Cile: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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REPUBBLICA DEL CILE

Capo di stato e di governo: Sebastián Piñera Echenique

Il 2019 si è chiuso con la peggiore crisi dei diritti umani dal regime del generale Augusto Pinochet. A metà ottobre hanno preso il via manifestazioni imponenti, in risposta all’incremento delle tariffe dei trasporti pubblici. Dato il contesto di elevata disuguaglianza nel paese, le proteste (molte delle quali pacifiche) si sono estese fino a richiedere una società più equa nella quale lo stato garantisca i diritti alla salute, all’acqua, all’istruzione e alla sicurezza sociale. Tuttavia le manifestazioni sono state gestite con diversi livelli di durezza e repressione da parte di forze statali che hanno cercato di giustificare la violenza contro i manifestanti sostenendo la necessità di tali misure per la protezione delle infrastrutture e della proprietà privata da danni e vandalismi.

In risposta alle proteste, tutti i partiti politici nel congresso hanno raggiunto un accordo per lavorare a una nuova costituzione. Come parte dell’accordo, si terrà in aprile un referendum preliminare sulla necessità di un nuovo documento e il meccanismo necessario alla sua ratifica.

Nessun progresso significativo è stato raggiunto su altre questioni di lunga data come la criminalizzazione dell’aborto, l’impunità dei crimini del passato, la criminalizzazione del popolo mapuche e la mancanza di progresso dei diritti ambientali.

Protesta sociale e repressione di stato

All’inizio del 2019 il governo ha aumentato i controlli di polizia principalmente per gestire le proteste studentesche. Tra le misure sono stati previsti controlli di identità su minori a partire dai 14 anni. Durante questo periodo si sarebbero verificati diversi casi di uso sproporzionato della forza, le cui vittime principali sono stati studenti di scuola secondaria e nativi mapuche.

Dopo i disordini sociali, il presidente Sebastián Piñera ha dichiarato il 18 ottobre lo stato di emergenza in alcune aree del paese. Per dieci giorni alcuni diritti e libertà sono stati sospesi e l’esercito è stato schierato nelle strade per svolgere i controlli sui cittadini ed esercitare la pubblica sicurezza. Durante questa fase le violazioni da parte dello stato sono aumentate notevolmente e 31 persone, di cui almeno quattro per mano di forze statali, hanno perso la vita. Le proteste sono continuate e il numero delle vittime di violazioni dei diritti umani, principalmente della polizia nazionale (carabineros), alla fine del 2019 erano migliaia.

Secondo il ministero della Salute più di 13.000 persone sono rimaste ferite durante i primi due mesi di proteste e l’ufficio del Procuratore generale ha registrato più di 2500 denunce per violazioni dei diritti umani, più di 1500 delle quali riferite a torture e altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti, così come più di 100 crimini di natura sessuale commessi da pubblici ufficiali. Secondo le dichiarazioni del corpo dei carabineros nessun agente è deceduto ma più di 2000 sono stati feriti.

Durante le proteste è stato osservato l’utilizzo frequente di armi letali da parte dell’esercito contro i manifestanti. Almeno tre delle quattro morti causate dalle forze di sicurezza sono avvenute per mano di ufficiali dell’esercito e una per mano di un membro dei carabineros. Una è stata causata da armi in dotazione militare e decine di perone sono stati ferite da proiettili veri.

Inoltre i carabineros hanno fatto uso costante e inappropriato di armi meno letali, sparando in varie occasioni proiettili potenzialmente letali in modo ingiustificato, diffuso e indiscriminato e mirando, in molti casi, alla testa delle persone. In dicembre l’Ente nazionale per i diritti umani ha conteggiato più di 350 casi di trauma oculare causati per la maggior parte da pallini per fucile.

In diverse occasioni i carabineros hanno fatto uso eccessivo e non necessario di gas lacrimogeni, lanciandoli su ospedali, università, abitazioni e perfino scuole, colpendo gravemente bambini e persone con disabilità.

Questi attacchi hanno colpito senza alcuna giustificazione e senza motivo apparente persone fra il pubblico ma anche giornalisti e spettatori che documentavano gli eventi. È stata usata violenza anche contro persone già arrestate e alcuni agenti hanno utilizzato le auto per investire o tentare di investire i manifestanti. Una delle morti dovute alle forze di sicurezza è stata causata dalle percosse della polizia e una seconda dall’investimento di un manifestante da parte di un soldato.

A marzo 2019, nell’ambito delle misure di riparazione concordate con la Commissione interamericana dei diritti umani in relazione all’uccisione di Alex Lemún, un giovane mapuche, da parte della polizia nel 2002, il governo ha preparato e pubblicato dei protocolli per la polizia durante le manifestazioni. Tuttavia questi protocolli erano stati applicati superficialmente, fatto venuto alla luce con la crisi iniziata in ottobre quando agenti delle forze dell’ordine hanno commesso reati secondo il diritto internazionale e gravi violazioni dei diritti umani.

Il processo per la morte di Camillo Catrillanca, un giovane mapuche ucciso da un agente di polizia nel novembre 2018, era previsto per novembre 2019 ma è stato rinviato per problemi di sicurezza.

