Tre anni di guerra in Yemen: "Le forniture armi da Usa e Regno Unito stanno devastando le vite dei civili" - Amnesty International Italia

Tre anni di guerra in Yemen: “Le forniture armi da Usa e Regno Unito stanno devastando le vite dei civili”

22 marzo 2018

Tempo di lettura stimato: 11'

Tre anni di guerra in Yemen, Amnesty International: “Forniture di armi da Usa e Regno Unito alla coalizione a guida Saudita stanno devastando le vite civili”

L’attacco del 27 gennaio da parte della coalizione a guida saudita in cui una bomba made in Usa ha distrutto un’abitazione civile, ferendo o uccidendo sei componenti della stessa famiglia, è solo l’ultimo di una lunga serie di possibili crimini di guerra documentati da Amnesty International negli ultimi tre anni in Yemen.

Dal 25 marzo 2015, giorno in cui è iniziata la campagna militare della coalizione a guida saudita contro il gruppo armato huthi, Amnesty International ha registrato violazioni del diritto internazionale umanitario da parte di tutti i partecipanti al confitto.

“Tre anni dopo, il conflitto dello Yemen non dà segni di regressione e tutte le parti continuano a infliggere orribili sofferenze alla popolazione civile. Scuole e ospedali sono in macerie, centinaia di persone hanno perso la vita e milioni sono gli sfollati con un disperato bisogno di aiuti umanitari”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice di Amnesty International per le ricerche sul Medio Oriente.

“Vi sono ampie prove che trasferimenti irresponsabili di armi alla coalizione a guida saudita hanno causato danni enormi alla popolazione civile yemenita. Ma questo non ha indotto Usa, Regno Unito e altri paesi – tra cui Francia, Italia e Spagna – a porre fine alle loro sistematiche forniture, del valore di miliardi di dollari, che hanno devastato le vite civili facendosi beffe del Trattato globale sul commercio delle armi”, ha commentato Maalouf.

Attacchi aerei della coalizione a guida saudita

La mattina del 27 gennaio 2018 un attacco aereo della coalizione a guida saudita ha centrato l’abitazione della famiglia Naji ad al-Rakab, nella provincia meridionale di Ta’iz. Roweyda e i suoi figli, di 10 e sei anni, sono rimasti uccisi. Riyad e suo figlio di tre anni sono stati colpiti allo stomaco dalle schegge e un’altra figlia di un anno ha riportato ferite lievi.

Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International, l’abitazione era ad almeno tre chilometri da qualsiasi obiettivo militare e in quel momento nella zona non c’erano combattenti. Analizzando un video girato poco dopo l’attacco aereo, Amnesty International ha verificato che era stato portato a termine con una bomba da circa 1/4 di tonnellata, la GBU-12 a guida laser, prodotta negli Usa dalla Lockheed Martin.

Nell’agosto 2017, un attacco notturno della coalizione a guida saudita in una zona residenziale della capitale Sana’a aveva ucciso 16 civili e ne aveva feriti altri 17, in maggioranza bambini. In quel caso a provocare la strage era stata un’altra bomba made in Usa fabbricata dalla Raytheon.

Non si è trattato, ha sottolineato Amnesty International, di casi isolati. Dall’inizio del conflitto l’organizzazione per i diritti umani ha documentato 36 attacchi aerei della coalizione a guida saudita che paiono aver violato il diritto internazionale umanitario e che nella maggior parte dei casi possono costituire crimini di guerra. Questi attacchi hanno causato 513 morti (tra cui almeno 157 bambini) e 379 feriti tra la popolazione civile.

Violazioni da parte degli huthi e di altri gruppi armati

Il gruppo armato huthi e le forze anti-huthi hanno effettuato lanci indiscriminati di armi esplosive contro i centri abitati, causando morti e feriti tra i civili. Sotto tiro, in particolare, la città di Ta’iz, colpita da colpi di mortaio e di artiglieria a gennaio e febbraio del 2018.

Nella capitale Sana’a e in altre zone sotto il loro controllo, gli huthi e i loro alleati si sono resi responsabili di arresti arbitrari e imprigionamenti di persone percepite come dissidenti. Decine di uomini e donne sono stati vittime di sparizioni forzate e molti di loro hanno poi subito pesanti condanne al termine di processi gravemente irregolari.

Dall’inizio del 2018 Amnesty International ha seguito due processi del Tribunale penale speciale sotto il controllo degli huthi, terminati con quattro condanne a morte, nei confronti di Hamid Haydara, esponente della comunità baha’i, e di Asmaa al-Omeissy, Saeed al-Ruwaished e Ahmed Bawazeer, accusati di aver collaborato con uno stato nemico. Gli imputati sono stati sottoposti a processi fortemente iniqui, a sparizione forzata, a lunghi periodi di detenzione preventiva, a maltrattamenti e torture e non hanno avuto alcun accesso agli avvocati.

