Siria: campagna segreta di impiccagioni di massa e sterminio da parte del governo nella prigione di Saydnaya

7 febbraio 2017

Satellite image of Saydnaya Military Prison for the report Human Slaughterhouse: Mass hangings and extermination at Saydnaya Military Prison. There are two detention centres at Saydnaya Military Prison.In the “red building”, the majority of detainees are civilians who have been arrested since the beginning of the crisis in 2011. In the “white building”, the majority of detainees are officers and soldiers in the Syrian military who have also been arrested since 2011. Thousands of people detained in the red building have been killed in secret extrajudicial executions, after being held in conditions amounting to enforced disappearance. The detainees are told that they will be transferred to a civilian prison. Instead, they are brought to a cell in the basement of the red building, where they are severely beaten over the course of two or three hours. In the middle of the night, they are blindfolded and transferred in delivery trucks or minibuses to the white building. There, they are taken into a room in the basement and hanged.

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COMUNICATO STAMPA                                                                CS019-2017

SIRIA, AMNESTY INTERNATIONAL SVELA LA CAMPAGNA SEGRETA DI IMPICCAGIONI DI MASSA E STERMINIO DA PARTE DEL GOVERNO NELLA PRIGIONE DI SAYDNAYA

Uno sconvolgente rapporto diffuso oggi da Amnesty International ha rivelato come dal 2011 al 2015 il governo siriano abbia portato avanti una campagna pianificata di esecuzioni extragiudiziali mediante impiccagioni di massa all’interno della prigione di Saydnaya.

Durante quel periodo, a cadenza settimanale ma spesso due volte a settimana, gruppi costituiti anche da 50 detenuti sono stati presi dalle loro celle e impiccati. In cinque anni le vittime di queste impiccagioni segrete sono state 13.000, per lo più civili sospettati di essere oppositori.

Il rapporto, intitolato “Il mattatoio di esseri umani: impiccagioni di massa e sterminio nella prigione di Saydnaya”, denuncia anche le condizioni inumane di detenzione all’interno della prigione di Saydnaya, tra cui torture reiterate e diniego sistematico di cibo, acqua, medicinali e cure mediche. Questa politica di sterminio ha causato la morte di tantissimi detenuti.

Queste pratiche, che costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità, sono state autorizzate dai livelli più alti del governo siriano.

“L’orrore descritto in questo rapporto rivela una mostruosa campagna segreta, autorizzata dai livelli più alti del governo siriano, destinata a stroncare ogni forma di dissenso all’interno della popolazione siriana”, ha dichiarato Lynn Maalouf, vicedirettrice delle ricerche presso l’ufficio regionale di Beirut di Amnesty International.

“Chiediamo alle autorità siriane di porre immediatamente fine alle esecuzioni extragiudiziali, alle torture e ai trattamenti inumani nella prigione di Saydnaya e in tutte le altre carceri governative in Siria. A Russia e Iran, i più stretti alleati del governo di Damasco, chiediamo di sollecitare la fine di queste politiche di assassinio”, ha aggiunto Maalouf.

“I prossimi colloqui di pace di Ginevra non possono ignorare queste conclusioni e devono porre nell’agenda dei lavori la fine delle atrocità nelle prigioni governative siriane. L’Onu deve avviare subito un’indagine sui crimini commessi nella prigione di Saydnaya e pretendere l’ingresso di osservatori indipendenti in tutti i luoghi di detenzione”, ha sottolineato Maalouf.

Il rapporto descrive le esecuzioni di massa, a gruppi di 50 persone, avvenute ogni settimana (e spesso due volte a settimana) dal 2011 al 2015 all’interno della prigione di Saydnaya, di notte e nel segreto più totale. Vi sono forti timori che queste esecuzioni si verifichino ancora oggi. Numerosissimi detenuti sono morti anche a seguito delle intenzionali politiche di sterminio delle autorità siriane, fatte di torture reiterate e del sistematico diniego di cibo, acqua, medicinali e cure mediche. In più, i detenuti di Saydnaya sono stati costretti a obbedire a una serie di regole sadiche e disumane.

Il rapporto di Amnesty International si basa su un’intensa indagine durata un anno, dal dicembre 2015 al dicembre 2016, attraverso interviste a 84 testimoni (tra i quali ex secondini e funzionari della prigione di Saydnaya, ex detenuti, giudici e avvocati) e ad esperti siriani e internazionali sulla detenzione in Siria.

Un precedente rapporto di Amnesty International, pubblicato nell’agosto 2016 insieme a una ricostruzione virtuale della prigione di Saydnaya, aveva stimato che più di 17.000 persone erano morte in Siria a causa delle inumane condizioni di detenzione e della tortura dal 2011, anno dell’inizio della crisi. A quel numero vanno ora aggiunte le altre 13.000 morte a seguito delle esecuzioni extragiudiziali denunciate in questo rapporto.

