Universalmente proibita, universalmente praticata: la tortura nel mondo - Amnesty International Italia

Universalmente proibita, universalmente praticata: la tortura nel mondo

26 giugno 2018

© Alex Wong/Getty Images

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Nel XXI secolo, la tortura si presenta per molti versi con le stesse modalità dei supplizi medievali. Il torturatore usa in primo luogo il proprio corpo (per picchiare, strangolare, stuprare), poi ciò che ha a portata di mano (attrezzi di falegnameria, bastoni, alimenti urticanti, stracci imbevuti di sostanze chimiche, rudimentali congegni elettrici, materiali arroventati ecc.) o fabbrica strumenti terrificanti, congegnati volutamente per infliggere il massimo della sofferenza possibile.

Per rendersi conto dell’aberrazione cui può giungere la mente umana, attraverso un processo di “formazione” che punta a negare umanità al soggetto che si ha di fronte, basta scorrere l’elenco degli oltre 30 metodi di tortura praticati da decenni in Siria: haflet al-istiqbal (“festa di benvenuto”: duri pestaggi, spesso con spranghe di silicone o di metallo e cavi elettrici); dulab (“pneumatico”: il corpo del detenuto viene contorto fino a farlo entrare in uno pneumatico da camion, poi via ai pestaggi); falaqa (“bastonatura”: il classico pestaggio sulle piante dei piedi); shabeh (“impiccato”: il detenuto viene tenuto appeso per i polsi per parecchie ore, coi piedi nel vuoto, e picchiato ripetutamente); bisat al-rih (“tappeto volante”: la vittima è legata a una struttura pieghevole, la cui parte inferiore viene pressata su quella superiore).

In Messico il fenomeno è del tutto fuori controllo. Tra il 2000 e il 2013, la Commissione nazionale dei diritti umani ha ricevuto oltre 7000 denunce verso ufficiali federali, in non pochi casi riguardanti donne. Probabilmente molte altre denunce sono state presentate alle commissioni dei diritti umani a livello statale, ma non esistono dati ufficiali a riguardo. A fronte di questo alto numero, sono state emesse solo sette condanne per tortura a livello federale e cinque a livello statale.

Nello scantinato di una stazione di polizia delle Filippine, nel 2014, è stata trovata una “ruota della tortura”, un’imitazione tragicamente fedele della nota “ruota della fortuna”. A seconda di dove si fermasse la ruota, il detenuto poteva essere sottoposto a “30 secondi in posizione pipistrello” (ossia tenuto appeso a testa in giù per mezzo minuto) o a “20 secondi di Manny Pacquiao” (ossia a pugni in faccia, in onore del più famoso pugile filippino) o ad altri metodi di tortura efferati.

Ma accanto alla tortura prevalentemente fisica, si sta affermando una forma di tortura più sofisticata, che non lascia ferite o segni visibili sul corpo ma che devasta la mente, fino a farla impazzire e a rendere non credibile la vittima della tortura. Perché uno degli obiettivi di fondo del sistema della tortura è di non far raccontare alla vittima ciò che le è accaduto. Ecco alcuni dei numerosi metodi praticati nel centro di detenzione statunitense di Guantánamo Bay: esporre un prigioniero a luci accecanti, a musica assordante o a temperature gelide o torride, tenerlo incappucciato per mesi, isolarlo dal punto di vista acustico, costringerlo a rimanere seduto in posizioni scomode per giorni e giorni, negargli il cibo, non farlo dormire, minacciare di morte i suoi familiari, obbligarlo a rimanere nudo di fronte a estranei o ad assistere a spogliarelli di donne.

Il tutto, meticolosamente regolamentato da manuali, linee guida, avvocati (quelli che devono dimostrare, di fronte alla remota possibilità di un processo, che non si è trattato di tortura), medici (quelli che devono fermare la tortura quando c’è il rischio che chi la sta subendo ne muoia) e psicologi.

