Repubblica democratica del Congo - Amnesty International Italia

Repubblica democratica del Congo


Rapporto annuale 2017-2018   Africa

Repubblica democratica del Congo

Capo di stato: Joseph Kabila

Capo di governo: Bruno Tshibala Nzenze (subentrato a Samy Badibanga Ntita ad aprile)

La situazione dei diritti umani si è ulteriormente deteriorata. Nella regione del Kasaï, la violenza ha causato migliaia di morti, almeno un milione di sfollati interni e ha costretto alla fuga almeno 35.000 persone, che si sono riversate nel vicino Angola. Nell’est del paese, sia i gruppi armati sia le forze governative hanno continuato a prendere di mira i civili e a saccheggiare impunemente il territorio per sfruttarne illegalmente le risorse naturali. La polizia, i servizi d’intelligence e i tribunali hanno proseguito il giro di vite sui diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Difensori dei diritti umani e giornalisti sono stati vittime di vessazioni, intimidazioni, arresti arbitrari, provvedimenti di espulsione od omicidi.

Contesto

Il presidente Kabila è rimasto al potere, sebbene il suo secondo mandato costituzionale fosse terminato il 19 dicembre 2016. Un accordo politico, siglato a dicembre 2016 dalla coalizione di governo, dall’opposizione e da alcune organizzazioni della società civile, ha stabilito che il presidente Kabila sarebbe rimasto al potere e che sarebbe stato nominato un governo di unità nazionale, guidato da un primo ministro designato dalla principale corrente politica d’opposizione, il Raggruppamento, con il compito di organizzare le elezioni entro dicembre 2017. L’intesa prevedeva inoltre la creazione di un consiglio nazionale per l’implementazione dell’accordo e del processo elettorale (Conseil national de suivi de l’accord – Cnsa), con mandato di vigilare sull’avanzamento dei lavori, sotto la guida del leader del Raggruppamento, Etienne Tshisekedi. L’intesa infine prevedeva l’impegno da parte del presidente Kabila a rispettare il limite costituzionale di due mandati e a non intraprendere alcuna iniziativa per revisionare o modificare la costituzione. L’implementazione dell’accordo si è tuttavia arenata sulla nomina e distribuzione dei rappresentanti delle varie correnti politiche alle cariche istituzionali transizionali.

A febbraio, Etienne Tshisekedi è deceduto e ad aprile il presidente Kabila ha designato unilateralmente Bruno Tshibala a ricoprire la carica di primo ministro; una nomina che il Raggruppamento si è rifiutato di riconoscere. A luglio, anche Joseph Olenghankoy è stato designato unilateralmente alla presidenza del Cnsa. I principali leader d’opposizione, la Chiesa Cattolica e la comunità

internazionale hanno denunciato queste nomine, considerandole una palese violazione dell’accordo.
Le procedure di registrazione degli elettori nel periodo pre-elettorale hanno subìto notevoli ritardi. A luglio, il presidente della commissione elettorale nazionale indipendente ha annunciato che le elezioni previste a dicembre 2017 avrebbero potuto slittare, adducendo tra le motivazioni l’instabilità nella regione del Kasaï.

Le violenze, che erano scoppiate nel 2016 a seguito dell’uccisione del capo tribale Kamuena Nsapu, si sono diffuse in cinque province, innescando una crisi umanitaria senza precedenti. Nell’est del paese, diversi gruppi armati hanno intensificato i loro attacchi per cacciare il presidente Kabila. Sia le forze di sicurezza della Repubblica Democratica del Congo (Democratic Republic of Congo – Drc) sia la Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (UN Organizazion Stabilization Mission in Drc – Monusco) non sono state in grado di far fronte all’insicurezza nell’area e di neutralizzare gli oltre 40 gruppi armati locali o esteri ancora attivi. Il tasso d’inflazione su base annua è aumentato di circa il 50 per cento nel 2017, contribuendo ad aggravare i già alti livelli di povertà. C’è stata una serie di scioperi per chiedere l’aumento degli stipendi degli insegnanti, dei docenti universitari, dei medici, del personale infermieristico e dei dipendenti pubblici. Un’epidemia di colera ha colpito almeno 24.000 persone, causando tra gennaio e settembre almeno 500 decessi.

