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Repubblica Islamica dell’Afghanistan

Capo di stato e di governo: Mohammad Ashraf Ghani

La popolazione civile ha subìto diffuse violazioni dei diritti umani a causa del conflitto ancora in corso. Le violenze legate al conflitto hanno provocato morti, feriti e sfollati. Il numero di vittime civili è rimasto elevato; nella maggior parte dei casi sono state uccise o ferite da gruppi armati d’insorti ma una minoranza significativa dalle forze filogovernative. Il numero degli sfollati interni a causa del conflitto ha superato i due milioni; circa 2,6 milioni di rifugiati afgani vivevano fuori dal paese.

La violenza di genere contro donne e ragazze è perdurata per mano di attori statali e non statali. è stato segnalato un aumento del numero di donne punite pubblicamente da gruppi armati che applicavano le norme della sharia. Difensori dei diritti umani hanno ricevuto minacce da parte di attori statali e non statali; giornalisti hanno subìto violenze e censura. Ci sono state nuove condanne alla pena capitale; cinque persone sono state messe a morte a novembre. I membri del gruppo di minoranza hazara e gli sciiti hanno continuato a essere vittime di vessazioni e aggressioni sempre più frequenti, soprattutto per mano di gruppi armati d’insorti.

Contesto

A marzo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato per un altro anno il mandato della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UN Assistance Mission in Afghanistan – Unama), sotto la direzione di Tadamichi Yamamoto, nel ruolo di rappresentante speciale dell’Unama.
Gulbuddin Hekmatyar, capo di Hezb-i-Islami, il secondo più grande gruppo d’insorti del paese, è entrato a far parte del governo afgano. Il 4 maggio, dopo due anni di negoziati, è stata finalizzata la bozza dell’accordo di pace firmata a settembre 2016 tra il governo e Gulbuddin Hekmatyar, che gli ha garantito l’amnistia per i reati commessi in passato, inclusi crimini di guerra, e ha permesso il rilascio di alcuni membri di Hezb-i-Islami detenuti.

Alla fine di giugno, con un considerevole aumento rispetto allo stesso periodo del 2016, l’Unama aveva registrato 12 episodi di bombardamenti al confine tra Pakistan e Afghanistan, che hanno provocato la morte di almeno 10 civili e il ferimento di altri 24; un dato in aumento rispetto allo stesso periodo del 2016.

Il governo ha apportato alcune modifiche al codice penale. Alcune norme dello Statuto di Roma dell’Icc sono state incorporate nella legge afgana e alcuni reati, che in precedenza prevedevano la pena di morte, sono diventati punibili con l’ergastolo.

Conflitto armato nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan

È proseguito il conflitto armato non internazionale tra “elementi antigovernativi” e le forze filogovernative. I talebani e il gruppo armato Stato islamico (Islamic State – Is) erano tra gli “elementi antigovernativi” ma erano oltre 20 i gruppi armati attivi in tutto il paese. Secondo l’Unama, i talebani e altri gruppi armati d’opposizione sono stati responsabili della maggior parte delle vittime civili (il 64 per cento) nei primi nove mesi dell’anno.

A fine settembre, l’Unama aveva registrato 8.019 vittime civili (2.640 uccisi e 5.379 feriti), una diminuzione complessiva rispetto allo stesso periodo del 2016 ma con un aumento del 13 per cento del numero di donne uccise o ferite. Circa il 20 per cento delle vittime erano imputabili alle forze filogovernative, tra cui le forze di sicurezza nazionali afgane, la polizia locale afgana, i gruppi armati filogovernativi e le forze militari internazionali.

Pur riconoscendo che le forze governative afgane avessero fatto degli sforzi per diminuire le vittime tra i civili, specialmente durante i combattimenti terrestri, l’Unama ha anche rilevato che il numero di civili uccisi o feriti in attacchi aerei è aumentato di quasi il 50 per cento rispetto al 2106; circa due terzi di queste vittime erano donne e bambini.

