delle Figi sono stati colpiti da restrizioni arbitrarie che hanno limitato la libertà d’espressione, mentre i giornalisti sono stati multati e imprigionati. A Singapore, blogger e dissidenti sono stati molestati e perseguiti.

I difensori dei diritti umani e i giornalisti nelle Filippine sono stati presi di mira e uccisi da uomini armati non identificati e da milizie armate.

Persone in movimento

L’Australia ha mantenuto il suo illegittimo regime di controllo dell’immigrazione all’estero, a Nauru e sull’isola di Manus in Papua Nuova Guinea. L’accordo per i trasferimenti siglato con Nauru violava il diritto internazionale e, a tutti gli effetti, ha intrappolato rifugiati e richiedenti asilo in una prigione a cielo aperto. Pur non essendo tecnicamente in arresto, queste persone non hanno potuto andarsene e sono rimaste isolate sulla remota isola di Nauru, anche dopo essere state ufficialmente riconosciute come rifugiati.

La politica del governo australiano di “elaborare” i casi di rifugiati e richiedenti asilo a Nauru ha comportato un regime deliberato e sistematico di abbandono e crudeltà, progettato per infliggere sofferenza: secondo il diritto internazionale, il sistema equivaleva a tortura. Esso ha portato ai minimi termini le tutele e ha massimizzato il danno ed è stato pensato per impedire ad alcune tra le persone più vulnerabili del mondo di cercare sicurezza in Australia.

I casi di malattie mentali e autolesionismo tra i rifugiati e i richiedenti asilo a Nauru erano all’ordine del giorno. Omid Masoumali, un rifugiato iraniano, è morto dopo essersi dato fuoco. Altri, inclusi i minori, hanno sofferto per l’inadeguata assistenza sanitaria, i costanti attacchi verbali e fisici, la continua ostilità e gli arresti e detenzioni arbitrari, in un clima di sistematica impunità per questo tipo di abusi.

L’Australia si è rifiutata di chiudere i suoi centri a Nauru e sull’isola di Manus e ha persino pianificato d’introdurre una legge che vieti in modo permanente alle persone lì intrappolate di ottenere un visto australiano, aggiungendo così un’ingiustizia all’altra, in violazione del diritto internazionale.

La Nuova Zelanda ha pubblicamente reiterato un accordo stipulato con l’Australia nel 2013 per reinsediare ogni anno 150 rifugiati provenienti da Nauru e Manus, sebbene l’Australia si sia sempre rifiutata di metterlo in pratica.

In Malesia, le condizioni nei sovraffollati centri di detenzione per migranti erano molto dure. Un migliaio di persone, tra cui oltre 400 rohingya, che erano rimaste bloccate al largo delle coste malesi fino a quando le autorità, a maggio 2015, non avevano deciso di accettarle, sono state sottoposte a detenzione prolungata per oltre un anno in dure condizioni. A giugno, la maggior parte dei rohingya è stata rilasciata e alcuni sono stati reinsediati.

In Thailandia, la mancanza di un quadro giuridico, processi o procedure per ospitare i rifugiati e i richiedenti asilo ha lasciato molti di loro esposti a detenzione arbitraria e ad altre violazioni dei loro diritti. In assenza di uno statuto giuridico riconosciuto dalla legge thailandese, rifugiati e richiedenti asilo, compresi i minori, hanno continuato a essere trattati come migranti irregolari e, secondo la legge sull’immigrazione, potevano essere detenuti a tempo indeterminato in centri di detenzione per migranti, che si temeva non soddisfacessero gli standard internazionali per la detenzione.

In tali centri erano trattenuti decine di rohingya provenienti dal Myanmar, fin dal loro arrivo via mare nel 2015.

Le autorità indonesiane hanno adottato tattiche grossolane d’intimidazione ad Aceh, anche mettendo in pericolo la vita di un gruppo di oltre 40 richiedenti asilo tamil dello Sri Lanka, tra cui una donna in avanzato stato di gravidanza e nove bambini, sparando colpi di avvertimento e minacciando di respingerli in mare aperto, in violazione del diritto internazionale.

Discriminazione

Decine di migliaia di persone della minoranza rohingya nel Myanmar sono fuggite dal nord dello stato di Rakhine, dove le forze di sicurezza hanno compiuto rappresaglie in risposta all’assalto di tre avamposti di frontiera, avvenuto a ottobre, che aveva causato la morte di nove agenti di polizia. Le forze di sicurezza, guidate dall’esercito, hanno sparato in modo casuale contro gli abitanti dei villaggi, bruciato centinaia di case, effettuato arresti arbitrari e stuprato donne e ragazze. I residenti sono stati obbligati a coprifuoco notturni ed è stato impedito l’accesso alle agenzie umanitarie. Questa risposta equivaleva a una punizione collettiva di tutta la comunità rohingya nel nord dello stato di Rakhine e a un crimine contro l’umanità. Molti rifugiati e richiedenti asilo rohingya, che si erano diretti in Bangladesh alla disperata ricerca di assistenza umanitaria, sono stati respinti in Myanmar.

La crisi è sorta in un contesto d’implacabile e grave discriminazione contro la comunità rohingya, in cui sono stati limitati vari diritti, tra cui la libertà di movimento. A ciò si è aggiunta la continua intolleranza religiosa, aggravata negli ultimi anni dall’incapacità del governo precedente d’indagare efficacemente sugli episodi di violenza e spesso alimentata da gruppi nazionalisti buddisti intransigenti; questa ha colpito in particolare i musulmani.

Le autorità indonesiane spesso sono sembrate preoccuparsi più per i gruppi religiosi intransigenti che del rispetto e la tutela dei diritti umani. Ad esempio, il governatore della capitale Giacarta, di religione cristiana e primo esponente della comunità etnica cinese in Indonesia a essere eletto a quella carica, è stato oggetto di un’indagine penale con l’accusa di “blasfemia.” La discriminazione contro le persone Lgbti è aumentata, dopo che alcuni funzionari hanno rilasciato dichiarazioni provocatorie, grossolanamente inesatte e fuorvianti.

A Papua Nuova Guinea, la violenza contro le donne è rimasta diffusa e le persone che svolgevano un lavoro sessuale sono state picchiate, stuprate, detenute arbitrariamente e uccise, senza alcuna possibilità di ricorso alla giustizia. Queste non sono state adeguatamente protette, in gran parte a causa di leggi che penalizzano il lavoro sessuale, della sua stigmatizzazione e delle norme sociali e culturali.

Il Comitato per i diritti umani e il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite hanno criticato gli alti tassi d’incarcerazione, povertà infantile e violenza domestica tra i nativi māori della Nuova Zelanda. Anche la violenza sessuale e altre forme di violenza fisica contro donne e ragazze è rimasta diffusa, nonostante l’ampia consapevolezza del problema e gli sforzi per affrontarlo.

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