Venezuela: la situazione a tre mesi dai terremoti

23 Settembre 2026

di Laura Rangel

Tempo di lettura stimato: 15'

Il 24 giugno 2026 due terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 hanno colpito il nord del Venezuela, provocando uno dei disastri più gravi verificatisi nel paese negli ultimi decenni.

Secondo i dati ufficiali, 6509 persone sono morte e sono state valutate le condizioni di 60.785 abitazioni, 11.001 delle quali sono state classificate ad alto rischio.

“A tre mesi dai terremoti, le persone colpite attendono ancora risposte adeguate, che devono mettere al centro della ricostruzione i loro diritti umani e la loro dignità”, ha dichiarato Ana Piquer, direttrice per le Americhe di Amnesty International.

I terremoti hanno colpito una popolazione che già si trovata in una complessa situazione di emergenza umanitaria, gravi difficoltà nell’accesso ai diritti economici e sociali, tra cui i diritti alla salute, all’alimentazione, all’alloggio e al lavoro, nonché una politica di repressione sistematica e diffusa, che dal 2015 ha spinto almeno il 25 per cento della popolazione venezuelana a lasciare il paese in cerca di protezione internazionale.

 

L’analisi

Tra il 23 luglio e il 14 agosto 2026 Amnesty International ha intervistato 21 persone direttamente colpite a Caracas e La Guaira. Le persone intervistate hanno riferito che la risposta delle autorità venezuelane è stata tardiva e scarsamente coordinata. Familiari e persone residenti nelle zone colpite hanno rimosso le macerie a mani nude o con strumenti di fortuna, mentre chiedevano l’intervento di macchinari pesanti, personale specializzato e unità cinofile. Hanno inoltre riferito che, nonostante l’ingente dispiegamento di personale di polizia, militare e dei servizi d’intelligence, le attività si sono concentrate sulla sorveglianza e sul controllo del territorio anziché sulla partecipazione diretta alle operazioni di soccorso e alla ricerca delle persone disperse.

 

Mancanza di informazioni e dati discordanti

Le informazioni fornite dalle autorità venezuelane sono state caratterizzate da opacità e scarsa trasparenza. A oggi non sono stati pubblicati dati ufficiali sulle persone disperse, con la motivazione che le autorità intendono evitare speculazioni. L’unica stima ufficiale è stata fornita dal governatore dello stato di La Guaira, secondo il quale le persone disperse sarebbero 1579. In assenza di dati ufficiali, iniziative indipendenti promosse dalla cittadinanza hanno registrato oltre 41.000 segnalazioni di persone disperse. Nonostante l’importanza di queste iniziative, nei registri sono stati riscontrati errori e duplicazioni di nominativi, rendendo indispensabile la pubblicazione di dati ufficiali.

Esistono inoltre notevoli discrepanze nel numero di decessi registrati. Il governatore dello stato di La Guaira ha stimato in 7265 il numero delle persone morte, mentre nell’ultimo aggiornamento del governo nazionale, risalente al 24 agosto, sono stati registrati complessivamente 6509 decessi causati dal disastro.

I dati disponibili, inoltre, non sono disaggregati per genere, età, luogo o altre caratteristiche essenziali. Ciò impedisce di individuare le diverse conseguenze dei terremoti e di predisporre risposte adeguate per i minori, persone anziane, donne, persone con disabilità e altri gruppi che potrebbero necessitare di specifiche misure di protezione e assistenza.

 

Famiglie costrette a cercare autonomamente i propri cari

Nel corso delle interviste condotte da Amnesty International, le persone hanno riferito di aver ricevuto un sostegno istituzionale molto limitato e di non aver avuto informazioni sufficienti sui meccanismi a loro disposizione per conoscere la sorte dei propri familiari o sulle misure adottate dalle autorità.

Le famiglie hanno intrapreso autonomamente le ricerche, recandosi presso istituzioni pubbliche, obitori, ospedali ed edifici crollati; affiggendo manifesti con le fotografie dei propri cari in luoghi strategici, come ospedali e centri di accoglienza temporanea; condividendo informazioni sui social media e, insieme alle organizzazioni della società civile, creando banche dati e piattaforme digitali nel tentativo di rintracciare le persone ancora disperse.

“I miei bambini [nipoti di 13 e 14 anni] sono ancora dispersi. Ho molta fiducia nel fatto che li abbiano portati in un altro centro di accoglienza, in un altro stato, e che siano vivi. Non hanno mai detto che ci avrebbero aiutato a cercarli. Mai — Persona intervistata da Amnesty International.

