Medio-Oriente e Africa del Nord - Amnesty International Italia

Rapporto annuale 2016-2017

Medio-Oriente e Africa del Nord

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Durante l’anno, devastazione, disperazione e tragedie hanno segnato la vita di milioni di persone della regione del Medio Oriente e Africa del Nord, che hanno anche assistito alla distruzione delle loro case e dei loro mezzi di sostentamento a causa di una spietata repressione di stato e del persistere di conflitti armati caratterizzati da crimini di una violenza inaudita e da abusi compiuti da tutte le parti belligeranti. La crisi politica e dei diritti umani ha assunto proporzioni tali che decine di migliaia di persone hanno preferito rischiare la vita nel pericoloso tentativo di attraversare il mar Mediterraneo, piuttosto che rimanere nella regione. In Siria, oltre cinque anni di combattimenti hanno determinato la più grande crisi umanitaria della nostra epoca e anche nei conflitti armati in Iraq, Libia e Yemen il tributo in termini di vite umane tra la popolazione civile è stato enorme. Conflitti armati e repressione hanno sfruttato e aggravato le già profonde spaccature nella ragione e accresciuto la polarizzazione politica e religiosa, mettendo ulteriormente a repentaglio il rispetto dei diritti umani.

Conflitto armato

Le conseguenze umane di oltre cinque anni di conflitto in Siria sono state veramente incalcolabili. Non esiste una chiara o precisa formula in grado di valutare la reale portata della sofferenza causata alla popolazione siriana: morti e feriti, devastazione, sfollamento di famiglie e perdita dei mezzi di sostentamento, distruzione di case, proprietà, complessi monumentali storici e religiosi e icone culturali. Soltanto le statistiche approssimative sul numero di persone uccise o sfollate e le immagini della totale distruzione di città come Aleppo hanno dato una qualche indicazione dell’enorme proporzione e intensità della crisi. A fine anno, il conflitto aveva causato complessivamente oltre 300.000 morti; le persone costrette con la forza a lasciare le loro case erano oltre 11 milioni, di cui 6,6 milioni rimanevano sfollate internamente e 4,8 milioni avevano cercato rifugio in altri paesi. Tutte le forze impegnate nel conflitto hanno continuato a commettere crimini di guerra e altre violazioni del diritto internazionale umanitario, nel più assoluto disprezzo del loro obbligo di proteggere la popolazione civile.

Le forze governative siriane hanno compiuto ripetutamente attacchi indiscriminati, sganciando barili bomba e altri esplosivi e colpendo con lanci d’artiglieria pesante aree popolate da civili che erano sotto il controllo di combattenti dell’opposizione. Hanno anche continuato ad assediare queste aree, provocando ulteriori morti tra i civili, rimasti senza adeguate quantità di viveri e farmaci. Le forze governative hanno inoltre lanciato attacchi mirati contro la popolazione civile e obiettivi civili, bombardando spietatamente ospedali e altre strutture sanitarie e, in almeno un’occasione, avrebbero anche attaccato un convoglio di aiuti delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite. Le forze russe alleatesi con il governo siriano hanno continuato a effettuare raid aerei su aree controllate dalle forze d’opposizione, causando la morte e il ferimento di migliaia di civili e distruggendo abitazioni e infrastrutture civili. Mentre l’anno volgeva al termine, il conflitto sembrava essere entrato in una fase decisiva, quando le truppe governative siriane e le forze loro alleate hanno strappato la città di Aleppo dal controllo delle forze d’opposizione. A dicembre, un accordo di cessate il fuoco tra le truppe governative e alcune forze d’opposizione, raggiunto grazie alla mediazione russa e turca, è sembrato aprire finalmente la strada a nuovi colloqui di pace, mentre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite reiterava i suoi accorati appelli affinché tutte le parti impegnate nel conflitto permettessero un accesso “rapido e senza impedimenti” alle agenzie umanitarie in tutto il territorio siriano.

Nelle aree controllate o riconquistate dal governo, le forze di sicurezza hanno continuato a reprimere ogni forma d’opposizione, detenendo migliaia di persone, molte delle quali in condizioni equiparabili a sparizione forzata, negando alle famiglie informazioni riguardanti il luogo di detenzione, le condizioni o la sorte dei loro congiunti. La tortura e altri maltrattamenti rimanevano pratiche ampiamente diffuse che hanno provocato la morte di molti detenuti.

Anche i gruppi armati, che nel conflitto combattevano sia contro il governo siriano sia tra di loro, si sono resi responsabili di crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale. Il gruppo armato autoproclamatosi Stato islamico (Islamic State – Is) ha compiuto attacchi mirati contro la popolazione civile nelle aree della capitale Damasco controllate dal governo servendosi di attentatori suicidi e altri attacchi in cui si sospetta siano stati utilizzati agenti chimici; inoltre lo Stato islamico ha mantenuto assedi e commesso uccisioni illegali nelle aree sotto il suo controllo. Altri gruppi armati hanno bombardato indiscriminatamente aree controllate dal governo siriano o dalle forze curde, uccidendo e ferendo civili.

