Vietnam - Amnesty International Italia

REPUBBLICA SOCIALISTA DEL VIETNAM

Capo di stato: Trần Đại Quang
Capo di governo: Nguyễn Xuân Phúc

Sono proseguite le limitazioni arbitrarie ai diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Si è intensificata la repressione del dissenso, inducendo decine di attivisti a lasciare il paese. Difensori dei diritti umani, attivisti politici pacifici e seguaci di alcune religioni hanno subìto varie violazioni dei diritti umani, compresi detenzione arbitraria, azioni giudiziarie in processi iniqui per motivi di sicurezza nazionale o altre accuse formulate in termini vaghi e imprigionamento per lunghi periodi.

Attivisti di spicco hanno subìto limitazioni di movimento e sono stati sottoposti a sorveglianza, vessazioni e aggressioni violente. Prigionieri di coscienza sono stati torturati o altrimenti maltrattati. Sono state segnalate morti sospette durante la custodia di polizia ed è stata mantenuta la pena di morte.

CONTESTO

Decine di funzionari di aziende statali sono stati arrestati e perseguiti durante una campagna anticorruzione, compresi quelli che ricoprivano ruoli nel governo e nel Partito comunista del Vietnam. Molti sono stati condannati a morte per appropriazione indebita. A luglio, funzionari della sicurezza di stato hanno rapito un ex uomo d’affari e funzionario del governo che stava cercando asilo in Germania e lo hanno rimpatriato con la forza in Vietnam per essere processato per appropriazione indebita e cattiva amministrazione economica. Le autorità vietnamite hanno sostenuto che egli era ritornato volontariamente nel paese.

Nel corso della valutazione della situazione dei diritti umani in Vietnam nell’ambito dell’Upr, il governo ha dichiarato che, fino a febbraio 2017, aveva messo in atto 129 delle 182 raccomandazioni ricevute durante la revisione del 2014. Non sono state introdotte modifiche alla legislazione sulla sicurezza nazionale, formulata in termini vaghi e utilizzata contro dissidenti pacifici, al fine di renderla conforme al diritto e agli standard internazionali.

Nel corso dell’anno, il Vietnam ha ospitato incontri del forum della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Asia-Pacific Economic Cooperation – Apec), tra cui il summit dei capi di stato che si è tenuto a novembre.

REPRESSIONE DEL DISSENSO NELLA REPUBBLICA SOCIALISTA DEL VIETNAM

La repressione della libertà d’espressione e di coloro che criticavano le azioni e le politiche del governo si è intensificata, inducendo decine di attivisti pacifici a lasciare il paese. Almeno 29 attivisti sono stati arrestati nel corso dell’anno, mentre altri si sono dati alla latitanza dopo che erano stati emessi mandati di arresto nei loro confronti. In gran parte erano stati accusati ai sensi delle norme formulate in modo vago contenute nella sezione sulla sicurezza nazionale del codice penale del 1999 o arrestati per altre cause pretestuose.

Sono stati colpiti in particolare blogger e attivisti filodemocratici, così come attivisti sociali e ambientalisti che hanno condotto campagne dopo la fuoriuscita di sostanze tossiche dalla Formosa Plastics, avvenuta nel 2016, che ha ucciso tonnellate di pesci e distrutto i mezzi di sostentamento di migliaia di persone.

Almeno cinque membri dell’organizzazione indipendente Fratellanza per la democrazia, cofondata dall’attivista per i diritti umani e prigioniero di coscienza Nguyễn Văn Đài, sono stati arrestati tra luglio e dicembre*. Sono stati incriminati ai sensi dell’art. 79 (attività volte a sovvertire l’amministrazione del popolo), che prevede punizioni fino all’ergastolo o alla pena di morte. Molti erano già stati prigionieri di coscienza.

Ad agosto, la stessa ulteriore accusa è stata avanzata nei confronti di Nguyễn Văn Đài e della sua assistente Lê Thu Hà, trattenuti in incommunicado dal momento del loro arresto, avvenuto a dicembre 2015, con l’accusa di “diffusione di propaganda contro lo stato”, ai sensi dell’art. 88.

Almeno 98 prigionieri di coscienza sono stati detenuti e imprigionati, una cifra in aumento rispetto agli anni precedenti, nonostante alcuni rilasci al completamento della pena. Tra loro c’erano blogger, difensori dei diritti umani che si occupavano di temi legati alla terra e al lavoro, attivisti politici, seguaci religiosi e membri di gruppi etnici minoritari.

Le autorità hanno continuato a concedere il rilascio anticipato ai prigionieri di coscienza, solo se acconsentivano ad andare in esilio. Đặng Xuân Diệu, un attivista sociale cattolico e blogger arrestato nel 2011, è stato rilasciato a gennaio dopo aver scontato sei dei 13 anni di reclusione inflittigli. È stato immediatamente mandato in esilio in Francia. A luglio, il pastore Nguyen Cong Chinh è stato rilasciato quattro anni prima della fine della sua condanna a 11 anni e immediatamente mandato in esilio negli Usa. Entrambi erano stati torturati e altrimenti maltrattati durante la prigionia.

