Arabia Saudita - Amnesty International Italia

REGNO DELL’ARABIA SAUDITA

Capo di stato e di governo: re Salman bin Abdul Aziz Al Saud

Le autorità hanno duramente limitato le libertà d’espressione, associazione e riunione e hanno arrestato molti difensori dei diritti umani e altri che avevano espresso opinioni critiche, in alcuni casi condannandoli a lunghe pene carcerarie al termine di procedimenti iniqui. Sono state effettuate diverse esecuzioni di attivisti sciiti e molti altri sono stati condannati a morte al termine di processi gravemente iniqui, celebrati dalla corte penale specializzata (Specialized Criminal Court – Scc). La tortura e altri maltrattamenti ai danni dei detenuti sono rimasti una prassi comune. Nonostante alcune limitate riforme, le donne hanno subìto sistematiche discriminazioni nella legge e nella prassi e non sono state adeguatamente protette contro la violenza sessuale e di altro tipo. Le autorità hanno applicato in maniera estensiva la pena di morte, effettuando decine di esecuzioni. Le forze della coalizione a guida saudita nello Yemen hanno continuato a commettere gravi violazioni del diritto internazionale.

CONTESTO

A giugno, Arabia Saudita, Bahrein, Egitto ed Emirati Arabi Uniti hanno interrotto le relazioni con il Qatar, con gravi ripercussioni su migliaia di cittadini e lavoratori migranti.

Lo stesso mese, re Salman ha effettuato un rimpasto ai vertici dell’apparato politico e di sicurezza, ridimensionando considerevolmente i poteri del ministero dell’Interno. Il 17 giugno, il re ha privato il ministero dei poteri di indagare e perseguire i reati, trasferendoli all’ufficio del pubblico ministero, che è passato sotto la sua diretta autorità. A luglio, un decreto regio ha ulteriormente ridotto il mandato del ministero, istituendo la presidenza della sicurezza di stato, che rispondeva direttamente al re, incaricata di gestire tutte le questioni relative alla sicurezza di stato, compreso il “terrorismo”. Nell’arco di questo periodo sono stati apportati anche alcuni cambiamenti ai vertici dello stato; l’avvicendamento più significativo ha avuto luogo il 21 giugno, quando re Salman ha nominato principe ereditario suo figlio Mohammed bin Salman, estromettendo suo nipote Mohammed bin Naif Al Saud.

A maggio, il Relatore speciale delle Nazioni Unite su diritti umani e il controterrorismo ha concluso che la legislazione antiterrorismo dell’Arabia Saudita non era in linea con gli standard internazionali e ha esortato il governo a “porre fine al perseguimento giudiziario di persone come difensori dei diritti umani, scrittori e blogger, semplicemente a causa dell’espressione non violenta delle loro opinioni”.

Il presidente americano Donald Trump ha visitato l’Arabia Saudita a maggio, per prendere parte al summit di Riyadh, che ha visto la partecipazione di rappresentanti di oltre 55 stati, prevalentemente arabi o a maggioranza musulmana. Durante la visita è stato annunciato un accordo commerciale sulla vendita di armi tra Usa e Arabia Saudita, del valore di 300 miliardi di dollari Usa.

La coalizione militare a guida saudita, a sostegno del governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen, ha continuato a bombardare le aree controllate o contese dalle forze huthi e dai loro alleati, uccidendo e ferendo civili. Alcuni attacchi si sono configurati come crimini di guerra. Un rapporto delle Nazioni Unite, reso pubblico a settembre, ha rilevato che le operazioni della coalizione saudita continuavano a essere la principale causa della morte di civili nel conflitto (cfr. Yemen). A ottobre, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha inserito la coalizione a guida saudita nel suo rapporto annuale su minori e conflitto armato ma creando una nuova categoria costruita appositamente per limitare la condanna nei confronti della coalizione.

DISCRIMINAZIONE – MINORANZA SCIITA

I membri della minoranza musulmana sciita hanno continuato a subire discriminazione a causa della loro fede, con limitazioni alla loro libertà d’espressione religiosa e all’accesso alla giustizia e con restrizioni arbitrarie all’esercizio di altri diritti, come quello al lavoro e a fruire dei servizi forniti dallo stato. Attivisti sciiti hanno continuato a essere arrestati, incarcerati e in alcuni casi anche condannati a morte al termine di processi iniqui. Quattro uomini sciiti, condannati a morte per reati legati a eventi di protesta, sono stati messi a morte a luglio.