Violazioni da parte delle forze filogovernative

A gennaio, secondo l’Unama, nella provincia di Paktika, la polizia nazionale di frontiera afgana ha abusato sessualmente di un ragazzo di 13 anni e lo ha poi ucciso a colpi d’arma da fuoco. Coloro che erano sospettati di responsabilità penale sono stati perseguiti dalla polizia nazionale afgana e condannati per omicidio a sei anni di carcere.

Secondo l’Unama, oltre una decina di civili sono stati colpiti con armi da fuoco ai posti di blocco. In uno di questi episodi, avvenuto il 16 marzo, a un posto di blocco della provincia di Jawzjan, la polizia locale afgana ha sparato e ferito un uomo e sua madre, dopo averli scambiati per insorti. Ad aprile, la polizia nazionale afgana ha sparato a un uomo di 65 anni che tornava da portare foraggio alle sue mucche; è morto in seguito in ospedale. A maggio, un soldato dell’esercito nazionale afgano ha ucciso a colpi d’arma da fuoco un ragazzo di 13 anni, mentre raccoglieva erba vicino a un posto di blocco nella provincia di Badghis.

A giugno, secondo l’Unama, tre bambini piccoli sono stati uccisi nelle loro case nel distretto di Saydebad da un colpo di mortaio sparato dall’esercito nazionale afgano. Lo stesso mese, le forze filogovernative di pattuglia hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco un padre e i suoi due figli (di cinque e 12 anni), fuori dalla fabbrica di mattoni dove lavoravano; in quel momento non c’erano attività militari note nell’area. L’Unama ha chiesto aggiornamenti su ogni indagine o ulteriori azioni su questi casi ma a luglio non aveva ancora ricevuto informazioni da parte del ministero dell’Interno.
Durante i primi sei mesi dell’anno, secondo l’Unama, 95 civili sono stati uccisi da attacchi aerei, la metà erano bambini.

Violazioni da parte dei gruppi armati

A gennaio, nella provincia del Badakhshan, cinque uomini armati hanno trascinato via una donna incinta dalla sua abitazione e le hanno sparato, uccidendola davanti a suo marito e ai suoi sei bambini; secondo i testimoni, gli aggressori l’avevano accusata di essere una sostenitrice del governo. L’8 marzo, uomini armati sono entrati in un ospedale militari dell’esercito nazionale afgano, nel centro di Kabul, e hanno ucciso almeno 49 persone, tra cui pazienti. Ad agosto, gruppi armati hanno attaccato il villaggio di Mirza Olang, nella provincia di Sar-e-Pul, uccidendo almeno 36 persone, tra cui civili.

Attacchi suicidi perpetrati dai gruppi armati in aree civili hanno causato la morte di almeno 382 persone e il ferimento di altre 1.202. In uno di questi attacchi a dicembre, almeno 41 persone, inclusi bambini, sono stati uccisi da un attacco dinamitardo suicida contro un’organizzazione culturale sciita a Kabul.
Il 25 agosto, l’Is ha attaccato una moschea sciita a Kabul, uccidendo almeno 28 persone e ferendone altre decine. Il 20 ottobre, si sono verificati attacchi simili contro due moschee sciite, uno a ovest di Kabul e l’altro nella provincia di Ghor, provocando la morte di oltre 60 persone e il ferimento di decine di altre.

Violenza contro donne e ragazze nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan

Il ministero per gli Affari femminili dell’Afghanistan ha riferito un aumento dei casi di violenza di genere contro le donne, specialmente nelle aree sotto il controllo dei talebani.

Nella prima metà dell’anno, la commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan ha segnalato migliaia di casi di violenza contro donne e ragazze in tutto il paese, compresi pestaggi, uccisioni e attacchi con l’acido. In un contesto d’impunità e mancanza d’indagini per questi crimini, i casi di violenza contro le donne sono stati raramente denunciati, a causa delle pratiche tradizionali, della stigmatizzazione e del timore di conseguenze per le vittime.

I gruppi armati hanno perpetrato violenza di genere, torture e altri maltrattamenti e altre violazioni dei diritti umani, imponendo punizioni corporali alle donne che avevano avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio e che svolgevano un lavoro sessuale.In uno di questi episodi, secondo l’Unama, alcuni uomini hanno duramente picchiato una donna nella sua casa a Darah-i-Suf, nel distretto di Payin della provincia di Samangan, dopo averla accusata di aver fatto sesso fuori dal matrimonio e di essere una lavoratrice del sesso.

