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Repubblica del Kenya

Capo di stato e di governo: Uhuru Muigai Kenyatta

La polizia è intervenuta facendo uso eccessivo della forza contro manifestanti dell’opposizione nel periodo successivo alle elezioni, causando la morte di decine di persone. Il partito di governo ha rilasciato dichiarazioni ufficiali che minacciavano l’indipendenza della magistratura, dopo che la Corte suprema aveva annullato i risultati delle elezioni.

Il consiglio per il coordinamento delle Ngo ha minacciato d’imporre la chiusura e altre misure punitive nei confronti di alcune organizzazioni attive nel campo dei diritti umani e della governance, dopo che queste avevano criticato il processo elettorale. Il protrarsi delle agitazioni sindacali degli operatori sanitari ha avuto notevoli ripercussioni sull’accesso all’assistenza sanitaria pubblica, colpendo in maniera sproporzionata le fasce più povere.

Contesto

L’8 agosto si sono tenute le elezioni generali, i cui risultati sono stati contestati sia dalla formazione politica di governo, il Partito del giubileo, guidata dal presidente in carica Kenyatta, sia dalla coalizione d’opposizione, la Super alleanza nazionale (National Super Alliance – Nasa), sotto la guida dell’ex primo ministro Raila Odinga. L’11 agosto, la commissione elettorale indipendente ha dichiarato che il presidente Kenyatta aveva vinto le elezioni con il 54 per cento dei voti, mentre Raila Odinga aveva ottenuto il 44 per cento dei consensi. La Nasa ha respinto i risultati dell’elezione presidenziale, citando irregolarità nelle procedure di conteggio dei voti e nelle modalità di trasmissione dei dati. Il 18 agosto ha presentato ricorso formale presso la Corte suprema contestando l’esito delle elezioni.

Il 1° settembre, la Corte suprema del Kenya ha deciso l’annullamento dei risultati delle elezioni poiché erano “senza valore, nulli e non validi” e ha ordinato una nuova consultazione per eleggere il presidente. La Nasa ha dichiarato di non volere partecipare alla nuova votazione a meno che non fossero state accolte le sue richieste; queste comprendevano tra l’altro la nomina di nuovi presidenti di seggio in tutti e 291 i collegi elettorali e la partecipazione di esperti internazionali indipendenti, con l’incarico di vigilare sul sistema informatico di raccolta e trasmissione dei dati elettorali. Il 10 ottobre, Raila Odinga ha annunciato il suo ritiro dalla competizione elettorale, in quanto la commissione non aveva apportato le modifiche necessarie.

La ripetizione del voto era fissata per il 26 ottobre. Il 30 ottobre, la commissione ha annunciato che il presidente uscente Uhuru Kenyatta aveva vinto col 98 per cento dei voti, con un’affluenza inferiore al 40 per cento, meno della metà di quella registrata nella consultazione di agosto. Il 31 novembre, Raila Odinga ha invocato un “movimento di resistenza nazionale” e la creazione di un’“assemblea del popolo”, con l’obiettivo di mettere insieme i gruppi della società civile per “ripristinare la democrazia”.

Sistema giudiziario nella Repubblica del Kenya

Esponenti di spicco del Partito del giubileo hanno attaccato verbalmente la Corte suprema dopo la sua sentenza del 1° settembre, con cui aveva annullato la vittoria elettorale del presidente Kenyatta di agosto. Il 2 settembre, il presidente Kenyatta ha dichiarato che c’era un problema con la magistratura. Dalle notizie di stampa è emersa la registrazione delle telefonate fatte da uno dei giudici della Corte suprema, il quale ha subito intentato un’azione legale per diffamazione contro il direttore responsabile dell’innovazione e della comunicazione digitale della diaspora, presso l’ufficio del presidente.

Il 24 ottobre, un uomo armato non identificato ha aperto il fuoco ferendo l’autista della magistrata vicepresidente della Corte suprema, nella capitale Nairobi. L’episodio è accaduto il giorno prima dell’atteso pronunciamento della Corte suprema che avrebbe deciso di ripetere la consultazione elettorale il 26 ottobre.

Uso eccessivo della forza nella Repubblica del Kenya

Nel periodo che ha preceduto l’elezione dell’8 agosto, la polizia ha classificato alcune aree di Nairobi storicamente in mano all’opposizione, tra cui Mathare, come potenziali “punti nevralgici” per l’insorgere di violenze collegate alle elezioni.

Nel periodo successivo all’elezione di agosto e alla decisione della Corte suprema di annullarla, sostenitori di entrambi i partiti politici sono scesi in strada per protestare.

