RdCongo: violazioni dei diritti umani da parte del gruppo armato M23

21 Settembre 2026

di CAMILLE LAFFONT/AFP via Getty Images

Tempo di lettura stimato: 14'

  • Il saccheggio di oro e coltan da parte dell’M23 e del Ruanda potrebbe configurarsi come crimine di guerra;
  • le molteplici violazioni dell’M23, che coinvolgono anche cittadini ruandesi, potrebbero configurarsi come crimini di guerra;
  • “Il Ruanda continua a trarre illegalmente profitto dalle ricchezze minerarie della RdCongo”, ha dichiarato Agnes Callamard;
  • i minerali legati alle violazioni dell’M23 sono presenti nei dispositivi elettronici di milioni di persone in tutto il mondo.

I combattenti del Movimento 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda, hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani contro i minatori artigianali nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (RdCongo), facilitando al contempo il traffico di oro e coltan verso il Ruanda con la complicità delle autorità ruandesi. Lo ha dichiarato Amnesty International in un nuovo rapporto.

 

L’analisi

Il documento RdCongo: Non siamo venuti a scherzare: le violazioni dell’M23 nelle miniere artigianali e il traffico di oro e coltan verso il Ruanda descrive le violazioni commesse dall’M23, tra cui esecuzioni sommarie, maltrattamenti e torture, detenzioni arbitrarie, lavoro forzato e reclutamento forzato. Il rapporto mostra come i combattenti dell’M23 abbiano costretto i minatori a estrarre minerali, spesso obbligandoli a lavorare sottoterra per più di una settimana consecutiva nelle miniere di coltan vicino a Rubaya, nella provincia del Nord Kivu, e a Lomera, un sito di estrazione aurifera nel Sud Kivu. Le violazioni potrebbero configurarsi come crimini di guerra, ossia crimini di diritto internazionale.

“L’M23, sostenuto dal Ruanda, sta commettendo violazioni dei diritti umani gravissime, che potrebbero configurarsi come crimini di guerra, contro i minatori artigianali nell’est della RdCongo. Queste violazioni sono finalizzate a punire e a instillare paura tra i minatori e le altre persone che vivono e lavorano nelle vicinanze delle miniere, mentre i minerali vengono contrabbandati oltre confine verso il Ruanda, che continua a trarre profitto dallo sfruttamento delle ricchezze minerarie della RdCongo”, ha dichiarato Agnes Callamard, Segretaria generale di Amnesty International.

“L’Unione africana e i suoi stati membri devono adottare misure ben più incisive di quelle messe in atto finora per porre fine al saccheggio alimentato dall’insaziabile domanda internazionale di risorse minerarie strategiche africane. Non riuscire a fare fronte comune contro tale saccheggio e contro le gravissime violazioni che ne conseguono non farà che incoraggiare altri a seguire lo stesso esempio”, ha proseguito Callamard.

“Gli attori internazionali devono rompere il silenzio sulle atrocità dell’M23, sul contrabbando di minerali provenienti da zone di conflitto e sulla responsabilità del Ruanda. Devono assicurare che i responsabili, compresi i funzionari del governo ruandese, siano consegnati alla giustizia”.

 

Le richieste

Amnesty International chiede a tutti i paesi e a tutte le aziende di cessare l’acquisto di coltan e oro dal Ruanda o da trasformatori e raffinerie di paesi terzi che acquistano questi minerali da fornitori in Ruanda, fino a quando il governo ruandese non fornirà prove concrete di aver posto fine alla ricezione di coltan e oro trafficati dalla RdCongo. Le autorità ruandesi devono inoltre garantire che cittadini ruandesi, armati o meno, non siano presenti nelle miniere di Lomera e Rubaya e né siano coinvolti nelle violazioni dei diritti umani commesse in quei luoghi.

Amnesty International chiede inoltre agli Stati Uniti e agli stati membri dell’Unione europea di non concludere accordi minerari che coinvolgano la miniera di Rubaya o altre miniere controllate dall’M23 nella RdCongo, a meno che osservatori internazionali dei diritti umani e organizzazioni internazionali di controllo indipendenti non abbiano accesso pieno e senza restrizioni.

