Yemen - Amnesty International Italia

REPUBBLICA DELLO YEMEN

Capo di stato: Abd Rabbu Mansour Hadi
Capo di governo: Ahmed Obeid bin Daghr

Tutte le parti impegnate nel conflitto armato in corso hanno commesso crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale, in un contesto in cui mancavano strumenti adeguati di accertamento delle responsabilità in grado di assicurare giustizia e riparazione per le vittime. La coalizione a guida saudita, intervenuta a sostegno del governo dello Yemen internazionalmente riconosciuto, ha continuato a bombardare infrastrutture civili e a compiere attacchi indiscriminati, uccidendo e ferendo i civili. Le forze dell’alleanza militare formata dagli huthi e dalle truppe vicine all’ex presidente Saleh (huthi-Saleh) hanno bombardato indiscriminatamente aree abitate da civili nella città di Ta’iz e lanciato attacchi indiscriminati di artiglieria pesante ol­tre il confine con l’Arabia Saudita, provocando morti e feriti tra i civili. Il governo yemenita, le forze dell’alleanza huthi-Saleh e le forze yemenite allineate con gli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae) sono ricorse a forme di detenzione illegale, comprese sparizioni forzate, tortura e altri maltrattamenti. Donne e ragazze hanno continuato ad affrontare una radicata discriminazione e altri abusi, come matrimoni forzati e precoci e violenza domestica. La pena di morte è rimasta in vigore; non sono state diffuse informazioni riguardanti le condanne a morte o le esecuzioni.

CONTESTO

Le divisioni interne allo Yemen e la frammentazione del controllo sul territorio sono diventate ancor più radicate con il protrarsi del conflitto armato tra il governo internazionalmente riconosciuto del presidente Hadi, sostenuto dalla coalizione a guida saudita, e il gruppo armato degli huthi e le sue forze alleate, comprendenti tra l’altro unità dell’esercito fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh. Le autorità dell’alleanza huthi-Saleh hanno mantenuto il controllo su vaste aree del paese, compresa la capitale Sana’a, mentre il governo del presidente Hadi controllava ufficialmente il sud del paese, compresi i gover­natorati di Lahj e Aden. Il 4 dicembre, Ali Abdullah Saleh è stato ucciso dalle forze huthi, che hanno consolidato il loro controllo su Sana’a.

Contemporaneamente, una miriade di fazioni armate rivali si sono contese il controllo sul territorio, in un contesto caratterizzato da un’economia al collasso e da una dilagante illegalità, in assenza d’istituzioni statali funzionanti.

L’autorità del presidente Hadi, già scarsa o assente in vaste aeree del paese, si è ulteriormente ridotta e ha dovuto competere con l’ascesa di molteplici attori e varie entità.

Tramite il proprio consiglio politico supremo, l’alleanza huthi-Saleh ha assunto, nelle aree sotto il suo controllo, le funzioni e le responsabilità dello stato. Queste comprendevano la formazione di un esecutivo, la nomina dei governatori e l’emanazione di decreti ministeriali.

A maggio, il governatore di Aden, Aidarous al-Zubaydi, e Hani bin Brik, un ex ministro di stato, hanno formato un consiglio di transizione del sud, composto da 26 membri. Il nuovo consiglio, che ha espresso l’intenzione di creare uno Yemen del Sud indipendente e che godeva del favore della popolazione, si è riunito in varie sessioni, stabilendo la propria sede nella città di Aden.

Il protrarsi del conflitto ha portato a un vuoto politico e alla mancanza di sicurezza e ha creato terreno fertile per il proliferare di gruppi armati e milizie, che avevano il sostegno di altri stati. Alcune di queste forze erano addestrate, finanziate e supportate dagli Uae e dall’Arabia Saudita. Alcune forze di sicurezza locali, come le truppe scelte Hadrami e le forze di sicurezza Belt, erano armate, addestrate e direttamente comandate dagli Uae. Queste forze erano caratterizzate da lotte interne e spesso da strategie antagoniste.

