Bosnia ed Erzegovina - Amnesty International Italia

BOSNIA ED ERZEGOVINA

Capo di stato: presidenza a rotazione di Bakir Izetbegović, Dragan Čović, Mladen Ivanić
Capo di governo: Denis Zvizdić

Le minoranze hanno continuato a subire una diffusa discriminazione. Sono proseguite le minacce e le aggressioni contro i giornalisti e la libertà di stampa. L’accesso alla giustizia e alla riparazione per le vittime civili della guerra è rimasto limitato.

DISCRIMINAZIONE IN BOSNIA ED ERZEGOVINA

Nonostante l’adozione di una legge progressista sulla prevenzione della discriminazione, approvata nel 2016, l’esclusione sociale e la discriminazione sono rimaste molto diffuse, in particolare nei confronti di rom, persone Lgbti e persone con disabilità.

Sono proseguiti gli sforzi per ridurre il numero di rom privi di documenti d’identità e per aumentare il numero dei bambini rom iscritti alle scuole primarie. Tuttavia, i rom hanno continuato a scontrarsi con ostacoli sistemici per accedere all’educazione, all’alloggio, ai servizi sanitari e all’occupazione.

A luglio, il consiglio dei ministri ha adottato un nuovo piano d’azione triennale per l’integrazione dei rom, mirato specificamente a migliorare le opportunità occupazionali e a facilitare l’accesso all’alloggio e ai servizi sanitari. L’implementazione del piano è stata ostacolata dopo che il consiglio dei ministri ha cancellato, per il secondo anno consecutivo, una parte dei finanziamenti a esso destinati.

La polizia ha continuato a non indagare in modo esauriente sugli atti di violenza e sulla discriminazione contro le persone Lgbti. Non sono stati emessi atti di accusa contro le persone sospettate di responsabilità penale per l’aggressione, avvenuta nel 2014, agli organizzatori del Merlinka Queer Film Festival né per l’incidente del 2016 a Sarajevo, in cui un gruppo di giovani uomini ha molestato e minacciato fisicamente i frequentatori di un caffè e di un cinema frequentati dalla comunità Lgbti.

A maggio, non si è potuto svolgere il raduno pubblico programmato per celebrare la Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, poiché il ministero per il Traffico del cantone di Sarajevo non ha fornito in tempo utile i permessi necessari, nonostante avesse ricevuto la richiesta formale con molto anticipo.

Le persone con disabilità, in particolare donne e minori, hanno continuato a subire una sistematica esclusione sociale, tra cui gravi limitazioni nell’accesso ai servizi sanitari e al sistema educativo tradizionale. Secondo la legge, le persone la cui disabilità non era conseguenza della guerra sono state trattate in maniera differente e hanno ricevuto minori indennità e sussidi sociali rispetto ai veterani e alle vittime civili di guerra.

La sentenza della Corte europea dei diritti umani del 2009 sul caso Sejdić-Finci vs. Bosnia ed Erzegovina, che aveva stabilito che gli accordi di condivisione del potere inseriti nella costituzione erano discriminatori, ha continuato a non essere applicata. In base agli accordi, i cittadini che non si dichiaravano appartenenti a uno dei tre popoli costituenti del paese (bosniaco-musulmani, croati e serbi) erano ancora esclusi dalla possibilità di candidarsi a cariche legislative ed esecutive.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE IN BOSNIA ED ERZEGOVINA

È proseguito il ricorso a minacce, pressioni politiche e aggressioni contro i giornalisti. A luglio e agosto, Dragan Bursać, un giornalista di Al Jazeera Balcani, ha ricevuto una serie di minacce di morte, dopo aver pubblicato un articolo in cui condannava i raduni pubblici avvenuti a Banja Luka, a sostegno di un criminale di guerra incriminato. A fine anno, associazioni locali di giornalisti avevano documentato quasi 40 casi di pressione diretta, minacce verbali e aggressioni fisiche contro giornalisti.

CRIMINI DI DIRITTO INTERNAZIONALE

A novembre, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia – Icty) ha emesso il verdetto di primo grado nel caso dell’ex leader serbo-bosniaco, generale Ratko Mladić. L’Icty lo ha giudicato colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi durante il conflitto del 1992-1995, e lo ha condannato all’ergastolo.

Sempre a novembre, l’Icty ha confermato una precedente sentenza contro sei ex leader politici e militari croati bosniaci. Questo è stato l’ultimo verdetto del tribunale, prima della sua definitiva chiusura a dicembre, dopo 23 anni di lavoro.

I procedimenti giudiziari interni per crimini di guerra sono proseguiti con lentezza e, a fine anno, dinanzi a varie corti erano pendenti diverse centinaia di casi arretrati. Nonostante recenti progressi, le azioni giudiziarie hanno continuato a subire gli effetti della mancanza di capacità e risorse, dell’inefficace gestione dei casi e della continua ostruzione politica. A fine anno era in corso una revisione della strategia nazionale del 2008 sui crimini di guerra, al fine di rimediare a importanti carenze istituzionali e stabilire nuove scadenze per il completamento dei casi.

Sono stati registrati alcuni progressi in merito all’armonizzazione delle leggi delle diverse entità che regolano i diritti dei civili vittime di guerra, comprese le vittime di violenza sessuale in tempo di guerra. Tuttavia, l’assistenza pubblica per le vittime di violenza sessuale in tempo di guerra è rimasta frammentaria e diversa a seconda del luogo di residenza delle vittime; le vittime residenti nella Rs sono state escluse dal sistema di sussidi sociali per i civili vittime di guerra.

A dicembre è stato adottato il disegno di legge sulla protezione delle vittime di tortura in tempo di guerra nella Rs, per il riconoscimento dei diritti delle vittime, ma questo includeva disposizioni che avrebbero potuto discriminare le vittime non serbe. A fine anno non c’erano ancora stati progressi nell’adozione della legge sulla protezione delle vittime di tortura a livello statale. La legge avrebbe garantito uno specifico insieme di diritti e riconoscimenti per le vittime di guerra sull’intero territorio della Bosnia ed Erzegovina.

Tribunali penali hanno continuato la recente pratica di accordare indennizzi economici alle vittime di stupri in tempo di guerra, portando a quattro il numero dei verdetti finali, che hanno garantito compensazioni economiche per crimini di guerra in procedimenti penali. Tuttavia, a fine anno, i risarcimenti non erano ancora stati versati. I perpetratori condannati non avevano fondi e non esisteva un meccanismo alternativo per indennizzare le donne sopravvissute nelle cause in cui i condannati non erano in grado di risarcire i danni.

Molte vittime hanno continuato a essere costrette a cercare riparazione in procedimenti civili separati, nei quali dovevano rivelare la loro identità e sostenere ulteriori costi. La sentenza della Corte costituzionale del 2016, secondo cui la prescrizione valeva per le richieste di risarcimento indirizzate ai responsabili dei reati e non allo stato, anche in caso di crimini di guerra, ha avuto come effetto il diffuso rigetto di casi nel 2017, limitando ulteriormente la possibilità delle vittime di chiedere risarcimento ed esponendole al pagamento di alte spese processuali.

Sebbene oltre il 75 per cento delle persone scomparse durante la guerra sia stato riesumato e identificato, all’appello mancavano ancora 8.000 persone. Il procedimento delle esumazioni ha continuato a incontrare ostacoli significativi, tra cui la riduzione di fondi e la competenza limitata. La legge sulle persone scomparse è rimasta inapplicata e non erano state ancora destinate risorse per il fondo per le famiglie delle persone scomparse.

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