Lo Yemen, il paese più povero del Medio Oriente, è rimasto nella morsa del conflitto armato tra una miriade di forze militari yemenite e internazionali, che hanno dimostrato il loro assoluto disprezzo per le vite dei civili. Hanno lanciato attacchi indiscriminati con bombe, artiglieria pesante e altre armi imprecise, colpito deliberatamente la popolazione civile e infrastrutture civili e messo a repentaglio la vita dei civili facendo partire i loro attacchi armati da zone residenziali.

Il gruppo armato degli huthi e le unità dell’esercito fedeli all’ex presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh hanno bombardato indiscriminatamente aree civili della città di Ta’iz, provocando morti e feriti tra i civili, e hanno bloccato l’ingresso di viveri e materiale sanitario d’importanza vitale, causando un’emergenza umanitaria. Gli huthi hanno anche effettuato lanci indiscriminati di artiglieria pesante oltre il confine saudita. Contemporaneamente, una coalizione militare formata da stati arabi e guidata dall’Arabia Saudita era impegnata a ristabilire il governo yemenita internazionalmente riconosciuto, attraverso un’incessante campagna di raid aerei sulle aree controllate o contese dagli huthi e dalle forze loro alleate, uccidendo e ferendo migliaia di civili. Molti degli attacchi sono stati indiscriminati o sproporzionati; altri avrebbero colpito deliberatamente la popolazione civile e obiettivi civili, come scuole e mercati. Nei bombardamenti aerei sono stati ripetutamente presi di mira anche ospedali. Alcuni attacchi della coalizione si sono configurati come crimini di guerra. Le Nazioni Unite hanno denunciato che, a fine anno, nello Yemen almeno due milioni di bambini soffrivano di malnutrizione grave e che 18,8 milioni di persone necessitavano degli aiuti o della protezione delle agenzie umanitarie.

Anche in Iraq, centinaia di migliaia di civili sono rimasti intrappolati nel conflitto. Le truppe governative irachene, formate prevalentemente da miliziani paramilitari sciiti e combattenti tribali sunniti, e le forze del governo regionale del Kurdistan, supportate militarmente e affiancate dai raid aerei della coalizione internazionale a guida statunitense, hanno riconquistato Falluja e altre città precedentemente controllate dall’Is. A fine anno, le parti erano impegnate in un’offensiva che mirava a cacciare le forze dell’Is da Mosul, la seconda più importante città irachena. Tutte le parti in conflitto hanno commesso atrocità. Le forze governative e le milizie paramilitari loro alleate si sono rese responsabili di crimini di guerra e altre violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme internazionali sui diritti umani, soprattutto contro membri della comunità araba sunnita, tra cui esecuzioni extragiudiziali e altre uccisioni illegali, tortura e distruzione deliberata di abitazioni civili. Hanno sottoposto centinaia di uomini e ragazzi a sparizione forzata e non hanno intrapreso alcuna iniziativa per fare chiarezza sulla sorte di migliaia di persone, delle quali non si erano più avute notizie da quando erano state prelevate dalle forze governative e dalle milizie loro alleate, nel corso degli anni precedenti.

Nelle aree sotto il suo controllo, l’Is ha continuato a compiere uccisioni equiparabili a esecuzioni di abitanti locali considerati oppositori o sospettati di collaborare con le forze governative. L’Is ha punito persone accusate di non adeguarsi ai codici di abbigliamento e comportamento imposti dal gruppo, ha compiuto rapimenti, inflitto torture ed eseguito fustigazioni e altre pene crudeli, sottoposto donne e ragazze yazide a violenza sessuale, inclusa la riduzione in schiavitù a scopi sessuali, e indottrinato e reclutato ragazzi, compresi prigionieri yazidi, costringendoli a combattere nelle sue file. Mentre proseguiva l’avanzata delle forze governative, l’Is ha impedito ai civili di fuggire dalle aree di conflitto, usandoli come scudi umani, sparando a chi cercava di scappare e punendo i loro familiari. In altre zone, compresa la capitale Baghdad, l’Is ha compiuto attentati suicidi e altri attacchi mortali, colpendo in maniera sia indiscriminata sia deliberata civili che affollavano mercati, luoghi sacri alla comunità sciita e altri spazi pubblici, uccidendo e ferendo centinaia di persone.