Di solito, i processi ai dissidenti non rispettavano gli standard internazionali di equità processuale; non veniva garantita una difesa adeguata né la presunzione d’innocenza. A giugno, l’attivista per i diritti umani e blogger Nguyễn Ngọc Như Quỳnh, nota anche come Mẹ Nấm (Madre fungo), è stata condannata a 10 anni di reclusione per aver “diffuso propaganda” (art. 88). A luglio, l’attivista per la terra e il lavoro Trần Thị Nga è stata condannata per la stessa accusa a nove anni di reclusione, con cinque anni di arresti domiciliari dopo il rilascio**.

A ottobre, dopo un processo durato poche ore, lo studente Phan Kim Khánh è stato condannato a sei anni di reclusione e a quattro anni di arresti domiciliari dopo il rilascio, ai sensi dell’art. 88. Aveva criticato la corruzione e la mancanza di libertà d’espressione in Vietnam su blog e social network. è anche stato accusato di essere in contatto con “reazionari” in altri paesi.

A maggio, le autorità hanno revocato la cittadinanza vietnamita all’ex prigioniero di coscienza Phạm Minh Hoàng, un membro di Viet Tan, un gruppo con sede all’estero che conduce campagne pacifiche per la democrazia in Vietnam. A giugno è stato espulso forzatamente verso la Francia.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI NELLA REPUBBLICA SOCIALISTA DEL VIETNAM

Sono continuate le segnalazioni di tortura e altri maltrattamenti, tra cui pestaggi e altre aggressioni, ai danni di attivisti pacifici da parte di singole persone ritenute operare in collusione con la polizia di sicurezza. A settembre, il rapporto iniziale del Vietnam sull’applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ratificata a novembre 2014, ha riconosciuto le sfide e le difficoltà incontrate nella sua implementazione a causa, tra le altre cose, di un “quadro legale sui diritti umani incompleto”.

I prigionieri di coscienza sono stati abitualmente trattenuti in incommunicado durante la custodia cautelare, anche fino a due anni. Ai detenuti sono stati negati i trattamenti medici e sono stati trasferiti in regioni distanti dalle loro case.

L’ubicazione di Nguyễn Bắc Truyển, un difensore dei diritti umani arrestato in segreto a luglio, non è stata rivelata alla sua famiglia se non tre settimane più tardi. Egli è stato trattenuto in incommunicado e non gli sono stati forniti i farmaci necessari per le sue preesistenti condizioni di salute***.

Per costringere i prigionieri di coscienza a “confessare” sono state negate loro le cure mediche. Đinh Nguyên Kha, un attivista condannato a sei anni di reclusione per aver distribuito opuscoli che criticavano la risposta del Vietnam alle pretese territoriali della Cina nella regione, si è visto negare il trattamento medico successivo a un intervento****.

La buddista hòa hảo e attivista per il diritto alla terra Trần Thị Thúy ha continuato a non ricevere cure adeguate per le sue gravi condizioni di salute dall’aprile 2015.

LIBERTÀ DI RIUNIONE NELLA REPUBBLICA SOCIALISTA DEL VIETNAM

Le autorità hanno fatto uso non necessario o eccessivo della forza per disperdere e impedire raduni e proteste pacifici, in particolare quelli che riguardavano la fuoriuscita di materiali tossici dalla Formosa Plastics dell’aprile 2016.

A febbraio, agenti di polizia e uomini in borghese hanno aggredito circa 700 manifestanti pacifici, in gran parte cattolici, che si erano radunati nella provincia di Nghệ An per tenere una marcia con l’obiettivo di presentare denunce legali contro la Formosa Plastics. Diverse persone sono state ferite e hanno dovuto essere portate in ospedale, mentre altre sono state arrestate*****.

DECESSI IN CUSTODIA

Sono continuate le segnalazioni di decessi durante la custodia di polizia in circostanze sospette. Il buddista hòa hảo Nguyễn Hữu Tấn è morto a maggio dopo l’arresto. La polizia ha sostenuto che si era suicidato ma il padre ha dichiarato che le ferite sul suo corpo suggerivano che era stato torturato prima di essere ucciso.

PENA DI MORTE NELLA REPUBBLICA SOCIALISTA DEL VIETNAM

Un rapporto del ministero della Pubblica sicurezza, reso noto a febbraio, ha rivelato l’estensione del ricorso alla pena di morte, con una media di 147 esecuzioni effettuate ogni anno, da agosto 2013 a giugno 2016. Secondo il rapporto sarebbero stati costruiti cinque nuovi centri per l’iniezione letale.

Durante il 2017, gli organi di stampa ufficiali hanno riferito di una sola esecuzione ma si ritiene che ne siano state effettuate di più. Le condanne a morte sono state comminate per reati relativi alla droga e per appropriazione indebita.

*Viet Nam: Four peaceful activists arrested in connection with long-detained human rights lawyer (ASA 41/6855/2017).
**Viet Nam: Female activist sentenced to nine years in prison (ASA 41/6833/2017).
***Viet Nam: Missing human rights defender at risk of torture − Nguyễn Bắc Truyển (ASA 41/6964/2017).
****Viet Nam: Necessary medical treatment denied to prisoner − Đinh Nguyên Kha (ASA 41/5733/2017).
*****Viet Nam: Hundreds of peaceful marchers attacked by police (ASA 41/5728/2017).

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