Libano - Amnesty International Italia

REPUBBLICA LIBANESE

Capo di stato: Michel Aoun

Capo di governo: Saad Hariri

Il Libano ospitava più di un milione di rifugiati siriani, che andavano ad aggiungersi a diverse centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi ormai da lungo tempo residenti in Libano e agli almeno 20.000 rifugiati provenienti da altri paesi. Le autorità hanno mantenuto restrizioni che di fatto hanno chiuso le frontiere libanesi a quanti fuggivano dalla Siria. Il parlamento ha abrogato una legge che permetteva a coloro che erano stati incriminati per stupro di eludere la giustizia se sposavano la loro vittima e ha approvato una nuova normativa che ha introdotto il reato di tortura. L’accesso ai servizi essenziali è rimasto limitato a causa della crisi economica. Le autorità giudiziarie hanno emesso nuove condanne a morte; non ci sono state esecuzioni.

CONTESTO

Il paese ha continuato a essere segnato dalla crisi economica, che ha determinato in tutto il paese gravi interruzioni dell’erogazione di alcuni servizi essenziali, come energia elettrica e acqua potabile. Per tutto l’anno si sono susseguite proteste da parte della popolazione e scioperi, anche da parte dei giudici, dei dipendenti pubblici, dei genitori e dei lavoratori, oltre che da parte di coloro che risiedevano in prossimità di discariche di rifiuti non trattati. Le autorità non erano ancora riuscite a risolvere il cattivo funzionamento del sistema di gestione dei rifiuti, che negli ultimi anni ha innescato proteste senza precedenti.

Il 4 novembre, il primo ministro Hariri ha annunciato le sue dimissioni durante un discorso pronunciato mentre si trovava nella capitale saudita Riyadh, in circostanze rimaste poco chiare. Il presidente Aoun ha respinto le dimissioni.

Le forze armate libanesi (Lebanese Armed Forces – Laf) e il gruppo armato Hezbollah hanno lanciato due offensive militari nella città settentrionale di Arsal, vicino al confine nord, contro il gruppo armato Jabhat Al-Nusra e lo Stato islamico (Islamic State – Is), rispettivamente a luglio e ad agosto. A fine agosto, le Laf avevano riconquistato il controllo di Arsal e delle aree circostanti e recuperato i corpi di 10 soldati libanesi, che erano stati presi in ostaggio dall’Is nel 2014.

Il campo per rifugiati palestinesi di Ein el-Helweh, vicino alla città meridionale di Saida, è stato teatro di violenti scontri tra l’Is e i gruppi affiliati all’Is da un lato e i gruppi armati palestinesi e le Laf dall’altro.

A giugno, il parlamento ha approvato una nuova legge elettorale e fissato a maggio 2018 le elezioni parlamentari, già rinviate due volte; sarebbero le prime elezioni dal 2009.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO IN LIBANO

Con una decisione assunta a maggio 2015, il go­verno libanese ha continuato a impedire all’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, di registrare i nuovi rifugiati arrivati.

I rifugiati siriani han­no incontrato difficoltà finanziarie e amministrative nell’ottenere il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno, rimanendo così costantemente esposti al rischio di arresto arbitrario, detenzione o rimpatrio forzato in Siria. A febbraio, le autorità hanno introdotto l’esenzione dal pagamento della tassa di soggiorno di 300.000 sterline libanesi (circa 200 dollari Usa) per i rifugiati siriani registrati presso l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, escludendo quelli che erano entrati in Libano dopo gennaio 2015 o che avevano ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno tramite il lavoro o uno sponsor privato, oltre che i rifugiati palestinesi dalla Siria. La deroga non è stata applicata uniformemente dalle autorità e molti dei rifugiati non sono riusciti a ottenere il rinnovo dei loro permessi di soggiorno.

I rifugiati provenienti dalla Siria hanno continuato a incontrare notevoli difficoltà economiche. Secondo le Nazioni Unite, il 76 per cento dei nuclei familiari di rifugiati siriani viveva al di sotto della soglia di povertà e oltre la metà abitava in condizioni al di sotto degli standard, in edifici sovraffollati e quartieri ad alta densità abitativa.

In varie municipalità i rifugiati sono anche rimasti soggetti a restrizioni nella ricerca di un’occupazione regolare, a provvedimenti di coprifuoco e altre limitazioni di movimento. Diverse amministrazioni locali hanno notificato ingiunzioni di sgombero ai rifugiati, costringendoli a cercare un luogo alternativo dove vivere, in un ambiente caratterizzato da crescente ostilità e xenofobia. A marzo, le Laf hanno notificato preavvisi di sgombero ai rifugiati che abitavano nei campi situati nelle vicinanze della base aerea di Riyak, nella regione della Bekaa, con conseguenze per circa 12.665 persone.

L’appello umanitario per i rifugiati siriani in Libano da parte delle Nazioni Unite a fine anno aveva raccolto solo il 56 per cento del totale richiesto e i luoghi designati per il loro reinsediamento rimanevano del tutto inadeguati.