La Libia, a cinque anni dalla caduta del regime del colonnello Mu’ammar al-Gaddafi, era ancora dilaniata e divisa dal conflitto armato. Il consiglio di presidenza del governo di accordo nazionale (Government of National Accord – Gna), nato dai colloqui mediati dalle Nazioni Unite, non è riuscito a consolidare il suo potere sul territorio. La sua legittimità è rimasta contestata sia dal riconosciuto parlamento libico sia dalle forze che sostenevano gli ex governi rivali, l’uno con sede a Tripoli e l’altro a Tobruk e al-Badya. L’Is ha perso la sua roccaforte Sirte, quando la città è stata conquistata dalle forze vicine al Gna, dopo mesi di combattimenti che avevano provocato una nuova ondata di sfollati. Il conflitto ha continuato a essere segnato da gravi violazioni dei diritti umani, compresi crimini di guerra, compiuti da tutte le parti in conflitto. Le varie forze hanno attaccato ospedali ed effettuato raid aerei indiscriminati e lanci d’artiglieria pesante che hanno ucciso e ferito civili. A giugno, il Who ha denunciato che il 60 per cento degli ospedali pubblici nelle aree di conflitto aveva smesso di operare o era diventato impraticabile.

Anche in Libia i gruppi armati e le milizie hanno messo in atto rapimenti, trattenendo le loro vittime in ostaggio allo scopo di ottenere scambi di prigionieri o somme di riscatto, e hanno detenuto civili sulla base della loro origine, delle loro opinioni e percepite affiliazioni politiche o tribali. Le forze dell’Is hanno ucciso sommariamente combattenti d’opposizione e civili che avevano catturato nelle aree sotto il loro controllo o da loro contese. Anche altre forze, comprese quelle affiliate al Gna, si sono rese responsabili di uccisioni illegali a Tripoli, Bengasi e in altre località.

Anni di dure battaglie interne in Libia, ma anche negli altri paesi travolti dai conflitti armati, hanno avuto un impatto devastante sull’esercizio dei diritti economici, sociali e culturali, dal momento che in queste aree l’accesso al cibo, all’elettricità, all’assistenza medica, all’istruzione e ad altri servizi era stato gravemente ridotto.

Coinvolgimento internazionale

I conflitti armati in Siria, Yemen, Iraq e Libia sono stati tutti in parte inaspriti dall’intervento militare di altri paesi. Cittadini dell’Eu e di altri paesi non europei hanno raggiunto la regione per combattere nelle file dell’Is, mentre le forze armate russe, statunitensi, turche, saudite e altre forze militari della regione, e non solo, hanno lasciato la loro scia di morte.

In Siria, durante l’anno, le forze governative hanno riconquistato significative porzioni di territorio strappandole ai gruppi armati d’opposizione, affiancati da combattenti delle milizie sciite del Libano, dell’Iraq e dell’Iran e con un’intensa campagna di bombardamenti russi, che ha provocato migliaia di morti e feriti civili nelle aree controllate dalle forze d’opposizione. Una coalizione militare a guida statunitense ha inoltre effettuato raid aerei contro l’Is e altri gruppi armati in Siria e Iraq, uccidendo e ferendo civili, e le forze statunitensi hanno lanciato attacchi in Libia e nello Yemen. La coalizione militare a guida saudita, intervenuta nello Yemen, ha utilizzato munizioni a grappolo vietate dal diritto internazionale e altre armi ottenute dagli Usa, dal Regno Unito e da altri stati, provocando morti tra i civili durante i suoi attacchi indiscriminati contro le aree controllate dagli huthi e dai loro alleati.

Nel frattempo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gravemente indebolito dalle divisioni tra i suoi stati membri permanenti, ha continuato a non svolgere il suo dovere di affrontare le minacce alla pace e alla sicurezza internazionale e di proteggere i civili. Gli sforzi portati avanti dalle Nazioni Unite per promuovere i negoziati di pace hanno compiuto pochi progressi, se non nessuno, mentre le agenzie delle Nazioni Unite cercavano di far fronte ai bisogni umanitari di decine di migliaia di civili sotto assedio a causa del conflitto e di milioni di persone sfollati internamente o in cerca di sicurezza come rifugiati in altri paesi.

Libertà d’espressione, associazione e riunione

In tutta la regione, le autorità degli stati hanno indebitamente limitato e ostacolato i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. La maggior parte dei governi ha mantenuto e applicato disposizioni che criminalizzavano la pacifica espressione verbale, scritta o sotto altre forme, comprese le comunicazioni sui social network e altri commenti pubblicati online ritenuti critici, offensivi od oltraggiosi nei confronti delle autorità pubbliche, di simboli o della religione o che rendevano di dominio pubblico informazioni che non avrebbero dovuto essere rivelate. In Bahrein, le autorità hanno perseguito penalmente e incarcerato difensori dei diritti umani per accuse come “istigazione all’odio contro il regime” e per aver criticato i bombardamenti aerei sauditi nello Yemen. Hanno inoltre impedito a testate giornalistiche di assumere collaboratori che ritenevano “aver insultato” il Bahrein o altri stati del Golfo.

