Palestina - Amnesty International Italia

STATO DI PALESTINA

Capo di stato: Mahmoud Abbas

Capo di governo: Rami Hamdallah

Le autorità palestinesi della Cisgiordania e l’amministrazione de facto di Hamas nella Striscia di Gaza hanno aumentato le restrizioni alle libertà d’espressione. In entrambe le aree, le forze di sicurezza hanno impunemente torturato e altrimenti maltrattato i detenuti. Le autorità della Cisgiordania hanno adottato misure punitive contro l’amministrazione di Hamas, che hanno ulteriormente limitato l’accesso della popolazione civile ad alcuni servizi essenziali, aggravando la crisi umanitaria derivante dal blocco militare di Gaza imposto dalle autorità israeliane. In entrambe le aree, donne e ragazze hanno continuato a subire discriminazione e violenza. A Gaza, i tribunali hanno emesso nuove condanne a morte e le autorità di Hamas hanno effettuato esecuzioni pubbliche; in Cisgiordania non ci sono state esecuzioni.

CONTESTO

Gaza è rimasta soggetta al blocco degli spazi aerei, marittimi e di terra imposto da Israele, in vigore da giugno 2007. Le continue restrizioni alle esportazioni hanno paralizzato l’economia e peggiorato il diffuso impoverimento dei due milioni di abitanti di Gaza. Il perdurare della quasi completa chiusura del valico di Rafah da parte delle autorità egiziane ha aggravato gli effetti del blocco imposto da Israele.

Sono persistite per gran parte dell’anno le divisioni tra il governo di “consenso nazionale” con sede a Ramallah e l’amministrazione de facto di Hamas a Gaza. In quello che è parso essere un tentativo di riottenere il controllo della Striscia di Gaza, le autorità palestinesi hanno adottato una serie di misure punitive contro Hamas, che a fine anno erano ancora in vigore.

A ottobre, il governo di “consenso nazionale” ha tenuto un consiglio di gabinetto a Gaza, con la mediazione delle autorità egiziane, dopo che Hamas aveva annunciato la disponibilità a smantellare il proprio comitato ristretto che amministrava Gaza, e ha chiesto elezioni legislative e presidenziali da tenersi sia in Cisgiordania sia a Gaza. Lo stesso mese, i due partiti politici rivali Hamas e Fatah hanno successivamente firmato un accordo di riconciliazione al Cairo, in Egitto, finalizzato a porre fine alla decennale separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, controllata da Hamas. A novembre, il governo di “consenso nazionale” ha assunto il controllo del valico di frontiera tra Gaza ed Egitto e dei posti di blocco vicini ai valichi di frontiera con Israele.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E RIUNIONE IN PALESTINA

Mentre proseguivano le lotte politiche interne, sia in Cisgiordania sia a Gaza le autorità hanno lanciato minacce e intimidazioni contro attivisti e giornalisti, nell’intento di reprimere il pacifico esercizio della libertà d’espressione, l’informazione e il dissenso. Secondo l’Ngo Centro palestinese per lo sviluppo e le libertà degli organi d’informazione, durante l’anno le autorità palestinesi della Cisgiordania si erano rese responsabili di 147 attacchi alla libertà di stampa. Questi comprendevano arresti arbitrari, maltrattamento durante gli interrogatori, confisca di attrezzature, aggressioni fisiche, divieti imposti sulle attività giornalistiche e la messa al bando di 29 siti web critici nei confronti delle autorità della Cisgiordania. A Gaza, le autorità di Hamas si sono rese responsabili di 35 attacchi di questo tipo.

A gennaio, le forze di sicurezza di Gaza hanno disperso con la violenza una protesta all’interno del campo per rifugiati di Jabalia, contro la cattiva gestione della crisi dell’energia elettrica (vedi sotto). Attivisti e organizzatori della protesta sono stati arrestati, minacciati e in alcuni casi torturati per aver guidato le manifestazioni. L’attivista Mohammad al-Talowli è stato arrestato in tre occasioni durante l’anno, per il ruolo svolto nell’organizzazione delle proteste, e minacciato di morte.

Giornalisti che lavoravano per conto di organi d’informazione vicini all’autorità della Cisgiordania non hanno potuto svolgere liberamente la loro professione a Gaza. Il corrispondente televisivo palestinese Fouad Jaradeh è stato arrestato dalle forze di sicurezza interna di Hamas il 6 giugno e processato da un tribunale militare per l’accusa di “collaborazionismo con Ramallah”. È stato rilasciato ad agosto.