La polizia è intervenuta facendo uso eccessivo della forza per disperdere i manifestanti che sostenevano il partito d’opposizione e protestavano contro il processo elettorale, non esitando a utilizzare anche proiettili veri e gas lacrimogeni. Decine di persone sono morte nelle violenze, di queste almeno 33, inclusi due minori, sono state uccise dai colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia.

Per contro, ai manifestanti filogovernativi è stato permesso di manifestare senza interferenze.

Il 19 settembre, sostenitori del Partito del giubileo hanno protestato davanti alla sede della Corte suprema a Nairobi contro la sua decisione di annullare l’elezione; i manifestanti accusavano la Corte di averli “derubati” della vittoria. Hanno bloccato una delle strade principali della capitale e bruciato pneumatici. Analoghe manifestazioni si sono svolte anche nelle città di Nakuru, Kikuyu, Nyeri ed Eldoret. I partecipanti, in prevalenza giovani, accusavano i giudici di avere emesso una sentenza contraria alla legge.

Il 28 settembre, studenti dell’università di Nairobi si sono scontrati con l’unità del corpo generale di polizia durante una protesta davanti alla sede dell’università contro l’arresto di Paul Ongili, parlamentare ed ex leader studentesco. Questi era stato arrestato il giorno stesso con l’accusa di avere usato espressioni ingiuriose verso il presidente Kenyatta, in relazione alle elezioni. In seguito alla protesta, la polizia ha fatto irruzione negli edifici dell’università, picchiando gli studenti con i manganelli e ferendone 27. L’ispettore generale della polizia ha affermato che la direzione amministrativa dell’università aveva invitato la polizia a entrare, dopo che gli studenti in protesta avevano lanciato sassi contro alcuni automobilisti. Il senato accademico ha quindi chiuso l’ateneo il 3 ottobre; a fine anno non era stato ancora riaperto.

Dopo l’elezione del 26 ottobre, ci sono state ulteriori uccisioni quando la polizia ha aperto il fuoco contro i manifestanti utilizzando proiettili veri. Non si conosce il numero reale delle uccisioni avvenute durante questo periodo; i parenti di alcune vittime non hanno denunciato per paura di subire rappresaglie da parte dei poliziotti.

Libertà d’associazione nella Repubblica del Kenya

Le autorità hanno continuato a ricorrere a strumenti giudiziari e amministrativi per limitare le attività delle organizzazioni della società civile attive nel campo dei diritti umani e della governance. A maggio, l’Alta corte di Nairobi ha stabilito che il governo avrebbe dovuto promulgare la legge sulle organizzazioni di pubblica utilità (Public Benefit Organizazion – Pbo), approvata nel 2013. Se implementata, la legge avrebbe potuto migliorare le condizioni in cui operavano le organizzazioni della società civile e le Ngo. Alcune sue disposizioni, in conformità con la costituzione, avrebbero garantito il diritto alla libertà d’associazione. Tuttavia, le autorità hanno continuato ad applicare la legge sulle Ngo che limitava il pieno esercizio di questi diritti.

Tra il 14 e il 16 agosto, il consiglio per il coordinamento delle Ngo (un dipartimento del ministero dell’Interno e del coordinamento del governo nazionale) ha accusato di illeciti finanziari e normativi due organizzazioni per i diritti umani, la Commissione keniana per i diritti umani (Kenya Human Rights Commission) e il Centro africano per la governance aperta (Africa Centre for Open Governance – Africog). Il consiglio si è appellato all’agenzia delle entrate del Kenya, alla direzione delle indagini penali e alla banca centrale del Kenya, affinché intervenissero contro le due organizzazioni, provvedendo anche a congelare i loro conti bancari e ad arrestare e perseguire penalmente i direttori e i componenti del consiglio direttivo di Africog*.

Il 16 agosto, il consiglio per il coordinamento delle Ngo ha minacciato di arrestare i vertici di entrambe le organizzazioni, oltre che un ex Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti alla libertà di riunione pacifica e associazione, che in precedenza aveva ricoperto la carica di consigliere direttivo di Africog. Lo stesso giorno, funzionari dell’agenzia delle entrate del Kenya, accompagnati da poliziotti, hanno tentato di fare irruzione negli uffici di Africog, con mandati di perquisizione non conformi alla legge. Hanno interrotto l’irruzione su ordine di un funzionario del ministero dell’Interno e del coordinamento del governo nazionale, che ha anche rinviato di 90 giorni la minaccia di chiusura. Sia Africog sia la Commissione keniana per i diritti umani avevano assunto una posizione preminente nel denunciare le irregolarità elettorali.