In Iran, le autorità hanno perseguito penalmente e incarcerato decine di persone che avevano espresso pacificamente le loro critiche, con imputazioni dal contenuto vago e pretestuoso in materia di sicurezza nazionale. Tra le persone prese di mira c’erano difensori dei diritti umani, giornalisti, avvocati, sindacalisti, cineasti, musicisti, attivisti per i diritti delle donne, attivisti per i diritti delle minoranze etniche e religiose e altri impegnati in campagne contro la pena di morte. In Kuwait, una nuova legislazione sui reati informatici ha reso punibile fino a 10 anni di carcere la pubblicazione online di critiche pacifiche contro il governo e la magistratura e un’altra normativa, introdotta durante l’anno, ha proibito a chiunque fosse stato condannato in via definitiva per aver insultato Dio, i profeti o l’emiro, di candidarsi per un seggio al parlamento. Anche in Oman, persone o giornalisti che avevano criticato il governo sono stati incarcerati e le autorità hanno chiuso un quotidiano che aveva pubblicato notizie che implicavano le autorità in episodi di corruzione. In Arabia Saudita, i tribunali hanno comminato lunghe pene detentive per accuse dalla formulazione troppo ampia, come l’“aver rotto l’alleanza con il sovrano”. In Giordania, un uomo armato ha ucciso un giornalista che era stato accusato dalle autorità per aver postato una vignetta ritenuta “offensiva” nei confronti dell’Islam; il responsabile è stato in seguito incriminato per omicidio.

Il diritto alla libertà d’associazione è stato ampiamente limitato in tutta la regione. Stati come Arabia Saudita, Iran, Kuwait e Qatar non hanno permesso l’esistenza di partiti politici indipendenti. Gruppi per i diritti umani, compresi quelli impegnati a favore dei diritti delle donne, sono stati presi di mira in vari paesi. In Egitto, le autorità hanno ordinato la chiusura di un noto centro per il trattamento delle persone sopravvissute a tortura e delle vittime di violenza politica, congelato i beni di altri gruppi per i diritti umani e ha reso pubblica la bozza di una legislazione che rischiava di rendere impossibile il lavoro delle Ngo nel paese. In Algeria, il governo ha cercato d’indebolire i gruppi per i diritti umani locali, compresa la Sezione algerina di Amnesty International, continuando a bloccare la loro registrazione legale. Analogamente, anche le autorità del Marocco hanno continuato a impedire la registrazione legale di varie organizzazioni per i diritti umani. In Bahrein, a giugno le autorità hanno sospeso le attività della principale associazione d’opposizione del paese, dopo aver incarcerato il suo leader nel 2014, hanno confiscato i suoi beni e a luglio hanno ottenuto un’ordinanza di tribunale che imponeva il suo scioglimento. In Iran, l’Associazione dei giornalisti si è appellata invano al presidente, chiedendogli di onorare l’impegno assunto in occasione della sua elezione nel 2013 di revocare la sua sospensione; le autorità si sono rifiutate di rinnovare la licenza dell’Associazione sindacale degli insegnanti iraniani, mandando invece in carcere alcuni dei suoi membri dopo averli accusati di presunta “appartenenza a un gruppo illegale”. I guardiani della rivoluzione hanno inoltre sottoposto a vessazioni difensori dei diritti umani delle donne.

In Algeria, le autorità hanno mantenuto la messa al bando di tutti i raduni non autorizzati nella capitale Algeri, in vigore da 15 anni, disperso con la forza altre proteste e incarcerato manifestanti pacifici. In Bahrein, il governo ha continuato a vietare qualsiasi tipo di manifestazione nella capitale Manama e le forze di sicurezza sono ricorse all’uso eccessivo della forza per disperdere le proteste nei villaggi a maggioranza sciita.

Anche i gruppi armati hanno limitato le libertà d’espressione e associazione nelle aree sotto il loro controllo, come in Iraq, Libia, Siria e Yemen. In Iraq, gli autoproclamati “tribunali” dell’Is hanno ordinato lapidazioni per “adulterio” e fustigazioni e altre pene corporali contro gli abitanti locali, giudicandoli colpevoli per aver fumato, non rispettato il codice d’abbigliamento o infranto altre regole imposte dal gruppo. In Libia, i gruppi armati hanno vessato, rapito, torturato e ucciso difensori dei diritti umani e giornalisti.

Sistema giudiziario

In tutta la regione, le forze di sicurezza hanno arbitrariamente arrestato e detenuto presunti o reali oppositori del governo o altre persone sospettate di averlo criticato, spesso ricorrendo a disposizioni dalla formulazione vaga e generica. In Siria, molti detenuti sono stati sottoposti a sparizione forzata, dopo essere stati prelevati dalle forze governative. In Egitto e negli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae), sono stati frequenti i casi di detenuti sottoposti a sparizione forzata, trattenuti senza possibilità di avere contatti con il mondo esterno, privati del diritto alla tutela legale e torturati allo scopo di ottenere “confessioni”, utilizzate durante il processo dai tribunali per condannarli. La detenzione senza processo era una prassi ampiamente utilizzata: le autorità israeliane hanno trattenuto centinaia di palestinesi applicando ordini di detenzione amministrativa rinnovabili a tempo indeterminato, mentre le autorità giordane hanno continuato a trattenere migliaia di detenuti ai sensi di una legge in vigore dal 1954, che autorizzava la detenzione senza accusa né processo fino a un anno.

