Azerbaigian - Amnesty International Italia

REPUBBLICA DELL’AZERBAIGIAN

Capo di stato: Ilham Aliyev
Capo di governo: Artur Rasizade

Le autorità hanno intensificato la repressione del diritto alla libertà d’espressione, in particolare in seguito alle rivelazioni relative alla corruzione politica su larga scala. Mezzi d’informazione indipendenti sono stati bloccati e i loro proprietari sono stati arrestati. Chi criticava il governo ha continuato a subire azioni giudiziarie motivate politicamente e incarcerazioni dopo processi iniqui. Persone Lgbti sono state arrestate arbitrariamente e maltrattate. Non sono state indagate in modo efficace morti sospette avvenute in custodia.

CONTESTO

A luglio, il rinnovarsi delle ostilità nella regione separatista del Nagorno-Karabakh ha provocato la morte di almeno due civili di etnia azera, tra cui un minore, dopo un bombardamento compiuto da forze sostenute dall’Armenia.

L’Azerbaigian è stato al centro dell’attenzione internazionale dopo un rapporto pubblicato a settembre dal Progetto di relazione su crimine organizzato e corruzione, che accusava membri dell’élite politica azera di essere coinvolti in un vasto progetto internazionale di riciclaggio di denaro. Secondo le accuse, una parte del denaro veniva usato, tra le altre cose, per pagare politici europei per aiutare a ripulire la reputazione dell’Azerbaigian in tema di diritti umani.

L’11 ottobre, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Parliamentary Assembly of the Council of Europe – Pace) ha adottato due risoluzioni critiche verso l’Azerbaigian, dopo alcune accuse secondo cui membri del Pace avevano ottenuto benefici dal programma di riciclaggio di denaro.

Il 5 dicembre, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Azerbaigian, ai sensi dell’art. 46.4 della Convenzione europea sui diritti umani. Ciò è avvenuto in seguito alla ripetuta non applicazione della decisione della Corte europea dei diritti umani (Cedu), che chiedeva il rilascio immediato del leader dell’opposizione Ilgar Mammadov, detenuto arbitrariamente dal 2013.

L’Eu e l’Azerbaigian hanno proseguito i negoziati per un nuovo accordo strategico di partenariato per intensificare le relazioni economiche. A ottobre, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (European Bank for Reconstruction and Development – Ebrd) ha approvato un prestito di 500 milioni di dollari Usa per la costruzione di un gasdotto di proprietà governativa. Ciò è avvenuto nonostante, a marzo 2017, l’Azerbaigian fosse stato sospeso dall’iniziativa internazionale di trasparenza sul petrolio e il gas, sostenuta dall’Ebrd, a causa della repressione esercitata sulla società civile.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE NELLA REPUBBLICA DELL’AZERBAIGIAN

Importanti organizzazioni per i diritti umani non hanno ancora potuto riprendere le loro attività. Le autorità hanno continuato ad applicare regolamenti restrittivi e azioni giudiziarie arbitrarie per chiudere le poche organizzazioni critiche rimaste.

Il 2 maggio, Aziz Orujev, capo del canale televisivo indipendente online Kanal 13, è stato arrestato da un agente di polizia che sosteneva che somigliasse a un ricercato in fuga e rinviato in detenzione amministrativa per 30 giorni, perché avrebbe disobbedito agli ordini della polizia. Nel giorno del rilascio, Aziz Orujev è stato trattenuto in detenzione con accuse inventate di attività imprenditoriale illegale e abuso d’ufficio ed è stato rinviato in custodia cautelare. Il 15 dicembre, la corte di Baku per i crimini gravi lo ha condannato a sei anni di carcere.

Ad agosto, la procura ha aperto un’indagine sull’unica agenzia di notizie indipendente rimasta in Azerbaigian, Turan, e ha arrestato il suo direttore, Mehman Aliyev, con accuse inventate di attività imprenditoriale illegale. Grazie alla pressione internazionale, l’11 settembre Mehman Aliyev è stato trasferito agli arresti domiciliari. Il 2 novembre, la procura ha fatto cadere le accuse nei suoi confronti e ha chiuso l’indagine su Turan.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE NELLA REPUBBLICA DELL’AZERBAIGIAN

Tutti gli organi d’informazione tradizionali sono rimasti sotto l’effettivo controllo del governo, mentre la stampa indipendente ha subìto limitazioni indebite e vessazioni nei confronti dei suoi operatori. È stato bloccato l’accesso ai siti Internet dei quotidiani dell’opposizione.

Radio Azadliq (il servizio in lingua azera di Radio Free Europe/Radio Liberty), Meydan TV e Azerbaycan Saati sono rimaste bloccate in seguito a una denuncia della procura, secondo cui rappresentavano una minaccia alla sicurezza nazionale. Il 12 maggio, un tribunale della capitale Baku ha emesso un verdetto favorevole al mantenimento del blocco dei siti Internet.

Azioni giudiziarie contro persone critiche

Le autorità hanno continuato ad arrestare e detenere arbitrariamente giornalisti indipendenti e blogger. Secondo difensori dei diritti umani azeri, più di 150 persone erano in carcere per accuse motivate politicamente e il numero continuava a crescere.

Il 9 gennaio 2017, agenti di polizia hanno fermato e trattenuto per una notte in incommunicado il blogger Mehman Huseynov. Egli ha riferito di essere stato picchiato dalla polizia e sottoposto a scosse elettriche durante la custodia. Il 3 marzo, un tribunale di Baku lo ha condannato a due anni di reclusione per aver “diffamato” agenti di polizia.

Il 12 gennaio 2017, Afgan Sadygov, un giornalista e blogger di Jalilabad, è stato condannato a due anni e mezzo di carcere. Era stato incriminato per teppismo, dopo aver scritto in merito alla corruzione del governo ed essersi rifiutato di rimuovere i suoi articoli da Internet.

