Egitto - Amnesty International Italia

REPUBBLICA ARABA D’EGITTO

Capo di stato: Abdel Fattah al-Sisi

Capo di governo: Sherif Ismail

La crisi dei diritti umani in Egitto non ha accennato a migliorare. Le autorità hanno fatto ricorso a tortura e altri maltrattamenti e sparizioni forzate ai danni di centinaia di persone, oltre a compiere impunemente decine di esecuzioni extragiudiziali. Il giro di vite nei confronti della società civile ha raggiunto l’apice, con personale di Ngo sottoposto a ulteriori interrogatori, divieti di viaggio e congelamento dei beni. Gli arresti e le detenzioni arbitrari, in seguito a processi gravemente iniqui, nei confronti di persone critiche verso il governo, manifestanti pacifici, giornalisti e difensori dei diritti umani erano la norma. Sono proseguiti i processi collettivi davanti a tribunali civili e militari, con decine d’imputati condannati a morte. Le donne hanno continuato a subire episodi di violenza sessuale e di genere e a essere discriminate nella legge e nella prassi. Le autorità hanno continuato a perseguire penalmente persone per accuse di diffamazione della religione e “indecenza”, sulla base del loro reale o percepito orientamento sessuale.

CONTESTO

A giugno, il presidente al-Sisi ha ceduto all’Arabia Saudita la sovranità su due isole disabitate situate nel Mar Rosso, suscitando un’ondata di critiche da parte dell’opinione pubblica. A luglio, sono ripresi per la prima volta dal 2011 gli incontri del consiglio dell’Associazione Eu-Egitto e sono state definite le sue priorità.

A febbraio, un parlamentare ha proposto un emendamento costituzionale per estendere da quatto a sei anni il mandato presidenziale. Ad aprile, il presidente al-Sisi ha approvato un nuovo pacchetto di emendamenti legislativi, che hanno indebolito le garanzie che tutelano l’equità dei processi e che hanno facilitato gli arresti arbitrari, la detenzione cautelare a tempo indeterminato, le sparizioni forzate e l’emissione di un maggior numero di sentenze. Gli emendamenti inoltre consentivano ai tribunali penali d’inserire persone ed enti in “liste di terrorismo”, esclusivamente sulla base di informazioni fornite dalla polizia.

Sempre ad aprile, il presidente al-Sisi ha approvato la legge sugli organi giudiziari 13 del 2017, che gli ha conferito l’autorità di nominare i presidenti degli organi giudiziari, inclusi la Corte di cassazione e il Consiglio di stato, due tribunali fino ad allora considerati come gli organi giudiziari maggiormente indipendenti nel giudicare i membri dell’esecutivo 1.

Almeno 111 agenti di sicurezza sono stati uccisi, in prevalenza nel nord del Sinai. Il gruppo armato Willayet Sinai, affiliato al gruppo armato Stato islamico (Islamic State – Is), ha rivendicato la responsabilità della maggior parte degli attentati compiuti nel paese, mentre altri attacchi di minore entità sono stati attribuiti ad altri gruppi armati, come Hasm, Liwaa al-Thawra e Ansar Al-Islam. Ad aprile, l’Is ha rivendicato la responsabilità dell’attentato dinamitardo compiuto contro due chiese a Tanta e Alessandria, in cui sono morte almeno 44 persone. A ottobre, almeno 16 funzionari del ministero dell’Interno sono stati uccisi in un’imboscata nel deserto occidentale, in un raro attacco compiuto nelle aree interne. A novembre, con un significativo cambiamento negli obiettivi dei gruppi armati, un attacco a una moschea nel nord del Sinai, durante le preghiere del venerdì, ha ucciso almeno 300 persone.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI IN EGITTO