La tortura e altri maltrattamenti a danno dei detenuti sono state ampiamente diffuse in tutta la regione, soprattutto in Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Iran, Iraq, Israele e Territori Palestinesi Occupati, Libia, Siria e Uae. Le tecniche abitualmente impiegate comprendevano: percosse, scosse elettriche, privazione del sonno, posizioni di stress, sospensione prolungata per i polsi o le caviglie e minacce contro i detenuti e i loro cari. In Tunisia sono stati segnalati nuovi casi di tortura, nonostante il nuovo codice di procedura penale abbia migliorato le salvaguardie contro questo tipo di abusi sui detenuti (tranne quelli sospetti di reati di terrorismo) e sebbene un nuovo meccanismo di prevenzione, istituito nel 2013, iniziasse lentamente a prendere forma.

La continua mancanza d’indipendenza della magistratura, combinata con la cosiddetta “cultura della confessione”, che permeava così tanti sistemi giudiziari nazionali, ha visto spesso i tribunali agire come meri strumenti di repressione del governo, piuttosto che come arbitri indipendenti di giustizia, incaricati di far rispettare gli standard internazionali di equità processuale. I tribunali di Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq, Siria e Uae hanno ripetutamente celebrato processi iniqui, soprattutto nei casi giudiziari in cui gli imputati dovevano rispondere di accuse legate al terrorismo o alla sicurezza nazionale, anche per reati che prevedevano la pena capitale. In Bahrein, le autorità si sono servite dei tribunali per ottenere ordinanze che revocavano la cittadinanza bahreinita a un leader spirituale considerato critico verso il governo e a varie decine di persone giudicate per reati di terrorismo, determinando l’espulsione di alcune e rendendone molte apolidi.

In Arabia Saudita, i tribunali hanno continuato a imporre pene crudeli, come l’inflizione di centinaia di frustate, e i tribunali iraniani hanno emesso condanne alla fustigazione, all’amputazione incrociata delle dita delle mani e dei piedi e all’accecamento.

Rifugiati, sfollati interni e migranti

In tutta la regione, milioni di persone si sono spostate per cercare di fuggire dai conflitti armati o da altra violenza, repressione politica o degrado economico. Questi includevano rifugiati e richiedenti asilo, persone sfollate internamente al loro stesso paese e migranti provenienti da paesi della regione e anche da più lontano. In molti casi si trattava di minori; alcuni non erano accompagnati e dunque particolarmente esposti alla tratta di esseri umani o allo sfruttamento, anche a scopi sessuali, e ad altri abusi.

Il conflitto siriano e gli altri conflitti nella regione hanno continuato ad avere un grave impatto sugli stati della regione e non solo. Il Libano ospitava oltre un milione di rifugiati siriani e la Giordania almeno altri 650.000, secondo i dati forniti dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Questi due principali paesi ospitanti hanno cercato di far fronte agli ulteriori bisogni economici e sociali e di altro tipo dovuti all’arrivo di un numero così alto di rifugiati, in un contesto in cui gli aiuti umanitari arrivavano a fasi alterne e la risposta fornita dagli stati dell’Eu e da altri in termini di ridistribuzione dei rifugiati è stata gravemente inadeguata. I principali paesi ospitanti hanno imposto controlli più rigidi alle loro frontiere per impedire nuovi arrivi, lasciando di fatto migliaia di persone in fuga dal conflitto nelle precarie condizioni del lato siriano del confine. Le autorità libanesi hanno rimandato con la forza in Siria alcuni richiedenti asilo e le autorità turche hanno dato inizio a espulsioni di massa e a respingimenti illegali di persone che cercavano rifugio. Nonostante le preoccupazioni espresse a livello internazionale, i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno accettato di accogliere solo pochi rifugiati provenienti dai conflitti armati della regione; alcuni hanno fornito un contributo finanziario a sostegno degli aiuti umanitari internazionali.

Nei paesi che li ospitavano, spesso rifugiati e richiedenti asilo vivevano in situazioni d’insicurezza e povertà, non potevano lavorare e rischiavano l’arresto per non essere in regola con i documenti. In Libia, i cittadini stranieri che facevano il loro ingresso nel paese o che rimanevano sul suo territorio irregolarmente, compresi richiedenti asilo e rifugiati, oltre che migranti provenienti soprattutto da paesi dell’Africa Subsahariana, hanno subìto gravi forme di repressione. Migliaia sono stati catturati presso posti di blocco o durante rastrellamenti e trattenuti a tempo indefinito, sia in strutture di detenzione amministrate dal governo sia in altre controllate dalle milizie. Altri sono stati rapiti a scopo di riscatto, sfruttamento e violenza sessuale da trafficanti di esseri umani e contrabbandieri. Questi e altri fattori hanno spinto decine di migliaia di persone a cercare rifugio altrove, spesso pagando trafficanti criminali per rischiare la vita a bordo d’imbarcazioni fatiscenti e sovraffollate, salpate dalle coste turche, libiche e da altre spiagge, nel tentativo, spesso vano, di attraversare il mar Mediterraneo. Migliaia di loro hanno raggiunto l’Europa, dove sono andati incontro a futuri incerti; migliaia, compresi bambini, sono annegati.