Il 14 giugno, Fikret Faramazoglu, redattore capo del sito di notizie indipendente Journalistic Research Centre, è stato condannato a sette anni di reclusione e bandito dalla professione per altri due anni. Era stato arrestato il 30 giugno 2016 con l’accusa di aver estorto denaro al proprietario di un ristorante, accusa che egli ha negato.

Rimpatri forzati

Le autorità hanno intensificato il giro di vite nei confronti delle voci critiche che avevano lasciato il paese, riportandone molti in Azerbaigian in modo illegale e vessando le loro famiglie.

Il 29 maggio, il giornalista investigativo Afgan Mukhtarli è stato rapito a Tbilisi, la capitale della Georgia, e il giorno seguente è ricomparso sotto la custodia della polizia di frontiera dell’Azerbaigian. Egli ha dichiarato di essere stato rapito e portato al di là del confine dai servizi di sicurezza, che lo accusavano di vari reati tra cui il contrabbando. A fine anno era ancora in detenzione e il suo processo era in corso.

Il blogger russo-israeliano-ucraino Aleksandr Lapshin, che aveva pubblicato articoli critici sulla situazione nella regione separatista del Nagorno-Karabakh, è stato arrestato in Bielorussia ed estradato in Azerbaigian a febbraio. A luglio, un tribunale di Baku lo ha condannato a tre anni di reclusione per essere entrato illegalmente nella regione separatista. È stato rilasciato l’11 settembre dopo una grazia presidenziale.

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE NELLA REPUBBLICA DELL’AZERBAIGIAN

Il 22 settembre, più di 100 persone Lgbti sono state vittime di retate della polizia in luoghi pubblici e detenute. Alcune sono state rilasciate ma almeno 48 sono state condannate alla detenzione amministrativa per periodi variabili dai 10 ai 20 giorni. Queste sono state accusate di aver “opposto resistenza agli ordini legittimi della polizia” e ritenute colpevoli sulla base delle dichiarazioni degli agenti, senza ulteriori prove.

Le udienze sommarie non sono state conformi agli standard internazionali sull’equità processuale. I detenuti hanno dichiarato di essere stati picchiati dalla polizia e sottoposti ad altri maltrattamenti mentre erano in custodia. Sono stati tutti rilasciati il 2 ottobre.

PROCESSI INIQUI NELLA REPUBBLICA DELL’AZERBAIGIAN

I processi iniqui sono stati la regola, specialmente nei procedimenti motivati politicamente, durante i quali i sospettati erano abitualmente arrestati e accusati senza avere accesso a un avvocato di loro scelta. La polizia ha continuato a ricorrere a tortura e altri maltrattamenti per estorcere confessioni forzate, che in seguito i giudici hanno utilizzato come prove incriminanti. Le denunce di tortura e altri maltrattamenti non sono state indagate in modo efficace.

Il 25 gennaio 2017, il tribunale per i reati gravi di Baku ha condannato a lunghi periodi di reclusione 18 uomini legati al Movimento dell’unità musulmana sciita (Muslim Unit Movement – Mum), a Nardaran. Il loro processo non ha rispettato gli standard internazionali di equità ed è stato viziato da numerose accuse di tortura. Durante il processo, gli imputati hanno denunciato di essere stati torturati allo scopo di far loro firmare delle confessioni. Anche i testimoni convocati dall’accusa hanno dichiarato di essere stati minacciati dalla polizia perché incriminassero gli imputati del Mum. Le testimonianze forzate sono state ammesse dalla corte e utilizzate dall’accusa per tutto il processo.

Elgiz Garhaman, un attivista del movimento giovanile Nida, è stato condannato a cinque anni e mezzo di reclusione, per accuse inventate legate alla droga, al termine di un processo iniquo. Dopo l’arresto, gli è stato negato l’accesso ad avvocati di sua scelta ed è stato tenuto in incommunicado per una settimana. Durante il processo, egli aveva detto al giudice che la polizia lo aveva picchiato, minacciato e umiliato affinché firmasse una confessione. Il giudice si è rifiutato di ordinare l’apertura di un’indagine su queste denunce, respingendole come prive di fondamento.

Il 1° dicembre, alcuni emendamenti al codice di procedura civile a amministrativa hanno escluso gli avvocati che non facevano parte dell’ordine degli avvocati (collegio degli avvocati) dai procedimenti in tribunale.

DECESSI IN CUSTODIA NELLA REPUBBLICA DELL’AZERBAIGIAN

In molti casi, le autorità non hanno indagato in modo rapido ed efficace sulle segnalazioni di decessi in custodia.

Il 4 maggio, la Cedu ha stabilito che il governo dell’Azerbaigian aveva violato il diritto alla vita di Mahir Mustafayev, perché non era riuscito a proteggere la sua vita mentre si trovava in custodia né a condurre un’indagine efficace sulle circostanze della sua morte. Mahir Mustafayev morì per le ustioni provocate da un incendio scoppiato nella sua cella nel dicembre 2006.

Il 28 aprile, l’attivista e blogger Mehman Qalandarov è stato trovato impiccato nella sua cella a Kurdakhani. La polizia lo aveva arrestato per accuse legate alla droga, a causa dei suoi commenti su Facebook a sostegno di due altri attivisti arrestati per aver realizzato graffiti politici con una bomboletta spray. Secondo difensori dei diritti umani locali, Mehman Qalandarov era stato torturato ed è stato sepolto in segreto per nascondere le prove. L’amministrazione del carcere ha annunciato la sua morte il 29 aprile e, a fine anno, era ancora in corso un’indagine.

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