 

L’M23 e il Ruanda nelle miniere della RdC

L’M23 controlla decine di miniere artigianali nel Nord Kivu e Sud Kivu, da cui decine di migliaia di persone traggono il proprio reddito. Il gruppo armato esercita un controllo rigido sull’accesso a queste miniere, che non sono soggette ad alcuna supervisione internazionale indipendente.

Amnesty International ha intervistato 26 persone, tra cui minatori artigianali, esperti minerari, proprietari di pozzi e familiari delle vittime. I ricercatori hanno inoltre analizzato foto e video provenienti dai siti minerari.

Le testimonianze indicano la presenza di cittadini ruandesi sia a Rubaya sia a Lomera. A Rubaya, i minatori hanno riferito che alcuni ruandesi svolgono un duplice ruolo: lavorano come minatori civili o gestori dei pozzi minerari e, quando necessario, partecipano alle ostilità al fianco dei combattenti dell’M23. A Lomera e Rubaya, inoltre, guardie di sicurezza, alcune delle quali hanno dichiarato di essere ruandesi e parlavano kinyarwanda, collaborano con l’M23 e hanno picchiato e maltrattato i minatori.

Né l’M23 né i funzionari del governo ruandese hanno risposto alla richiesta di commento di Amnesty International.

 

Violazioni dei diritti umani nelle miniere

Amnesty International ha documentato l’esecuzione sommaria di 18 minatori artigianali nelle miniere di Rubaya e Lomera. Testimoni e familiari hanno riferito che dieci di loro sono stati picchiati a morte, due uccisi a colpi di arma da fuoco e sei minatori ritrovati privi di vita dopo essere stati rapiti.

Tra le vittime figurava Evariste*, un giovane di 22 anni, marito e padre di una bambina di un anno.

Un testimone oculare ha dichiarato:

“Quando abbiamo visto Evariste*, stava soffrendo moltissimo. Non aveva la forza di parlare. Non riusciva a sollevare i piedi. Il suo corpo era completamente insanguinato”.

Un altro minatore che ha assistito alla morte del fratello, picchiato a morte, ha dichiarato:

“È stato colpito al petto con un piccone. Quando ho denunciato l’uomo che lo ha ucciso, [i combattenti dell’M23] mi hanno messo in prigione. Mi hanno inflitto come punizione due settimane di lavoro non retribuito nel pozzo minerario. Ho detto alle persone che volevo riportare [il suo corpo] alla nostra famiglia. È stato sepolto come un animale [nel pozzo]”.

Sedici minatori o civili che vivevano vicino alle miniere hanno raccontato come siano stati torturati o maltrattati dai combattenti dell’M23 o dalle guardie di sicurezza che collaborano con loro. Alcuni minatori sono stati picchiati così violentemente da perdere conoscenza. I minatori hanno descritto ad Amnesty International come venissero picchiati alla richiesta di pause, se si rifiutavano di consegnare i minerali o commettevano infrazioni minori.

 

Le testimonianze

Un supervisore minerario ha raccontato come i combattenti dell’M23 abbiano aggredito uno dei suoi dipendenti:

“Quando siamo usciti dal pozzo con la sabbia mineralizzata, c’erano cinque [combattenti dell’M23] pesantemente armati e tre disarmati. Hanno detto: ‘Non siamo venuti a scherzare. Se vi rifiutate [di consegnarci la sabbia mineralizzata], vi ammazziamo’”.

Nelle vicinanze della miniera di Rubaya, l’M23 utilizza tre container come celle di detenzione. Un intervistato ha dichiarato di riuscire a sentire le urla dei detenuti mentre vengono torturati all’interno dei container. “È meglio morire che essere detenuto lì”, ha affermato.

A Lomera, l’M23 ha detenuto quattro uomini, accusandoli di essere in contatto con le autorità di Kinshasa e sospettandoli di avere legami con il gruppo armato Wazalendo (una coalizione di milizie armate sostenuta dall’esercito regolare della RdCongo).

Una vittima ha riferito ad Amnesty International che il supervisore del sito di detenzione le aveva detto:

“Ti ucciderò e poi ti metterò in mano un’arma e dirò che eri Wazalendo”.