Il ruolo della corte marziale della prigione

Nessuno dei detenuti impiccati nella prigione di Saydnaya è stato sottoposto a qualcosa che possa assomigliare a un processo. Prima dell’esecuzione, i detenuti comparivano di fronte alla cosiddetta corte marziale della prigione per un totale di due minuti, una procedura del tutto sommaria e arbitraria. Le testimonianze fornite da ex dirigenti e secondini della prigione e da ex giudici e detenuti hanno consentito ad Amnesty International di farsi un’idea precisa delle procedure farsesche che hanno preceduto le impiccagioni.

Un ex giudice di un tribunale militare siriano ha dichiarato ad Amnesty International che “la corte” agiva al di fuori del sistema di procedura penale siriano: “Il giudice chiedeva al detenuto di fornire le generalità e di dichiarare se avesse commesso un reato. A prescindere dalla risposta, emetteva la condanna. Quella corte non aveva niente a che fare con la legge. In sostanza, non era una corte”.

Le condanne emesse in questo modo si basavano su confessioni false estorte con la tortura. I detenuti non avevano modo di essere difesi da un avvocato né potevano farlo da soli – la maggior parte di loro era stata sottoposta a sparizione forzata e a detenzione senza contatti col mondo esterno. I condannati a morte venivano a sapere del loro destino pochi minuti prima dell’esecuzione.

Impiccagioni di massa

A Saydnaya le impiccagioni avvenivano una o due volte a settimana, di solito il lunedì e il mercoledì, di notte. Alle persone chiamate fuori dalle loro celle veniva detto che sarebbero state trasferite in prigioni civili. Invece, venivano portate a un livello sotterraneo della prigione dove venivano picchiate. In seguito, erano trasferite in un altro edificio del complesso penitenziario dove aveva luogo l’impiccagione. Per tutto il tempo, rimanevano bendate e dunque non si rendevano conto di cosa stava per accadere fino a quando non avvertivano la stretta del cappio intorno al collo.

“Li lasciavano appesi per 10, 15 minuti. Alcuni non morivano perché troppo leggeri, soprattutto i più giovani pesavano troppo poco per morire. Allora gli assistenti li tiravano giù fino a quando non gli si spezzava il collo”, ha raccontato un ex giudice che ha assistito alle impiccagioni.

Detenuti che si trovavano nel locale sopra a quello adibito alle impiccagioni hanno dichiarato che a volte si sentivano i rumori che provenivano da sotto:

“Se appoggiavi un orecchio al pavimento, potevi sentire un suono simile a un gorgoglio. Durava circa 10 minuti. Dormivamo sopra alle persone che soffocavano a morte. Alla fine, era diventata una cosa normale”, ha dichiarato “Hamid”, un ex militare arrestato nel 2011.

In una sola notte potevano essere impiccate anche 50 persone. I loro corpi venivano portati via da camion che li scaricavano in fosse comuni. Le famiglie non ricevevano alcuna notifica.

La politica di sterminio

I sopravvissuti di Saydnaya hanno fornito resoconti raggelanti sulla vita all’interno della prigione: un universo realizzato per umiliare, degradare, infiacchire, affamare a alla fine uccidere.

Queste testimonianze raccapriccianti hanno portato Amnesty International a concludere che la sofferenza e le condizioni agghiaccianti di cui sono stati vittime i prigionieri di Saydnaya costituiscono una politica di sterminio.

Molti prigionieri hanno raccontato di essere stati stuprati o di essere stati costretti a stuprare altri prigionieri. Le torture e i pestaggi costituivano un sistema regolare di punizioni e degradazioni, che spesso procuravano danni o disabilità permanenti o anche la morte. I pavimenti delle celle erano coperti da sangue e pus che usciva dalle ferite. I corpi dei detenuti morti erano raccolti ogni mattina alle 9 dai secondini.

“Ogni giorno c’erano due o tre morti nel nostro braccio. Ricordo che il secondino passava a chiedere quanti ne avevamo. “Cella numero 1, quanti ne avete?”, “Cella numero 2, quanti?”. Una volta i secondini entrarono in una cella dopo l’altra, e ci picchiarono in testa, sul torace, sul collo. Quel giorno nel nostro braccio ci sono stati 13 morti”, ha raccontato “Nader”, un ex detenuto di Saydnaya.

Cibo e acqua venivano regolarmente negati. Quando era fornito, il cibo veniva lanciato dentro le celle e si mescolava col sangue e la sporcizia del pavimento. I pochi detenuti usciti vivi da Saydnaya pesavano la metà di quando erano entrati.

