Arabia Saudita - Amnesty International Italia

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REGNO DELL’ARABIA SAUDITA

Capo di stato e di governo: re Salman bin Abdul Aziz Al Saud

Le autorità hanno duramente limitato i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione, arrestando e incarcerando sulla base di accuse dalla formulazione vaga difensori dei diritti umani, persone che avevano espresso opinioni critiche e attivisti per i diritti delle minoranze. Tortura e altri maltrattamenti sono rimasti una prassi comune, soprattutto durante gli interrogatori, e i tribunali hanno continuato ad accettare “confessioni” ottenute tramite tortura per condannare gli imputati in procedimenti giudiziari iniqui. Le donne hanno subìto discriminazioni nella legge e nella prassi e non sono state adeguatamente protette contro la violenza sessuale e di altro tipo. Le autorità hanno continuato ad arrestare, detenere ed espellere migranti irregolari. I tribunali hanno emesso numerose condanne a morte, anche per reati non violenti e nei confronti di minorenni; ci sono state decine di esecuzioni. Le forze della coalizione a guida saudita nello Yemen hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale, compresi crimini di guerra.

 CONTESTO

Il crollo del prezzo del petrolio a livello mondiale e i costi del protrarsi dell’intervento militare nel conflitto armato in corso nello Yemen hanno avuto sempre maggiori ripercussioni sull’economia dell’Arabia Saudita. Queste si sono tradotte sul piano interno in una riduzione della spesa pubblica nel settore del welfare e delle costruzioni, che ha portato alla sospensione del contratto di lavoro di migliaia di lavoratori migranti, prevalentemente provenienti da paesi dell’Asia Meridionale. Ad aprile, le autorità hanno lanciato il piano “Visione 2030”, che puntava a diversificare l’economia, affrancandola dai proventi derivanti dall’estrazione di combustibile fossile. A settembre, il consiglio di gabinetto ha annunciato il taglio degli stipendi dei ministri di governo e degli incentivi pagati ai dipendenti statali.

Le relazioni tra l’Arabia Saudita e l’Iran hanno continuato a peggiorare, anche a causa del loro supporto, su fronti opposti, ai conflitti in corso nella regione. In seguito all’esecuzione da parte delle autorità saudite del noto imam sciita sceicco Nimr al-Nimr e di altri, avvenuta il 2 gennaio, manifestanti hanno preso d’assedio l’ambasciata saudita nella capitale iraniana Teheran, dandola alle fiamme; l’Arabia Saudita ha reagito rompendo le relazioni diplomatiche con l’Iran ed espellendo i diplomatici iraniani. Per contro, le autorità di Teheran hanno proibito agli iraniani di partecipare all’annuale pellegrinaggio alla Mecca (hajj), in Arabia Saudita.

Il 4 luglio, attentatori suicidi si sono fatti esplodere in una serie di attentati apparentemente coordinati, colpendo uno dei luoghi più sacri dell’Islam, Medina, il consolato degli Usa a Jeddah e la moschea sciita di Qatif e uccidendo quattro persone.

A settembre, il congresso degli Usa ha votato a larga maggioranza la revoca del veto posto dal presidente americano Barack Obama alla legge sulla giustizia contro gli sponsor del terrorismo (Justice Against Sponsors of Terrorism Act – Jasta), dando così la possibilità alle famiglie delle persone uccise negli attentati terroristici negli Usa dell’11 settembre 2001 di cercare di ottenere un risarcimento dal governo dell’Arabia Saudita.

A ottobre, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha esortato il governo saudita a sospendere immediatamente l’esecuzione dei prigionieri del braccio della morte condannati per reati commessi quando erano minori di 18 anni; a rilasciare immediatamente tutti i minori condannati a morte a seguito di processi iniqui e commutare le sentenze a carico di altri; e a sancire “inequivocabilmente” per legge il divieto di condannare a morte i minori di 18 anni al momento del presunto reato.

 CONFLITTO ARMATO NELLO YEMEN

Per tutto l’anno, la coalizione militare a guida saudita a sostegno del governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen ha continuato a bombardare le aree controllate o contese dalle forze huthi e dai loro alleati nello Yemen, uccidendo e ferendo migliaia di civili. Alcuni attacchi sono stati indiscriminati, sproporzionati o diretti contro civili e obiettivi civili come scuole, ospedali, mercati e moschee. In alcuni casi, gli attacchi della coalizione si sono configurati come crimini di guerra. La coalizione ha impiegato armi fornite dai governi degli Usa e del Regno Unito, comprese le munizioni a grappolo vietate a livello internazionale, ordigni intrinsecamente indiscriminati che costituiscono una minaccia prolungata nel tempo per i civili, poiché spesso non esplodono all’impatto iniziale. A dicembre, la coalizione ha ammesso che le sue forze hanno impiegato bombe a grappolo fabbricate nel Regno Unito nel 2015 e ha dichiarato che non lo avrebbe più fatto in futuro. I governi degli Usa e del Regno Unito hanno inoltre continuato ad aiutare la coalizione fornendo armi, formazione, supporto logistico e d’intelligence, malgrado le gravi violazioni del diritto internazionale compiute dalle truppe saudite nello Yemen.

