Afghanistan: gli attacchi del Pakistan su Kabul

22 Luglio 2026

Elke Scholiers/Getty Images

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A quattro mesi dall’appello rivolto alle autorità pakistane affinché spiegassero come e perché, il 16 marzo 2026, avessero colpito un centro di riabilitazione per persone tossicodipendenti di Kabul, causando la morte di almeno 269 civili, Amnesty International ha pubblicato oggi una nuova indagine che chiede di accertare se l’attacco costituisca un crimine di guerra.

La nuova analisi

L’organizzazione non ha trovato alcuna prova a sostegno delle affermazioni delle forze armate pakistane secondo cui il centro di riabilitazione e cura Omid fosse utilizzato, al momento dell’attacco, come deposito di armi e munizioni o per altri scopi militari. Gli attacchi aerei hanno violato la protezione speciale garantita alle strutture sanitarie dal diritto internazionale umanitario, nonché i principi di distinzione, precauzione e proporzionalità, stabiliti per proteggere la popolazione civile.

“L’attacco contro il centro Omid costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario e potrebbe configurarsi come un crimine di guerra. Considerato che era ampiamente noto e facilmente verificabile che quel sito fosse utilizzato come struttura sanitaria da oltre dieci anni, quanto accaduto evidenzia una grave carenza nella pianificazione militare da parte del Pakistan, che ha provocato un’ingente perdita di vite civili”, ha dichiarato Isabelle Lassee, direttrice regionale ad interim per l’Asia meridionale di Amnesty International.

Il Pakistan ha gravemente omesso di rispettare il proprio obbligo di adottare tutte le misure concretamente possibili per verificare che l’obiettivo fosse effettivamente un obiettivo militare. Le autorità pakistane devono avviare con urgenza un’indagine trasparente, approfondita, indipendente e imparziale sull’attacco, in particolare sul processo decisionale che ha portato a colpire la struttura, e renderne pubblici i risultati. Laddove vi siano prove sufficienti, le autorità competenti dovranno perseguire chiunque sia sospettato di responsabilità penale, anche sulla base del principio della responsabilità di comando”, ha aggiunto Lassee.

Gli attacchi del Pakistan

Quello contro il centro Omid è stato uno di una serie di attacchi aerei condotti dalle forze armate pakistane in Afghanistan dopo l’intensificarsi delle ostilità transfrontaliere con i talebani nell’ottobre 2025. Soltanto tra gennaio e marzo 2026, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha documentato oltre 750 vittime civili: 372 persone uccise e altre 392 ferite. Sempre secondo l’Unama, ulteriori attacchi aerei il 28 giugno nelle province di Paktya, Paktika e Kunar hanno causato la morte di almeno 28 civili. Sebbene non esista un dato complessivo sulle vittime civili in Pakistan, secondo quanto riportato dagli organi di stampa locali almeno sette civili sono stati uccisi da colpi di mortaio provenienti dal territorio afgano.

“Tutte le parti coinvolte nel conflitto devono rispettare il diritto internazionale umanitario e adottare ogni precauzione concretamente possibile per proteggere la popolazione civile e i beni di carattere civile, prestando particolare attenzione alle strutture sanitarie e agli altri siti che godono di una protezione speciale. La mancata indagine su gravi violazioni, come l’attacco al centro Omid, dimostra un allarmante disprezzo per il diritto internazionale e rischia di radicare l’impunità, favorendo il ripetersi di operazioni illegali e ulteriori perdite di vite civili”, ha proseguito Isabelle Lassee.

Amnesty International ha analizzato e verificato oltre 60 fotografie e video, la maggior parte dei quali realizzati immediatamente dopo l’attacco al centro Omid, compresi i video diffusi dalle forze armate pakistane a sostegno della loro affermazione secondo cui il sito sarebbe stato utilizzato come deposito di armi e munizioni. L’organizzazione ha inoltre esaminato più di 30 immagini satellitari dell’area e verificato video che documentavano le attività svolte nel centro Omid prima dell’attacco.

Sono state condotte 11 interviste, a dipendenti ed ex dipendenti del centro Omid e del vicino ospedale Ibn-e-Sina, a persone che si erano recate sul posto subito dopo l’attacco e a familiari delle persone uccise. Alcune avevano assistito direttamente agli attacchi aerei, altre avevano preso parte alle operazioni di evacuazione.

Il 9 luglio 2026 Amnesty International ha contattato il ministero degli Affari esteri del Pakistan per chiedere quali misure il governo avesse adottato per indagare su eventuali errori nell’individuazione dell’obiettivo e se le persone coinvolte nel processo fossero state chiamate a risponderne. L’organizzazione ha inoltre chiesto di fornire qualsiasi elemento a sostegno dell’affermazione secondo cui l’obiettivo colpito fosse un “deposito di armi e munizioni”.

Al momento della pubblicazione del rapporto non era pervenuta alcuna risposta.

