Zimbabwe - Amnesty International Italia

Repubblica dello Zimbabwe

Capo di stato e di governo: Emmerson Dambudzo Mnangagwa (subentrato a Robert Gabriel Mugabe a novembre)

Attivisti e difensori dei diritti umani hanno proseguito la loro mobilitazione per richiamare il governo alle sue responsabilità, protestando per le strade e attraverso i social network. Le autorità hanno continuato ad applicare disposizioni di legge con l’obiettivo di reprimere il dissenso. Hanno anche proseguito gli sgomberi forzati, nonostante le norme costituzionali proibissero tale pratica. L’indipendenza della magistratura è rimasta sotto attacco a causa di alcuni emendamenti alla costituzione.

Contesto

La situazione economica si è deteriorata, senza lasciare intravvedere una possibile soluzione alla mancanza di liquidità.

A ottobre, in risposta al crescente attivismo sui social network, è stato istituito un nuovo dicastero, il ministero della Sicurezza, dell’individuazione e attenuazione della minaccia informatica.

Si sono intensificate la faziosità e le lotte per la successione al potere all’interno del partito di governo, l’Unione nazionale africana dello Zimbabwe-Fronte Patriottico (Zimbabwe African National Union-Patriotic Front – Zanu- Pf); il 6 novembre, il presidente Mugabe ha rimosso dall’incarico l’allora vicepresidente Emmerson Mnangagwa, accusandolo di tramare un complotto contro il governo e di essersi dimostrato “sleale, falso, irrispettoso e inaffidabile”. Il 14 novembre, l’esercito ha assunto il potere e, dopo che l’opinione pubblica si era schierata a favore dell’iniziativa dei militari e il parlamento aveva avviato la procedura d’impeachment contro il presidente, Robert Mugabe si è alla fine dimesso il 21 novembre. Emmerson Mnangagwa ha prestato giuramento come nuovo presidente il 24 dello stesso mese.

Libertà d’associazione e riunione nella Repubblica dello Zimbabwe

La polizia ha disperso raduni ed eventi pacifici di protesta, ricorrendo all’uso eccessivo della forza.

Il 26 giugno, la polizia ha arrestato il pastore Evan Mawarire, nella capitale Harare, dopo che aveva tenuto una veglia di preghiera con gli studenti della facoltà di medicina dell’università dello Zimbabwe, nel contesto di una protesta studentesca contro l’aumento delle rette universitarie. È stato trattenuto per due giorni presso il commissariato centrale della polizia di Harare, per istigazione alla violenza pubblica e condotta turbolenta, e poi rilasciato su cauzione. È stato assolto il 29 settembre, sebbene a suo carico pendessero anche altre imputazioni legate a un precedente arresto (vedi sotto, Libertà d’espressione).

A luglio, Darlington Madzonga e Edmund Musvubi sono stati arrestati dalla polizia mentre partecipavano a una protesta pacifica ad Harare, organizzata dall’ala giovanile del Movimento per il cambiamento democratico (Movement for Democratic Change – Mdc), all’opposizione, contro l’incapacità della commissione elettorale dello Zimbabwe d’implementare le riforme. Sono stati incriminati in relazione all’uccisione di un poliziotto avvenuta durante la protesta e, a fine anno, erano ancora in detenzione ad Harare, mentre il loro caso attendeva di essere esaminato in tribunale.

Il 10 novembre, la polizia è intervenuta nel villaggio di Marange, nell’est del paese, interrompendo un raduno a cui partecipavano 22 attivisti provenienti da vari paesi dell’America Latina e dell’Africa del Sud, per commemorare il nono anniversario dell’uccisione di 200 persone da parte dei militari. Queste erano state uccise dopo che avevano occupato le miniere di diamanti, per protestare contro i piani del governo di cedere i giacimenti diamantiferi a una società cinese. I 22 attivisti sono stati arrestati e incriminati per essere entrati in un’area protetta senza l’autorizzazione del governo. Sono stati rilasciati l’11 novembre, dopo essersi dichiarati colpevoli e condannati a pagare un’ammenda di 100 dollari Usa ciascuno.

Libertà d’espressione nella Repubblica dello Zimbabwe

Le autorità hanno limitato il diritto alla libertà d’espressione, colpendo in particolare i difensori dei diritti umani e altri attivisti.

