Libia: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

LIBIA

Capo di stato: controverso

Capo di governo: Fayez Serraj

Sia le forze affiliate ai tre governi rivali sia i gruppi armati e le milizie hanno commesso nell’impunità gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme internazionali sui diritti umani. Tutte le parti in conflitto hanno lanciato attacchi indiscriminati su aree densamente popolate, causando la morte di civili e altre uccisioni illegali. I gruppi armati hanno rapito, arrestato arbitrariamente e detenuto a tempo indeterminato migliaia di persone. La tortura e altri maltrattamenti erano dilaganti nelle carceri sotto il controllo dei gruppi armati, delle milizie e delle autorità statali. Migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono stati vittime di diffuse e sistematiche gravi violazioni dei diritti umani e abusi da parte delle autorità, dei trafficanti di esseri umani e dei gruppi armati. Le donne hanno subìto varie forme di discriminazione, comprese arbitrarie restrizioni al loro diritto di movimento. La pena di morte è rimasta in vigore; non sono state segnalate esecuzioni.

CONTESTO

I tre esecutivi rivali e le centinaia di milizie e gruppi armati hanno continuato a contendersi il potere e il controllo sul territorio, sulle lucrative rotte commerciali e su località di rilevanza militare strategica. Il governo di accordo nazionale (Government of National Accord – Gna), sostenuto dalle Nazioni Unite, ha continuato a rafforzare la propria autorità nella capitale Tripoli, aumentando gradualmente la propria presenza sul territorio grazie ad alleanze strategiche e in seguito a scontri armati. A maggio, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli e la Brigata Abu Salim, entrambe affiliate al ministero dell’Interno del Gna, hanno sottratto alla coalizione delle milizie schierate a fianco del governo di salvezza nazionale (Government of National Salvation – Gns) alcuni dei suoi principali avamposti a Tripoli. Questi comprendevano l’area del carcere di Hadba, dove erano detenuti ex alti funzionari del regime di Mu’ammar al-Gaddafi, e l’aeroporto internazionale di Tripoli, dove hanno assunto il controllo di alcune aree d’importanza strategica, tra cui la strada che conduce all’aeroporto.

L’autoproclamatosi Esercito nazionale libico (Libyan National Army – Lna), guidato da Khalifa Haftar, ha consolidato il suo potere e guadagnato terreno nella Libia orientale, dopo avere sconfitto a Bengasi il Consiglio della shura dei rivoluzionari di Bengasi (Shura Council of Benghazi Revolutionaries – Scbr) e cacciato le Brigate di difesa di Bengasi (Benghazi Defence Brigades – Bdb) dalla città, dal porto petrolifero di Ras Lanuf e dalla base militare di al-Jufra, situata nel deserto. A maggio, la Terza forza di Misurata, affiancata dalle Bdb, ha attaccato la base aerea di Brak al-Shati, causando la morte di 141 persone, compresi soldati dell’Lna. Successivamente l’Lna ha riconquistato il controllo della base aerea, grazie anche all’intervento dei raid aerei dell’aviazione egiziana.

A luglio, l’assemblea per la stesura della carta costituzionale ha approvato la nuova bozza costituzionale, a conclusione di un iter avviato nel 2014. A fine anno non era stata ancora fissata la data del referendum sulla nuova costituzione.

A settembre e novembre, gli Usa hanno effettuato vari attacchi con droni in territorio libico, anche a sud di Sirte, diretti contro il gruppo armato Stato islamico (Islamic State – Is). A maggio, il gruppo armato Ansar al-Shari’a in Libia ha annunciato il suo scioglimento.

A settembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato fino al 15 settembre 2018 il mandato della Missione di sostegno in Libia delle Nazioni Unite (UN Support Mis­sion in Libya – Unsmil). Ghassan Salamé, neoincaricato Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Libia, ha delineato il suo piano d’azione, comprendente la modifica dell’accordo politico sulla Libia (Libyan Political Agreement – LPA), raggiunto con la mediazione delle Nazioni Unite, la convocazione di un congresso nazionale e l’organizzazione nel 2018 delle elezioni legislative e presidenziali. A dicembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato il suo impegno per l’Lpa, ritenendolo l’unica strada nel periodo di transizione.