All’interno di Saydnaya vigevano “regole speciali” autonome. I prigionieri non potevano fare alcun rumore, neanche bisbigliare. Erano costretti ad assumere determinate posizioni quando i secondini entravano nelle celle e solo guardare un secondino poteva comportare la morte.

La comunità internazionale, in particolare il Consiglio di sicurezza, deve assumere azioni immediate per porre fine a questa sofferenza.

“Il Consiglio di sicurezza deve prendere una posizione ferma. Non può chiudere un occhio di fronte a questi crimini orribili e deve adottare una risoluzione che chieda al governo siriano di aprire le sue prigioni agli osservatori internazionali. Il Consiglio Onu dei diritti umani deve immediatamente avviare un’indagine indipendente su queste gravi violazioni del diritto internazionale“, ha dichiarato Maalouf.

“Le uccisioni a sangue freddo di migliaia di prigionieri inermi, insieme al sistematico e minuziosamente curato programma di torture fisiche e psicologiche attuato nella prigione di Saydnaya non può andare avanti. I responsabili di questi crimini efferati devono essere portati di fronte alla giustizia”, ha concluso Maalouf.

FINE DEL COMUNICATO                                                     Roma, 7 febbraio 2017

Scarica il rapporto “Il mattatoio di esseri umani: impiccagioni di massa e sterminio nella prigione di Saydnaya”

Leggi una sintesi del rapporto in italiano

L’appello per porre fine all’orrore nelle carceri siriane è online all’indirizzo:

https://www.amnesty.it/appelli/siria-nelle-carceri-la-tortura-e-allordine-del-giorno/

Per interviste:

Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

TESTIMONIANZE

Febbraio 2017

La vita nella prigione di Saydnaya: il mattatoio di esseri umani.

La prigione militare di Saydnaya è un mattatoio di essere umani. Dal 2011 migliaia di persone sono state uccise in esecuzioni extragiudiziali mediante impiccagioni di massa, portate avanti di notte e in assoluto segreto. Molti altri detenuti a Saydnaya sono morti in seguito alle torture reiterate e al sistematico diniego di cibo, acqua, medicinali e cure mediche.

Amnesty International ha intervistato 31 uomini che sono stati imprigionati a Saydnaya, quattro funzionari o secondini che avevano lavorato nella struttura, tre ex giudici siriani, tre dottori che avevano lavorato all’ospedale militare di Tishreen, quattro avvocati siriani, 17 esperti siriani e internazionali sulla detenzione in Siria, e 22 parenti di prigionieri che erano, o sono ancora, rinchiusi a Saydnaya.

I nomi sono stati modificati per proteggerne l’identità

 

  • ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIALI

La ricerca di Amnesty International ha rivelato che circa 13.000 persone sono state uccise a Saydnaya fra il settembre del 2011 e il dicembre del 2015, in spaventose impiccagioni di massa. Sebbene AI non sia in possesso di prove di esecuzioni successive al dicembre del 2015, i trasferimenti a Saydnaya sono continuati, i “processi” alla corte marziale della prigione di al-Qaboun non si sono interrotti, e non ci sono motivi per credere che le esecuzioni siano state sospese. Per questa ragione, è probabile che dal dicembre del 2015 siano state uccise altre migliaia di persone.

I “processi” della corte marziale della prigione.

I detenuti uccisi a Saydnaya prima venivano sottoposti a un “processo” di fronte una corte marziale della prigione.

Un ex giudice della corte ne ha descritto le modalità:

“[La corte marziale] non era obbligata in alcun modo a seguire le procedure penali siriane. È al di fuori delle regole… I detenuti venivano condotti di fronte alla corte per uno o due minuti. Il giudice chiedeva al detenuto di fornire le generalità e di dichiarare se avesse commesso un reato. A prescindere dalla risposta, emetteva la condanna. Quella corte non aveva niente a che fare con la legge. Non era una corte”.

Secondo un ex ufficiale di Saydnaya:

“Chi confessava qualcosa di grave veniva mandato di fronte alla corte… Tutte le confessioni, senza eccezioni, erano estorte sotto tortura. Ovviamente, le persone venivano torturate per far confessare loro un crimine peggiore”.

“Ziyad”, uno specialista IT di Homs, “processato” dalla corte marziale della prigione, ha dichiarato:

“Certo che [il processo] non era equo, non lo era affatto. Nulla che abbia minimamente a che fare con la giustizia e la trasparenza. Eri bendato e ammanettato, non sapevi chi era il giudice, non sapevi cosa avevi firmato. È evidente che questa non è giustizia”.

“Nader”, un imprenditore di Damasco, conferma:

“Un giudice e un secondino della polizia militare mi hanno ascoltato per un minuto… ero con altri quarantacinque detenuti, e in un’ora avevano finito tutti i casi. Non eri informato delle accuse. Non avevi il diritto a un avvocato, o a parlare al telefono. Non avevi alcun diritto”.