Il giro di vite delle autorità contro il lavoro dei difensori dei diritti umani ha raggiunto livelli mai riscontrati in precedenza, in un contesto di continui tentativi di ridurre al silenzio qualsiasi voce critica nei loro confronti. A febbraio, le autorità hanno chiuso il Centro El-Nadeem, un’Ngo che forniva assistenza alle persone sopravvissute a episodi di tortura e violenza. Sono proseguite le indagini giudiziarie riguardanti il cosiddetto “caso dei 173”, un procedimento istruito nei confronti di difensori dei diritti umani e Ngo; durante l’anno, la magistratura inquirente ha emesso almeno 28 nuovi mandati di comparizione a scopo d’interrogatorio nei confronti di difensori dei diritti umani e personale di Ngo, portando complessivamente a 66 il numero delle persone che dal 2013 erano state convocate o indagate in relazione al caso. I convocati sono stati interrogati in relazione ad accuse come “avere ricevuto finanziamenti dall’estero per recare danno alla sicurezza nazionale egiziana”, un reato ai sensi dell’art. 78 del codice penale, che prevedeva pene detentive fino a 25 anni di carcere. I giudici inquirenti hanno inoltre disposto tre ulteriori divieti di viaggio, portando a 25 il numero dei difensori dei diritti umani ai quali era proibito lasciare l’Egitto. A gennaio, un tribunale ha ordinato il congelamento dei beni dell’Ngo Nazra per gli studi sulle tematiche femminili e dell’Organizzazione araba per la riforma penale, oltre che i conti bancari dei loro direttori.

A maggio, il presidente al-Sisi ha firmato una nuova legge draconiana che ha conferito alle autorità ampi poteri di rifiutare la registrazione delle Ngo, di scioglierle e di sospendere i loro consigli di amministrazione. Inoltre, la legge prevedeva fino a cinque anni di carcere per la pubblicazione di ricerche condotte senza l’approvazione delle autorità 2. A fine anno, il governo non aveva ancora emanato i decreti attuativi necessari per il varo definitivo della legge.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E RIUNIONE IN EGITTO

Tra gennaio e maggio, i tribunali hanno condannato almeno 15 giornalisti a pene detentive variabili da tre mesi a cinque anni, per accuse riconducibili esclusivamente al loro lavoro, compresa la diffamazione e la pubblicazione di quelle che le autorità consideravano “informazioni false”. Il 25 settembre, un tribunale ha condannato l’ex candidato presidenziale e noto avvocato per i diritti umani Khaled Ali a tre mesi di reclusione, per accuse come “violazione della pubblica decenza”, in relazione a una fotografia che lo ritraeva mentre esultava per il pronunciamento di una sentenza di tribunale che ordinava la sospensione della cessione delle due isole all’Arabia Saudita 3. A partire da maggio in poi, le autorità hanno bloccato almeno 434 siti web, compresi quelli di alcuni notiziari indipendenti come Mada Masr e di alcune organizzazioni per i diritti umani come la Rete araba per l’informazione sui diritti umani. A marzo, il ministro della Giustizia ha deferito due giudici, Hisham Raouf e Assem Abdelgabar, rinviandoli a un’udienza disciplinare per avere partecipato a un seminario organizzato da un gruppo egiziano di difesa dei diritti umani, finalizzato alla stesura di un documento normativo contro la tortura.

Tra aprile e settembre, le forze di sicurezza hanno arrestato almeno 240 attivisti politici e manifestanti per accuse legate ad alcuni post pubblicati online, che le autorità avevano ritenuto “ingiuriosi” nei confronti del presidente o per avere partecipato a eventi di protesta non autorizzati. Ad aprile, un tribunale penale ha condannato in contumacia l’avvocato e attivista Mohamed Ramadan a 10 anni di carcere, ai sensi della draconiana legge contro il terrorismo 4. A dicembre, un tribunale di Alessandria ha condannato l’avvocato per i diritti umani Mahinour El-Masry a due anni di carcere per la sua partecipazione pacifica a una protesta.

