Yemen: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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REPUBBLICA DELLO YEMEN

Capo di stato: Abd Rabbu Mansour Hadi
Capo di governo: Maeen Abdulmalik Saeed

Tutte le parti coinvolte nel conflitto dello Yemen hanno commesso gravi violazioni del diritto umanitario internazionale. Le milizie huthi che controllavano vaste aree del paese, hanno indiscriminatamente bombardato quartieri residenziali in Yemen e lanciato missili sull’Arabia Saudita.

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae), intervenuta a sostegno del governo yemenita internazionalmente riconosciuto, ha continuato a bombardare infrastrutture civili e a sferrare attacchi indiscriminati uccidendo e ferendo centinaia di civili. Tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno soppresso la libertà di espressione facendo ricorso a detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti. Sono stati presi di mira giornalisti, difensori dei diritti umani e membri della comunità baha’i. Minori sono stati impunemente aggrediti sessualmente. Il conflitto ha continuato ad avere un enorme impatto sulle persone disabili. Il suo protrarsi ha aggravato le discriminazioni contro donne e ragazze. Sono state emesse decine di condanne a morte e molte sono state eseguite.

Contesto

Il conflitto in Yemen è proseguito e si sono aperti o riaperti nuovi fronti a Aden, Dhale’, Hajjah, Sa’da and Ta’iz, province che si estendono dal sud al nord del paese.

Il governo del presidente Abd Rabbu Mansour Hadi, riconosciuto a livello internazionale, pur generalmente appoggiato dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Uae, ha visto messa in discussione la sua autorità nel sud dello Yemen dal Consiglio di transizione del Sud (Southern Transitional Council – Stc), gruppo secessionista sostenuto dagli Uae, e del suo gruppo armato, la “Cintura di sicurezza”, che in agosto ha di fatto assunto il controllo di porzioni delle province di Aden, Abyan e Shabwa. Per alcuni giorni ci sono stati scontri tra le forze schierate con il presidente Hadi e la Cintura di sicurezza, dopo una sparatoria che aveva avuto luogo il 7 agosto nei pressi del palazzo presidenziale ad Aden. In quel momento migliaia di persone partecipavano ai funerali dei soldati uccisi in un attacco missilistico su una parata militare nella città di Aden, a sud del paese, a opera degli huthi, il gruppo armato che controlla la capitale, Sana’a e gran parte dello Yemen settentrionale.

A ottobre gli Uae hanno annunciato di avere ritirato le loro forze armate da Aden. Gli Uae hanno dichiarato di avere svolto il proprio “ruolo nella liberazione e stabilizzazione di Aden” ma che avrebbero mantenuto la loro presenza in varie province nel quadro della lotta contro le “organizzazioni terroristiche”. L’Arabia Saudita ha assunto il controllo di tutte le forze della coalizione nello Yemen del sud e delle operazioni militari nello Yemen occidentale.

Il 5 novembre l’Stc e il governo del presidente Hadi, con la mediazione dell’Arabia Saudita, hanno firmato un accordo politico che li impegnava al rispetto di una scadenza di 90 giorni entro i quali tutti i termini previsti dall’accordo dovevano essere realizzati, inclusi la formazione entro 30 giorni di un nuovo gabinetto equamente rappresentativo del nord e del sud del paese; il ritorno del governo yemenita a Aden al fine di una ripresa della sua attività; l’integrazione di tutte le forze di sicurezza e militari sotto il controllo rispettivamente dei ministeri dell’Interno e della Difesa.

Il 16 settembre l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen denunciava pubblicamente l’assenza di progressi nello scambio di prigionieri tra gli huthi e il governo di Hadi concordato in Svezia nel dicembre del 2018 nei colloqui guidati dalle Nazioni Unite. Tre giorni dopo con un comunicato inatteso il capo del Consiglio politico supremo con sede a Sana’a, l’organo esecutivo creato dagli huthi, annunciava che gli huthi erano pronti a iniziare “negoziati seri” con il governo di Hadi per avviare la procedura di scambio dei prigionieri. Sono così iniziati scambi di prigionieri con cadenza settimanale.

Violazioni del diritto umanitario internazionale

Truppe huthi e anti-huthi hanno continuato a commettere impunemente gravi violazioni del diritto umanitario internazionale. Hanno sferrato attacchi indiscriminati bombardando quartieri residenziali a Aden, Dhale’, Hajjah and Ta’iz. Gli huthi hanno lanciato missili sull’Arabia Saudita in modo indiscriminato.