L’Unama ha anche rilevato che i gruppi armati hanno cercato di ridurre l’accesso all’istruzione per le ragazze. A febbraio, le scuole per ragazze di vari villaggi nella provincia di Farah sono state costrette a chiudere a causa delle minacce, negando temporanemente l’istruzione a oltre 3.500 ragazze. Quando le scuole hanno riaperto, 10 giorni dopo, la maggior parte delle studentesse aveva paura a tornare a scuola.

Il capo del dipartimento per gli Affari femminili della provincia di Badakhshan ha riferito che, a marzo, i talebani hanno lapidato a morte una donna e hanno frustato un uomo, accusati di aver fatto sesso fuori dal matrimonio, nel distretto di Wardoj, nel nord-est del Badakhshan.

Ad agosto, una donna di nome Azadeh è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco dai talebani nella provincia di Jawzjan. Secondo il portavoce del governatore, la donna era scappata di casa alcuni mesi prima a causa della violenza domestica che subiva e si era rifugiata in una casa sicura nella città di Sheberghan. Era ritornata dopo una mediazione a livello locale ma in seguito i talebani l’hanno trascinata fuori casa e le hanno sparato.

Rifugiati e sfollati interni nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan

Durante il 2017, circa 2,6 milioni di rifugiati afgani hanno vissuto in più di 70 paesi in tutto il mondo. Circa il 95 per cento sono stati ospitati in due soli paesi, Iran e Pakistan, dove hanno subìto discriminazione, aggressioni di matrice razzista, mancanza di servizi basilari e rischio di espulsione di massa.

Tra il 2002 e il 2017, più di 5,8 milioni di afgani sono tornati a casa, molti dei quali rimandati contro la loro volontà da altri governi.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (United Nations Office for Coordination of Humanitarian Affairs – Unocha) ha dichiarato che, solo nel 2017, circa 437.907 persone erano state sfollate dal conflitto, portando il numero totale di sfollati interni a oltre due milioni. Nonostante le promesse fatte dai governi che si sono succeduti, gli sfollati interni hanno continuato a non avere alloggio adeguato, cibo, acqua, assistenza sanitaria e opportunità di cercare lavoro e ottenere un’istruzione.

La gran parte è stata costretta a percorrere quotidianamente molti chilometri per procurarsi acqua e aveva difficoltà ad avere almeno un pasto al giorno. La maggior parte degli sfollati interni non aveva accesso a strutture pubbliche sanitarie di base, non poteva permettersi assistenza sanitaria privata e gli ambulatori mobili, gestiti dalle Ngo o dal governo, erano disponibili solo sporadicamente.
Gli sfollati interni hanno anche subìto ripetute minacce di sgombero forzato, sia da parte del governo sia da parte di privati.

Difensori dei diritti umani nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan

I difensori dei diritti umani hanno subìto continue minacce alla loro vita e sicurezza. A giugno, almeno quattro persone sono state uccise quando la polizia ha aperto il fuoco su un gruppo di manifestanti che protestava per il peggioramento delle condizioni di sicurezza a Kabul, in seguito all’esplosione di un ordigno piazzato su un furgone, che aveva ucciso oltre 150 persone. A quanto pare, non sono state condotte indagini sull’uso delle armi da fuoco da parte della polizia. I parenti delle vittime hanno tenuto per diverse settimane un sit-in a Kabul, che la polizia ha disperso con la forza. Una persona è stata uccisa e, secondo quanto riferito, almeno altre cinque sono state trattenute arbitrariamente in una casa privata e interrogate da agenti in borghese, prima di essere rilasciate il giorno successivo.

A luglio, il governo ha proposto varie modifiche alle leggi sulle associazioni, sugli scioperi e sulle manifestazioni, che avrebbero limitato i diritti alla libertà d’associazione e d’espressione, introducendo nuove restrizioni all’organizzazione di manifestazioni e scioperi. Le modifiche proposte avrebbero anche dato alla polizia maggiori poteri per fermare o impedire manifestazioni o scioperi, minacciando ulteriormente il diritto di riunione pacifica.