Trattandosi di violazioni commesse nel contesto del conflitto armato, esse possono a loro volta costituire crimini di guerra.

La crisi umanitaria

Lo Yemen sta affrontando una delle più grandi crisi umanitarie al mondo: almeno 22,2 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria ed è stato registrato oltre un milione di casi di colera. Questa crisi è un risultato delle azioni umane e di una guerra che ha acuito ed esacerbato la situazione umanitaria e nella quale tutte le parti in conflitto hanno impedito l’arrivo degli aiuti umanitari.

Dopo che, nel novembre 2017, gli huthi avevano lanciato un missile diretto illegalmente contro aree residenziali della capitale saudita Riad, la coalizione a guida saudita ha stretto il blocco, già illegale, aereo e marittimo sullo Yemen.

Nonostante da allora il blocco sia stato allentato, la coalizione continua a imporre limitazioni agli aiuti e alle importazioni di beni essenziali come cibo, medicine e carburante. La coalizione sostiene che queste limitazioni rappresentano l’attuazione dell’embargo sulle armi decretato dalle Nazioni Unite contro gli huthi, ma la loro azione non fa altro che aggravare la crisi umanitaria e contribuisce alla violazione del diritto alla salute e a uno standard adeguato di vita.

Operatori sanitari hanno confermato ad Amnesty International che la mancanza di forniture di base a causa dei combattimenti ha costretto molte strutture sanitarie a chiudere o a sospendere le attività.

“Migliaia di civili yemeniti hanno perso la vita e milioni di loro sono in pericolo in quella che è una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi decenni”, ha denunciato Maalouf.

“Il lungo elenco di violazioni sottolinea la necessità di una forte azione della comunità internazionale. La terza Dichiarazione presidenziale del Consiglio di sicurezza dell’Onu della scorsa settimana è stata un passo avanti positivo ma staremo a vedere come sarà messa in pratica”, ha concluso Maalouf.

Ulteriori informazioni

Secondo dati forniti nel febbraio 2018 dall’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, dal marzo 2015 in Yemen sono stati uccisi almeno 5974 civili e ne sono stati feriti altri 9493.

L’Ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) ha dichiarato che oltre 20 milioni di persone, ossia l’80 per cento della popolazione yemenita, hanno bisogno di aiuti umanitari. In un rapporto pubblicato nelle ultime settimane, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha affermato che i profughi interni sono più di due milioni.

In uno sviluppo positivo, nel settembre 2017 il Consiglio Onu dei diritti umani ha approvato una risoluzione che chiede a un gruppo di esperti di indagare sulle violazioni commesse da tutte le parti coinvolte nel conflitto dello Yemen e di identificarne ove possibile i responsabili.

Il 15 marzo 2018 il Consiglio di sicurezza ha adottato una Dichiarazione presidenziale sulla situazione umanitaria in Yemen. La Dichiarazione rappresenta un passo avanti per accertare le responsabilità di tutte le parti in conflitto nelle violazioni commesse e chiede, tra l’altro, il pieno accesso degli aiuti umanitari e delle importazioni commerciali così come il rispetto degli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario. Tuttavia, la Dichiarazione non ha previsto l’istituzione di alcun meccanismo di monitoraggio sull’attuazione delle sue disposizioni.

Forniture italiane di armi all’Arabia Saudita

Dall’Italia continuano a partire verso l’Arabia Saudita bombe prodotte nello stabilimento della RWM Italia Spa (controllata da un gruppo industriale tedesco) di Domusnovas, in Sardegna. Nel corso degli ultimi due anni Amnesty International Italia, insieme ad altre associazioni, ha portato avanti molte azioni di pressione per chiedere al parlamento e al governo italiano di sospendere l’invio di materiali militari alla coalizione a guida saudita. Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei deputati ha respinto una mozione che chiedeva al governo di bloccare la vendita di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani come disposto dalla legge 185/1990, dalla Costituzione italiana e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi.

Amnesty International Italia auspica che il futuro governo intraprenda un percorso nuovo nella difesa dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale sospendendo l’invio di materiali militari all’Arabia Saudita, come fatto recentemente dalla Svezia.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 23 marzo 2018

L’appello da firmare contro la fornitura di armi italiane è online (dal 23 marzo) all’indirizzo:

https://www.amnesty.it/appelli/le-armi-italiane-non-possono-continuare-distruggere-le-vite-dei-civili-yemeniti/

 

Per interviste:

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