A metà maggio gli huthi hanno avviato una nuova campagna oltre confine con l’Arabia Saudita contro le infrastrutture militari, economiche e dei trasporti, inclusi gli aeroporti civili. In varie occasioni gli attacchi hanno causato vittime civili. Il 23 giugno un attacco al parcheggio dell’aeroporto di Abha nel sud-ovest dell’Arabia Saudita ha coinvolto 22 civili fra cui una persona che è morta. A settembre un attacco con drone agli impianti di trasformazione del greggio dell’Aramco a Abqaiq nella provincia orientale dell’Arabia Saudita, rivendicato dagli huthi, ha reso necessaria la chiusura degli impianti per parecchie settimane e ha ridotto la produzione di petrolio del paese di circa la metà durante quel periodo.

Ad agosto nella battaglia di Aden alcuni civili sono rimasti coinvolti negli scontri tra le forze schierate con il presidente Hadi e quelle della Cintura di sicurezza, che hanno entrambe usato tattiche che sembrano aver violato il divieto di attacchi indiscriminati. Sono state indiscriminatamente utilizzate armi esplosive ad ampio raggio, tra cui i mortai, nelle aree residenziali controllate o contese dalle forze avversarie, uccidendo e ferendo dei civili. Ad agosto in un attacco a Dar Saad, un distretto della provincia di Aden, un bambino di tre anni è rimasto ferito quando il proiettile di un mortaio è piombato sulla sua casa; il bambino ha avuto il braccio amputato.

La ripresa dei combattimenti tra milizie huthi e anti-huthi nella provincia meridionale di Dhale’ ha portato allo sfollamento di migliaia di persone e all’uccisione di molte altre. A ottobre un attacco di mortaio ha colpito un campo per sfollati interni a Dhale’ causando vittime civili.

Gli aerei della coalizione hanno bombardato aree controllate o contese dalle forze huthi e dai loro alleati, a volte per rappresaglia contro gli attacchi oltre confine lanciati dagli huthi. I bombardamenti hanno ucciso e ferito centinaia di civili. Il 28 giugno munizioni guidate di precisione, di fabbricazione statunitense, sono state usate in un attacco aereo della coalizione contro una abitazione nel governatorato di Ta’iz dove sei civili sono stati uccisi. Tra le vittime c’erano tre bambini. Il 1° settembre un attacco aereo a un centro di detenzione controllato dagli huthi nella città sud-occidentale di Dhamar ha ucciso 130 detenuti e ne ha feriti altri 40.

Libertà d’espressione e di associazione

Gli huthi, il governo del presidente Hadi, la coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti e le forze yemenite appoggiate dagli Uae hanno continuato a fare ricorso a detenzioni arbitrarie per sopprimere la libertà di espressione e di associazione.

Nelle zone sotto il loro controllo, le forze huthi hanno continuato a detenere arbitrariamente dissidenti e oppositori ma anche giornalisti, difensori dei diritti umani e membri della comunità baha’i: decine di essi sono stati detenuti in isolamento e hanno subito processi ingiusti e sparizioni forzate. La maggior parte delle persone prese di mira erano membri o sostenitori del partito politico alIslah.

I procedimenti contro 10 giornalisti, formalmente incriminati a dicembre del 2018 a più di tre anni dall’arresto, sono stati trasferiti dall’Organizzazione di sicurezza politica, una forza di sicurezza interna e di intelligence, al Tribunale criminale speciale (Specialized Criminal Court – Scc) controllato dagli huthi che ha sede a Sana’a ed è stato creato per trattare i casi legati al terrorismo. I giornalisti erano stati incriminati di reati quali lo spionaggio – reato capitale – e per avere aiutato la coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Uae.  Durante la detenzione queste persone hanno subito periodi di sparizione forzata, di isolamento e probabili torture e altri maltrattamenti incluso il rifiuto di accesso alle cure mediche. In un caso verificatosi il 19 aprile un funzionario della prigione sarebbe entrato nella loro cella di notte e dopo averli denudati li avrebbe picchiati violentemente. Da quel giorno gli uomini sono stati separati e tenuti in isolamento.