Libertà d’espressione nella Repubblica democratica del Congo

Le autorità hanno limitato la libertà di stampa e il diritto d’informazione, così come hanno drasticamente ridotto il rilascio dei visti e degli accrediti ai corrispondenti esteri. Almeno un giornalista, di nazionalità belga, è stato espulso a settembre; un francese e uno statunitense non sono riusciti a ottenere il rinnovo del loro accredito professionale, rispettivamente a giugno e ad agosto.

In almeno 15 occasioni, giornalisti congolesi e di altre nazionalità hanno subìto intimidazioni e vessazioni, arresti arbitrari e detenzioni, mentre svolgevano il loro lavoro. In molti casi, le autorità hanno confiscato l’attrezzatura audiovisiva o cancellato le relative schede di memoria. A luglio, il ministero delle Comunicazioni ha emanato un decreto che ha introdotto una nuova serie di disposizioni, in base alle quali i corrispondenti della stampa estera avrebbero dovuto ottenere dal ministero il rilascio di un’autorizzazione per potersi recare al di fuori della capitale Kinshasa. Ad agosto, il giorno prima dell’inizio di una protesta nazionale organizzata dall’opposizione, che invitava la popolazione a rimanere a casa per due giorni per incoraggiare la pubblicazione del calendario elettorale, l’autorità di vigilanza delle poste e telecomunicazioni ha ordinato alle società di telecomunicazione di limitare drasticamente
tutte le attività dei social network e le connessioni.

Libertà di riunione nella Repubblica democratica del Congo

Le autorità hanno continuato a vietare e reprimere le espressioni pubbliche di dissenso e i raduni pacifici delle organizzazioni della società civile e dell’opposizione, specialmente le proteste che riguardavano la crisi politica e le elezioni. Manifestanti pacifici d’opposizione sono stati vittime d’intimidazioni, vessazioni e sono stati sottoposti ad arresti da parte delle forze di sicurezza; per contro, le manifestazioni organizzate da sostenitori del governo si sono svolte senza interferenze da parte delle autorità.

Il 31 luglio, oltre un centinaio di persone, tra cui 11 giornalisti congolesi e di altre nazionalità, sono state arrestate durante le manifestazioni organizzate su tutto il ter- ritorio nazionale dal movimento Lotta per il cambiamento (Lutte pour le changement – Lucha), per chiedere la pubblicazione del calendario elettorale. Un giornalista è stato incriminato in relazione alle proteste ed è rimasto in detenzione a Lubumbashi; quattro manifestanti sono stati condannati a pene detentive; altri sono stati rilasciati senza accusa nell’arco di 24 ore.

Uso eccessivo della forza nella Repubblica democratica del Congo

Proteste che non erano organizzate da sostenitori del governo sono state spesso gestite con un uso eccessivo e talvolta letale della forza. Il 15 settembre, a Kamanyola, l’esercito e la polizia hanno aperto il fuoco contro un gruppo di rifugiati burundesi che protestavano contro la detenzione e l’espulsione di quattro rifugiati da parte dei servizi d’intelligence della Drc; sono stati uccisi 39 manifestanti, di cui almeno otto donne e cinque minori, mentre almeno altri 100 sono rimasti feriti. A fine anno non erano note iniziative da parte delle autorità contro i responsabili.

Difensori dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo

Difensori dei diritti umani e attivisti giovanili sono finiti nel mirino delle forze di sicurezza e dei gruppi armati a causa del loro lavoro; tra questi c’erano Alex Tsongo Sikuliwako e Alphonse Kaliyamba, uccisi nel Nord Kivu.
A maggio, il senato ha approvato una proposta di legge per rafforzare la protezione dei difensori dei diritti umani. Tuttavia, il documento dava una definizione limitativa dei difensori dei diritti umani. La legge avrebbe rafforzato il controllo esercitato dallo stato sulle organizzazioni per i diritti umani, minacciando di limitarne le attività. Avrebbe inoltre potuto determinare il rifiuto da parte delle autorità di riconoscere determinate organizzazioni per i diritti umani.