ARRESTI E DETENZIONI ARBITRARI IN EGITTO

Le forze di sicurezza hanno continuato ad arrestare centinaia di persone sulla base della loro appartenenza, reale o presunta, ai Fratelli musulmani, rastrellandoli e prelevandoli dalle loro abitazioni o dal luogo di lavoro o, in un caso, anche dalla località di vacanza.

Le autorità hanno fatto ricorso a lunghi periodi di detenzione cautelare, spesso anche per più di due anni, come metodo per punire i dissidenti. A ottobre, un giudice ha rinnovato il provvedimento di detenzione cautelare nei confronti del difensore dei diritti umani Hisham Gaafar, nonostante questi fosse già rimasto detenuto oltre il limite massimo di due anni previsto dalla legislazione egiziana. Il fotoreporter Mahmoud Abu Zeid, conosciuto come Shawkan, all’apertura del processo a suo carico, ad agosto 2015, aveva già trascorso due anni in custodia cautelare. È rimasto in detenzione per tutto il 2017, così come i suoi 738 coimputati, mentre proseguivano le udienze del loro processo.

Al loro rilascio, spesso gli attivisti politici erano tenuti a rimanere fino a 12 ore al giorno in libertà vigilata presso il commissariato di polizia locale, una misura equiparabile alla privazione della libertà.

ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIALI E SPARIZIONI FORZATE IN EGITTO

Le agenzie facenti capo al ministero dell’Interno hanno continuato a sottoporre a sparizione forzata e a esecuzione extragiudiziale persone sospettate di essere coinvolte nella violenza di matrice politica. Secondo la Commissione egiziana per i diritti e le libertà, tra gennaio e agosto, le forze di sicurezza hanno sottoposto almeno 165 persone a sparizione forzata, per periodi variabili da sette a 30 giorni.

Il ministero dell’Interno ha affermato che durante l’anno oltre 120 persone erano rimaste uccise nel contesto di scontri a fuoco con le forze di sicurezza. Tuttavia, in molti di questi casi, le vittime si trovavano già in custodia dello stato, essendo state sottoposte a sparizione forzata. A maggio, il ministero ha annunciato la morte del maestro elementare Mohamed Abdelsatar “in uno scontro a fuoco con la polizia”. Tuttavia, i suoi colleghi avevano assistito al suo arresto avvenuto un mese prima sul luogo di lavoro. Ad aprile, è trapelato un video che mostrava truppe dell’esercito nel nord del Sinai che sottoponevano a esecuzione extragiudiziale sei uomini disarmati e un ragazzo di 17 anni.

DETENZIONE IN EGITTO

Tortura e altri maltrattamenti erano ancora frequenti nei luoghi di detenzione ufficiale e una pratica sistematica nei centri di detenzione gestiti dall’agenzia per la sicurezza nazionale (National Security Agency – Nsa). A luglio, un uomo copto è stato arrestato e detenuto presso il commissariato di polizia di Manshyet Nasir, nella capitale Il Cairo, in relazione a un reato minore; 15 ore più tardi era morto. I familiari hanno dichiarato di avere riscontrato contusioni sulla parte superiore del suo corpo e, secondo il referto dell’autopsia ufficiale, il decesso era la conseguenza di un “sospetto atto criminale”.

Le autorità carcerarie, comprese quelle del penitenziario di massima sicurezza di Tora e del carcere di Wadi el-Natrun, punivano i prigionieri detenuti per motivi politici confinandoli in isolamento per periodi prolungati e indefiniti. A febbraio, il ministero dell’Interno ha emendato i regolamenti degli istituti di pena, al fine di consentire il ricorso al regime d’isolamento fino a sei mesi; tale pratica può configurarsi come una forma di tortura o altro maltrattamento. L’attivista politico Ahmed Douma ha trascorso il suo terzo anno in isolamento nel penitenziario di Tora, confinato nella sua cella per almeno 22 ore al giorno. Il portavoce dei Fratelli musulmani Gehad el-Hadad è rimasto detenuto in isolamento a tempo indeterminato nel penitenziario di massima sicurezza di Al Aqrab, sin dal suo arresto avvenuto il 17 settembre 2013.

