Tunisia: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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REPUBBLICA TUNISINA

Capo di stato: Kaïs Saïed (ha sostituito Mohamed Ennaceur a ottobre, che a luglio aveva a sua volta sostituito Béji Caïd Essebsi dopo la sua morte)

Capo di governo: Youssef Chahed

Il lavoro della “Commissione verità e dignità” si è concluso con la pubblicazione di un rapporto finale, che comprende raccomandazioni per l’attuazione di riforme e il rinvio di 173 casi a camere giudiziarie apposite.

Durante l’anno, presso queste camere sono iniziati almeno 78 processi, riguardanti gravi violazioni dei diritti umani. Famiglie di persone morte per mano della polizia negli ultimi anni hanno continuato ad attendere giustizia. Sono state segnalate torture e altri maltrattamenti. Sono stati intraprese azioni per la presentazione di un progetto di legge per mettere fine alla discriminazione contro le donne in tema di eredità, ma si sono bloccate. Una nuova procedura di denuncia per le donne vittime di violenza ha ricevuto decine di migliaia di istanze. Blogger e utenti dei social media sono stati perseguiti per aver espresso le loro opinioni online in maniera pacifica. Le autorità hanno fatto uso di violenza eccessiva e a volte non necessaria, così come si sono servite di azioni penali, contro manifestanti pacifici. Rifugiati e richiedenti asilo sono stati detenuti per ingresso irregolare in Tunisia. Decine di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate sono state arrestate e incarcerate per relazioni omosessuali consensuali. Sono state emesse condanne a morte; non ci sono state esecuzioni.

Contesto

Il presidente Béji Caïd Essebsi è morto il 25 luglio. Mohamed Ennaceur ha preso il suo posto come presidente ad interim. Il 13 ottobre, a seguito di elezioni presidenziali, Kaïs Saïed è stato eletto presidente. In seguito alle elezioni parlamentari del 6 ottobre, un nuovo parlamento si è riunito per la prima volta il 13 novembre. Il 16 novembre Kaïs Saïed ha incaricato l’ex ministro Habib Jemli di formare un governo, ma il processo era ancora in corso a fine anno.

La Corte costituzionale, la cui nascita era prevista già dal 2015, non è stata istituita poiché il parlamento tunisino non è nuovamente riuscito a eleggere il primo terzo dei membri.

Le autorità hanno rinnovato lo stato di emergenza nazionale otto volte; è in vigore da novembre 2015. Sono continuate le proteste per la mancanza di opportunità di lavoro, per le cattive condizioni di vita e per la carenza d’acqua, soprattutto nelle regioni marginalizzate e sottosviluppate.

Giustizia di transizione

A marzo, la Commissione verità e dignità (Instance Vérité et Dignité – Ivd) ha pubblicato il suo rapporto finale, lungo 2000 pagine, sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità tunisine tra il 1957 e il 2013. Le raccomandazioni formulate comprendevano la riforma dei settori della giustizia e della sicurezza, la creazione di un corpo indipendente che monitorasse il lavoro delle forze di sicurezza, l’armonizzazione di leggi e Costituzione, misure per definire la responsabilità dei crimini commessi e altri punti per rafforzare lo stato di diritto. Il governo non ha pubblicato il rapporto nella gazzetta ufficiale né presentato un piano per implementare le raccomandazioni dell’Ivd, come era previsto dall’Articolo 70 della legge sulla giustizia di transizione. Il parlamento doveva ancora istituire una commissione parlamentare specializzata per sovrintendere all’attuazione delle raccomandazioni.

Entro la fine del suo mandato, l’Ivd aveva rimandato 173 casi a camere giudiziarie apposite, dopo aver ricevuto più di 62.000 denunce da parte delle vittime. Durante l’anno sono iniziati presso tali camere almeno 78 processi, riguardanti casi di tortura, uccisioni illegali, sparizioni forzate, condanne ingiuste e uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici. Tra gli accusati ci sono numerosi ex ministri degli Interni, capi della sicurezza e funzionari del governo dell’ex presidente Zine El-Abidine Ben Ali e di Habib Borguiba prima di lui. I progressi sono stati lenti a causa del continuo rinvio delle sessioni dei processi e della frequente mancata comparizione in aula degli ufficiali di polizia, politici ed ex funzionari governativi imputati. Il più grande sindacato delle forze di polizia ha chiesto ai suoi membri di non presentarsi in aula, sostenendo che i processi erano punitivi. Il ministro degli Interni è stato riluttante a far eseguire i mandati di comparizione alle udienze dei sospetti accusati.