Il gruppo armato al-Qaeda nella penisola araba (al-Qa’ida in the Arabian Peninsula – Aqap) ha mantenuto il controllo di parte del sud dello Yemen e ha continuato a com­piere attentati dinamitardi nei governatorati di Aden, Abyan, Lahj e al-Bayda. I raid aerei e gli attacchi lanciati dalle forze statunitensi contro Aqap, tramite l’impiego di velivoli a pilotaggio remoto (droni), sono triplicati. Le forze statunitensi hanno inoltre lanciato almeno due offensive via terra. Il gruppo armato Stato islamico (Islamic State – Is) ha continuato a operare in varie parti del paese, benché in misura minore.

Durante l’anno non sono stati compiuti passi avanti nei negoziati politici o verso una cessazione delle ostilità. Mentre nelle aree circostanti le città portuali di Mokha e Hodeidah proseguivano le operazioni militari e i combattimenti, tutte le parti in conflitto si sono rifiutate di partecipare al processo guidato dalle Nazioni Unite, in tempi diversi a seconda delle conquiste militari ottenute sul terreno.

CONFLITTO ARMATO IN YEMEN

Secondo l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto armato, a marzo 2015, fino ad agosto 2017, erano stati uccisi 5.144 civili, di cui almeno 1.184 bambini, mentre più di 8.749 erano rimasti feriti.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha) ha stimato che più di due terzi della popolazione necessitava di aiuti umanitari e che almeno 2,9 milioni di persone erano state costrette a fuggire dalle loro abitazioni. Il Who ha dichiarato che i sospetti casi di colera causati dalla mancanza di acqua potabile e dall’impossibilità di accedere a strutture mediche erano più di 500.000. Dall’insorgenza dell’epidemia nel 2016, i decessi a causa dell’infezione sono stati quasi 2.000. Il protrarsi del conflitto è stato uno dei fattori che avevano maggiormente contribuito alla diffusione del colera nello Yemen.

Violazioni da parte delle forze huthi-Saleh e delle milizie filogovernative

Gli huthi e le forze loro alleate, tra cui le unità dell’esercito fedeli all’ex presidente Saleh, hanno ripetutamente adottato tattiche militari che avrebbero implicato violazioni del divieto internazionale di compiere attacchi indiscriminati. Hanno lanciato indiscriminatamente ordigni esplosivi che colpivano vaste aree, utilizzando anche mortai e artiglieria pesante in zone residenziali, controllate o contese dalle forze d’opposizione, provocando morti e feriti tra i civili. La città di Ta’iz è stata particolarmente colpita, con l’intensificarsi di questo tipo di attacchi, soprattutto a gennaio e maggio. Le Nazioni Unite hanno documentato che, in una serie di attacchi verificatisi tra il 21 maggio e il 6 giugno tra gli huthi e le forze anti-huthi, erano morti più di 26 civili e ameno altri 61 erano rimasti feriti. Gli huthi e i loro alleati hanno inoltre continuato a piazzare mine terrestri antipersona, ordigni vietati dal diritto internazionale, causando vittime tra i civili. Il 15 settembre, le Nazioni Unite hanno documentato un’altra serie di attacchi, apparentemente indiscriminati, lanciati dalle forze huthi-Saleh a Ta’iz, compreso il bombardamento di una casa nel distretto di Shab al-Dhuba e al mercato di al-Sameel, in cui sono morti tre bambini e altri sette sono rimasti feriti.

Gli huthi e le forze loro alleate, così come le truppe filogovernative, hanno continuato a reclutare e schierare bambini soldato.

Violazioni da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita

Secondo le Nazioni Unite, la coalizione a guida saudita, intervenuta a sostegno del governo del presidente Hadi, è rimasta la principale responsabile delle vittime civili del conflitto. La coalizione ha continuato a commettere impunemente gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme internazionali sui diritti umani.

L’aviazione delle forze della coalizione ha effettuato bombardamenti aerei su aree controllate o contese dalle forze huthi e dai loro alleati, in particolare nei governatorati di Sana’a, Ta’iz, Hajjah, Hodeidah e Sa’da, uccidendo e ferendo migliaia di civili.

Molti attacchi della coalizione erano diretti contro bersagli militari ma altri sono stati lanciati in maniera indiscriminata e sproporzionata o diretti contro civili e obiettivi civili, come cortei funebri, scuole, mercati, zone residenziali e imbarcazioni civili.