A giugno, il segretario generale delle Nazioni Unite ha rimosso l’Arabia Saudita dalla lista nera degli stati e dei gruppi armati responsabili di gravi violazioni dei diritti dei minori durante i conflitti, dopo che il governo saudita aveva minacciato di tagliare i suoi finanziamenti a sostegno di alcuni programmi chiave delle Nazioni Unite.

Le forze huthi e i loro alleati hanno ripetutamente lanciato attacchi indiscriminati che sono sconfinati in territorio saudita, bombardando aree densamente popolate come Najran e Jazan, nel sud del paese, uccidendo e ferendo civili e danneggiando obiettivi civili.

 LIBERTÀ D’ESPRESSIONE, ASSOCIAZIONE E RIUNIONE

Le autorità hanno mantenuto le rigide restrizioni imposte alla libertà d’espressione e represso il dissenso. Hanno vessato, arrestato e perseguito penalmente persone critiche, compresi scrittori e commentatori online, attivisti politici e dei diritti delle donne, membri della minoranza sciita e difensori dei diritti umani, incarcerandone alcuni dopo che i tribunali li avevano condannati a pene carcerarie sulla base di accuse formulate in maniera vaga.

A marzo, la corte penale specializzata (Specialized Criminal Court – Scc), nella capitale Riyadh, ha condannato il giornalista Alaa Brinji a cinque anni di carcere e al pagamento di un’ammenda, cui avrebbe fatto seguito un divieto di viaggiare della durata di otto anni, per alcuni commenti che aveva postato su Twitter.

Sempre a marzo, la Scc ha condannato lo scrittore e studioso islamico Mohanna Abdulaziz al-Hubail a sei anni di carcere seguiti da un divieto di viaggiare per sei anni, dopo averlo giudicato colpevole in contumacia per accuse come “l’aver insultato lo stato e i suoi governanti”, istigazione e partecipazione a manifestazioni e “solidarietà con i membri detenuti” dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici (Saudi Civil and Political Rights Association – Acpra), trattenuti dalle autorità come prigionieri di coscienza. L’Scc ha inoltre ordinato la chiusura del suo account Twitter.

Le autorità non hanno permesso l’esistenza di partiti politici, sindacati o gruppi indipendenti di tutela dei diritti umani e hanno continuato ad arrestare, perseguire e incarcerare coloro che avevano fondato organizzazioni non autorizzate o che vi avevano aderito.

Tutti i raduni pubblici, comprese le manifestazioni pacifiche, sono rimasti vietati ai sensi di un’ordinanza emanata dal ministero dell’Interno nel 2011. Alcuni che in precedenza avevano cercato di sfidare la messa al bando, sono stati arrestati e incarcerati. Benché gli scioperi continuassero a essere estremamente rari, a settembre cittadini stranieri e sauditi dipendenti di una clinica privata di Khobar sono scesi in sciopero per protestare contro mesi di mancato pagamento dei salari.

 DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Le autorità hanno continuato ad arrestare, detenere e perseguire difensori dei diritti umani per accuse dalla formulazione vaga e oltremodo generica, facendo ricorso a disposizioni e norme antiterrorismo destinate a soffocare qualsiasi critica pacifica. Tra le persone arrestate o che dovevano scontare pene, c’erano anche diversi membri di Acpra, un gruppo indipendente di tutela dei diritti umani fondato nel 2009, che le autorità avevano chiuso nel 2013.

A maggio, l’Scc ha condannato Abdulaziz al-Shubaily, uno dei fondatori di Acpra, a otto anni di carcere seguiti da un divieto di viaggiare per otto anni e di comunicare tramite i social network. È stato giudicato colpevole per aver diffamato e insultato alti magistrati, ai sensi della legge sui reati informatici. Altre imputazioni formulate a suo carico comprendevano “comunicazione con organizzazioni straniere” e aver fornito ad Amnesty International informazioni sulle violazioni dei diritti umani.

A ottobre, Mohammad al-Otaibi e Adbullah al-Attawi, entrambi cofondatori dell’Unione per i diritti umani, sono comparsi davanti all’Scc per essere processati. I due sono stati condotti davanti alla corte per rispondere di un elenco di accuse legate al loro lavoro per i diritti umani, come “aver partecipato alla fondazione di un’organizzazione e annunciato la sua formazione prima di ottenere un’autorizzazione” e “aver diviso l’unità nazionale, diffuso il caos e istigato l’opinione pubblica”.