Uccisioni illegali, tortura e altri maltrattamenti

Le famiglie di persone morte per mano della polizia negli ultimi anni hanno continuato ad attendere giustizia. A novembre, 14 agenti di polizia sono stati incriminati per omicidio colposo e omissione di soccorso a seguito di un’indagine sulla morte del tifoso di calcio diciannovenne Omar Labidi nella periferia meridionale della capitale, Tunisi, il 31 marzo 2018. Tuttavia, sono ancora in servizio attivo. Omar Labidi è affogato dopo essere stato spinto in un fiume dalla polizia nonostante avesse detto che non sapeva nuotare. Stava scappando dalla polizia, che stava inseguendo dei tifosi coinvolti in alcuni scontri. L’indagine sulla morte del diciannovenne Ayman Othmani, a cui gli agenti della dogana hanno sparato durante un raid in un magazzino a Tunisi a ottobre 2018, non è andata avanti. Secondo la famiglia e l’avvocato che ha visto il rapporto del medico legale, è stato colpito da colpi di arma da fuoco alla schiena e alla coscia.

Sono state riportate morti sospette durante i fermi. A giugno, la polizia ha arrestato Abderrazek Selmi nella regione di al-Qayrawan. Circa due ore dopo, la polizia ha chiamato un’ambulanza, ma l’uomo è morto durante il trasporto in ospedale. La Procura generale ha riconosciuto che si trattasse di morte sospetta; il ministro degli Interni ha successivamente dichiarato che era morto di infarto. L’indagine sulla sua morte era ancora in corso alla fine dell’anno. Decine di detenuti hanno dichiarato di essere stati sottoposti a tortura o ad altri maltrattamenti da parte della polizia o della guardia nazionale. In molti casi, la polizia ha negato ai detenuti il diritto di chiamare il proprio legale o un familiare oppure ha negato loro una visita medica.

Diritti delle donne

A febbraio e a maggio, una commissione parlamentare ha tenuto due sedute con rappresentanti del presidente e del ministro della Giustizia per discutere un progetto di legge che mettesse fine alla discriminazione nei confronti delle donne in tema di eredità. Un importante numero di membri del parlamento ha ritenuto che il progetto di legge fosse contrario all’Islam. Il parlamento non ha ripreso la discussione durante l’anno.

Ad agosto, il ministro per le Donne, Famiglie, Bambini e Anziani ha annunciato che il ministero della Giustizia aveva ricevuto circa 40.000 denunce da parte di donne che erano state vittime di violenza domestica nei primi sette mesi dell’anno. Le denunce erano state sporte in ottemperanza alla legge sull’eliminazione della violenza contro le donne, che è entrata in vigore nel 2018 e ha istituito una procedura di denuncia per le vittime di violenza. Tuttavia, il governo non ha costituito un osservatorio nazionale per prevenire la violenza sulle donne come richiesto dall’articolo 40 della legge.

Le donne sono gravemente sotto-rappresentate nelle elezioni presidenziali e parlamentari, con solamente due donne su 26 candidati presidenziali e 56 donne tra i 217 membri del parlamento eletto a ottobre, rispetto alle 68 donne elette nel 2014.

Libertà d’espressione e di riunione

Blogger e utilizzatori di social media sono stati perseguiti ai sensi del codice penale e del codice delle Comunicazioni per aver espresso le loro opinioni in maniera pacifica online.

Ad aprile, il tribunale di primo grado di Gafsa ha condannato in contumacia Ahmed El-Jedidi a un anno di reclusione per “aver insultato altri attraverso una rete pubblica di comunicazioni” dopo aver criticato una parlamentare in un post su Facebook. La condanna è stata revocata in appello a maggio.

A ottobre, il tribunale di primo grado di Manouba ha condannato il blogger Aymen Ben Khassib per “aver insultato altri attraverso la stampa” per un post su Facebook in cui faceva i nomi di due membri del consiglio municipale responsabili di un progetto controverso nella sua zona. Ha ricevuto una multa di 1000 dinari tunisini (circa 350 dollari Usa).