Il 16 gennaio, il pastore Philip Mugadza è stato arrestato dalla polizia di Harare con l’accusa di molestia aggravata, dopo avere affermato che il presidente Mugabe sarebbe morto il 17 ottobre. È stato rilasciato su cauzione il 10 marzo. A fine anno, il suo caso era all’esame della Corte costituzionale. Se fosse dichiarato colpevole, rischierebbe una condanna fino a sei mesi di reclusione.

Il pastore Evan Mawarire è finito nel mirino delle autorità per avere rilasciato alcune dichiarazioni critiche verso il governo. Era fuggito dal paese a luglio 2016 ma la polizia di Harare lo ha arrestato al suo rientro nel paese il 31 gennaio 2017, con l’accusa di sovversione e oltraggio alla bandiera nazionale. È stato rilasciato su cauzione l’8 febbraio. Il 24 settembre, il pastore Mawarire è stato nuovamente arrestato e incriminato per minaccia a un governo eletto costituzionalmente; l’accusa si riferiva alla pubblicazione, risalente al 23 settembre, di un video in cui criticava l’aumento dei prezzi e la scarsa disponibilità del carburante. È stato rilasciato dal commissariato centrale della polizia di Harare il 26 settembre. Il 29 novembre, l’Alta corte di Harare lo ha assolto con formula piena.

Il 10 agosto, Energy Mutodi, imprenditore e sostenitore di Emmerson Mnangagwa, è stato arrestato ad Harare da agenti del dipartimento investigativo penale della polizia, per avere suggerito su Facebook l’eventualità di un possibile colpo di stato, se il presidente Mugabe non avesse scelto con attenzione il suo successore. È stato incriminato per avere indebolito l’autorità del presidente e provocato disaffezione tra la polizia e le forze armate. Il 23 agosto è stato rilasciato dal centro di custodia cautelare di Harare, previo pagamento di una cauzione, e a fine anno il suo caso giudiziario era ancora in corso.

Victor Matemadanda, membro esecutivo dell’Associazione dei veterani della guerra di liberazione nazionale, è stato detenuto ad agosto presso il commissariato centrale della polizia di Harare, con l’accusa di aver indebolito l’autorità del presidente e provocato disaffezione tra la polizia e le forze armate. L’accusa si riferiva a un appello che aveva lanciato al presidente Mugabe, invitandolo a dimettersi. È stato rilasciato su cauzione dopo vari giorni in detenzione ma a fine anno il suo caso era ancora pendente.

Il 2 ottobre, il giornalista Kenneth Nyangani è stato arrestato dalla polizia nella città di Mutare, per avere pubblicato la notizia che la moglie del presidente aveva regalato indumenti, compreso abbigliamento intimo usato, a sostenitori dello Zanu-Pf a Mutare. È stato rilasciato su cauzione il 4 ottobre ed è rimasto in attesa di processo fino al 13 dicembre, quando lo stato ha rinunciato a procedere nei suoi confronti.

Il 3 novembre, la giornalista Martha O’Donovan, una cittadina americana, è stata arrestata dalla polizia nella sua abitazione di Harare e incriminata per avere insultato il presidente e tentato di sovvertire un governo eletto costituzionalmente. È stata accusata di aver insultato Robert Mugabe su Twitter. È stata rilasciata su cauzione dal carcere di massima sicurezza di Chikurubi e a fine anno non era stata ancora processata.

Arresti e detenzioni arbitrari nella Repubblica dello Zimbabwe

La polizia militare ha arrestato diversi sospettati per accuse di frode e corruzione. Tra gli arrestati c’erano funzionari statali di alto profilo implicati in casi di corruzione, i cui diritti erano stati negati durante le fasi dell’arresto, compreso il diritto di contattare un avvocato di propria scelta.

Durante la presa del potere da parte dei militari a novembre, il personale dell’esercito ha arrestato diversi membri di una fazione dello Zanu-Pf, accusati di avere appoggiato la rimozione di Emmerson Mnangagwa. Gli arrestati sono rimasti detenuti oltre il limite massimo di 48 ore stabilito dalla costituzione prima di essere condotti davanti a un giudice. L’ex ministro delle Finanze Ignatius Chombo, il commissario dell’ala giovanile dello Zanu-Pf Innocent Hamandishe e il segretario dell’ala giovanile dello Zanu-Pf Kudzanayi Chipanga sono stati arrestati e detenuti dalla polizia militare il 14 novembre. Durante la detenzione è stato negato loro l’accesso a un avvocato di propria scelta e sono stati condotti davanti a un giudice soltanto il 25 novembre. Ignatius Chombo è stato incriminato per corruzione e abuso d’ufficio; Kudzanayi Chipanga e Innocent Hamandishe dovevano rispondere dell’accusa di pubblicazione o comunicazione di falsità, per avere sostenuto durante una conferenza stampa che il comandante dell’esercito, generale Chiwenga, aveva sottratto somme di denaro dalla vendita dei diamanti di Marange.