In altre parti della regione, lavoratori migranti, molti provenienti da paesi asiatici, hanno continuato a essere vittime di sfruttamento e abusi. In Kuwait, Qatar e negli Uae, dove i lavoratori migranti costituivano la maggioranza della popolazione e sostenevano le economie nazionali, le restrizioni imposte dal sistema di lavoro tramite sponsor continuavano a vincolarli ai loro datori di lavoro, rendendoli di conseguenza particolarmente vulnerabili agli abusi. In Arabia Saudita, molti migranti sono stati lasciati nell’indigenza, dopo i tagli del governo alle voci di spesa per l’edilizia pubblica e altri progetti. I lavoratori migranti domestici, in maggioranza donne, sono rimasti particolarmente esposti a violazioni da parte dei loro datori di lavoro, tra cui abusi sessuali e ad altri abusi fisici o piscologici e a forme di lavoro forzato, a causa della mancata estensione da parte delle autorità statali delle tutele previste dallo statuto dei lavoratori anche al settore del lavoro domestico. In Giordania, circa 80.000 donne migranti impiegate come lavoratrici domestiche sono state escluse dalle tutele previste dallo statuto dei lavoratori, rimanendo così esposte al rischio di subire violenza e sfruttamento, secondo quanto denunciato da un gruppo locale per i diritti dei lavoratori.

Diritti delle donne

In tutta la regione, a donne e ragazze è stato negato lo stesso status degli uomini nella legge e nella prassi e sono state spesso vittime di episodi di violenza motivata dal genere, compresa la violenza sessuale e i cosiddetti “delitti d’onore”. In Arabia Saudita, le regole del sistema di “tutoraggio” maschile hanno limitato la libertà di movimento delle donne e il loro accesso all’istruzione superiore e al lavoro; le autorità hanno inoltre continuato a proibire alle donne di guidare veicoli a motore.

Le donne continuavano a non avere gli stessi diritti degli uomini di fronte alla legge in questioni inerenti la famiglia, come divorzio, custodia dei figli ed eredità. L’ordinamento legislativo di molti paesi della regione non contemplava alcun tipo di protezione contro la violenza sessuale sulle donne quando addirittura non la facilitava, ad esempio non considerando reato il matrimonio precoce e forzato e lo stupro maritale e permettendo agli stupratori di eludere la giustizia se sposavano la loro vittima. Le autorità del Bahrein e della Giordania durante l’anno si sono mosse per abrogare questa disposizione sugli stupratori dai loro codici penali o per modificarla introducendo limitazioni. Altri sviluppi legislativi positivi sono stati registrati in Marocco e Tunisia, dove era ormai vicina l’adozione di progetti di legge sulla lotta alla violenza contro le donne. In altri stati, tuttavia, le leggi continuavano a prevedere condanne più lievi per i crimini che implicavano violenza contro le donne, compreso l’omicidio, come ad esempio nel caso dei cosiddetti “delitti d’onore”, e sanzioni penali per le donne che denunciavano uno stupro. Queste leggi hanno determinato il perpetuarsi di situazioni che hanno favorito e tenuto nell’ombra gli elevati livelli di violenza domestica contro donne e ragazze.

In Iran, il ministero dell’Intelligence e i guardiani della rivoluzione hanno perpetrato arresti, detenzioni e vessazioni ai danni degli attivisti per i diritti delle donne e le autorità hanno schierato la “polizia morale” per applicare le disposizioni di legge che prevedevano l’obbligatorietà del velo (hijab) per le donne, regolarmente sottoposte a vessazioni, violenze, arresti e detenzioni arbitrari a causa del loro abbigliamento. Inoltre vari progetti di legge, che ubbidivano alle linee guida del leader supremo per una maggiore adesione ai ruoli femminili “tradizionali”, come la cura della casa e la procreazione, minacciavano di ridurre ulteriormente l’accesso delle donne alla salute sessuale e riproduttiva.