 

La “raccolta”

I detenuti che sono condannati a morte sono prelevati dalle celle nel pomeriggio, e informati che saranno trasferiti a una prigione civile. In realtà, vengono condotti in un sotterraneo, dove vengono tenuti fino a notte fonda, e picchiati.

Un secondino ha così descritto questa raccolta.

“Andavamo a prendere i prigionieri, e l’assistente del funzionario, che aveva una lista con i nomi delle persone, veniva con noi. Allora aprivamo la porta della cella. Automaticamente, i detenuti si inginocchiavano faccia al muro, coprendosi gli occhi. Chiamavamo il nome di un detenuto, e lui si tirava la maglietta sul viso. Li mettevamo in fila indiana, e li facevamo spostare così, portandoli nella stanza di sotto. Non avevano il permesso di sedersi, così restavano in piedi. A quel punto cominciavamo a urlare, e a picchiarli. Sapevamo che sarebbero morti comunque, perciò facevamo quello che volevamo”.

I prigionieri hanno ascoltato di nascosto i pestaggi delle persone in attesa di essere uccise.

“Nader” ha raccontato:

“C’era un grande rumore. Dalle 22.00 alle 24.00, o dalle 23.00 all’1.00, si sentivano urla e grida provenire dal piano di sotto. È un dettaglio importante. Se non urli, a Saydnaya ti picchiano meno. Ma queste persone gridavano come impazzite. Non era un suono normale, era fuori dall’ordinario. Urlavano come se le stessero scorticando vive”.

 

Impiccagioni di massa.

I detenuti non si rendevano conto di cosa stava per accadere fino all’ultimo momento. All’ingresso della stanza dell’impiccagione, ancora bendati, ordinavano ai detenuti di esprimere i loro ultimi desideri e di imprimere un’impronta su un foglio che ne documentava la morte.

Secondo un ex funzionario della prigione:

“Dopo aver lasciato l’impronta sul foglio, alcuni di loro non dicevano nulla, altri svenivano. Ma non sapevano quando sarebbe accaduto, o come – se per impiccagione, fucilazione, o in qualche altro modo”.

Dopo, i detenuti erano condotti sui patiboli, ancora bendati. L’ex funzionario:

“Li mettevano in fila pronti per l’esecuzione. Aspettavano che tutti gli spazi fossero pieni, e solo a quel punto gli passavano  il cappio intorno al collo e li spingevano o li lasciavano cadere immediatamente, così i condannati non capivano fino all’ultimo momento cosa stava accadendo”.

Un ex giudice ha aggiunto:

“Li lasciavano appesi per 10, 15 minuti. Alcuni non morivano perché troppo leggeri, soprattutto i più giovani pesavano troppo poco per morire. Allora gli assistenti li tiravano giù fino a quando non gli si spezzava il collo”.

Detenuti che si trovavano nel locale sopra a quello adibito alle impiccagioni hanno dichiarato che a volte si sentivano i rumori che provenivano da sotto:

“Hamid”, un ex militare arrestato nel 2011, ha dichiarato:

“Se appoggiavi un orecchio al pavimento, potevi sentire un suono simile a un gorgoglio. Durava circa 10 minuti. Dormivamo sopra alle persone che soffocavano a morte. Alla fine, era diventata una cosa normale”.

  • Politiche di sterminio

Secondo i prigionieri usciti da Saydnaya, nelle loro celle o nel loro braccio si registravano morti ogni settimana, a volte ogni giorno, morti dovute alle malattie, alla sete, alla malnutrizione e alle ferite riportate per le percosse e le torture.

L’ex detenuto “Kareem” ha spiegato cosa accadeva ai corpi:

“Nella cella, nel periodo fra febbraio e giugno 2014, è morta anche una persona al giorno. Allora mettevamo il corpo in una coperta vicino alla porta. Il secondino arrivava la mattina. Lo Shawish (il prigioniero incaricato nella cella) diceva “Pronti, signore”. Il secondino diceva: avete una carcassa? Allora lo shawish diceva, ancora, “Pronti, signore”. A quel punto portavano via il corpo”.

“Nader” aggiunge:

“Ogni giorno c’erano due o tre morti nel nostro braccio. Ricordo che il secondino passava a chiedere quanti ne avevamo. “Cella numero 1, quanti ne avete?”, “Cella numero 2, quanti?”. Una volta per tre giorni [nel nostro braccio] non ci sono stati morti; allora i secondini entrarono, una cella dopo l’altra, e ci picchiarono in testa, sul torace, sul collo. Quel giorno nel nostro braccio ci sono stati 13 morti”.