Divieto di attacchi contro le strutture sanitarie

Il principio di distinzione previsto dal diritto internazionale umanitario impone alle parti in conflitto di distinguere in ogni momento tra civili e combattenti e tra beni civili e obiettivi militari. Gli attacchi deliberati contro le strutture sanitarie e il loro personale sono espressamente vietati, salvo che tali strutture vengano utilizzate per finalità diverse da quelle umanitarie. Qualora vi siano dubbi sul fatto che una struttura sanitaria sia impiegata per compiere atti “dannosi per il nemico” – l’unica circostanza nella quale può perdere la protezione di cui gode – si deve presumere che non sia così.

In un messaggio pubblicato su X il giorno successivo all’attacco, il ministro federale dell’Informazione e della Radiodiffusione del Pakistan, Attaulah Tarar, ha affermato che le forze armate pakistane avevano preso di mira “infrastrutture di sostegno tecnico e depositi di munizioni” in due località di Kabul, una delle quali era il centro Omid. Ha inoltre sostenuto che le esplosioni secondarie dimostrassero che gli attacchi avevano colpito grandi depositi di munizioni.

I video e le fotografie dei resti delle bombe, condivisi direttamente con Amnesty International, sono stati analizzati dagli esperti di armamenti dell’organizzazione, che hanno concluso che almeno uno degli ordigni impiegati era una bomba a guida di precisione Takbir. Questa conclusione è coerente con le dichiarazioni delle forze armate pakistane, secondo le quali nell’attacco sono state utilizzate munizioni a guida di precisione, e indica che il bombardamento è stato il risultato della deliberata decisione di colpire quel sito.

Il centro Omid era stato istituito nel 2016 nell’area di un’ex base della Nato. In origine operava come centro di formazione professionale per persone tossicodipendenti in cura. Dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021, la struttura era stata ampliata fino a diventare un centro di cura con 2000 posti letto destinato a persone con problemi di dipendenza da droghe. All’interno del complesso si trovava anche l’ospedale Ibn-e-Sina, che forniva servizi sanitari essenziali alle persone ricoverate nel centro Omid.

Esistono numerose informazioni di pubblico dominio sulle attività del centro Omid, tra cui un documentario di Al Jazeera del 2023 che mostra pazienti durante il percorso di cura all’interno della struttura.

Amnesty International ha individuato almeno due grandi insegne, scritte nella lingua locale, collocate sopra l’ingresso principale e all’interno del complesso, che indicavano chiaramente che il luogo era un centro di riabilitazione e cura. L’organizzazione ha inoltre verificato un video registrato nel 2025 all’interno della struttura, che mostra alcuni degli hangar dove erano ospitati i pazienti, e ha analizzato immagini satellitari del centro Omid risalenti al periodo compreso tra aprile 2023 e il 15 marzo 2026. Le immagini del 13 marzo, appena tre giorni prima dell’attacco, mostrano la presenza di numerosi gruppi di persone.

“Le autorità pakistane avrebbero dovuto sapere che la struttura era un bene di carattere civile e che qualsiasi attacco aereo avrebbe potuto provocare un elevato numero di vittime civili. Anche se le forze armate pakistane avessero avuto informazioni attendibili su un eventuale utilizzo militare del sito, era evidente che il danno alla popolazione civile sarebbe stato eccessivo”, ha dichiarato Isabelle Lassee.

Nessuna prova della presenza di armi o munizioni

Secondo le persone che hanno parlato con Amnesty International gli attacchi sono avvenuti intorno alle 21, proprio mentre si concludevano le preghiere serali del tarawih, durante il Ramadan. Diversi intervistati che lavoravano nel centro hanno riferito che, la sera dell’attacco, nella struttura erano ospitati più di mille pazienti.

Il diritto internazionale umanitario impone alle forze che conducono un attacco l’obbligo di adottare tutte le misure concretamente possibili per verificare che l’obiettivo individuato sia effettivamente un obiettivo militare. In caso di dubbio, l’attacco non deve essere lanciato oppure deve essere annullato o sospeso. Anche nel caso dell’uso di una struttura sanitaria per finalità diverse da quelle umanitarie, un attacco potrebbe essere giustificato solo dopo che sia stato rivolto un avvertimento efficace e questo sia stato ignorato. Amnesty International non ha trovato alcun elemento che indichi l’emissione di un simile avvertimento; inoltre, la scelta di colpire durante le preghiere serali ha fatto sì che fossero presenti numerosi civili e non ha lasciato alcuna possibilità di evacuazione.

In un post pubblicato su X, il già citato il ministro federale dell’Informazione e della Radiodiffusione del Pakistan Attaulah Tarar ha diffuso diversi video che, a suo dire, confermavano l’affermazione delle forze armate pakistane secondo cui il sito era utilizzato come magazzino per armi e munizioni.