Le autorità hanno fatto un uso eccessivo e a volte non necessario della forza contro manifestanti pacifici, così come hanno utilizzato azioni penali per limitare la libertà di riunione. Manifestanti pacifici sono stati perseguiti con l’accusa di “interruzione della libertà di lavorare” o “intralcio alla libertà di movimento” in occasione di proteste per l’alto tasso di disoccupazione e le cattive condizioni di vita. Nella sola Gafsa, nel 2019 almeno 20 manifestanti sono stati processati in contumacia in diversi processi presso il tribunale di primo grado a seguito di manifestazioni pacifiche.

A giugno, agenti della polizia e della guardia nazionale hanno fatto un uso eccessivo della forza, utilizzando anche gas lacrimogeni, per disperdere una manifestazione pacifica di richiedenti asilo davanti a un centro nella città di Medenine gestito dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. La polizia ha inseguito i manifestanti, colpendoli con manganelli, e ne ha arrestati 25. A luglio, 18 dei richiedenti asilo sono comparsi davanti al tribunale di primo grado di Medenine con accuse che comprendevano “intralcio alla libertà di movimento”, “disturbo di una strada pubblica” e “insulto a pubblico ufficiale”. Il caso è stato archiviato a ottobre.

A luglio, la polizia è entrata con la forza nell’istituto di tecnologia medica dell’università El Manar di Tunisi e ha fatto un uso eccessivo e non necessario della forza per mettere fine a un sit-in studentesco pacifico. Hanno utilizzato manganelli e lanciato gas lacrimogeni a distanza ravvicinata, anche contro tre studenti ipovedenti. Gli agenti di polizia hanno poi accusato sei studenti di “aggressione a pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni”.

A settembre, la polizia ha arrestato arbitrariamente l’attivista diciottenne Maissa al-Oueslati mentre filmava un manifestante che minacciava di darsi fuoco davanti alla stazione di polizia di Jbel Jloud, un quartiere periferico di Tunisi. Anche il fratello sedicenne dell’attivista è stato arrestato arbitrariamente. I due sono stati trattenuti tutta la notte e interrogati senza un legale. Entrambi sono stati accusati di insulto e aggressione a pubblico ufficiale prima di essere poi processati e assolti nello stesso mese.

Rifugiati, richiedenti asilo e migranti

In diverse occasioni, la guardia nazionale ha arrestato rifugiati e richiedenti asilo per ingresso irregolare in Tunisia. Due rifugiati intervistati ad agosto da Amnesty International nel centro rifugiati di Medenine hanno detto che erano stati detenuti per 17 giorni nel centro di accoglienza di Ben Guerdane al loro arrivo in Tunisia. Hanno detto di non essere stati informati dei motivi della loro detenzione.

Il 3 agosto, le forze di sicurezza hanno arrestato 36 migranti ivoriani, 22 uomini, 11 donne e tre bambini,  sospettati di pianificare un ingresso irregolare in Europa via mare. Gli ivoriani sono stati trasferiti in una zona militare chiusa vicino a Rad Jdir, una cittadina costiera vicino al confine libico, e lasciati lì. Tre giorni dopo l’esercito tunisino ha dato loro del pane e del latte, ma li ha lasciati senza accesso all’assistenza umanitaria. L’8 agosto le autorità hanno permesso al gruppo di lasciare la zona militare e rimanere in Tunisia.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Le persone Lgbti hanno continuato a essere arrestate e perseguite ai sensi di leggi che rendono reato le relazioni omosessuali consensuali, “atti osceni” e atti ritenuti “offensivi per la morale pubblica”. Secondo il Damj, l’Associazione tunisina per la giustizia e l’uguaglianza, la polizia ha arrestato almeno 78 uomini in ottemperanza all’articolo 230 del codice penale, che considera la “sodomia” un reato, e ha effettuato visite anali forzate come parte delle indagini per stabilire se avessero avuto relazioni omosessuali. Tali visite violano il divieto di tortura e altri maltrattamenti. Almeno 70 uomini sono stati giudicati colpevoli ai sensi dello stesso articolo e condannati a una reclusione tra quattro mesi e un anno.

Pena di morte

I tribunali hanno emesso decine di condanne a morte e si è registrato un aumento dell’uso della pena di morte in casi legati al terrorismo. Non vengono effettuate esecuzioni dal 1991.

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