Decine di altri attivisti e difensori dei diritti umani hanno continuato a scontare lunghe pene detentive per accuse analoghe, relative al pacifico esercizio dei loro diritti umani.

A gennaio, le autorità della sicurezza hanno detenuto brevemente l’attivista per i diritti umani Samar Badawi per le sue attività di sensibilizzazione dell’opinione pubblica a favore del rilascio dal carcere del suo ex marito, l’avvocato per i diritti umani Waleed Abu al-Khair.

 CONTROTERRORISMO E SICUREZZA

Le autorità hanno affermato che le forze di sicurezza avevano rastrellato e detenuto centinaia di persone sospettate di reati in materia di terrorismo, compresi presunti sostenitori e affiliati del gruppo armato Stato islamico e di al-Qaeda, senza tuttavia fornire altri dettagli. Alcuni dei detenuti sono rimasti trattenuti presso il centro di consulenza e assistenza Mohammed bin Naif, un centro destinato ai “terroristi” e a coloro “che perseguono pensieri devianti”.

Ad aprile, le autorità statunitensi hanno trasferito in Arabia Saudita nove detenuti, tutti cittadini yemeniti, dalla propria struttura di detenzione di Guantánamo Bay, a Cuba.

I difensori dei diritti umani e coloro che esprimevano opinioni politiche dissenzienti hanno continuato a essere equiparati a “terroristi”. Dopo essere stato rilasciato dal carcere di al-Ha’ir di Riyadh, dove aveva scontato un periodo di quattro anni, Mohammed al-Bajadi, difensore dei diritti umani e fondatore di Acpra, è rimasto trattenuto per altri quattro mesi presso il centro di consulenza e assistenza Mohammed bin Naif, dove ha ricevuto “sessioni di consulenza” religiosa e psicologica su base settimanale.

A febbraio, l’Scc ha avviato le udienze del processo a carico di 32 imputati, compresi 30 membri della minoranza sciita, per accuse di spionaggio, per aver trasmesso informazioni d’intelligence militare all’Iran e appoggiato le proteste a Qatif, nella Provincia Orientale a maggioranza sciita. La pubblica accusa ha chiesto la pena di morte per 25 degli imputati. A dicembre, l’Scc ha condannato a morte 15 degli imputati in seguito a un processo iniquo. Altri 15 hanno ricevuto pene al carcere, per periodi tra i sei mesi e i 25 anni, e due sono stati assolti.

A novembre, 13 donne sono state processate dall’Scc per accuse relative alla loro partecipazione alle proteste nella città di Buraydah.

 ARRESTI E DETENZIONI ARBITRARI

Ad aprile, il consiglio dei ministri ha emanato nuove disposizioni che avrebbero limitato i poteri del comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, ovvero la polizia religiosa dell’Arabia Saudita. In particolare, le norme vietavano alla polizia religiosa di effettuare arresti, inseguire sospettati e chiedere loro di esibire i documenti d’identità.

Le autorità hanno continuato ad attuare arresti arbitrari e a trattenere detenuti per periodi prolungati senza condurli davanti a un tribunale competente, nonostante il codice di procedura penale stabilisca che tutti i detenuti debbano comparire in tribunale entro sei mesi dall’arresto. È accaduto frequentemente che i detenuti fossero trattenuti in incommunicado durante le fasi dell’interrogatorio e che fosse loro negato l’accesso a un avvocato, compromettendo pertanto il diritto a ricevere un equo processo ed esponendoli maggiormente al rischio di tortura e altro maltrattamento.

A settembre, le autorità di sicurezza hanno arrestato arbitrariamente l’attivista per i diritti umani Salim al-Maliki, dopo che aveva pubblicato un filmato su Twitter in cui le guardie di frontiera sgomberavano con la forza gli abitanti della regione di Jazan, vicino al confine saudita con lo Yemen. Per le prime sei settimane è stato tenuto in incommunicado e a fine anno era ancora in detenzione.

 TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Le autorità della sicurezza hanno continuato a torturare e altrimenti maltrattare i detenuti nell’impunità, in particolare allo scopo di estorcere “confessioni” per usarle contro di loro durante il processo. I tribunali hanno spesso giudicato gli imputati sulla base di contestate “confessioni” preprocessuali.

L’avvocato che patrocinava la maggior parte dei 32 imputati accusati di spionaggio per conto dell’Iran ha affermato che i suoi clienti erano stati costretti a “confessare”. Dopo l’arresto, erano rimasti trattenuti in incommunicado e per tre mesi era stato loro negata qualsiasi possibilità di contattare la famiglia o i loro avvocati; alcuni erano stati confinati in regime d’isolamento prolungato.