Le condizioni delle donne e ragazze sono state particolarmente rischiose nelle zone di conflitto, dove hanno dovuto affrontare lunghi assedi, bombardamenti e altri attacchi lanciati sia dalle forze governative sia da quelle d’opposizione. Per molte, la morte o la scomparsa del marito o degli altri parenti di sesso maschile significava anche una maggiore vulnerabilità agli abusi, come la tratta di esseri umani. Nelle aree dell’Iraq e della Siria sotto il loro controllo, le forze dell’Is hanno continuato a trattenere come prigioniere migliaia di donne e ragazze yazide, sottoponendole a violenza sessuale, riduzione in schiavitù, compresa schiavitù a scopi sessuali, e costringendole a convertirsi.

Diritti delle minoranze

In vari paesi della regione le minoranze, tra cui quelle etniche e religiose, hanno affrontato la repressione, inasprita dalla crescente polarizzazione politica che aveva dato origine ai conflitti che dominavano la regione e che da questi era generata. In Arabia Saudita, durante l’anno, le autorità hanno proseguito il loro giro di vite contro la minoranza sciita, detenendo e incarcerando i suoi attivisti e mettendo a morte un imam sciita. In Iran, le autorità hanno incarcerato varie decine di pacifici attivisti appartenenti a minoranze etniche e mantenuto una serie di disposizioni restrittive e discriminatorie, che negavano ai membri delle minoranze religiose un accesso equo all’impiego, all’istruzione e alle cariche pubbliche e l’esercizio dei loro diritti economici, sociali e culturali. In Egitto, i cristiano copti, i musulmani sciiti e i baha’i hanno continuato a subire restrizioni discriminatorie nella legge e nella prassi e una nuova legislazione ha limitato la costruzione e la ristrutturazione delle loro chiese. In Kuwait, le autorità hanno continuato a negare la nazionalità a oltre 100.000 bidun, residenti da lungo tempo nel paese, rimasti a tutti gli effetti apolidi e dunque senza accesso a un’ampia gamma di servizi pubblici.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Le persone Lgbti sono state sottoposte ad arresti e carcerazioni, per accuse come “depravazione” o “indecenza”, e a procedimenti giudiziari derivanti dall’applicazione di legislazioni che criminalizzavano l’attività sessuale consensuale tra persone dello stesso sesso, in paesi come Bahrein, Egitto, Iran, Marocco e Tunisia.

Impunità

La regione è rimasta permeata da un pesante clima d’impunità, che ha permesso a tutte le parti in conflitto di perpetrare crimini di guerra, altre violazioni del diritto umanitario e gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. Nelle aree non colpite dal conflitto, le autorità degli stati si sono rese impunemente responsabili di uccisioni illegali, tortura e altre violazioni dei diritti umani.

In alcuni casi, non era stata ancora fatta giustizia per i crimini commessi vari decenni prima. In Algeria, ad esempio, le autorità hanno continuato a proteggere le forze statali che si erano rese responsabili dei gravi crimini compiuti durante gli anni Novanta, servendosi invece della legge per criminalizzare le richieste di giustizia. In Marocco, a 10 anni dalla diffusione da parte della commissione equità e riconciliazione di un rapporto su decenni di violazioni dei diritti umani, l’atteggiamento delle autorità era quello di proteggere i responsabili dalla giustizia. Il governo israeliano ha accettato di corrispondere un risarcimento alle famiglie dei cittadini turchi uccisi da soldati israeliani nel 2010 ma non ha tuttavia provveduto ad accertare la responsabilità per i crimini di guerra e le altre gravi violazioni del diritto internazionale, compiuti in maniera estensiva dalle forze israeliane nel contesto dei recenti conflitti armati a Gaza e in Libano, o per le uccisioni illegali, la tortura e le altre violazioni che le forze di sicurezza e i soldati israeliani continuavano a commettere contro i palestinesi, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il governo della Palestina ha ratificato gli emendamenti allo Statuto di Roma, che conferivano all’Icc la giurisdizione sul “crimine di aggressione”. Né il governo palestinese né l’amministrazione de facto di Hamas a Gaza hanno intrapreso iniziative per garantire l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi dai gruppi armati palestinesi nei precedenti conflitti, tra cui il lancio indiscriminato di missili e colpi di mortaio contro Israele e le uccisioni sommarie di presunti “collaborazionisti”.

In Egitto, le forze di sicurezza hanno continuato a commettere impunemente gravi violazioni, prendendo di mira presunti sostenitori del gruppo messo al bando dei Fratelli Musulmani, altre persone critiche verso il governo e suoi oppositori, sottoponendoli a detenzione arbitraria, sparizione forzata e tortura. Un emendamento alla legge sull’autorità di polizia ha proibito alle forze di sicurezza di “maltrattare i cittadini”. Tuttavia, le autorità non hanno intrapreso iniziative concrete per assicurare alla giustizia i membri delle forze di sicurezza responsabili delle uccisioni illegali e delle altre gravi violazioni, compiute durante gli anni di disordini seguiti alla sollevazione popolare del 2011.