Conflitto nella regione del Kasaï

La violenza scoppiata nella regione nel 2016, si è estesa in cinque province, causando migliaia di morti. Al 25 settembre, gli sfollati interni erano un milione; si sono verificate diffuse distruzioni d’infrastrutture sociali e interi villaggi. Le nuove milizie emergenti nell’area hanno sempre più spesso compiuto attacchi a sfondo etnico o contro persone che ritenevano parteggiare per la ribellione di Kamuena Nsapu.

I seguaci di Kamuena Nsapu sono stati sospettati di avere compiuto violazioni dei diritti umani nella regione, come reclutamento di bambini soldato, stupri, uccisioni e di aver distrutto almeno 300 scuole, mercati, chiese, commissariati di polizia ed edifici governativi.

Le milizie Bana Mura, formatesi intorno a marzo, riunivano nelle loro file individui appartenenti ai gruppi etnici tshokwe, pende e tetela, e potevano contare sul sostegno dei capi tribali e delle autorità di sicurezza. Hanno sferrato attacchi contro le comunità luba e lulua, che accusavano di avere sostenuto la ribellione di Kamuena Nsapu. Tra marzo e giugno sono emerse notizie secondo cui nel territorio di Kamonia, le Bana Mura e l’esercito avevano ucciso circa 251 persone, compresi 62 bambini, 30 dei quali avevano meno di otto anni.

Violazioni da parte delle forze di sicurezza

La polizia e l’esercito congolesi hanno compiuto centinaia di esecuzioni extragiudiziali, stupri, arresti arbitrari e atti d’estorsione. Tra febbraio e aprile, sono stati pubblicati su Internet filmati che mostravano soldati che uccidevano sommariamente presunti seguaci di Kamuena Nsapu, inclusi minori. Le vittime venivano armate con bastoni o fucili difettosi o indossavano semplicemente una fascia rossa legata intorno al capo. Il governo ha all’inizio respinto le accuse, affermando che queste prove erano state “fabbricate” ad arte per screditare l’esercito. Tuttavia, a febbraio, ha ammesso che c’erano stati alcuni “eccessi” e si è impegnato a perseguire penalmente coloro che erano sospettati di aver compiuto gravi violazioni dei diritti umani e abusi nella regione, comprese le forze di sicurezza governative.

Mancato accertamento delle responsabilità

Il 6 luglio, sette soldati dell’esercito regolare sono stati condannati a pene carcerarie variabili da un anno di reclusione all’ergastolo, in relazione alle esecuzioni extragiudiziali compiute nel villaggio di Mwanza-Lomba, nella provincia del Kasaï Orientale. Le sentenze erano state emesse al termine di un processo in cui le vittime non erano state identificate o ai loro familiari non era stata data l’opportunità di deporre davanti a un giudice o di cercare riparazione.

Il 12 marzo, la cittadina svedese Zaida Catalan e il cittadino statunitense Michael Sharp, entrambi componenti del Gruppo di esperti del comitato per le sanzioni alla Drc del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sono stati vittime di esecuzione, mentre svolgevano una missione investigativa nella provincia del Kasaï Centrale. I loro corpi sono stati ritrovati 16 giorni dopo, nei pressi del villaggio di Bunkonde. Zaida Catalan era stata decapitata. Tre dei loro autisti e l’interprete che li accompagnava sono scomparsi; a fine anno quest’ultimo non era stato ancora ritrovato. Ad aprile, a Kinshasa, le autorità hanno mostrato a diplomatici e giornalisti un filmato dell’esecuzione dei due esperti; l’origine del video era sconosciuta. Il filmato, in cui si accusavano i “terroristi” di Kamuena Nsapu di essere i responsabili, è stato diffuso su Internet e ammesso agli atti come prova a sostegno dell’accusa, nel processo in corso davanti a una corte militare contro i presunti responsabili delle uccisioni, iniziato il 5 giugno nella città di Kananga.