 Pene crudeli, disumane o degradanti

Le autorità hanno continuato a imporre e a impartire punizioni corporali che violano il divieto di tortura e altro maltrattamento, in particolare fustigazioni. A febbraio, la corte generale di Abha ha condannato il poeta e artista palestinese Ashraf Fayadh a 800 colpi di verga e a otto anni di carcere, commutando così la condanna a morte per apostasia che gli era stata imposta nel 2015 a causa dei suoi scritti.

 DISCRIMINAZIONE – MINORANZA SCIITA

I membri della minoranza sciita dell’Arabia Saudita hanno continuato a subire una radicata discriminazione, che ha limitato gravemente il loro accesso a determinati servizi forniti dallo stato e al pubblico impiego, oltre che la loro libertà d’espressione religiosa. Le autorità hanno continuato ad arrestare, detenere e condannare attivisti sciiti a pene detentive o a morte, al termine di processi iniqui celebrati davanti all’Scc.

A giugno, l’Scc ha condannato a morte 14 membri della minoranza sciita, dopo averli giudicati colpevoli di accuse come aver sparato ad agenti di sicurezza, incitato al caos e partecipato a manifestazioni e disordini. Altri nove hanno ricevuto pene detentive e uno è stato giudicato non colpevole.

 DIRITTI DELLE DONNE

Donne e ragazze hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi e non sono state adeguatamente protette contro la violenza sessuale e altre forme di violenza. Lo status delle donne di fronte alla legge è rimasto subordinato rispetto a quello degli uomini, in relazione a matrimonio, divorzio, custodia dei figli ed eredità; le donne non potevano inoltre accedere all’istruzione superiore, accettare un impiego retribuito o recarsi all’estero senza l’approvazione del loro “tutore” di sesso maschile. Inoltre, è rimasto in vigore il divieto che impediva loro di guidare un veicolo.

Il piano di riforma economica del governo “Visione 2030” comprendeva obiettivi per aumentare dal 22 al 30 per cento la partecipazione delle donne alla forza lavoro del paese e “investire” nelle loro capacità produttive, al fine di “rafforzare il loro futuro e contribuire allo sviluppo della nostra società ed economia”. A fine anno, tuttavia, non erano note iniziative per avviare riforme legislative in tal senso o altre misure necessarie per il raggiungimento di questi obiettivi, sebbene il ministero della Giustizia abbia decretato a maggio che le donne dovevano ricevere una copia del loro certificato di matrimonio, necessario in caso di controversie legali tra i coniugi. Il consiglio della shura ha dibattuto una proposta di legge che, se entrasse in vigore, permetterebbe alle donne di ottenere il rilascio del passaporto senza l’approvazione di un “tutore” di sesso maschile.

Ad agosto, una campagna lanciata su Twitter intitolata “Le donne saudite chiedono la fine del tutoraggio” ha spinto decine di migliaia di donne a esprimere la loro opposizione al sistema del tutoraggio maschile. Secondo gli attivisti, a settembre erano circa 14.000 le donne saudite che avevano già sottoscritto una petizione online per chiedere al re Salman l’abolizione del sistema.

L’11 dicembre, Malak al-Shehri è stata arrestata e interrogata dopo che aveva postato sui social network una sua foto senza l’abaya (un vestito che copre tutto il corpo). È stata rilasciata il 16 dicembre ma non era ancora chiaro il suo status legale.

 DIRITTI DEI LAVORATORI MIGRANTI

Le autorità hanno proseguito il loro giro di vite contro i migranti irregolari, arrestando, detenendo ed espellendo varie centinaia di migliaia di lavoratori stranieri.

Decine di migliaia di lavoratori migranti sono stati costretti all’inattività senza ricevere per mesi la busta paga, dopo che il governo aveva tagliato la spesa pubblica e dunque sospeso i contratti stipulati con le imprese del settore dell’edilizia e altre. Indiani, pakistani, filippini e altri cittadini stranieri sono rimasti bloccati nel paese senza cibo, acqua o visti d’uscita; alcuni sono scesi in strada a protestare, provocando blocchi stradali.

 PENA DI MORTE

Durante l’anno, tribunali hanno emesso nuove condanne a morte per molte tipologie di reato, compresi reati non violenti in materia di droga, che in base al diritto internazionale non dovrebbero comportare l’imposizione della pena capitale. In molti casi, gli imputati sono stati condannati a morte al termine di processi iniqui, senza che i tribunali avessero adeguatamente indagato sulle loro accuse in merito alle “confessioni” estorte, anche con la tortura.

Il 2 gennaio, le autorità hanno messo a morte 47 persone, di cui, stando alle notizie, 43 tramite decapitazione e quattro mediante fucilazione, in 12 diverse località diverse del paese.

Tra coloro che erano in attesa di esecuzione c’erano condannati minorenni, compresi quattro uomini sciiti che erano stati condannati per aver partecipato alle proteste del 2012 quando erano minori di 18 anni.

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