In Bahrein, la condanna internazionale a seguito della violenta azione repressiva messa in atto dalle autorità del paese in risposta alle proteste popolari del 2011 ha spinto il governo alla creazione, ampiamente ostentata, di un meccanismo ufficiale incaricato d’indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza e di assicurare l’accertamento delle responsabilità per questi abusi. Il meccanismo ha continuato a funzionare durante il 2016, benché non in maniera sufficientemente adeguata ed efficace, e un numero esiguo di membri di basso rango delle forze di sicurezza sono stati rinviati a giudizio in seguito alle indagini. Tuttavia, a fine anno, nessun ufficiale di comando o altra autorità responsabile per gli episodi di tortura, le uccisioni illegali e altro uso eccessivo della forza, risalenti al 2011, era stato ancora chiamato a risponderne.

La Tunisia è rimasta l’unico stato della regione ad aver intrapreso un serio processo di giustizia transizionale, grazie alla sua commissione verità e dignità, che ha riferito di aver ricevuto varie decine di migliaia di denunce riguardanti un’ampia gamma di violazioni dei diritti umani, compiute tra il 1955 e la fine del 2013, e ha tenuto audizioni pubbliche e trasmesse in televisione. Tuttavia, il suo lavoro rischiava di essere compromesso da una controversa proposta di legge del governo, che avrebbe offerto agli ex funzionari e agli amministratori delegati di società la possibilità di beneficiare dell’immunità da ulteriori procedimenti giudiziari, se avessero restituito il denaro ottenuto con la corruzione negli anni precedenti.

A dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha inoltre acceso un barlume di speranza grazie alla creazione di un meccanismo internazionale indipendente, incaricato di assicurare l’accertamento delle responsabilità per i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi in Siria da marzo 2011. Sempre a dicembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è dimostrato una volta tanto unito nel votare a favore di una risoluzione, che riaffermava che la costruzione da parte israeliana degli insediamenti dei coloni sul territorio palestinese, che Israele occupava dal 1967, non aveva una base legale e costituiva una flagrante violazione del diritto internazionale e un ostacolo alla pace e alla sicurezza. Invece di esercitare il diritto di veto, gli Usa si sono astenuti, mentre gli altri 14 stati membri del Consiglio hanno votato a favore della risoluzione. Nonostante questi sviluppi, tuttavia, riguardo alla giustizia e all’accertamento delle responsabilità la prospettiva è rimasta desolante a livello internazionale, con quattro dei cinque stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ovvero Francia, Russia, Regno Unito e Usa, che offrivano il loro sostegno a forze che continuavano a rendersi responsabili di crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto umanitario in Siria, Iraq, Yemen e Libia, e che continuavano a essere implicate in gravi violazioni.

Pena di morte

Tutti i paesi della regione hanno mantenuto nel loro ordinamento la pena di morte, pur con ampie differenze da stato a stato in termini di reati per cui era prevista e modalità di applicazione. Durante l’anno non sono state emesse nuove condanne a morte in Bahrein, Oman e Israele, il quale ha abolito la pena di morte soltanto per i reati ordinari. Sebbene i tribunali abbiano continuato a comminare condanne a morte in Algeria, Marocco e Tunisia, le autorità di questi paesi hanno mantenuto la loro ormai consolidata prassi di non effettuare esecuzioni. Per contro, i governi di Arabia Saudita, Iran e Iraq sono rimasti ai primi posti nel mondo per numero esecuzioni e hanno spesso emesso condanne alla pena capitale al termine di processi gravemente viziati. Alcuni condannanti, soprattutto in Iran, sono stati messi a morte dopo essere stati giudicati colpevoli di reati di droga che non implicavano violenza; altri ancora sono stati condannati per reati commessi quando erano ancora minorenni. Il 2 gennaio, le autorità dell’Arabia Saudita hanno messo a morte 47 prigionieri in 12 differenti località; il 21 agosto, le autorità irachene hanno messo a morte 36 uomini condannati al termine di un processo durato appena poche ore, senza che fossero approfondite le loro accuse di aver subìto tortura. Altre esecuzioni sono state effettuate in Egitto, dove dal 2013 tribunali militari iniqui e altre corti hanno emesso centinaia di condanne a morte.

Una speranza per l’umanità

Se il 2016 è stato testimone di alcune delle peggiori azioni umane, è stato anche un anno in cui è emerso davvero il meglio del genere umano. Sono state tantissime le persone che si sono attivate per difendere i diritti umani e le vittime dell’oppressione, spesso ponendo coraggiosamente a rischio la loro stessa vita o libertà. Tra queste vale la pena ricordare operatori sanitari, avvocati, cittadini impegnati nel giornalismo partecipativo, operatori dell’informazione, attivisti dei diritti delle donne e delle minoranze, attivisti sociali e molti altri, davvero troppi per essere nominati tutti. È grazie al loro coraggio e alla loro determinazione di fronte a terribili abusi e minacce che è possibile sperare ancora in un futuro migliore per la gente che abita nella regione del Medio Oriente e dell’Africa del Nord.

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