A marzo, un elicottero ha attaccato un’imbarcazione con a bordo 146 migranti e rifugiati somali, al largo della costa della città portuale di Hodeidah, uccidendo 42 civili e ferendone altri 34. In un altro attacco, lanciato ad agosto su un quartiere residenziale a sud di Sana’a, sono morti 16 civili e altri 17 sono rimasti feriti; le vittime erano in maggioranza bambini.

In alcuni casi, le forze della coalizione hanno utilizzato munizioni imprecise, comprese grosse bombe che hanno un impatto a vasto raggio e provocano vittime e distruzione anche oltre le immediate vicinanze del bersaglio bombardato. Negli attacchi compiuti nel governatorato di Sa’da, hanno inoltre continuato a utilizzare munizioni a grappolo, ordigni ampiamente vietati dal diritto internazionale, perché intrinsecamente indiscriminati. Le munizioni a grappolo disseminano numerose piccole bombe in un’area molto vasta, che costituiscono una minaccia nel tempo per i civili, poiché spesso non esplodono all’impatto. A febbraio, la coalizione ha lanciato razzi di fabbricazione brasiliana, contenenti munizioni a grappolo vietate su aree abitate e terreni agricoli, nella città di Sa’da, ferendo due civili e causando danni materiali.

Blocco degli spazi aerei e marittimi

La coalizione ha continuato a imporre un blocco parziale degli spazi aerei e marittimi, che è stato ulteriormente rafforzato a novembre, sostenendo che tale misura era necessaria per applicare l’embargo sulle armi sancito dalle Nazioni Unite contro gli huthi e le forze vicine a Saleh loro alleate. Per tutto l’anno, questi blocchi hanno ridotto gli spostamenti delle persone e delle merci, aggravando la crisi umanitaria causata dal conflitto e contribuendo alle violazioni del diritto della popolazione alla salute e a un adeguato standard di vita, compreso il diritto a un’alimentazione adeguata. Questa situazione ha aggravato la già pervasiva insicurezza alimentare e quella che è stata riconosciuta come la peggiore epidemia di colera a livello mondiale. A marzo, l’Ngo Save the Children ha dichiarato che la coalizione aveva impedito che tre grosse spedizioni di aiuti medici raggiungessero il porto di Hodeidah, obbligandole a cambiare rotta verso Aden e ritardando di tre mesi la consegna degli aiuti. Ad agosto, l’Ocha ha riferito che la coalizione aveva negato l’accesso al porto di Hodeidah a quattro navi che trasportavano oltre 71.000 tonnellate di carburante. Secondo l’Ocha, a novembre, la coalizione ha impedito a 29 imbarcazioni che trasportavano forniture di beni essenziali di raggiungere il porto di Hodeidah.

ARRESTI E DETENZIONI ARBITRARI IN YEMEN

Le forze huthi-Saleh, le forze del governo yemenita e le forze yemenite allineate con gli Uae hanno praticato forme di detenzione arbitraria e illegale. Amnesty International ha documentato alcuni casi verificatisi a Sana’a e Marib, di civili detenuti unicamente come merce di scambio per eventuali rilasci di prigionieri, una pratica equiparabile alla presa di ostaggi, che costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario.

A Sana’a e in altre aree sotto il loro controllo, gli huthi e le forze loro alleate hanno arbitrariamente arrestato e detenuto persone critiche nei loro confronti e oppositori, così come giornalisti, privati cittadini, difensori dei diritti umani e membri della comunità baha’i, sot­toponendone decine a sparizione forzata. A fine anno rimanevano in detenzione cinque uomini baha’i. Uno di questi era trattenuto da quasi quattro anni, accusato dagli huthi di apostasia, un’accusa che nell’ordinamento yemenita comporta la pena di morte.

Ad Aden, le forze yemenite sostenute dagli Uae hanno perpetrato una campagna di detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate. Amnesty International ha documentato 13 casi di detenzione arbitraria durante l’anno; alcuni di questi detenuti erano trattenuti in incommunicado o erano stati sottoposti a sparizione forzata. Anche membri della comunità baha’i sono stati arrestati arbitrariamente all’aeroporto internazionale di Aden dalle milizie locali allineate con gli Uae e trattenuti senza accusa per nove mesi.

Il 27 aprile, a Marib, il professor Mustafa al-Mutawakel, nota figura politica, è stato arbitrariamente arrestato dalle forze del governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen ed è rimasto detenuto senza accusa.