A luglio è entrata in vigore la legge sui reati elettronici (16/2017). La normativa permetteva di arrestare arbitrariamente giornalisti, informatori e altri che avessero criticato online le autorità. Prevedeva inoltre pene detentive e fino a 25 anni di lavori forzati per chi fosse stato ritenuto disturbare “l’ordine pubblico”, “l’unità nazionale” e “la pace sociale”. È stata proposta una bozza di emendamento che eliminava diverse disposizioni repressive ma ne lasciava in vigore altre che permettevano restrizioni arbitrarie ai diritti alla libertà d’espressione, alla riservatezza e alla protezione dei dati. A fine anno la bozza non era ancora stata resa pubblica.

Ad agosto sei giornalisti palestinesi sono stati incriminati ai sensi della legge sui reati elettronici. A giugno e luglio, almeno 10 giornalisti sono stati convocati per essere interrogati dalle forze di sicurezza preventiva, per aver criticato pubblicamente la legge. Difensori dei diritti umani sono stati sottoposti a interrogatori, vessazioni e minacce, in relazione al loro lavoro di tutela dei diritti umani, anche per avere criticato la legge sui reati elettronici.

A settembre, il noto difensore dei diritti umani Issa Amro è rimasto detenuto per una settimana e formalmente accusato di vari reati ai sensi della legge sui reati elettronici e del codice penale giordano del 1960, che continuava a essere in vigore in Cisgiordania.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI IN PALESTINA

Sia la polizia palestinese che altre forze di sicurezza della Cisgiordania, sia la polizia di Hamas e altre forze di sicurezza di Gaza hanno abitualmente e impunemente torturato e altrimenti maltrattato detenuti sotto la loro custodia. La commissione indipendente per i diritti umani, un ente nazionale palestinese per i diritti umani, ha ricevuto centinaia di accuse di tortura e altro maltrattamento presentate dai detenuti di Cisgiordania e Gaza.

A settembre, un ragazzo di 16 anni e un altro detenuto sono morti in circostanze non chiare, nei centri di detenzione della città di Gaza, controllati da Hamas. L’ufficio del pubblico ministero di Gaza ha annunciato che avrebbe condotto un’indagine, che a fine anno non era stata ancora completata.

Almeno un attivista, detenuto in relazione al suo ruolo di organizzatore delle proteste contro la cattiva gestione da parte di Hamas della crisi dell’energia elettrica, ha affermato di essere stato torturato in custodia dalle forze di sicurezza interna di Hamas. Ha riferito di essere stato percosso con un tubo di plastica, bendato e costretto a stare seduto in posizioni di stress con le mani ammanettate per circa quattro giorni. Altri attivisti hanno denunciato maltrattamenti.

USO ECCESSIVO DELLA FORZA IN PALESTINA

Sia in Cisgiordania sia a Gaza, le forze di sicurezza sono ricorse a un uso eccessivo della forza per disperdere le proteste.

Il 12 marzo, le forze di sicurezza palestinesi non hanno esitato a fare uso eccessivo della forza per reprimere violentemente una protesta pacifica davanti al tribunale distrettuale di Ramallah, in Cisgiordania. Almeno 13 uomini e otto donne sono rimasti feriti; tra questi c’erano quattro giornalisti che coprivano la protesta. Diciassette persone sono state ricoverate in ospedale. I feriti avevano riportato contusioni, provocate da violenti colpi inferti con manganelli di legno o causate da candelotti lacrimogeni. Farid al-Atrash, avvocato, difensore dei diritti umani e direttore dell’ufficio di Betlemme dell’Ichr, ha denunciato di essere stato percosso mentre era a terra dagli agenti, con manganelli di legno.

Una commissione investigativa, istituita dal primo ministro Hamdallah con l’incarico d’indagare sull’episodio, ha rilevato che l’uso della forza per disperdere la protesta aveva violato i regolamenti governativi. La commissione ha espresso una serie di raccomandazioni, compresa l’adozione di misure per garantire riparazione e accertare le responsabilità. Nonostante il primo ministro si fosse assunto l’impegno di dare seguito alle raccomandazioni, queste rimanevano disattese e nessuno degli agenti responsabili delle violenze era stato ancora portato davanti alla giustizia.

DIRITTI DELLE DONNE IN PALESTINA

Donne e ragazze hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi e non sono state adeguatamente protette contro la violenza sessuale e altre forme di violenza di genere, compresi i cosiddetti “delitti d’onore”. Organizzazioni della società civile hanno segnalato almeno 28 casi di donne e ragazze uccise dai loro parenti di sesso maschile in “delitti d’onore”. In base alle disposizioni contenute nel codice penale giordano, ai giudici era consentito fare riferimento a determinati stereotipi sulla sessualità femminile per giustificare l’imposizione di sanzioni minime nei confronti di coloro che erano stati ritenuti colpevoli dei cosiddetti “delitti d’onore”.