Le attiviste per i diritti umani hanno continuato a subire minacce e intimidazioni da parte di attori statali e non statali, in tutto l’Afghanistan. La maggior parte dei casi non è stata denunciata alla polizia per mancanza di fiducia nelle agenzie di sicurezza, che hanno costantemente fallito nell’indagare e nell’affrontare queste minacce. Alcune delle persone che hanno denunciato le minacce non hanno ottenuto sostegno o protezione.

Libertà d’espressione nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan

Una serie di aggressioni violente e intimidazioni contro giornalisti, compresi alcuni omicidi, hanno ulteriormente messo in evidenza la costante erosione della libertà d’espressione.
Il Nai, un organismo di controllo dei mezzi d’informazione, ha riferito di oltre 150 attacchi contro giornalisti, operatori dell’informazione e uffici di organi di stampa, avvenuti durante l’anno, con omicidi, pestaggi, detenzione, incendi, attacchi, minacce e altre forme di violenza da parte di attori statali e non statali.

A marzo, un reporter che lavorava per Ariana Tv, nella provincia di Sar-e-Pul, è stato picchiato dalla polizia dopo aver cercato di fare un servizio sull’uso eccessivo della forza contro i civili. Gli agenti gli hanno sequestrato la telecamera e altri strumenti; egli ha cercato rifugio nell’ufficio del governatore.
Ad agosto, un importante giornalista della provincia di Zabul ha ricevuto minacce di morte da parte dei talebani, seguite da attentati alla sua vita. Dopo aver denunciato gli episodi, i funzionari della sicurezza non hanno adottato misure per proteggerlo e l’uomo ha lasciato la provincia per mettersi al sicuro.
A novembre, combattenti dell’Is hanno attaccato la stazione di Shamshad Tv a Kabul; un membro dello staff è morto e altri sono rimasti feriti.

Il Nai ha riferito che, nel 2016, aveva sottoposto alle autorità almeno 240 casi di violenza contro operatori dell’informazione, compresi reporter e giornalisti. Un anno più tardi, il governo non aveva intrapreso alcuna azione in risposta e nessuno era stato portato dinanzi alla giustizia.

Tortura e altri maltrattamenti nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan

In tutto il paese, gli afgani sono rimasti a rischio di tortura e altri maltrattamenti, con pochi progressi nel combattere l’impunità. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha rilevato una “diffusa accettazione e legittimazione della tortura nella società afgana”.

Molti di coloro che erano sospettati di responsabilità penali hanno continuato a mantenere ruoli esecutivi ufficiali, anche nel governo. Il Comitato ha anche rilevato che i prigionieri, trattenuti dalla direzione della sicurezza nazionale, dalla polizia nazionale afgana e dalla polizia locale afgana erano soggetti a “pestaggi, scosse elettriche, sospensioni, minacce, abusi sessuali e altre forme di abusi mentali e fisici”. Gli investigatori dell’Unama e dell’Ohchr, cha avevano intervistato 469 detenuti, hanno dichiarato che il 39 per cento di loro aveva riportato racconti credibili di tortura e altri maltrattamenti durante l’arresto e l’interrogatorio.

A marzo, il governo ha approvato una legge contro la tortura, che rendeva reato la tortura ma non prevedeva risarcimento o compensazione per le vittime.

Gruppi armati, compresi i talebani, hanno continuato a commettere crimini di diritto internazionale, tra cui omicidi, tortura e altri abusi, come punizione per atti che percepivano come reati e offese. Le esecuzioni e le gravi punizioni imposte dal sistema di giustizia parallelo si configuravano come atti criminali secondo la legge e, in alcune circostanze, erano equiparabili a crimini di guerra.

Pena di morte nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan

In una revisione del codice penale, l’ergastolo ha sostituito la pena di morte per alcuni reati.
A novembre, nel carcere Pul-e-Charki di Kabul, ci sono state cinque esecuzioni. Il ministero dell’Interno ha dichiarato che i cinque erano stati condannati nel 2016 per omicidio e rapimento e che le loro sentenze erano state riesaminate da tre corti d’appello.

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