IMPUNITÀ IN YEMEN

Dall’inizio del conflitto, tutte le parti hanno commesso gravi violazioni e abusi del diritto internazionale umanitario e delle norme internazionali sui diritti umani nella più completa impunità.

Sin dal suo insediamento a settembre 2015, la commissione nazionale d’inchiesta sulle presunte violazioni dei diritti umani, istituita dal governo yemenita, non ha provveduto a condurre indagini tempestive, imparziali ed efficaci, in linea con gli standard internazionali, sulle presunte violazioni dei diritti umani compiute da tutte le parti impegnate nel conflitto armato nello Yemen. Analogamente, il meccanismo d’indagine della coalizione a guida saudita ha continuato a dimostrarsi privo della necessaria imparzialità e indipendenza per svolgere il suo lavoro in maniera credibile.

In un contesto in cui proliferavano i gruppi armati e le forze di sicurezza privi di comando e fuori controllo, in cui il governo centrale non riusciva a esercitare un controllo effettivo sulle proprie forze di polizia e sul territorio, l’impunità ha guadagnato sempre più spazio. Nel suo rapporto di metà mandato, il team di esperti delle Nazioni Unite sullo Yemen ha espresso preoccupazione per il fatto che gli stati membri della coalizione si stessero a tutti gli effetti sottraendo all’accertamento delle responsabilità, comprese quelle individuali, nascondendosi dietro il paravento della coalizione.

Uno sviluppo positivo si è avuto a settembre, quando il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che ha incaricato un team di esperti d’indagare sugli abusi compiuti da tutte le parti in conflitto nello Yemen, segnando un primo passo verso la giustizia per le vittime degli abusi e delle gravi violazioni del diritto internazionale compiuti nello Yemen.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E ASSOCIAZIONE IN YEMEN

Nelle città di Ta’iz, Aden e Sana’a, gli huthi e le forze loro alleate, così come le frange armate, hanno intrapreso una campagna contro i giornalisti e i difensori dei diritti umani, limitando la libertà d’espressione nelle aree sotto la loro amministrazione de facto.

Gli huthi e i loro alleati continuavano a trattenere almeno nove giornalisti senza accusa; questi erano arbitrariamente detenuti da più di due anni. Per contro, ad Aden e Ta’iz, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno assassinato, vessato, intimidito, arrestato e in alcuni casi torturato difensori dei diritti umani e giornalisti, costringendo alcuni di loro all’autocensura e altri a fuggire dallo Yemen.

La coalizione a guida saudita e il governo yemenita hanno vietato l’ingresso nello Yemen ai giornalisti, impedendo anche alle Nazioni Unite di trasportare giornalisti sui loro voli diretti nello Yemen, riducendo al minimo la copertura delle notizie e imponendo a tutti gli effetti un blocco dell’informazione. A maggio, la messa al bando sulla stampa è stata estesa anche alle organizzazioni per i diritti umani.

DIRITTI DELLE DONNE IN YEMEN

Il protrarsi del conflitto ha aggravato la discriminazione e le condizioni di disuguaglianza di cui erano già vittime le donne e le ragazze e ha favorito il progressivo instaurarsi di prassi coercitive negative come i matrimoni precoci, in particolare nei governatorati di Ta’iz, Hajjah, Hodeidah, Ibb e Sana’a. Benché inadeguati, tutti i meccanismi di protezione sia sul piano legislativo che sociale erano venuti meno. Donne e ragazze sono state pertanto ancora meno tutelate, in un contesto in cui erano anche diminuite le loro possibilità di ottenere qualche forma di riparazione per la violenza sessuale e altri tipi di violenza, come le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e altri abusi.

PENA DI MORTE IN YEMEN

La pena di morte è rimasta in vigore per un’ampia gamma di reati; non sono state diffuse informazioni riguardanti le condanne a morte o le esecuzioni. Il 21 aprile, le autorità dell’alleanza huthi-Saleh di Sana’a hanno condannato a morte il giornalista Yahya al-Jubaihi, dopo averlo giudicato colpevole del reato di spionaggio. Era la prima condanna a morte emessa dalle autorità huthi-Saleh. Yahya al-Jubaihi è stato rilasciato a settembre.

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