L’incertezza di non sapere se i propri cari siano ancora vivi, se i loro corpi siano stati recuperati o se sarà possibile dare loro sepoltura secondo le proprie usanze e convinzioni ha provocato una profonda angoscia.

 

Gestione dei corpi e dei resti delle persone decedute

Migliaia di persone decedute non sono ancora state identificate e i loro corpi continuano a essere esaminati in obitori improvvisati, in assenza di protocolli chiari e senza che familiari e persone care sappiano a quali autorità rivolgersi per cercare e recuperare i corpi e/o i resti.

Le persone intervistate che avevano cercato i propri familiari a Los Silos, un’area all’interno del porto di La Guaira adibita a obitorio temporaneo, hanno descritto procedure poco chiare e l’assenza di informazioni centralizzate sulle attività di ricerca, recupero e identificazione, nonché sugli strumenti disponibili nei casi in cui siano necessari test genetici o altri metodi di identificazione.

Alcune persone hanno riferito di aver dovuto esaminare su un tablet numerose fotografie di corpi, molti dei quali irriconoscibili, e che in alcuni casi si è tentato di identificare corpi e resti direttamente all’interno dei sacchi in cui erano custoditi. Queste testimonianze sollevano serie preoccupazioni riguardo al rispetto della dignità nelle procedure e al sostegno fornito alle famiglie.

 

Le testimonianze

Una donna in attesa dei risultati di un test del dna ha dichiarato:

“Mi hanno detto che dovevo continuare ad aspettare perché ci sono tantissime persone morte e che dovevo ricordarmi della tragedia di Vargas [le colate di fango del 1999], dove ci sono ancora famiglie alla ricerca di persone disperse. Immaginate come mi sento”.

Altre persone hanno riferito di essersi recate più volte alla settimana a Los Silos e presso diverse istituzioni nella speranza di ottenere informazioni.

È stata inoltre segnalata la mancanza di assistenza psicologica durante queste procedure. Alcune persone hanno dichiarato di aver ricevuto i resti cremati dei propri familiari, circostanza che le ha portate a dubitare della correttezza delle procedure di identificazione.

“Non mi fido, perché a volte penso che potrebbero cremare insieme tutte quelle persone morte e mischiare le ceneri. A volte lo penso” ­­— Persona intervistata da Amnesty International.

 

Perdite materiali e mancanza di soluzioni durature

Secondo i dati ufficiali, al 5 luglio 17.345 persone avevano perso la propria abitazione. Alcune sono state accolte da familiari o persone a loro vicine, altre si sono trasferite nei centri di accoglienza temporanea predisposti dal governo, mentre altre ancora hanno scelto di rimanere nei pressi delle proprie abitazioni, allestendo autonomamente delle tende.

“Non possono semplicemente dirti: ti chiameranno così potrai andare laggiù, a Matusalén [per indicare un luogo molto lontano]. E la tua terra qui? Che cosa ne sarà? Chi se ne occuperà? Chi la controllerà? Se non resti qui a occuparti di ciò che è tuo, diciamolo chiaramente, non risolveranno nulla per noi— Persona intervistata da Amnesty International.

 

L’incertezza abitativa

Le autorità hanno introdotto un sistema di valutazione dei danni basato sull’apposizione sulle facciate delle abitazioni di contrassegni rossi (accesso limitato), gialli (utilizzo limitato) e verdi (pienamente abitabile). Le persone colpite intervistate hanno riferito di essere state incluse nei censimenti ufficiali e registrate, tra gli altri strumenti, attraverso il Sistema Patria, una piattaforma digitale ufficiale utilizzata per la gestione e l’erogazione dei programmi sociali. Tuttavia, non avevano informazioni sufficientemente chiare sulle finalità e sulla portata del processo, sui criteri utilizzati per l’assegnazione degli alloggi o sui tempi previsti per la predisposizione di soluzioni abitative permanenti.

“La mia casa è contrassegnata in giallo, ma è ad alto rischio perché due muri sono crollati, tutti i pilastri hanno ceduto e il pavimento si è sollevato. Voglio dire, il pavimento non è più allo stesso livello. […] Non posso entrare in quella casa con due persone adulte e due bambini quando è ridotta così” — Persona intervistata da Amnesty International.

All’incertezza sulla natura temporanea o permanente delle soluzioni abitative si aggiunge la perdita delle fonti di reddito. Le persone intervistate hanno riferito che la distruzione dei luoghi di lavoro e il calo del turismo hanno ridotto la capacità di molte famiglie di riprendersi dalle conseguenze del disastro.