Tra maggio e agosto, le forze di sicurezza hanno iniziato l’evacuazione del distretto di al-Masoura, nella città di al-Awamiyah, nella provincia Orientale, popolata in maggioranza dalla comunità sciita, per la costruzione di nuove infrastrutture. È scoppiato uno scontro con armi da fuoco, con il ricorso ad artiglieria pesante e ordigni, tra le forze di sicurezza e uomini armati che si rifiutavano di abbandonare l’area; decine di residenti sono morti e rimasti feriti e la città ha subìto gravi danni. Le autorità hanno accusato gli uomini di “attività terroristiche” e di altri reati di rilevanza penale, nel dichiarato proposito di attuare nei loro confronti una ferma repressione. Gli abitanti hanno riferito che le autorità avevano impedito alle ambulanze e agli aiuti sanitari di raggiungere l’area e che molte famiglie erano rimaste senza cibo, acqua, farmaci e altri beni di prima necessità. Secondo quanto si è appreso, durante l’operazione sono state arrestate e detenute decine di persone, compresi alcuni attivisti.

Per citare un esempio, il 15 maggio, il difensore dei diritti umani Ali Shaaban è stato fermato dalle autorità dopo aver pubblicato alcuni post su Facebook, in cui esprimeva solidarietà con i residenti di al-Awamiyah. A fine anno era ancora in detenzione.

A luglio, le famiglie di 15 uomini sciiti, accusati di essere spie per conto dell’Iran e condannati a morte al termine di un processo di massa gravemente iniquo, hanno appreso che la corte d’appello dell’Scc aveva confermato le loro sentenze. A dicembre, ad alcuni parenti è stato comunicato che le sentenze erano state confermate dopo la revisione della Corte suprema, lasciando gli uomini a rischio d’imminente esecuzione.

L’Scc ha continuato a processare attivisti sciiti per la loro presunta partecipazione alle proteste del 2011 e 2012. Ancora una volta le autorità sono ricorse alla pena capitale per colpire i dissidenti politici. Almeno 38 uomini sciiti erano in attesa di esecuzione, compresi quattro che erano stati condannati a morte per aver partecipato alle proteste del 2012, quando erano minori di 18 anni.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE, ASSOCIAZIONE E RIUNIONE IN ARABIA SAUDITA

Le autorità hanno proseguito la repressione nei confronti di attivisti pacifici e dissidenti, vessando scrittori, commentatori online e altri che avevano esercitato il loro diritto di esprimere liberamente opinioni contrarie alla linea politica del governo.

A seguito dell’annunciata decisione di interrompere i rapporti con il Qatar, le autorità saudite hanno ammonito i cittadini a non esprimere simpatia nei confronti del Qatar o a non criticare le azioni del governo, affermando che questa condotta sarebbe stata considerata un reato punibile ai sensi dell’art. 6 della legge contro i reati informatici. Qualsiasi raduno pubblico, comprese manifestazioni pacifiche, è rimasto vietato ai sensi di un’ordinanza emanata nel 2011 dal ministero dell’Interno.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI IN ARABIA SAUDITA

A due anni dall’approvazione della legge sulle associazioni, non era stata creata alcuna nuova organizzazione indipendente per i diritti umani, come previsto dalla normativa. Le attività di alcune organizzazioni indipendenti per i diritti umani che erano state costrette alla chiusura, tra cui l’Associazione saudita per i diritti civili e politici (Saudi Ci­vil and Political Rights Association – Acpra), l’Unione per i diritti umani, il Centro Adala per i diritti umani e l’Osservatorio per i diritti umani in Arabia Saudita, erano ancora bloccate. Quasi tutti i loro membri erano stati giudicati colpevoli e condannati; alcuni sono fuggiti dal paese o sono stati processati dall’Scc.

A ottobre, le autorità hanno approvato una nuova legge contro il terrorismo, che ha sostituito quella del 2014, introducendo pene specifiche per i crimini “terroristici”, tra cui la pena di morte. La legge continuava a contenere definizioni vaghe e oltremodo ampie degli atti di terrorismo, permettendo alle autorità di usarle come ulteriori strumenti di repressione della libertà d’espressione e dei difensori dei diritti umani.

Le autorità hanno continuato ad arrestare, perseguire e condannare difensori dei diritti umani sulla base di accuse dalla formulazione vaga, che facevano riferimento in maniera estensiva alla legge contro il terrorismo del febbraio 2014. Ad esempio, tutti gli 11 membri fondatori dell’Acpra, che le autorità avevano chiuso nel 2013, sono stati condannati a pene carcerarie.