Amnesty International ha inoltre documentato l’uso di celle di detenzione sotterranee note come ndake. Più di 20 minatori che lavoravano nella miniera di Rubaya sono stati tenuti in un ndake e picchiati tre volte al giorno dai combattenti dell’M23.

Il rapporto descrive anche come l’M23 utilizzi le miniere come siti di reclutamento forzato. Sette minatori hanno raccontato come l’M23 abbia detenuto minatori minacciando di mandarli nei centri di addestramento militare dell’M23 qualora non avessero pagato un riscatto per la loro liberazione.

 

Il traffico di minerali verso il Ruanda

Amnesty International ha trovato prove del fatto che l’oro veniva trafficato fuori dalle aree controllate dall’M23 verso il Ruanda attraverso consolidate rotte di contrabbando.

Le testimonianze di minatori, rappresentanti del settore minerario e altre persone che hanno lavorato a Lomera, insieme alle prove raccolte dall’Evidence Lab di Amnesty International, hanno confermato che il terreno aurifero proveniente da Lomera veniva caricato su imbarcazioni nel porto della località. I sacchi di terreno contenente oro provenienti dalla RdCongo venivano poi trasportati via lago fino a un “porto della sabbia” a Kamembe, nella provincia occidentale del Ruanda, un punto di raccolta della sabbia destinata all’edilizia.

 

Le testimonianze

Un minatore congolese che lavorava a Lomera ha dichiarato:

“Ero lì di notte. Mi sono nascosto e ho visto che [l’M23] mandava tre gruppi… a diversi pozzi. Prendevano la sabbia mineralizzata [il terreno contenente oro] e la portavano vicino al lago…Quando arrivavano, la mettevano su piccole imbarcazioni e la mandavano in Ruanda”.

Un altro minatore di Lomera ha dichiarato:

“Abbiamo visto [le imbarcazioni venire caricate]. Caricate di robotas [sacchi di terreno contenente oro]. Lo facevano molto presto al mattino. Ogni mattina arrivavano con commercianti dal Ruanda. E le stesse imbarcazioni arrivavano di notte”.

Amnesty International ritiene che il saccheggio di oro e coltan da parte dell’M23 costituisca con ogni probabilità il crimine di guerra di saccheggio.

Considerate le quantità significative di oro e coltan trafficate verso il Ruanda, spesso con la complicità di dirigenti ruandesi e dell’M23, è probabile che il Ruanda sia direttamente coinvolto nel saccheggio delle risorse della RdCongo.

“Questa indagine dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per il Ruanda: i cittadini ruandesi potrebbero incorrere in responsabilità penali a livello internazionale per aver facilitato il traffico di minerali rubati verso il Ruanda”, ha affermato Agnes Callamard “Il Ruanda potrebbe inoltre incorrere in responsabilità statale per le gravissime violazioni commesse contro i minatori, qualora i cittadini ruandesi presenti nelle miniere agiscano sotto la direzione o il controllo del Ruanda, anche se non sono dipendenti del governo”.

 

La responsabilità delle aziende

Gli standard internazionali stabiliscono chiare aspettative per stati e aziende in materia di prevenzione degli impatti negativi sui diritti umani legati alle attività minerarie. La responsabilità delle aziende di rispettare i diritti umani si estende non solo a chi è coinvolto nell’estrazione dei minerali, ma a tutti gli attori lungo la catena di fornitura.

“La brutalità dei crimini descritti in questo rapporto dovrebbe essere un avvertimento per tutte le aziende che acquistano minerali dal Ruanda. È probabile che questi minerali vengano trafficati in Ruanda dalla RdCongo orientale, dove i minatori sono vittime di violazioni gravissime per mano dell’M23 sostenuto dal Ruanda”, ha concluso Agnes Callamard.

Il peso delle prove raccolte da Amnesty International e da altri non consente alle aziende di invocare l’ignoranza. È probabile che l’acquisto di minerali dal Ruanda e dalle fonderie che acquistano dal Ruanda, contribuisca alle violazioni dei diritti umani commesse dall’M23 a Rubaya e a Lomera. Le aziende potrebbero essere ritenute penalmente responsabili per complicità in crimini di guerra”.

*I nomi sono stati modificati per proteggere l’identità degli intervistati

 

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