Il 30 giugno, le Laf hanno effettuato incursioni in due accampamenti informali, in cui avevano trovato alloggio ad Arsal i rifugiati siriani. Nell’ambito delle operazioni sono stati arrestati almeno 350 uomini. Benché la maggior parte sia stata poi rilasciata, sono stati tuttavia segnalati casi in cui alcuni dei detenuti erano stati torturati e altrimenti maltrattati dai soldati; quattro uomini erano deceduti in custodia. Le autorità non hanno reso noti i risultati delle indagini che avevano condotto su questi decessi.

Tra giugno e agosto, migliaia di rifugiati siriani sono stati rimandati in Siria da Arsal, la maggior parte in seguito ad accordi negoziati da Hezbollah con i gruppi armati siriani.

I rifugiati palestinesi, molti dei quali residenti ormai da lungo tempo in Libano, sono rimasti soggetti a normative discriminatorie, che negavano loro il diritto di possedere o ereditare una proprietà, di accedere all’istruzione pubblica e all’assistenza sanitaria e che impedivano loro di esercitare più di 36 professioni. Almeno 3.000 rifugiati pale­stinesi privi di documenti d’identità ufficiali erano ulteriormente penalizzati, in quanto di fatto era loro precluso il diritto di registrare nascite, matrimoni e decessi.

Il Libano non aveva ancora ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951 e il relativo Protocollo opzionale del 1967.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI IN LIBANO

A maggio, il Libano è comparso per la prima volta davanti al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, in seguito alla sua ratifica, rispettivamente nel 2000 e 2008, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e del relativo Protocollo opzionale. Il 26 ottobre è entrata in vigore una nuova normativa contro la tortura. Sebbene la nuova legge fosse per lo più in linea con gli obblighi internazionali del Libano, non erano state recepite le osservazioni formulate dal Comitato in relazione ai termini di prescrizione e alle sanzioni applicabili contro i responsabili del reato di tortura. Inoltre, la normativa continuava a escludere dalla giurisdizione dei tribunali civili il personale militare accusato di di tortura.

DIRITTI DELLE DONNE IN LIBANO

Ad agosto, il parlamento ha abrogato l’art. 522 del codice penale, che consentiva a coloro che fossero stati giudicati colpevoli di aver commesso un rapimento o uno stupro, incluso lo stupro di minorenni, di eludere la giustizia se avessero espresso l’intenzione di sposare la vittima. Organizzazioni della società civile hanno continuato a invocare l’abrogazione degli artt. 505 e 518, che continuavano a prevedere la possibilità del matrimonio con minorenni di età compresa tra i 15 e 18 anni, come espediente per eludere la giustizia.

Gruppi di tutela dei diritti delle donne hanno proseguito la loro campagna per il riconoscimento del diritto delle donne libanesi sposate con un cittadino straniero di trasmettere la nazionalità al marito e ai figli. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha anche inserito questa raccomandazione nelle sue osservazioni conclusive sul Libano, esortandolo inoltre ad assicurare il riconoscimento della cittadinanza ai minori che in alternativa sarebbero rimasti apolidi.

Le lavoratrici migranti sono rimaste soggette a leggi e prassi discriminatorie e a una serie di restrizioni dei loro diritti alla libertà di movimento, all’istruzione e all’assistenza sanitaria, compresi i servizi di salute sessuale e riproduttiva.

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Le forze di sicurezza interna (Internal Security Forces – Isf) hanno continuato a effettuare arresti e a formulare imputazioni ai sensi dell’art. 534 del codice penale, che criminalizzava i “rapporti sessuali contrari alle leggi di natura” e che a tutti gli effetti era utilizzato per perseguire le persone Lgbti.

A maggio, le Isf hanno vietato varie attività che erano state programmate in tutto il paese per celebrare la Giornata contro l’omofobia e la transfobia, citando preoccupazioni in materia di sicurezza a seguito delle minacce avanzate da alcuni gruppi islamisti radicali.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE IN LIBANO

Il dipartimento delle Isf per i reati informatici e le proprietà intellettuali ha continuato a interrogare, arrestare e trattenere in detenzione cautelare attivisti pacifici che avevano postato commenti sui social network. Il pubblico ministero ha spiccato almeno quattro mandati di cattura per accuse come “insulti contro il presidente, la bandiera o l’emblema nazionale”, “diffamazione” e “calunnia e maldicenza”. Durante la detenzione cautelare, che durava anche diversi giorni, la maggior parte degli attivisti non ha potuto contattare né gli avvocati né le famiglie.

DIRITTO ALLA SALUTE IN LIBANO

Ad agosto, il consiglio disciplinare generale ha confermato l’utilizzo di farmaci scaduti e contraffatti per trattare il cancro nella clinica universitaria Rafik Hariri di Beirut, il principale polo ospedaliero pubblico della capitale, e ha adottato un’azione disciplinare contro il direttore del servizio farmaceutico dell’ospedale.

Gruppi della società civile hanno intentato una serie di cause giudiziarie riguardanti violazioni dei diritti alla salute e all’acqua potabile, compresi casi relativi alla vendita di farmaci scaduti negli ospedali pubblici e alla cattiva gestione dei rifiuti; questi tentativi si sono dimostrati inutili, sia a causa dei ripetuti rinvii nel pronunciamento dei verdetti da parte dei tribunali sia per la mancata applicazione delle sentenze.

PENA DI MORTE IN LIBANO

I tribunali hanno emesso nuove condanne a morte; non ci sono state esecuzioni.

 

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