Nelle carceri continuavano a verificarsi anche altre forme di maltrattamento o casi di negligenza medica; decine di reclusi sono morti, spesso a causa del rifiuto delle autorità carcerarie di trasferirli in ospedale per ricevere cure mediche. A settembre, l’ex leader dei Fratelli musulmani Mohamed Mahdi Akef è morto in carcere per un cancro al pancreas.

PROCESSI INIQUI IN EGITTO

Centinaia di persone sono state condannate, in alcuni casi a morte, al termine di processi collettivi profondamente viziati. A settembre, un tribunale penale del Cairo ha emesso sentenza in relazione al caso delle proteste alla moschea al-Fateh, risalente al 2013, condannando 442 persone a pene carcerarie variabili da cinque a 25 anni, al termine di un processo collettivo profondamente viziato, in cui erano coinvolti 494 imputati. Nell’emettere le loro sentenze, i tribunali hanno continuato a fare ampio affidamento sulle informazioni fornite dall’Nsa e su elementi incriminanti non comprovati, comprese confessioni ottenute tramite tortura. I tribunali militari hanno continuato a giudicare civili in procedimenti iniqui; durante l’anno, almeno 384 civili sono stati giudicati da tribunali militari.

PENA DI MORTE IN EGITTO

I tribunali ordinari e militari hanno continuato a emettere condanne a morte, al termine di processi collettivi caratterizzati da gravi irregolarità. A giugno, la Corte di cassazione ha confermato le condanne a morte di sette uomini, giudicati in due distinti procedimenti giudiziari caratterizzati da gravi irregolarità. Almeno sei di loro erano stati sottoposti a sparizione forzata e torturati per costringerli a “confessare” e la corte, nell’emettere il verdetto e le relative sentenze, si era in larga parte basata su queste confessioni rilasciate sotto coercizione. Sempre a giugno, l’Alta corte militare ha confermato le condanne a morte nei confronti di quattro uomini che erano stati giudicati al termine di processi gravemente iniqui, in cui la corte, nell’emettere il suo verdetto, si era basata sulle “confessioni” ottenute tramite tortura durante i 93 giorni di detenzione in incommunicado a cui erano stati sottoposti 5. Il 26 dicembre, le autorità hanno messo a morte 15 uomini che erano stati condannati da un tribunale militare per l’uccisione di nove membri dell’esercito nel nord del Sinai, nel 2013.

DIRITTI DELLE DONNE IN EGITTO

Donne e ragazze hanno continuato a non essere adeguatamente protette dalla violenza sessuale e altra violenza di genere e a subire discriminazioni nella legge e nella prassi. L’assenza di misure in grado di assicurare il diritto alla riservatezza e la protezione delle donne che denunciavano violenza sessuale e altra violenza di genere continuava a scoraggiare molte donne dal segnalare questo tipo di reati. In molti casi, le donne che denunciavano questi abusi hanno affrontato vessazioni e forme di ritorsione da parte dei perpetratori degli abusi o delle loro famiglie. In alcune occasioni, sia funzionari statali sia parlamentari hanno biasimato le donne vittime di violenza sessuale e attribuito a loro la colpa di questi episodi per il loro “abbigliamento inappropriato”. A marzo, una giovane studentessa è stata attaccata e aggredita sessualmente da un gruppo di facinorosi nella città di Zagazig, nel governatorato di al-Sharkia. Invece di arrestare i perpetratori e di assicurarli alla giustizia, la direzione per la pubblica sicurezza del governatorato di al-Sharkia ha rilasciato una dichiarazione che faceva riferimento al fatto che la vittima “era vestita in maniera succinta” e pertanto aveva “causato l’attacco da parte del gruppo”.