“Ogni settimana ci promettono che ci daranno i materiali [da costruzione], che sistemeranno le cose, ma non sistemano nulla. La situazione sta davvero sfuggendo di mano, perché le persone sono stanche e sopraffatte da tutte queste promesse” — Persona intervistata da Amnesty International.

 

Accesso discrezionale delle organizzazioni della società civile ai centri di accoglienza temporanea

Nell’ambito della risposta dello stato sono stati allestiti campi e centri di accoglienza temporanea all’interno di scuole, strutture sportive e altri spazi pubblici. Tuttavia, il funzionamento di queste strutture non è stato uniformato, lasciando le persone nell’incertezza per l’assenza di protocolli specifici che ne regolamentino la gestione e di informazioni chiare sulla loro eventuale chiusura.

Le organizzazioni della società civile hanno inoltre riferito ad Amnesty International che non esiste un unico meccanismo per ottenere l’accesso ai centri e fornire assistenza umanitaria. Le autorizzazioni variano a seconda della struttura e dei rapporti di ciascuna organizzazione con le autorità, con conseguenti ritardi nell’assistenza in alcune località. Le organizzazioni hanno inoltre segnalato l’assenza di protocolli per l’assistenza alle persone in situazioni di particolare rischio, compresi i minori, e una distribuzione non coordinata degli aiuti, con notevoli differenze nei servizi e nell’assistenza forniti da un centro di accoglienza temporanea all’altro.

 

La legge contro le ong ostacola la risposta della società civile

Il lavoro delle organizzazioni della società civile è stato limitato dalla pubblicazione della Legge sulla supervisione, la regolamentazione, il funzionamento e il finanziamento delle organizzazioni non governative e delle organizzazioni sociali senza scopo di lucro (legge contro le ong) e dalla recente pubblicazione di due circolari del ministero dell’Interno e della Giustizia. Imponendo ostacoli giuridici e finanziari alle organizzazioni, queste misure ne hanno ritardato o, in alcuni casi, impedito le attività di assistenza.

Inoltre, donatori e agenzie di cooperazione internazionale richiedono spesso alle organizzazioni di aver completato la registrazione prevista dalla legge per poter accedere ai finanziamenti. Una persona rappresentante di un’organizzazione non governativa ha dichiarato:

«I donatori, gli enti finanziatori e persino le banche chiedono la registrazione. Per qualsiasi procedura chiedono il certificato. C’è un’enorme burocrazia amministrativa: tutte le istituzioni e gli enti finanziatori, invece di rendere le procedure più flessibili, impongono ulteriori requisiti e ostacoli amministrativi, nonostante ci troviamo in un contesto di emergenza».

 

Conclusioni e raccomandazioni

«Sebbene i terremoti siano tragedie inevitabili, le violazioni dei diritti umani che ne conseguono possono essere evitate. Le autorità venezuelane devono garantire i diritti di tutte le persone colpite», ha dichiarato Ana Piquer, direttrice per le Americhe di Amnesty International.

Amnesty International chiede alle autorità venezuelane di garantire la trasparenza e di assicurare che tutte le persone colpite dai terremoti, così come le organizzazioni impegnate a fornire assistenza umanitaria, abbiano accesso alle informazioni.

Le autorità devono pubblicare informazioni aggiornate sui tempi, sui criteri e sulle tipologie di assistenza previste per le persone colpite, nonché sulle modalità per accedervi. Tali informazioni devono essere fornite in un formato accessibile a tutte le persone.

Le autorità devono inoltre fornire informazioni dettagliate sulle persone morte a causa dei terremoti, sulle persone ancora disperse e sulle misure adottate per informare le famiglie. Tutte le informazioni devono essere disaggregate per genere, età e altri fattori pertinenti.

Le autorità devono inoltre istituire un registro unico delle persone colpite, accessibile al pubblico, che garantisca senza discriminazioni l’accesso all’alloggio e alle misure di sostegno del governo.

Allo stesso tempo, le autorità devono pubblicare un piano per la ricostruzione delle abitazioni colpite e designare un’autorità specifica incaricata di sovrintendere alla sua attuazione; garantire assistenza sanitaria, compresa quella psicologica, alle persone che ne hanno bisogno, in particolare ai familiari delle persone disperse e decedute; pubblicare immediatamente i protocolli che disciplinano il funzionamento dei centri di accoglienza temporanea e facilitare l’accesso a giornalisti e organizzazioni per i diritti umani; abrogare immediatamente la legge contro le ong, in modo da consentire le iniziative di solidarietà comunitaria e sociale.