CONFLITTO ARMATO INTERNO

Sono proseguiti a fasi alterne su tutto il territorio nazionale i combattimenti tra le forze rivali, con gruppi armati e milizie che hanno lanciato attacchi indiscriminati contro aree densamente popolate, causando perdita di vite umane tra i civili. A febbraio, negli scontri tra milizie contrapposte nell’area di Abu Salim, a Tripoli, sono stati uccisi due civili e altri tre sono rimasti feriti, compreso un bambino colpito alla testa da un proiettile vagante. A luglio, sono scoppiati scontri tra due milizie vicino all’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, per il controllo di uno stabilimento balneare locale. Le milizie hanno utilizzato armi esplosive ad ampio raggio, lanciando anche granate a razzo (Rocket Propelled Grenades – Rpg), su aree densamente popolate da civili. In uno di questi lanci, le Rpg hanno centrato una spiaggia vicina, uccidendo cinque civili, due donne e tre bambini, dello stesso nucleo familiare. Un perito medico legale di Tripoli ha confermato che le morti erano state causate dalle schegge di una Rpg.

A marzo, truppe dell’Lna hanno interrotto l’assedio che avevano imposto su un complesso residenziale nell’area di Ganfouda, a Bengasi, lanciando un attacco con l’obiettivo di far uscire le forze delle Bdb da una delle loro ultime roccaforti nella città. L’assedio era durato due mesi e aveva causato il taglio di tutti i rifornimenti nell’area, compresi quelli di cibo e acqua; i civili e i combattenti feriti erano rimasti intrappolati senza accesso a cure mediche e altri servizi essenziali. L’attacco a Ganfouda è stato lanciato in maniera indiscriminata e ha provocato la morte di almeno cinque civili. Combattenti dell’Lna si sono fatti fotografare in posa di fianco ai cadaveri, compreso il corpo riesumato di un comandante delle Bdb, che era rimasto ucciso durante i raid aerei ed era stato seppellito alcuni giorni prima dell’attacco via terra.

A luglio, l’Lna ha stretto d’assedio la città di Derna, nell’ambito della sua campagna contro il Consiglio della shura dei Mujahideen di Derna, ostacolando l’accesso a cibo, carburante e forniture mediche e determinando un rapido deterioramento della situazione umanitaria nella città. Una serie di raid aerei lanciati su Derna ha causato la morte di decine di civili e il ferimento di altri, inclusi minori.

UCCISIONI ILLEGALI IN LIBIA

A marzo, combattenti affiliati all’Lna hanno ripreso con una telecamera l’uccisione di combattenti dell’Scbr, commettendo una grave violazione del diritto internazionale umanitario e un crimine di guerra. Ad agosto, l’Icc ha spiccato un mandato di cattura nei confronti di Mahmoud el-Werfelli, con accuse di crimini di guerra compiuti mentre era comandante sul campo della Brigata delle Forze speciali (Al-Saiga), affiliata all’Lna, e per il coinvolgimento nelle sopracitate uccisioni compiute a marzo.

Tra febbraio e ottobre, nell’area di Bengasi sono state scoperte diverse fosse comuni. In almeno quattro occasioni, in varie parti della città sono stati trovati gruppi di corpi con le mani legate dietro la schiena; in alcuni casi le vittime, che presentavano segni evidenti di tortura, erano state bendate e uccise con modalità tipiche di un’esecuzione sommaria. Ad agosto, i cadaveri di sei uomini non identificati sono stati ritrovati in un cassonetto per i rifiuti nel quartiere di Shabneh, a Bengasi est. I corpi presentavano segni evidenti di tortura e ferite di proiettile alla testa e sul torace. Il 26 ottobre, su una strada che attraversa il deserto a sud della città di al-Abyar, sono stati trovati i cadaveri di 36 uomini, compreso quello di uno sceicco sufi di 71 anni che era stato rapito ad agosto e quello di uno studente di medicina.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E ASSOCIAZIONE IN LIBIA

Giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani sono stati particolarmente esposti a vessazioni, attacchi e sparizioni forzate per mano dei gruppi armati e delle milizie alleate con le varie autorità dei governi rivali.

Nell’ovest del paese, le forze di Deterrenza speciale (Radaa), una milizia al comando del ministero dell’Interno del Gna, hanno effettuato una serie di arresti, prendendo di mira persone che avevano esercitato il loro diritto alla libertà d’associazione e altri diritti. A settembre, un imam di Tripoli è stato arbitrariamente arrestato dal Radaa, in quanto sospettato di utilizzare la moschea per istigare alla violenza e a fine anno era ancora detenuto. A novembre, il Radaa ha interrotto una fiera del fumetto a Tripoli e ha arrestato 20 persone, tra organizzatori e partecipanti, rilasciandoli a fine novembre.