Le donne hanno continuato a subire discriminazioni nell’accesso alle cariche della magistratura. Alcune donne che hanno provato a fare domanda al Consiglio di stato per ottenere la nomina come giudici non sono riuscite a farsi rilasciare i documenti necessari per inoltrare le loro richieste. Una donna ha sporto querela contro il Consiglio di stato per motivi di discriminazione.

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI IN EGITTO

Richiedenti asilo e rifugiati hanno continuato a incorrere in arresti, detenzioni ed espulsioni per essere entrati irregolarmente nel paese. Tra gennaio e aprile, i funzionari dell’immigrazione hanno espulso almeno 50 richiedenti asilo provenienti dall’Eritrea, dall’Etiopia e dal Sudan, anche bambini piccoli, rimandandoli nei loro paesi d’origine senza garantire loro l’accesso a una rappresentanza legale o all’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Il rimpatrio forzato dei richiedenti asilo eritrei, così come dei cittadini etiopi e sudanesi, su cui gravava un comprovato rischio di persecuzione se rimandati nei loro paesi di origine, si è configurato come refoulement. A luglio, le autorità hanno realizzato una retata di studenti cinesi, in prevalenza appartenenti alla minoranza etnica uigura, arrestandone almeno 200 e rimandando in Cina almeno 21 uomini e una donna, in violazione degli obblighi dell’Egitto di rispettare il principio di non-refoulement.

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

In quello che è stato considerato come il più duro giro di vite contro le persone Lgbti da oltre un decennio, le autorità hanno compiuto retate e hanno perseguito persone sulla base del loro reale o percepito orientamento sessuale, dopo che durante un concerto al Cairo, il 22 settembre, era stata fatta sventolare una bandiera arcobaleno. Queste azioni penali avevano suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica. Le forze di sicurezza hanno arrestato almeno 78 persone ed effettuato almeno cinque visite anali, una pratica equiparabile a tortura. Tra gli arrestati c’erano un uomo e una donna, rimasti detenuti per tre mesi per aver innalzato la bandiera arcobaleno al concerto, oltre che persone che avevano postato online espressioni di solidarietà per il loro atto. Molti degli arrestati sono stati presi in trappola dalle forze di sicurezza su applicazioni di appuntamento online. I tribunali hanno condannato almeno 48 persone a periodi di reclusione variabili da tre mesi a sei anni, per accuse d’“indecenza abituale”. Le altre persone sottoposte a fermo sono rimaste detenute in attesa di essere interrogate dai giudici inquirenti.

Verso fine ottobre, un gruppo di parlamentari ha avanzato una proposta di legge profondamente discriminatoria, che condannava esplicitamente le relazioni omosessuali e qualsiasi iniziativa pubblica di promozione di raduni, simboli o bandiere Lgbti. Il documento inoltre prevedeva condanne fino a cinque anni di carcere, innalzabili a 15, per coloro che fossero stati ritenuti colpevoli di reati multipli.

LIBERTÀ DI RELIGIONE E CULTO IN EGITTO

Le autorità hanno continuato a violare il diritto alla libertà di religione, esercitando forme di discriminazione nei confronti dei cristiani. Ad agosto, le forze di sicurezza hanno impedito a decine di cristiano copti di pregare in un’abitazione privata nel villaggio di Alforn, nel governatorato di Minya, adducendo motivi di sicurezza.

È prevalsa l’impunità per gli attacchi di matrice settaria contro le comunità cristiane e le autorità hanno continuato a fare affidamento su riconciliazioni e accordi tradizionali concordati dalle autorità locali e dai leader religiosi. In questo contesto d’impunità, la violenza da parte di agenti non statali contro i cristiani si è notevolmente intensificata. Nel nord del Sinai, tra il 30 gennaio e il 23 febbraio, gruppi armati hanno ucciso sette cristiano copti, provocando uno sfollamento interno senza precedenti di almeno 150 nuclei familiari copti, che vivevano nel nord del Sinai 6. Le autorità non hanno provveduto a offrire loro la necessaria protezione o un’adeguata compensazione. A dicembre, l’Is ha rivendicato la responsabilità dell’uccisione con armi da fuoco di 10 persone in un attacco a una chiesa a Helwan, a sud del Cairo.