A giugno, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha istituito una commissione d’inchiesta indipendente, che è stata osteggiata dal governo, incaricata d’indagare sulle gravi violazioni dei diritti umani compiute nella provincia del Kasaï. A luglio, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha annunciato la nomina di un team di esperti internazionali, che a settembre ha iniziato le indagini relative ai
sopracitati episodi e che avrebbe pubblicato i suoi risultati a giugno 2018.

Conflitto nella Repubblica democratica del Congo Orientale

La cronica instabilità della regione e il conflitto in corso hanno contribuito al verificarsi di gravi violazioni dei diritti umani e abusi. Nella regione di Beni, civili sono stati presi di mira e uccisi. Il 7 ottobre, uomini armati non identificati hanno ucciso 22 persone sulla strada che collega Mbau a Kamango.

Nel Nord Kivu c’è stata un’impennata di rapimenti; nella città di Goma sono stati registrati almeno 100 casi. Nel Nord Kivu, nel Sud Kivu e nell’Ituri, decine di gruppi armati e le forze di sicurezza hanno continuato a compiere omicidi, stupri, estorsioni e a saccheggiare illegalmente il territorio, allo scopo di sfruttarne le risorse naturali. Il conflitto in corso tra hutu e nande nel Nord Kivu ha causato morti, sfollati e distruzione d’infrastrutture, specialmente nelle aree di Rutshuru e Lubero.

Nelle province di Tanganika e Alto Katanga sono proseguiti gli episodi di violenza intercomunitaria tra twa e luba. In Tanganika, il numero degli sfollati interni ha raggiunto i 500.000. Tra gennaio e settembre, più di 5.700 congolesi sono fuggiti nello Zambia per scappare dal conflitto.

Malgrado i problemi di sicurezza, le autorità hanno continuato a chiudere i campi per sfollati situati nelle vicinanze della città di Kalemie, costringendo le persone sfollate a fare ritorno nei loro villaggi o a vivere in condizioni se possibile anche peggiori.

Detenzione nella Repubblica democratica del Congo

Nel paese c’è stato un numero di evasioni dal carcere senza precedenti; gli evasi ammontavano a migliaia e varie decine erano morti. Il 17 maggio, il penitenziario e centro di riabilitazione di Makala, il principale carcere di Kinshasa, è stato al centro di un vero e proprio attacco, attribuito dalle autorità al gruppo politico Bundu dia Congore, che si è concluso con la fuga di oltre 4.000 prigionieri. L’11 giugno, dal carcere centrale di Kangbayi, nella città di Beni, sono fuggiti 930 reclusi, compresi decine di prigionieri che alcuni mesi prima erano stati condannati per l’uccisione di civili nell’area di Beni. Centinaia di altri detenuti sono evasi dai penitenziari e dai centri di detenzione della polizia di Bandundu-ville, Kasangulu, Kalemie, Matete (Kinshasa), Walikale, Dungu, Bukavu, Kabinda, Uvira, Bunia, Mwenga e Pweto.

I penitenziari del paese erano caratterizzati da sovraffollamento e da condizioni di vita terribili, con cibo e acqua potabile insufficienti e scarsa assistenza medica. Decine di detenuti sono morti per gli stenti e le malattie.

Responsabilità sociale delle imprese nella Repubblica democratica del Congo

Ad agosto, il ministero delle Miniere ha varato una strategia nazionale per combattere il lavoro minorile nelle miniere. Le autorità hanno dato a gruppi della società civile nazionali e internazionali l’opportunità di fornire il loro parere. Il governo ha annunciato che avrebbe “progressivamente” implementato molte delle raccomandazioni formulate da questi gruppi e sradicato il lavoro minorile entro il 2025.

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