Il ritorno dell’ambasciatore al Cairo: una decisione sbagliata presa due anni fa - Amnesty International Italia

Il ritorno dell’ambasciatore al Cairo: una decisione sbagliata presa due anni fa

14 agosto 2019

Giulio Regeni

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Nell’afa pomeridiana della vigilia di Ferragosto di due anni fa, il governo Gentiloni decideva di annullare l’unica azione di inimicizia diplomatica che l’Italia aveva intrapreso nei confronti dell’Egitto a seguito dell’assassinio di Giulio Regeni: il ritiro, deciso nell’aprile 2016, dell’ambasciatore al Cairo.

Una data, quella del 14 agosto, forse individuata per passare più inosservati: una pia illusione.

Una data, oltretutto, scelta nella totale inconsapevolezza che quel giorno, dal 2013, è nella storia egiziana ricordato come quello del massacro delle piazze, la “Tianamnen del Cairo”.

La decisione di rimandare l’ambasciatore in Egitto, nel frattempo cambiato rispetto a quello rientrato in Italia nel 2016, venne presa sulla base di due valutazioni: una falsa (la magistratura egiziana aveva mostrato maggiore disponibilità a collaborare con quella italiana) e una del tutto indimostrabile e poi, a sua volta, rivelatasi falsa: il ritorno dell’ambasciatore avrebbe accelerato e facilitato la ricerca della verità.

Ricordiamo come nelle settimane precedenti il 14 agosto 2017 la necessità della normalizzazione delle relazioni diplomatiche fosse stata accompagnata da dichiarazioni politiche, editoriali, interviste ad ex ambasciatori e persino a esponenti di Ong e seguita da altrettante, ipocrite, dichiarazioni che mai e poi mai si sarebbe abbandonato l’obiettivo della verità.

Insomma, l’Egitto venne premiato per aver ostacolato a livello politico e giudiziario l’individuazione dei mandanti e degli autori del sequestro, della sparizione, delle torture e dell’uccisione di Giulio Regeni.

In questi due anni, tuttavia, la situazione è solo che peggiorata.

La magistratura egiziana, del tutto passiva nei confronti della procura di Roma, si è dimostrata attivissima nel contribuire al precipitare catastrofico della situazione dei diritti umani, che ha riguardato anche la comunità degli attivisti che con coraggio e generosità si erano messi a disposizione per contribuire a far luce su quanto accaduto a Giulio.

Sul piano dei rapporti diplomatici è tornata un’armonia perfetta: incontri bilaterali sempre più fitti, forniture di armi, formazione, scambi commerciali ai massimi livelli. Al termine di ogni incontro, ovviamente il rito ipocrita del “ho ricordato al mio interlocutore la vicenda di Giulio Regeni”.

Memorabili, purtroppo, restano due affermazioni dell’allora ministro degli Affari esteri Angelino Alfano. Due settimane dopo la decisione di far tornare l’ambasciatore al Cairo, la prima: “L’Egitto è un partner ineludibile”. Tre mesi dopo, l’elogio al presidente egiziano al-Sisi: “Un interlocutore appassionato alla ricerca della verità”.

Ipse dixit.

Di fronte alla crisi dei diritti umani e alla completa mancanza di passi avanti sul piano della collaborazione della magistratura egiziana con quella italiana, i genitori di Giulio Regeni, la loro avvocata, i movimenti della società civile che da tre anni e mezzo portano avanti la campagna “Verità per Giulio Regeni” sono concordi nel chiedere che l’Italia richiami nuovamente l’ambasciatore. Qui il link alla petizione lanciata su Change.org.

 

(Questo testo è stato pubblicato originariamente sul blog http://lepersoneeladignita.corriere.it)