A novembre, in un attacco a una moschea nel nord del Sinai durante le preghiere del venerdì sono rimasti uccisi oltre 300 fedeli. Nessun gruppo armato ha rivendicato l’attentato.

DIRITTI DEI LAVORATORI IN EGITTO

Le autorità hanno sottoposto decine di lavoratori e sindacalisti ad arresti, processi davanti a tribunali militari, licenziamenti e a un’ampia gamma di misure disciplinari, unicamente per avere esercitato il loro diritto di sciopero e di formare organizzazioni sindacali indipendenti. A giugno, un tribunale per i reati minori del Cairo ha condannato 32 lavoratori della società privata Tora Cement a due mesi di reclusione, giudicandoli colpevoli per la loro partecipazione a una protesta non autorizzata e per “avere aggredito le forze di sicurezza”, nonostante la natura pacifica del loro sit-in di 55 giorni, per protestare contro il loro licenziamento. A dicembre, il tribunale militare di Alessandria ha riaperto il processo a carico di 25 dipendenti della società amministrata dall’esercito Alexandria Shipyard Company. Il procedimento era iniziato a maggio 2016 per accuse come “istigazione dei lavoratori a scioperare”. Il governo e la Federazione sindacale egiziana avevano cercato di privare i sindacati indipendenti del riconoscimento de facto, ottenuto nel 2011 in seguito a una dichiarazione rilasciata dall’allora ministro del Lavoro. Le autorità hanno continuato a negare il loro riconoscimento legale e a ostacolare la loro capacità di operare liberamente, adottando un’ampia gamma di misure 7. Il 5 dicembre, il parlamento ha approvato una nuova legge sul sindacato, che sostituiva la legge 35 del 1976, imponendo requisiti eccessivi ai sindacati, che dovevano avere almeno 150 membri per ottenere il riconoscimento legale o altrimenti venivano automaticamente sciolti.

DIRITTI DELLE POPOLAZIONI NATIVE IN EGITTO

Nonostante la costituzione egiziana faccia esplicito riferimento al riconoscimento del diritto del popolo nativo nubiano di tornare nel loro territorio ancestrale, il governo ha continuato a negare ai nubiani sfollati il diritto di accedere alle loro terre tradizionali, minacciando pertanto la preservazione della loro identità culturale, storica e linguistica. Il 3 settembre, attivisti nubiani hanno tenuto una protesta per chiedere alle autorità di abrogare un decreto presidenziale del 2014, che aveva classificato come zone militari 16 villaggi situati in territorio nubiano, e proibito ai residenti di abitarvi. La polizia ha arrestato 25 attivisti e li ha detenuti per tre mesi 8.

 

1 New legislation threatens judicial independence in Egypt (comunicato stampa, 27 aprile).

2 Egypt: NGO law threatens to annihilate human rights groups (comunicato stampa, 30 maggio).

3 Egypt: Former presidential candidate given jail term in bid to stop him running in 2018 election (comunicato stampa, 25 settembre).

4 Egypt: 10-year prison term for insulting President an outrageous assault on freedom of expression (comunicato stampa, 13 aprile).

5 Egypt: Seven men facing imminent execution after being tortured in custody (comunicato stampa, 16 giugno); Egypt: Four men facing imminent executions after grossly unfair military trial (MDE 12/6590/2017).

6 Egypt: Government must protect Coptic Christians targeted in string of deadly attacks in North Sinai (comunicato stampa, 1 marzo).

7 Egypt: On Labour Day – relentless assault on labour rights (MDE 12/6154/2017).

8 Egypt: Release 24 Nubian activists detained after protest calling for respect of their cultural rights (comunicato stampa, 12 settembre).

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