A settembre, Abdulaziz al-Shubaily, difensore dei diritti umani e fondatore dell’Acpra, è stato messo in carcere per cominciare a scontare la sua condanna a otto anni di carcere, seguiti da un divieto di viaggio della durata di otto anni, oltre al divieto di scrivere sui social network, dopo che la sentenza è stata confermata in appello. L’attivista era stato ritento colpevole, tra le altre accuse, di aver “insultato l’integrità del sistema giudiziario e dei giudici” e “violato l’art. 6 della legge sui reati informatici”, mediante “l’istigazione dell’opinione pubblica contro i governanti di questo paese e la sottoscrizione di dichiarazioni che erano state pubblicate online e che esortavano la gente a manifestare”.

Agli inizi di gennaio, l’ingegnere informatico e attivista per i diritti umani Essam Koshak è stato raggiunto da un mandato di comparizione, per essere interrogato e ripetutamente interpellato in merito al suo account Twitter. Il 21 agosto, è iniziato il processo a suo carico davanti all’Scc, in cui doveva rispondere di una serie di imputazioni legate al suo attivismo online.

Sempre il 21 agosto, è iniziato davanti all’Scc il processo a carico del difensore dei diritti umani Issa al-Nukheifi, per una serie di accuse inerenti alcuni post che aveva pubblicato su Twitter. Era stato arrestato il 18 dicembre 2016 e a fine 2017 rimaneva detenuto nel carcere generale della Mecca.

ARRESTI E DETENZIONI ARBITRARI IN ARABIA SAUDITA

Le autorità della sicurezza hanno continuato ad attuare arbitrariamente arresti e detenzioni e a trattenere senza accusa né processo per periodi prolungati le persone fermate, senza condurle davanti a un tribunale competente, in violazione del codice di procedura penale. Di frequente i detenuti sono stati trattenuti in incommunicado durante le fasi dell’interrogatorio ed è stato loro negato l’accesso agli avvocati, in violazione degli standard internazionali sul processo equo.

A febbraio, il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria ha stabilito che Ali al-Nimr, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon, tre giovani arrestati in relazione alle proteste e a rischio di imminente esecuzione, erano detenuti arbitrariamente. Il Gruppo di lavoro ha dichiarato che gli uomini erano stati privati della loro libertà senza alcuna base legale, in quanto erano stati processati e condannati sulla base di leggi che erano entrate in vigore due anni dopo il loro arresto, in violazione del diritto internazionale.

A settembre, le autorità hanno eseguito una serie di arresti, mettendo in carcere oltre 20 noti esponenti religiosi, scrittori, giornalisti e accademici.

A novembre, le autorità hanno detenuto centinaia di funzionari, dimessi o in servizio, e uomini d’affari senza rivelare dettagli sulle accuse che erano state avanzate contro di loro. Alcuni sono stati in seguito rilasciati, a quanto pare, in seguito ad accordi economici.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI IN ARABIA SAUDITA

Episodi di tortura e altri maltrattamenti di detenuti sono rimasti un fenomeno comune e diffuso. I tribunali hanno continuato a giudicare gli imputati e a confermare condanne a morte sulla base di contestate “confessioni” preprocessuali. Agenti della sicurezza hanno continuato a torturare e altrimenti maltrattare i detenuti nell’assoluta impunità.

A luglio, le famiglie di 14 uomini condannati a morte per accuse legate alle proteste hanno appreso per telefono che le condanne dei loro congiunti erano state confermate. Gli incartamenti processuali avevano dimostrato che i 14 uomini erano stati sottoposti a lunghi periodi di detenzione cautelare e che avevano denunciato di essere stati torturati e maltrattati durante l’interrogatorio, allo scopo di estorcere loro “confessioni”. Nell’emettere la sentenza, l’Scc si sarebbe principalmente basata sulle “confessioni” usate come prove a carico degli imputati, senza alcuna indagine sulle loro accuse di tortura.

DIRITTI DELLE DONNE IN ARABIA SAUDITA

Donne e ragazze hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi, malgrado le riforme promesse dal governo. La legge imponeva alle donne di ottenere il permesso di un “tutore” di sesso maschile, che fosse padre, marito, fratello o figlio, per poter frequentare corsi d’istruzione superiore, cercare un impiego, viaggiare o sposarsi. Le donne inoltre hanno continuato a non essere adeguatamente protette contro la violenza sessuale e altre forme di violenza.