Le persone di Amnesty International specializzate nell’analisi di fonti aperte ed esperte di armamenti hanno esaminato questi video insieme alle prove ricevute direttamente da fonti locali e reperite online. I filmati, in bianco e nero, mostrano gli attacchi aerei ripresi da droni e velivoli militari da diverse angolazioni. Né questi video né le riprese effettuate da terra consentono di individuare prove conclusive della presenza di armi, munizioni o altri materiali esplosivi nell’area. Inoltre, le immagini non mostrano esplosioni secondarie immediatamente successive agli attacchi, che avrebbero potuto costituire un elemento a sostegno dell’ipotesi della presenza di un deposito di munizioni.

“La nostra indagine indica con forza che, secondo il diritto internazionale umanitario, questo non era un obiettivo militare legittimo. Le ‘prove’ rese pubbliche finora dal Pakistan non smentiscono la conclusione secondo cui si è trattato di un attacco illegale che ha colpito la popolazione civile e beni di carattere civile”, ha affermato Isabelle Lassee.

Immagini satellitari degli attacchi

Le prove digitali e le testimonianze raccolte indicano che almeno tre aree all’interno del complesso hanno subito gravi danni o sono state completamente distrutte a seguito degli attacchi aerei.

Le immagini satellitari del 13 marzo mostrano il centro Omid tre giorni prima dei bombardamenti. Le aree est e ovest del complesso sono separate da un cancello con accesso controllato. Nelle immagini si vedono numerose persone sul lato est del cancello, che, secondo le testimonianze raccolte, costituiva l’area principale in cui alloggiavano i pazienti. Nelle immagini è visibile una sostanza o un materiale di colore rosa, la cui natura non è stata identificata. Le tre aree che in seguito hanno subito i danni più gravi sono evidenziate con cerchi gialli.

Le immagini satellitari del 23 marzo mostrano tre aree gravemente danneggiate e incendiate. Il video pubblicato dal ministro pakistano Attaulah Tarar mostra il momento in cui vengono colpiti tre degli edifici interessati dagli attacchi: il grande edificio situato nella parte nord-orientale del complesso e due edifici nella parte nord-occidentale. Le immagini satellitari mostrano inoltre estesi incendi e gravi distruzioni anche nella parte sud-occidentale.

Archivio privato

Le aree colpite dagli attacchi

Una delle aree colpite comprendeva un grande hangar situato nella parte nord-orientale del complesso. Diverse persone intervistate hanno riferito che al suo interno erano ospitati pazienti in cura e che vi si trovavano anche la cucina e la mensa. I video e le fotografie realizzati immediatamente dopo l’attacco e durante le operazioni di evacuazione indicano che la maggior parte dei corpi delle persone uccise è stata recuperata proprio in quest’area.

Una seconda area, nella parte nord-occidentale del complesso, era utilizzata dal personale di sicurezza talebano e come deposito di generi alimentari, secondo quanto riferito da diverse persone intervistate.

Una terza area, situata nella parte sud-occidentale del complesso, era utilizzata, secondo diverse fonti, per immagazzinare materiali come carbone, legna e beni di prima necessità, tra cui indumenti. C’era anche un laboratorio di sartoria.

Una persona che ha visitato il centro Omid dopo l’attacco ha raccontato:

“Uno degli edifici colpiti veniva utilizzato per immagazzinare legna e carbone. Quando sono arrivato sul posto ho visto resti di legna e carbone. C’erano moltissimi vestiti. C’erano moltissime scarpe. Non erano scarpe militari”.

“Ovunque mettessi i piedi c’era il corpo di una persona”

Poco dopo l’attacco, i talebani hanno dichiarato che erano state uccise oltre 400 persone civili e che più di altre 250 erano rimaste ferite. A maggio, l’Unama ha verificato in maniera indipendente che almeno 269 civili sono stati uccisi e altri 122 feriti.

Secondo diverse persone intervistate, il numero reale delle persone uccise potrebbe essere stato ancora più elevato, poiché il livello di distruzione ha reso impossibile identificare parte dei resti umani.

Amnesty International ha parlato con un parente di una delle persone uccise, la cui famiglia non è mai riuscita a ritrovare il proprio congiunto, nonostante le ricerche effettuate negli ospedali e nei centri di riabilitazione dove erano stati trasferiti i pazienti:

La famiglia vive ancora nell’incertezza. L’hangar che ospitava i pazienti appena arrivati è stato colpito. Del suo corpo, però, non è stato trovato nulla. I familiari hanno esaminato tutte le fotografie raccolte dal laboratorio di medicina legale nel tentativo di identificarlo, ma non ci sono riusciti”.

Un operatore sanitario che ha preso parte alle operazioni di evacuazione delle persone colpite subito dopo l’attacco ha raccontato:

“Sono corso ad aiutare ovunque sentissi rumori o richieste di aiuto. Dopo un po’ non sentivo più alcuna voce… Ovunque mettessi i piedi c’era il corpo di una persona“.