È rimasto in vigore l’art. 308 del codice penale giordano, che consentiva ai responsabili di uno stupro o di un’aggressione sessuale di evitare di essere perseguiti se sposavano la loro vittima.

A oltre tre anni dall’adesione alla Cedaw da parte dello stato di Palestina, l’ordinamento giuridico interno non era stato ancora allineato con i princìpi sanciti dalla Cedaw. L’applicazione del codice giordano sullo status personale continuava a discriminare le donne in relazione a questioni come matrimonio, eredità, divorzio, tutoraggio e diritti di proprietà.

DIRITTI ECONOMICI, SOCIALI E CULTURALI

Il governo palestinese con sede a Ramallah ha adottato una serie di misure punitive contro Gaza, nell’intento di spingere l’amministrazione di Hamas ad abbandonare il controllo di Gaza. Queste misure hanno impedito alla popolazione civile di accedere all’assistenza medica, a servizi basilari come acqua ed elettricità e all’istruzione. Questa situazione ha contribuito al verificarsi di violazioni dei diritti alla salute, a un adeguato standard di vita e all’istruzione.

A maggio, le autorità della Cisgiordania hanno informato Israele che avrebbero coperto soltanto il 70 per cento del costo mensile dell’energia elettrica erogata da Israele a Gaza, dopo che Hamas non aveva provveduto a rimborsare loro le somme dovute. Di conseguenza, l’erogazione dell’energia elettrica a Gaza è stata ridotta da una media di otto ore al giorno, a un periodo compreso tra le due e le quattro ore al giorno.

Le autorità della Cisgiordania hanno tagliato del 30 per cento gli stipendi di circa 60.000 dipendenti pubblici a Gaza, compromettendo il loro diritto a un adeguato standard di vita e innescando una serie di proteste di massa.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, a marzo le autorità della Cisgiordania avevano sospeso il pagamento dei fondi destinati al trasferimento delle persone che necessitavano di cure mediche al di fuori di Gaza, ritardando il trattamento medico di circa 1.400 pazienti. Secondo alcune Ngo, i rallentamenti nelle procedure di trasferimento avevano causato il decesso di diversi pazienti, compresi neonati. Le Nazioni Unite hanno documentato ritardi nella consegna di farmaci salvavita e materiale sanitario agli ospedali di Gaza, con effetti negativi a lungo termine sulla salute dei pazienti. Le autorità di Hamas hanno denunciato una carenza di latte per neonati, attribuendone la responsabilità alle autorità della Cisgiordania.

PENA DI MORTE IN PALESTINA

A Gaza è stata applicata la pena di morte con sei esecuzioni effettuate durante l’anno, di uomini che erano stati condannati a morte da tribunali civili e militari per “collaborazionismo con Israele” e altri reati.

A maggio, le autorità di Hamas hanno messo a morte tre uomini a Gaza, giudicati responsabili dell’assassinio di un comandante di alto grado di Hamas. Il processo che aveva portato alla loro condanna a morte si era svolto in appena quattro brevi udienze ed era durato non più di una settimana. Le sentenze sono state eseguite sulla pubblica piazza della città di Gaza: due degli uomini sono stati impiccati e il terzo è stato fucilato. Le esecuzioni sono state diffuse in diretta sui social network.

In Cisgiordania non ci sono state né condanne a morte né esecuzioni.

IMPUNITÀ IN PALESTINA

Sia in Cisgiordania sia a Gaza è persistito un clima d’impunità per le violazioni dei diritti umani, anche per i casi di uccisioni illegali e tortura. Non erano state ancora avviate indagini penali sulla morte di Fares Halawa e Khaled al-Aghbar, entrambi presumibilmente vittime di esecuzioni extragiudiziali per mano delle forze palestinesi a Nablus, ad agosto 2016. Nessuno dei responsabili della morte sotto tortura di Ahmad Izzat Halawa, avvenuta nel carcere di Jneid lo stesso mese, era stato ancora portato davanti alla giustizia.

A Gaza, le autorità di Hamas non sono intervenute per perseguire penalmente i membri delle proprie forze di sicurezza e dell’ala militare di Hamas, le Brigate ‘Izz al-Din al-Qassam, per le esecuzioni extragiudiziali di cui si erano resi responsabili nel 2014 e 2016.

Continua a leggere

Ultime notizie sul paese