Ad aprile, re Salman ha emanato un decreto regio che chiedeva agli enti governativi di astenersi dal richiedere alle donne l’autorizzazione di un “tutore” di sesso maschile per poter fruire dei servizi dello stato, a meno che questo non fosse previsto dal relativo regolamento dell’ente. Il decreto inoltre ordinava alle istituzioni governative di rivedere i loro regolamenti vigenti e di elaborare un elenco delle procedure per le quali era richiesta l’approvazione di un “tutore”. Il decreto avrebbe potuto migliorare la libertà delle donne di gestire la loro vita ma a fine anno non era stato ancora implementato. Lo stesso mese, l’Arabia Saudita è stata eletta membro della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne.

A settembre, il re ha emanato un altro decreto che permetteva alle donne di guidare un veicolo, il quale dovrebbe entrare in vigore a decorrere dal 23 giugno 2018. Il decreto ha stabilito che la sua implementazione avrebbe dovuto tenere conto dei “regolamenti normativi vigenti”, senza fornire ulteriori chiarimenti, sollevando pertanto dubbi circa le modalità con cui sarebbe stato concretamente applicato. A seguito dell’annuncio, attiviste dei diritti delle donne, che avevano promosso campagne contro il divieto che impediva alle donne di guidare, hanno denunciato di aver ricevuto intimidazioni telefoniche che le ammonivano a non commentare pubblicamente lo sviluppo della questione o avrebbero altrimenti rischiato di essere convocate per un interrogatorio.

Maryam al-Otaibi, un’attivista di 29 anni che aveva partecipato in prima persona alla campagna per porre fine al sistema fondato sul tutoraggio maschile, è stata arrestata e detenuta nella capitale Riyadh il 19 aprile, dopo essere fuggita da un ambiente familiare in cui era stata vittima di abusi, ad al-Qassim. È stata interrogata dopo che il padre, suo “tutore” legale, aveva sporto una denuncia contro di lei per essersi allontanata dalla famiglia. Il 30 luglio è stata rilasciata su cauzione e, a fine anno, il suo caso era all’esame dell’autorità giudiziaria e l’attivista rischiava di essere nuovamente incarcerata.

Loujain al-Hathloul, nota attivista dei diritti umani che era stata in carcere per aver sfidato il divieto di guidare, è stata riarrestata e detenuta il 4 giugno al suo arrivo all’aeroporto di Dammam. È stata interrogata in merito al suo attivismo e rilasciata dopo quattro giorni. Le condizioni del suo rilascio sono rimaste poco chiare.

DIRITTI DEI LAVORATORI – LAVORATORI MIGRANTI

Le autorità hanno proseguito il loro giro di vite contro i lavoratori migranti irregolari, arrestati, detenuti ed espulsi a migliaia. A marzo, il ministero dell’Interno ha lanciato la campagna “Una nazione senza violazioni”, che dava ai lavoratori migranti 90 giorni di tempo per regolarizzare la loro posizione o lasciare il paese senza ricevere sanzioni.

PENA DI MORTE IN ARABIA SAUDITA

I tribunali hanno emesso nuove condanne a morte per molte tipologie di reato, compresi reati in materia di droga o altri comportamenti che, in base al diritto internazionale, non dovrebbero prevedere l’imposizione della pena capitale, come ad esempio la “stregoneria” e l’“adulterio”. In molti casi, gli imputati sono stati condannati a morte al termine di processi iniqui, senza che i tribunali avessero adeguatamente indagato le loro accuse secondo cui le “confessioni” erano state loro estorte sotto coercizione, tortura compresa. Era prassi delle autorità non informare le famiglie dell’imminente esecuzione dei loro parenti o non provvedere a informarli immediatamente dell’avvenuta esecuzione.

L’11 luglio, Yussuf Ali al-Mushaikhass, padre di due figli, è stato messo a morte assieme ad altri tre uomini per reati in materia di terrorismo, in relazione alle proteste antigovernative che si erano tenute nella provincia Orientale tra il 2011 e il 2012. La sua famiglia ha appreso dell’avvenuta esecuzione solo quando il governo ne ha dato l’annuncio alla televisione. A quanto pare, il tribunale lo aveva giudicato colpevole principalmente sulla base di “confessioni” che, come sostenuto in aula da Yussuf Ali al-Mushaikhass, gli erano state estorte con la tortura e altri maltrattamenti.

Said al-Sai’ari è stato messo a morte il 13 settembre. Il tribunale generale di Najran gli aveva imposto la pena di morte nel 2013, sebbene la corte avesse concluso che le prove erano insufficienti per condannarlo. Nell’emettere il verdetto di colpevolezza, il tribunale aveva fatto riferimento alle deposizioni rilasciate sotto giuramento dal padre della vittima, il quale era convinto che Said al-Sai’ari fosse responsabile dell’omicidio di suo figlio, malgrado il fatto che egli non fosse presente sulla scena del crimine.

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