Nell’est del paese, le forze affiliate all’Lna hanno preso di mira giornalisti e altri che ritenevano aver criticato Khalifa Haftar e le forze dell’Lna. Gruppi armati, formati da seguaci della dottrina Madkhali, una corrente del salafismo che s’ispira allo sceicco saudita Rabee al-Madkhali, hanno bruciato libri e rapito alcuni membri di un gruppo di studenti universitari che aveva organizzato un evento in occasione della Giornata internazionale della terra, nel loro campus a Bengasi. Tra i rapiti c’era anche il fotografo Abdullah Duma, che è stato successivamente liberato. A settembre, un conduttore radiofonico della città di al-Marj è stato detenuto per quasi tre settimane, per avere apertamente criticato una decisione assunta da Abdelraziq al-Nathouri, governatore militare dell’Lna per la Libia orientale.

ARRESTI E DETENZIONI ARBITRARI IN LIBIA

Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza affiliate ai governi rivali hanno continuato ad arrestare arbitrariamente e a detenere a tempo indeterminato migliaia di persone. Nell’est del paese, le milizie schierate con funzioni di pubblica sicurezza, associate all’Lna, hanno compiuto rapimenti e imprigionato persone senza accusa né processo. A giugno, un gruppo armato di Bayda ha rapito il cameraman Musa Khamees Ardia e lo ha trasferito nel carcere di Grenada, nell’est del paese. È stato rilasciato il 3 novembre senza accuse.

I gruppi armati e le milizie hanno rapito e detenuto illegalmente centinaia di persone, a causa delle loro opinioni, origini etniche, percepite affiliazioni politiche o presunta ricchezza. Tra le persone rapite c’erano attivisti politici, avvocati, attivisti per i diritti umani e altri civili. Le milizie hanno messo in atto rapimenti con l’obiettivo di estorcere somme di riscatto alle famiglie o di negoziare lo scambio di detenuti o di soffocare il dissenso. Ad aprile, miliziani hanno rapito un professore universitario a Sayyad, alla periferia di Tripoli. Il docente è rimasto trattenuto per 47 giorni in una località sconosciuta, con scarso accesso a cibo, acqua e farmaci. Ad agosto, miliziani non identificati hanno rapito l’ex primo ministro Ali Zeidan da un hotel di Tripoli, rilasciandolo dopo otto giorni.

SISTEMA GIUDIZIARIO IN LIBIA

Ha continuato a prevalere un clima d’impunità, che ha lasciato agire indisturbati i perpetratori di gravi abusi, senza timore di essere chiamati a rispondere per le loro azioni, creando una sorta di circolo vizioso che ha minacciato qualsiasi prospettiva di stabilità politica. I tribunali e gli uffici dei pubblici ministeri non erano in grado di operare e spesso il personale temeva di subire rappresaglie per il lavoro svolto. L’incarico di procuratore generale è rimasto vacante. A settembre, il capo procuratore Sadik Essour ha annunciato che erano stati emessi 800 mandati di cattura e che 250 persone erano state rinviate a giudizio per il loro coinvolgimento in episodi di violenza politica. A ottobre, appena poche ore prima dell’inizio di uno di questi processi, un attentato suicida lanciato con armi da fuoco e ordigni contro un tribunale di Misurata, nell’area controllata dal Gna, ha ucciso quattro persone, di cui due civili e due membri del personale di sicurezza, e ne ha ferite altre 40. La responsabilità dell’attacco è stata rivendicata dall’Is.

La tortura è rimasta una prassi diffusa nelle carceri del paese, dove migliaia di persone rimanevano trattenute senza accusa. Molti dei detenuti erano in carcere dal 2011, senza la supervisione di un giudice o senza possibilità di contestare la legalità della loro detenzione.

Nessuna delle disposizioni in materia di diritti umani contenute nell’accordo politico sulla Libia, raggiunto con la mediazione delle Nazioni Unite, era stata ancora implementata dalle varie parti impegnate nel conflitto, neppure quelle che imponevano loro l’obbligo di rilasciare le persone detenute senza alcuna base legale.

SFOLLATI INTERNI

Circa 40.000 ex abitanti di Tawargha, una località nei pressi di Misurata, erano sfollati da sei anni. A giugno, il sindaco di Misurata, il consiglio comunale di Tawargha e il presidente del Comitato di riconciliazione Misurata-Tawargha, alla presenza del primo ministro Serraj, hanno firmato un accordo politico con il principale obiettivo di permettere agli ex abitanti di Tawargha sfollati di fare ritorno alle loro abitazioni. Tuttavia, l’accordo non faceva riferimento all’accertamento delle responsabilità per i crimini compiuti in passato. Tre giorni dopo, alcune famiglie di Tawargha hanno tentato di ritornare nella città ma sono state minacciate e intimidite a uno dei posti di blocco stabiliti dagli abitanti di Misurata e sono state costrette a tornare a Tripoli. A fine anno, non c’erano stati sviluppi riguardo al ritorno della popolazione di Tawargha o all’implementazione dell’accordo.