Rifugiati e richiedenti asilo nella Repubblica del Kenya

Il Kenya continuava a ospitare quasi 500.000 rifugiati, la maggior parte dei quali aveva trovato sistemazione all’interno del campo per rifugiati di Dadaab, nella contea di Garissa, e nel campo di Kakuma, nella contea di Turkana. Altri erano stati collocati a Nairobi. La maggior parte dei rifugiati di Dadaab proveniva dalla Somalia; quelli di Kakuma erano fuggiti in prevalenza del Sud Sudan. A fronte delle richieste di supporto internazionale avanzate dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a settembre era stato stanziato soltanto il 27 per cento dei fondi necessari per la crisi dei rifugiati nella regione.

A febbraio, l’Alta corte ha dichiarato che la direttiva del governo del 2016, che aveva disposto la chiusura del campo per rifugiati di Dadaab entro maggio 2017, era contraria alla costituzione e agli obblighi assunti dal Kenya sul piano del diritto internazionale, in relazione al principio di non-refoulement e al divieto di discriminazione per motivi razziali o etnici. In considerazione di ciò, il campo di Dadaab è rimasto aperto. La sentenza ha inoltre stabilito che il tentativo del governo di revocare lo status di rifugiati acquisito ai somali fuggiti in Kenya era incostituzionale e violava i diritti sanciti dagli strumenti nazionali e internazionali.

Le autorità hanno proseguito il programma di rimpatri volontari dei rifugiati somali, avviato nel quadro dell’accordo trilaterale stipulato nel 2014. Tra maggio 2016 e settembre 2017, sono stati rimandati in Somalia più di 70.000 rifugiati del campo di Dadaab.

Il 17 febbraio, la corte d’appello ha confermato una sentenza dell’Alta corte del 2013, che aveva invalidato le precedenti decisioni del governo di radunare tutti i rifugiati che abitavano nelle aree urbane e di ricollocarli all’interno dei campi per rifugiati, nell’ottica di rimandarli nei paesi d’origine.

Il 25 aprile, un’Alta corte di Garissa ha ordinato l’espulsione in Somalia di 29 richiedenti asilo somali. I componenti del gruppo erano stati arrestati a marzo a Mwingi e incriminati davanti a un tribunale di primo grado con l’accusa di essere entrati in Kenya illegalmente. Il giudice ha disposto il loro trasferimento nel campo per rifugiati di Dadaab e la registrazione da parte del segretariato degli affari dei rifugiati (Refugee Affairs Secretariat – Ras); tuttavia, il funzionario del Ras si è rifiutato di registrarli. L’ordine del magistrato è stato alla fine invalidato dall’Alta corte; di conseguenza tutti e 29 i rifugiati, tra i quali anche 10 bambini, sono stati rimandati in Somalia il 4 maggio.

Diritti delle popolazioni native nella Repubblica del Kenya

Elias Kimaiyo, leader comunitario del popolo sengwer e difensore dei diritti umani, ha riportato la frattura di una vertebra cervicale dopo essere stato picchiato da una guardia forestale del Kenya, che aveva anche aperto il fuoco contro di lui, nella foresta di Embobut, il 5 aprile. Era stato aggredito dopo che aveva scattato fotografie delle guardie che bruciavano le capanne di un villaggio sengwer, in violazione di un’ingiunzione emanata dall’Alta corte di Eldoret che aveva sospeso gli arresti e gli sgomberi dei membri della comunità nativa sengwer.

Il 26 maggio, la Corte africana dell’Au sui diritti umani e dei popoli ha stabilito che il governo aveva sgomberato illegalmente il popolo nativo ogiek dalla foresta di Mau e che non aveva provveduto a provare la sua tesi, secondo cui lo sgombero sarebbe stato necessario ai fini della conservazione ambientale della foresta.

Diritto alla salute nella Repubblica del Kenya

Lo sciopero indetto dal personale medico negli ospedali pubblici, iniziato a dicembre 2016, è terminato a marzo 2017. L’azione sindacale aveva fatto seguito alla rottura, dopo vari anni, dei negoziati tra l’esecutivo e l’Unione sindacale dei medici, farmacisti e odontoiatri del Kenya, in relazione alla stipula di un accordo collettivo risalente al 2013. Lo sciopero si è svolto in un contesto di numerose accuse di corruzione finanziaria su larga scala all’interno del ministero della Salute. L’agitazione è stata seguita a gennaio da uno sciopero indetto dal personale infermieristico degli ospedali pubblici, che è durato fino a novembre, quando il governo e il sindacato degli infermieri hanno sottoscritto l’accordo del 2013.

Gli scioperi hanno avuto notevoli ripercussioni sull’erogazione delle prestazioni del servizio sanitario pubblico in varie parti del paese, colpendo in maniera sproporzionata le fasce più disagiate della popolazione, che non potevano permettersi una copertura assicurativa sanitaria privata, e in particolare gli abitanti degli insediamenti informali.

*Kenya: Attempts to shut down human rights groups unlawful and irresponsible (news, 15 agosto).

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