Lungi dall’essere il prodotto di un’estemporanea perdita di controllo o della presenza di “mele marce” all’interno di un cesto che si autodefinisce sano, la tortura odierna è al centro di un sistema curato con estrema meticolosità e, si potrebbe dire, con un approccio manageriale, in cui viene studiato ogni “punto debole del nemico” e curato ogni minimo dettaglio della conduzione degli interrogatori e del trattamento riservato a un prigioniero.

È difficile dire se faccia più male la tortura fisica o uno stato di perenne incertezza e angoscia sul proprio destino; se lasci più segni una scarica elettrica o l’ascolto delle urla di chi sta subendo torture nella stanza accanto; se annichilisca più una sevizia sessuale o la minaccia che tali sevizie verranno subite dai propri congiunti. Ma l’una o l’altra forma di tortura provocano danni duraturi. Gli operatori e le operatrici dei centri per la riabilitazione psicofisica delle vittime della tortura lo sanno bene. La loro missione è di ricostruire, pezzo dopo pezzo, le macerie di un terremoto emotivo.

La tortura è anche un prodotto altamente tecnologico. Nel mondo attualmente operano oltre 100 aziende che si sono specializzate nella produzione di strumenti di tortura. Si tratta per lo più di congegni elettrici o di sostanze chimiche che rendono inoffensiva (a volte per sempre…) la persona contro la quale vengono usati. Addirittura, la tecnologia è riuscita a eliminare l’ultimo difetto della tortura, ovviamente dal punto di vista del torturatore: la necessità di essere a contatto con il torturato.

Queste descrizioni della tortura illustrano bene i suoi obiettivi: annichilire, tenere sotto controllo e in perenne soggezione una persona, distruggerne l’identità, punirla per ciò che è o per ciò che si sospetta possa essere. Avere presente questi obiettivi fa capire meglio il senso e il significato delle immagini, risalenti a 15 anni fa, del carcere iracheno di Abu Ghraib. Immagini purtroppo indimenticabili. Spiega anche, tragicamente, la crudeltà e l’abiezione mostrata da chi, in Egitto, ha torturato a morte Giulio Regeni.

In nome della lotta al terrorismo e col pretesto della sicurezza, dopo il 2001 la tortura ha ottenuto una certa riabilitazione: serve per ottenere informazioni, si asserisce, dunque è utile. E se è utile, è giusta. E può rimanere impunita.

Vale per tutti il caso dell’Uzbekistan, paese dell’ex spazio sovietico dell’Asia centrale la cui posizione di confine con l’Afghanistan gli ha garantito indulgenza, soldi e appoggio politico. Per aver denunciato che gli oppositori venivano sottoposti alla “tortura dell’aragosta” (ossia, fatti bollire vivi in vasche d’acqua a temperatura altissima), nel 2004 l’ambasciatore britannico Craig Murray venne richiamato a Londra e la sua carriera diplomatica si interruppe lì. Per giustificare l’assenza di critiche e condanne, al dipartimento di stato Usa hanno coniato l’espressione “pazienza strategica”.

Che la tortura sia uno strumento efficace d’indagine, a ogni buon conto, lo smentiscono criminologi e polizie di ogni parte del mondo, almeno di quella parte del mondo in cui il dibattito sulle violazioni dei diritti umani e sul rapporto tra diritti e sicurezza può svolgersi senza ripercussioni per chi vi prende parte. Sotto tortura si dice la prima cosa che salta in mente, si fa il primo nome che si ricordi, s’incolpa chiunque (“sotto tortura avrei fatto il nome anche di mia madre”, ha raccontato un sopravvissuto), ci si attribuisce reati neanche commessi.

In Italia, con 11.000 giorni di ritardo, nell’estate del 2017 è stato introdotto nel codice penale il reato di tortura. Qui il nostro commento.

Sono passati 34 anni da quando, il 10 dicembre 1984, l’Assemblea generale ha adottato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Quel testo è rimasto purtroppo un pezzo di carta. Il numero dei paesi che l’hanno ratificato, impegnandosi a prevenire e punire la tortura, è solo di poco superiore a quello dei paesi in cui è praticata.

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