Sgomberi forzati nella Repubblica dello Zimbabwe

Ad aprile, la polizia è intervenuta facendo uso eccessivo della forza per sgomberare circa 15 famiglie residenti presso l’azienda agricola di Manzou, nella provincia di Mashonaland Centrale, che comprendeva diverse piccole fattorie. Gli sgomberi sono avvenuti in palese violazione di un’ordinanza emessa il 24 marzo dall’Alta corte, che aveva dato istruzione al governo di porre fine alla pratica degli sgomberi arbitrari e alla demolizione di case senza fornire un’adeguata compensazione o un terreno alternativo alle persone sgomberate. Gli abitanti vivevano sul terreno agricolo dal 2000; gli sgomberi forzati condotti a Manzou hanno reso oltre 200 famiglie senza tetto, senza alcuna compensazione.

Sviluppi legislativi, costituzionali o istituzionali nella Repubblica dello Zimbabwe

Ad agosto, il parlamento ha approvato una proposta di legge che ha emendato la sezione 180 della costituzione del 2013. La parlamentare Jessie Majome ha presentato un ricorso giudiziario contro la bozza di legge, in quanto il voto non aveva ottenuto la necessaria maggioranza dei due terzi del parlamento e minacciava l’indipendenza della magistratura. La nuova legge ha conferito al presidente il potere di nominare unilateralmente le più alte cariche della magistratura.

Diritti economici, sociali e culturali nella Repubblica dello Zimbabwe

L’instabilità politica, la siccità, gli elevati livelli di povertà e la disoccupazione hanno ostacolato l’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e a un’alimentazione adeguata. A luglio, lo Zimbabwe, durante il Riesame nazionale volontario degli Obiettivi per uno sviluppo sostenibile del Forum politico di alto livello delle Nazioni Unite, ha evidenziato che oltre il 76 per cento dei bambini nel paese viveva in condizioni di povertà relativa e che un quarto viveva in povertà assoluta.

Inoltre, le famiglie incontravano notevoli difficoltà a far fronte alle rette scolastiche di base; il consiglio nazionale per il cibo e la nutrizione ha rilevato che almeno il 63 per cento dei bambini in età scolare smetteva di frequentare la scuola a causa dell’impossibilità di pagare le rette. Secondo le stime, nelle aree rurali all’incirca 4,1 milioni di persone vivevano in condizioni d’insicurezza alimentare.

Il diritto alla salute è stato sempre più minacciato in seguito al taglio dei fondi all’assistenza sanitaria, scesi ad appena l’8,2 per cento del bilancio nazionale. Il rapporto pubblicato a giugno dal revisore generale ha messo in evidenza una situazione critica nell’erogazione delle prestazioni sanitarie e la carenza di farmaci e altro materiale sanitario, l’indisponibilità di acqua e la mancanza di personale specializzato.

Diritti sessuali e riproduttivi nella Repubblica dello Zimbabwe

A ottobre, l’Unicef ha documentato che almeno il 34 per cento delle ragazze e delle donne si erano sposate prima dei 18 anni. Il governo non aveva ancora emendato la legge sul matrimonio o le relative disposizioni legislative, al fine di allineare la normativa vigente con una sentenza della Corte costituzionale che nel 2016 aveva fissato a 18 anni l’età minima per il matrimonio. Sia le Ngo sia le puerpere (donne adulte o ragazze) hanno confermato che alle donne che avevano partorito nelle strutture sanitarie pubbliche non era permesso di uscire se non pagavano il ticket sanitario richiesto per la prestazione.

Nonostante linee guida emanate dal ministero della Salute avessero precisato che i servizi di salute materna avrebbe dovuto essere erogati gratuitamente, le amministrazioni territoriali hanno continuato ad addebitare i ticket sanitari per questo tipo di servizi forniti nelle strutture sanitarie pubbliche. Le donne e le ragazze appartenenti alle fasce più disagiate hanno dovuto affrontare gravi ritardi nell’accesso ai servizi di salute materna o non hanno ricevuto alcun tipo di assistenza.

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