MIGRANTI, RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO IN LIBIA

Migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono stati vittime di diffuse e sistematiche gravi violazioni dei diritti umani e abusi da parte delle guardie dei centri di detenzio­ne ufficiali, della guardia costiera libica, dei trafficanti di esseri umani e dei gruppi armati. Alcuni sono stati detenuti dopo essere stati intercettati in mare dalla guardia costiera libica, mentre tentavano di attraversare il mar Mediterraneo per raggiungere l’Europa. È stato calcolato che circa 20.000 persone erano trattenute in Libia presso le strutture di detenzione amministrate dal dipartimento per la lotta alla migrazione irregolare (Directorate for Combating Illegal Migration – Dcim), che faceva riferimento al ministero dell’Interno del Gna. Queste persone sono state trattenute in drammatiche condizioni di sovraffollamento, senza accesso a cure mediche e a un’adeguata alimentazione ed erano sistematicamente sottoposte a tortura e altri maltrattamenti, compresa la violenza sessuale, duri pestaggi ed estorsioni.

Benché il Dcim controllasse formalmente tra le 17 e le 36 strutture, i gruppi armati e le bande criminali gestivano migliaia di siti illegali in varie parti del paese, come parte dell’attività redditizia del traffico di esseri umani. A novembre, un video diffuso dall’emittente giornalistica statunitense Cnn, che mostrava una palese vendita di migranti come schiavi, ha suscitato indignazione a livello internazionale. La legislazione libica continuava a considerare un reato l’ingresso, la permanenza o l’uscita irregolari di cittadini stranieri e continuava a non prevedere un quadro normativo sul diritto d’asilo. A novembre, l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha annunciato di avere raggiunto un accordo con le autorità libiche per l’accoglienza provvisoria delle persone che fino a quel momento si trovavano in un centro di transito e che necessitavano di protezione internazionale.

Tuttavia, non sono stati compiuti progressi su un protocollo d’intesa, che avrebbe formalmente riconosciuto le operazioni dell’Unhcr in Libia. Secondo i dati forniti dall’Iom, i migranti in Libia a fine settembre erano 416.556. L’Unhcr ha dichiarato che al 1° dicembre le persone registrate in Libia come rifugiati o richiedenti asilo erano 44.306 ma che il numero reale di rifugiati era con ogni probabilità più alto. Durante l’anno, l’Organizzaione internazionale della migrazione ha continuato a prestare assistenza nei “rimpatri volontari” di 19.370 persone nei loro paesi d’origine, che spesso uscivano da centri di detenzione. In uno sviluppo significativo, l’Unhcr ha iniziato a evacuare rifugiati e richiedenti asilo, portando 25 persone in Niger per il reinsediamento in Francia a novembre e 162 in Italia a dicembre.

DIRITTI DELLE DONNE IN LIBIA

Le donne sono state particolarmente colpite dal protrarsi del conflitto, che ha limitato, in modo sproporzionato rispetto agli uomini, il loro diritto di muoversi liberamente e di partecipare alla vita politica e pubblica del paese.

A febbraio, l’esercito di stanza in Libia orientale ha emanato il decreto n. 6 del 2017, che limitava il diritto delle donne libiche al di sotto dei 60 anni di recarsi all’estero, senza essere accompagnate da un tutore di sesso maschile. In seguito all’indignazione pubblica e alle richieste avanzate dalla società civile di revocare il decreto, il 23 febbraio, le autorità lo hanno sostituito con il decreto n. 7, che ha stabilito che nessun cittadino libico, né maschio né femmina, nella fascia di età compresa tra 18 e 45 anni avrebbe potuto recarsi all’estero senza prima ottenere un “permesso di sicurezza”. Il decreto non specificava la procedura da seguire per ottenere il rilascio di questa autorizzazione o i criteri che sarebbero stati seguiti per concederla o rifiutarla.

Di fronte alle intimidazioni e alle minacce ricevute, ancora una volta note attiviste sono state costrette a ritirarsi dalla vita pubblica e ad abbandonare il loro impegno politico.

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