Impunità per crimini del passato

Il governo ha rivisto il Piano nazionale dei diritti umani, per liberarsi dall’impegno di “promuovere l’inapplicabilità” del decreto Legge sull’amnistia del 1978 (che consente l’amnistia per crimini contro l’umanità commessi tra 1973 e 1978). Ha anche abolito l’impegno di creare una commissione permanente per valutare i casi di vittime di torture politiche. A fine  anno varie proposte contro l’impunità di crimini passati erano ferme al congresso.

Processi iniqui

Le autorità hanno continuato a utilizzare una controversa legge antiterrorismo contro il popolo mapuche e il congresso continua a discuterne la riforma senza successo.

Ciononostante la Corte suprema ha ribaltato il verdetto di colpevolezza emesso da una corte nazionale nel caso Norin Catrimán (in cui otto mapuche furono condannati per terrorismo nel 2002). Così facendo la Corte suprema si è adeguata alla sentenza della Corte interamericana dei diritti umani del 2014 che affermava che lo stato cileno avesse violato tra l’altro il diritto a un giusto processo, alla presunzione di innocenza, all’uguaglianza e alla non discriminazione.

Le indagini sulle accuse di manomissione delle prove da parte dei carabineros allo scopo di accusare di terrorismo otto mapuche (conosciuta come operazione Huracán) sono ancora in corso.

Popolazioni native e diritti ambientali

I progetti di sviluppo proseguono senza il preventivo consenso informato e libero delle popolazioni native e le comunità della cosiddetta “zona sacrificabile” continuano a essere esposti alla devastazione ambientale dovuta alle attività industriali.  Il governo ha proposto delle riforme alla Legge indigena e ha iniziato un processo di consultazione con i popoli nativi in tutto il Cile. Ciononostante questo processo è stato criticato per la mancanza di buona fede e il mancato rispetto delle culture autoctone, il che ha portato alla sua sospensione.

Malgrado la pressione degli ambientalisti, il governo ha rifiutato di firmare l’accordo di Escazù in materia di accesso all’informazione, alla partecipazione pubblica e alla giustizia nelle questioni ambientali in America Latina e nei Caraibi e ha poi cancellato, a causa della crisi sociale interna, la Conferenza sui cambiamenti climatici dell’Onu (Cop25) in programma a dicembre nel paese.

Difensori dei diritti umani

Alberto Curamil, un leader mapuche (ionko) che aveva difeso l’accesso della sua comunità alle risorse idriche, ha ricevuto il premio Goldman per l’ambiente 2019 per il suo attivismo ambientalista mentre era in prigione. Era stato accusato da un testimone anonimo di coinvolgimento in rapina a mano armata ed è stato assolto a dicembre dopo essere stato trattenuto in custodia cautelare per più di un anno.

Durante il periodo della crisi, i difensori dei diritti umani sono stati picchiati o colpiti con pallini da caccia e feriti mentre fornivano i primi soccorsi, mentre attivisti e difensori venivano minacciati per aver svolto il loro lavoro. In numerose occasioni le autorità hanno ostacolato il lavoro degli avvocati e del personale medico impedendo loro di accedere alle stazioni di polizia, agli ospedali e ai centri medici.

Diritti sessuali e riproduttivi

La legge del  2017 che ammette l’aborto legale in tre casi (vita della donna a rischio, feto non vitale e gravidanza a seguito di uno stupro) è stata applicata con molti limiti e le informazioni disponibili sui diritti sessuali e riproduttivi hanno continuato a essere scarse. Il governo ha inoltre esteso il diritto “all’obiezione di coscienza” per l’aborto sia agli individui che alle istituzioni, ponendo un ulteriore ostacolo all’accesso all’aborto sicuro. Una legge per depenalizzare completamente l’aborto nelle prime 14 settimane di gravidanza è stata depositata al Congresso ma mai discussa.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

La legge sull’identità di genere è entrata in vigore permettendo alle persone di età superiore ai 18 anni di cambiare il proprio nome e genere registrati, attraverso un processo amministrativo; le persone tra i 14 e i 17 anni attraverso una procedura in tribunale. Il congresso ha discusso proposte di legge sul matrimonio, l’adozione e la genitorialità per coppie dello stesso sesso ma nessuna è divenuta legge.

Migranti, rifugiati e richiedenti asilo

In seguito all’ingresso di un significativo numero di migranti e rifugiati il governo ha attuato un processo di regolarizzazione straordinaria, concluso nell’ottobre 2019, per facilitare l’acquisizione di un visto di soggiorno per persone con status di migrazione irregolare. Il processo è stato criticato per la mancanza di chiarezza nelle informazioni fornite e per il fatto che ha portato ad alcune espulsioni.

Funzionari dell’immigrazione cilena hanno svolto arbitrariamente colloqui preliminari a richiedenti asilo e in seguito hanno negato loro la possibilità di presentare domanda di asilo, una pratica contestata dai tribunali nazionali e che è probabilmente in contrasto con il principio di non respingimento.

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