A luglio il Tribunale criminale speciale ha condannato a morte 30 accademici e politici sulla base di false accuse, inclusa quella di spionaggio a favore della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Uae, dopo un processo iniquo. Prima del processo avevano subito sparizioni forzate, eccessiva custodia cautelare, isolamento in carcere, probabili torture e altri maltrattamenti, tra cui il divieto di ricevere assistenza medica e l’impossibilità di accedere all’assistenza legale. Tra loro c’era Youssef al-Bawab, un professore di linguistica e personaggio politico che era stato arbitrariamente arrestato alla fine del 2016 e incriminato ad aprile del 2019.

La violenza sessuale contro i bambini

Il protrarsi del conflitto e il collasso delle istituzioni statali e dei meccanismi di protezione hanno aggravato la vulnerabilità dei bambini lasciandoli indifesi di fronte alla violenza sessuale e di altro genere.

In una serie di incidenti iniziati nella città di Ta’iz a metà del 2018, tre ragazzini sono stati violentati e un quarto è sopravvissuto a un tentativo di aggressione sessuale. Tra questi c’era un bambino di otto anni. Il solito intreccio di impunità, rischio di ritorsioni e altri ostacoli ha scoraggiato le famiglie dal denunciare l’accaduto. Tuttavia, i quattro episodi sono stati segnalati al Dipartimento di indagini penali di Ta’iz, che ha incaricato uno dei principali ospedali della città di esaminare i tre bambini che erano stati violentati e di rilasciare un referto medico.

L’ospedale ha eseguito l’incarico affidatogli in due dei casi ma non lo ha fatto con il terzo, nonostante le ripetute richieste da parte della famiglia della vittima. Inoltre l’ospedale in cambio del referto aveva chiesto dei soldi, che la famiglia non era in grado di pagare.

Attivisti e parenti di vittime hanno dichiarato di essere a conoscenza di altri casi di violenza sessuale ma di non averli denunciati per paura di ritorsioni da parte delle milizie locali. Alcune famiglie delle vittime hanno dovuto trasferirsi altrove per stare sicure. Nessuno è stato chiamato a rispondere di tali abusi.

Discriminazione e persone con disabilità

Le persone con disabilità hanno affrontato immense difficoltà, aggravate a volte da una combinazione di fattori quali il genere, l’età, le proprie origini. Le sfide da affrontare riguardano le barriere a un equo accesso a servizi sanitari di qualità, istruzione e opportunità lavorative. Gli sfollati a causa del conflitto hanno dovuto affrontare ulteriori sfide, tra cui la difficoltà di sfuggire alla violenza e ricevere aiuto, e quella di inadeguate condizioni di vita, che ne hanno compromesso la dignità.

Alcuni profughi con disabilità hanno descritto ad Amnesty International i ripetuti ardui spostamenti in cerca di sicurezza e migliori opportunità di sostentamento. La gran parte delle persone con difficoltà motorie hanno viaggiato senza gli ausili necessari, come sedie a rotelle o stampelle, e hanno fatto affidamento sugli altri affinché li trasportassero. Talvolta il viaggio faceva peggiorare la loro disabilità o ne era la causa. I siti di accoglienza per gli sfollati mancavano di alloggi adeguati e di appositi servizi igienici.

L’indebolimento delle istituzioni, la crisi economica e l’illegalità diffusa associati al conflitto in corso hanno ulteriormente compromesso le risorse per la realizzazione dei diritti delle persone con disabilità. La madre di un ragazzo di quattordici anni affetto da paralisi cerebrale ha raccontato ad Amnesty che l’interruzione dell’assistenza che ricevevano in precedenza aveva comportato la sospensione della fisioterapia, con un regresso nei notevoli progressi fisici compiuti grazie alle sedute fisioterapeutiche.

I diritti delle donne

Il protrarsi del conflitto ha continuato ad aggravare le discriminazioni contro le donne e le ragazze e le ha lasciate meno protette dalle violenze sessuali e altre violenze basate sul genere come ad esempio i matrimoni forzati.

LA PENA DI MORTE

La pena di morte è rimasta in vigore per molti reati. I tribunali hanno emesso decine di condanne a morte e parecchie di queste sono state eseguite. C’è stato un notevole aumento di processi davanti all’Scc di Sana’a di persone che vengono perseguite con accuse che comportano la condanna a morte. L’impressione è che le autorità giudiziarie degli huthi abbiano avanzato quelle accuse per perseguitare avversari politici, giornalisti, accademici e minoranze religiose.

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