Tennessee, sospesa l’esecuzione di Christa Pike

1 Ottobre 2026

Foto di Tennessee Department of Correction

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Quelle che avrebbero dovuto essere le ultime ore di vita di Christa Pike sono state un’atroce replica della sofferenza che aveva vissuto da piccola. Per 40 minuti, due volte, gli addetti all’esecuzione dello stato del Tennessee hanno provato a iniettarle per vena i farmaci dell’iniezione letale, senza successo: chi ha assistito parla di una scena macabra.

Due ore prima dell’esecuzione, la Corte d’appello federale del sesto circuito aveva ordinato “una breve sospensione” (di durata non specificata) per esaminare il ricorso degli avvocati della detenuta sull’insufficiente considerazione, da parte della giuria del processo, delle violenze sessuali subite nell’infanzia. Poi, un ricorso in extremis aveva dato via libera all’esecuzione. Mentre scrivo, la donna si trova in ospedale, non è chiaro in quali condizioni.

Christa Pike, 18 anni quando commise un omicidio, 19 quando venne condannata a morte e 50 quando è arrivata a un passo dall’esecuzione, venne arrestata per l’omicidio, avvenuto il 12 gennaio 1995, di una studente di 19 anni. Dei due coimputati, uno fu condannato all’ergastolo perché minorenne e l’altra a sei anni con la messa in prova. Lei, difesa da un avvocato senza la minima esperienza in processi capitali, ricevette la condanna a morte.

L’infanzia e l’adolescenza di Christa Pike furono un infernale crescendo di violenza fisica e sessuale, di povertà, ignoranza e abbandono.

Lo stato lo sapeva. Lo sapeva anche l’avvocato ma lasciò perdere, decidendo all’ultimo di non chiamare a testimoniare uno psicologo che su Christa Pike aveva scritto ben tre volumi e convocando al suo posto i genitori e una zia dell’imputata, che non fecero alcun cenno ad anni di violenze.

Si capisce perché: il padre la picchiava con una cintura; la madre chiamava i propri amici a farle violenza sessuale; la sorella maggiore la bruciacchiava e una volta le schiacciò volontariamente un dito in una porta; la zia la sottoponeva a crudeltà sadiche e umiliazioni. Il compagno della nonna materna la molestò quando non aveva neanche l’età per andare a scuola, un vicino di casa la stuprò a 11 anni, uno sconosciuto a 17.

Nel 2001 un avvocato, questa volta all’altezza, chiamato a rappresentare Christa Pike in un appello, le diagnosticò un disordine bipolare e un disturbo da stress post-traumatico. Emerse un danno al lobo frontale del cervello sin dalla nascita.

Un’altra valutazione, svolta nel 2023, aveva definito “veramente estreme” le violenze subite, “qualcosa da cui è quasi impossibile recuperare”. Nella sua storia c’erano nove delle dieci Esperienze avverse dell’infanzia: “un numero insolitamente alto”, era scritto nella valutazione.

Una giudice di una Corte d’appello federale dichiarò in seguito che avrebbe annullato la condanna a morte se solo fosse stato possibile. Non era possibile perché una legge federale del 1986 aveva innalzato i limiti negli appelli alle corti federali sull’inefficacia della difesa legale.

Una sola cosa si dovrebbe fare: dopo quest’ennesima esibizione di crudeltà, la macchina della morte dovrebbe essere fermata. Una volta per tutte.

Aggiornamento: il governatore del Tennessee ha ordinato la sospensione di tutte le esecuzioni previste nel 2026 (oltre a quella di Christa Pike, ne era prevista un’altra il 3 dicembre) e disposto una revisione indipendente di quanto accaduto durante il tentativo di mettere a morte Christa Pike).

 

Questo post è stato pubblicato originariamente sul blog Le persone e la dignità.