Sequesto Iuventa: dalla parte dell'equipaggio che rischia 20 anni di carcere - Amnesty International Italia

Sequesto Iuventa: dalla parte dell’equipaggio che rischia 20 anni di carcere

3 Agosto 2020

Tempo di lettura stimato: 5'

In occasione del terzo anniversario del sequestro della nave di ricerca e soccorso Iuventa, che salvò oltre 14.000 vite umane, lanciamo la campagna di solidarietà “Iuventa 10” per chiedere alla procura di Trapani di archiviare l’assurda inchiesta contro i 10 membri dell’equipaggio accusato di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare” in Italia. Se condannati, rischiano fino a 20 anni di carcere.

Tre anni dopo l’inizio di un’inchiesta priva di prove, gli ‘Iuventa 10’ rimangono in una situazione di limbo e con la minaccia pendente di una condanna assai lunga“, ha dichiarato in una nota ufficiale Maria Serrano, campaigner di Amnesty International sull’immigrazione.

La criminalizzazione delle operazioni di ricerca e soccorso in mare ha compromesso attività cruciali di salvataggio di vite umane nel Mediterraneo centrale, nell’ambito di un più ampio giro di vite nei confronti delle azioni di solidarietà in tutta Europa. Intrecciato al destino degli ‘Iuventa 10’ c’è quello di centinaia di altri loro colleghi e quello di migliaia di migranti e rifugiati che stanno aiutando“, ha aggiunto Serrano.

Chi sono e perché sono indagati gli “Iuventa 10”

Gli “Iuventa 10” sono un gruppo di volontari, un equipaggio di soccorritori composto da capitani, paramedici, vigili del fuoco, studenti, sviluppatori informatici e un astrofisico. Hanno scelto di essere testimoni oculari e di mettersi a disposizione per salvare vite nel Mediterraneo centrale.

La procura di Trapani sostiene che durante tre operazioni di salvataggio portate a termine nel 2016 e nel 2017, l’equipaggio della Iuventa organizzò la consegna diretta di migranti e rifugiati con i trafficanti, restituendo a questi ultimi le imbarcazioni vuote affinché potessero essere riutilizzate.
L’equipaggio della Iuventa ha negato tutte le accuse. Una ricostruzione computerizzata di Forensic Oceanography ha dimostrato che in tutte e tre le operazioni di soccorso la Iuventa stava unicamente salvando vite umane.

Con la nostra ricostruzione volevamo passare al vaglio le accuse delle autorità italiane. I risultati sono chiari: non c’è alcuna prova di collusione tra l’equipaggio della Iuventa e i trafficanti“, ha dichiarato Lorenzo Pezzani, ricercatore della Goldsmith University di Londra e co-ideatore di Forensic Oceanography.

Un richiedente asilo salvato dalla Iuventa ha riferito di aver visto persone in Libia venire stuprate, torturate e uccise: “Se qualcuno mi avesse detto che sarei stato rimandato in Libia, avrei preferito annegare in mare. Eravamo felici e cantavamo, ringraziando Dio: ecco cos’è per me la Iuventa“.

Non potevamo più stare a guardare le persone scomparire nella fossa comune del Mediterraneo. Abbiamo deciso di usare la possibilità che avevamo di testimoniare, informare e rappresentare un approdo sicuro per migliaia di persone. Era, è e sarà sempre dovere di tutte e di tutti salvare vite umane ovunque possibile, offrire protezione a chi ne ha bisogno, trattare le persone con dignità e lottare insieme a loro per il mondo in cui vogliamo vivere“, ha dichiarato uno degli “Iuventa 10”.

La criminalizzazione della solidarietà

Preceduta da una campagna diffamatoria e di stigmatizzazione, quella contro la nave Iuventa è stata la prima inchiesta giudiziaria aperta contro una Ong di ricerca e soccorso in Italia.

Da allora, in tutta Europa persone che assistono migranti e rifugiati o che sono solidali verso di loro sono sottoposte a minacce, diffamazioni, intimidazioni e procedimenti giudiziari per il solo fatto di aver aiutato altre persone. Le autorità fanno un uso del tutto improprio e illegittimo delle leggi contro il traffico di esseri umani per criminalizzare chi difende i diritti umani e punire la solidarietà.

Negli ultimi anni il numero delle persone approdate in Italia è diminuito a causa del progressivo affidamento alla Libia dei compiti di controllo dell’immigrazione: da 181.434 nel 2016 a 11.471 nel 2019. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, nei primi sette mesi del 2020 sono approdate 9725 persone.

A partire dal 2018 la ridotta presenza di navi di ricerca e soccorso in mare ha causato un aumento della mortalità in mare.

Dal 2016 oltre 50.000 donne, uomini e bambini sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera libica e riportati sulla terraferma per andare nuovamente incontro ad arresti arbitrari, torture, estorsioni e stupri.